Alla fine, dopo un anno di apertura di questo blog siamo arrivati a natale. Lo so che la leggenda vuole che i comunisti siano atei...ma io (anche se non sembra da quello che scrivo) non mi definisco nè comunista nè ateo....anzi.
Se dovessi fare un bilancio di questo 2007, almeno per quello che mi riguarda mi posso ritenere soddisfatto: sono entrato nel mondo del lavoro (prima di tanti altri miei coetanei) e sono riuscito a proseguire i miei studi in maniera quasi coerente (escludendo il periodo di alienazione come agente immobiliare).
Nel 2008 uscirà anche il mio primo libro (una traduzione su cui mantengo il più stretto riserbo fino alla sua ultima uscita!) e sto lavorando alacremente al secondo, su cui mantengo un rigido silenzio come sul primo. :-)
Che il nuovo anno possa portare a tutti voi, passanti per caso in questo blog soddisfazioni e felicità.
Che il nuovo anno possa essere il primo anno in cui non si sente parlare ovunque di corruzione e di morti sul lavoro.
Che il nuovo anno possa essere il primo senza litigi nella politica e possa ridare fiducia nel futuro a tutti coloro che la hanno persa.
Che il nuovo anno possa essere migliore di quello appena trascorso.
E che il vostro natale sia felice e pieno di nuove speranze.
Un abbraccio,
amici e fratelli, liberi pensatori e passanti per caso.
Ps: spero vivamente che con questo blog sia riuscito a trasmettere un pò di libertà anche a voi e che ogni mia parola e ogni dibattito sia stato costruttivo per voi come lo è stato per me.
Ancora buone feste,
smirnov
Non condivido nulla di ciò che dici ma sono disposto a morire per difendere il tuo diritto a dirlo. Voltaire
lunedì 24 dicembre 2007
venerdì 7 dicembre 2007
Libera stampa in libero stato....
Ieri sera ho visto la puntata di Annozero condotta da Michele Santoro (RAIDUE), dove si parlava della televisione e della stampa italiana. Partendo dal famigerato "Caso Rai" - le intercettazioni tra i vertici Rai e Mediaset durante il governo di Berlusconi per concordare le notizie - è stata fatta una lucida analisi di come funziona la nostra stampa.
MARCO TRAVAGLIO, in un suo libro "La scomparsa dei fatti", fa notare come nei tg nazionali vengano manipolate se non omesse delle notizie che potrebbero causare un certo imbarazzo a chie sta al potere (questa volta senza distinzione di bandiere, la falsa informazione purtoppo è bipartisan).
Da queste parti se qualcuno fa un'inchiesta in cui denuncia la corruzione di un politico viene querelato, mentre il politico continua a fare quello che stava facendo prima (nel migliore dei casi rubare).
I nostri giornalisti sono <> o <> (e sempre al solito discorso si torna) a seconda di chi è stato attaccato...
Spesso capita che abbiamo giornalisti comnunista-fascisti, solo perchè hanno magari denunciato sia a destra che a sinistra.
Esempi.
MARCO TRAVAGLIO scrive in un libro che Berlusconi è sotto processo per una quantità di accuse e da nessuna è stato ancora assolto. Conclusione: Travaglio è comunista.
GIAMPAOLO PANSA scrive un libro in cui sostiene che durante gli anni della Resistenza il PCI si macchiò di crimini e di repressioni pari a quelle fasciste (il libro in questione era il "Sangue dei vinti" se non erro) e improvvisamente Pansa, da editorialista dell'Espresso e intellettuale di sinistra diventa fascista e berlusconiano. Oppure, viene denunciato dai giornali il rapporto tra alcuni esponenti dei Ds e la scalata aUnipol? Tutta stampa fascista.
Sembra che da queste parti sia categorimente vietato dire la verità. Mi vengono alla mente alcuni esempi di notizie date dai giornali (in altre parti del mondo) e in cui i giornalisti sono stati definiti eroi e non querelati come diffamatori (del resto se la notizia è vera non vedo cosa ci sia di diffamatorio, visto che la diffamazione si fa sulle notizie false....) .
STATI UNITI.
Il Washington Post denuncia il fatto che George W. Bush ha mentito al Congresso visto che non esiste nessuna relazione tra Al Quaeda e il regime di Saddam Hussein (e quindi le prove addotte da Bush sono palesamente false). Bush non si sogna nemmeno di dare del "comunista" al giornalista oppure dell'amico dei terroristi.
Negli anni Settanta due giornalisti denunciarono il presidente Richard Nixon per lo scandalo Watergate. Gli esponenti del Partito Democratico (quello vero) venivano spiati attraverso delle microspie piazzate dalla Cia...
Visto che era vero Nixon si è dimesso (senza dire che i giornalisti e i giudici erano comunisti e faziosi come accade qui).
Amiamo tanto definirici una democrazia liberale.
Ma la democrazia e la libertà passano anche attraverso la libertà di stampa.
In Italia siamo liberali a parole.
Diventiamolo anche nei fatti.
MARCO TRAVAGLIO, in un suo libro "La scomparsa dei fatti", fa notare come nei tg nazionali vengano manipolate se non omesse delle notizie che potrebbero causare un certo imbarazzo a chie sta al potere (questa volta senza distinzione di bandiere, la falsa informazione purtoppo è bipartisan).
Da queste parti se qualcuno fa un'inchiesta in cui denuncia la corruzione di un politico viene querelato, mentre il politico continua a fare quello che stava facendo prima (nel migliore dei casi rubare).
I nostri giornalisti sono <
Spesso capita che abbiamo giornalisti comnunista-fascisti, solo perchè hanno magari denunciato sia a destra che a sinistra.
Esempi.
MARCO TRAVAGLIO scrive in un libro che Berlusconi è sotto processo per una quantità di accuse e da nessuna è stato ancora assolto. Conclusione: Travaglio è comunista.
GIAMPAOLO PANSA scrive un libro in cui sostiene che durante gli anni della Resistenza il PCI si macchiò di crimini e di repressioni pari a quelle fasciste (il libro in questione era il "Sangue dei vinti" se non erro) e improvvisamente Pansa, da editorialista dell'Espresso e intellettuale di sinistra diventa fascista e berlusconiano. Oppure, viene denunciato dai giornali il rapporto tra alcuni esponenti dei Ds e la scalata aUnipol? Tutta stampa fascista.
Sembra che da queste parti sia categorimente vietato dire la verità. Mi vengono alla mente alcuni esempi di notizie date dai giornali (in altre parti del mondo) e in cui i giornalisti sono stati definiti eroi e non querelati come diffamatori (del resto se la notizia è vera non vedo cosa ci sia di diffamatorio, visto che la diffamazione si fa sulle notizie false....) .
STATI UNITI.
Il Washington Post denuncia il fatto che George W. Bush ha mentito al Congresso visto che non esiste nessuna relazione tra Al Quaeda e il regime di Saddam Hussein (e quindi le prove addotte da Bush sono palesamente false). Bush non si sogna nemmeno di dare del "comunista" al giornalista oppure dell'amico dei terroristi.
Negli anni Settanta due giornalisti denunciarono il presidente Richard Nixon per lo scandalo Watergate. Gli esponenti del Partito Democratico (quello vero) venivano spiati attraverso delle microspie piazzate dalla Cia...
Visto che era vero Nixon si è dimesso (senza dire che i giornalisti e i giudici erano comunisti e faziosi come accade qui).
Amiamo tanto definirici una democrazia liberale.
Ma la democrazia e la libertà passano anche attraverso la libertà di stampa.
In Italia siamo liberali a parole.
Diventiamolo anche nei fatti.
La Costituzione di un sistema solido (la democrazia...alla fine)
Anche ieri, in Parlamento, il governo in carica ha rischiato di cadere sulla votazione del pacchetto sicurezza. Mi sono già espresso su questo argomento, e quindi non lo riprenderò.
Mi voglio soffermare però su altro aspetto.
Come al solito, dopo la complicata votazione "Cassandra Silvio" ha ricominciato con la solita solfa del governo in crisi, della spallata e della necessità di elezioni anticipate.
A quanto pare in Italia è imnpossibile governare, sia a destra che a sinistra.
Quando la maggioranza è di destra è la sinistra a chiedere elezioni anticipate ogni tre giorni, quando al governo è la sinistra allora è la destra.
Il problema non è la contestazione del proprio avversario politico (di per sè normale in una democrazia o sedicente tale) quanto alla mancanza di argomenti di queste contestazioni.
In Italia ci si limita, nei dibattiti televisivi, come nella aule del Parlamento, a darsi del "fascista" e del "comunista", a seconda di chi si vuole contestare senza nessuna altra argomentazione.
Il "comunismo" inteso come veniva inteso durante gli anni dell'Unione Sovietica è morto con la caduta del muro di Berlino, il "fascismo" è morto ancora prima.
Va ridisegnato il modo di fare politica in questo paese e non basta cambiare il nome dei partiti.
Dobbiamo ripensare, tutti coloro che si occupano di politica, cosa intendiamo con il termine "democrazia". Dobbiamo capire (a destra come a sinistra) che una maggioranza è una maggioranza anche con un solo voto in più.
Dobbiamo, insomma, diventare un paese maturo, capace di contestare e di votare tenendo sempre presente il bene del paese (e non quello delle singole classi sociali), e fare politica e contestazione senza scadere nel ridicolo e nel retorico.
Dobbiamo imparare a contestare con "cognizione di causa", pensando con le nostre teste e non con quella del direttivo del partito, allora potremo dire di essere una vera democrazia.
Fino a che non capiremo questi piccoli passaggi resteremo una "democrazia incompiuta", bloccata in un sistema rovinoso per il Paese e per tutti coloro che ci vivono.
Mi voglio soffermare però su altro aspetto.
Come al solito, dopo la complicata votazione "Cassandra Silvio" ha ricominciato con la solita solfa del governo in crisi, della spallata e della necessità di elezioni anticipate.
A quanto pare in Italia è imnpossibile governare, sia a destra che a sinistra.
Quando la maggioranza è di destra è la sinistra a chiedere elezioni anticipate ogni tre giorni, quando al governo è la sinistra allora è la destra.
Il problema non è la contestazione del proprio avversario politico (di per sè normale in una democrazia o sedicente tale) quanto alla mancanza di argomenti di queste contestazioni.
In Italia ci si limita, nei dibattiti televisivi, come nella aule del Parlamento, a darsi del "fascista" e del "comunista", a seconda di chi si vuole contestare senza nessuna altra argomentazione.
Il "comunismo" inteso come veniva inteso durante gli anni dell'Unione Sovietica è morto con la caduta del muro di Berlino, il "fascismo" è morto ancora prima.
Va ridisegnato il modo di fare politica in questo paese e non basta cambiare il nome dei partiti.
Dobbiamo ripensare, tutti coloro che si occupano di politica, cosa intendiamo con il termine "democrazia". Dobbiamo capire (a destra come a sinistra) che una maggioranza è una maggioranza anche con un solo voto in più.
Dobbiamo, insomma, diventare un paese maturo, capace di contestare e di votare tenendo sempre presente il bene del paese (e non quello delle singole classi sociali), e fare politica e contestazione senza scadere nel ridicolo e nel retorico.
Dobbiamo imparare a contestare con "cognizione di causa", pensando con le nostre teste e non con quella del direttivo del partito, allora potremo dire di essere una vera democrazia.
Fino a che non capiremo questi piccoli passaggi resteremo una "democrazia incompiuta", bloccata in un sistema rovinoso per il Paese e per tutti coloro che ci vivono.
venerdì 30 novembre 2007
Nazione e identità nazionale
In Italia c'è uno strano fenomeno.
La "vergogna" di essere italiani.
A sentir parlare tanta gente (troppa, a dire il vero) si sente sempre più spesso dire che "in questo Paese" si vive male, in "questo Paese" sono tutti ladri.
La sindrome da "questo paese", ci porta a vergognarci di quello che siamo, come se dire la parola Italia fosse vietato dalla Costituzione oppure sia una grave bestemmia.
La sindrome ha contagiato anche i nostri politici che ogni volta che fanno una dichiarazione parlano di "questo Paese" e mai di "Italia".
In sè la cosa non sarebbe grave, ma se unito all'assoluta mancanza di unità nazionale acquista un peso rilevante.
Siamo in un paese diviso, disunito, in cui ognuno coltiva il proprio piccolo orto, e pur di farlo sarebbe disposto a qualunque cosa.
Un episodio illuminante di questa nostra tendenza (unica nel suo genere) è stato il voto del rifinanziamento della missione in Afghanistan (sempre là si torna..., dove, FI, hs votato contro visto che la legge era stata proposta dagli avversari politici (l'Ulivo e Prodi)
L'episodio, ancora un volta, non avrebbe niente di grave, senonchè, l'opposizione di questo paese (e vale sia per quella di destra che per quella di sinistra) sarebbe anche disposta a lasciar morire i propri soldati pur di fare cadere il governo.
Noi italiani siamo un popolo strano: unito nel lutto dei soldati morti e quando si vincono i Mondiali di calcio e disuniti per tutto il resto.
Siamo affetti da una specie di "provincialismo atavico" che ci impedisce di ragionare come nazione.
In qualunque altro paese uno come Bossi che sostiene che con il tricolore "ci si pulisce il culo" sarebbe stato come minimo denunciato per vilipendio alla bandiera, ma qui gli è stato solo dato uno scappellotto ed un multa.
Come se una multa lo facesse diventare di colpo nazionalista.
Dopo l'unità d'Italia nel 1861 (dieci anni prima della presa di Roma) Massimo d'Azeglio disse "fatta l'Italia, ora serve fare gli italiani".
Centoquarantasei anni dopo queste parole siamo ancora alla ricerca della nostra identità nazionale.
Il rischio , però, è che se non ci diamo una mossa molto presto ci troveremo in balia di altre etnie molto più nazionaliste ed unite di noi.
E' un rischio che possiamo correre solo per avere qualche voto in Parlamento?
La "vergogna" di essere italiani.
A sentir parlare tanta gente (troppa, a dire il vero) si sente sempre più spesso dire che "in questo Paese" si vive male, in "questo Paese" sono tutti ladri.
La sindrome da "questo paese", ci porta a vergognarci di quello che siamo, come se dire la parola Italia fosse vietato dalla Costituzione oppure sia una grave bestemmia.
La sindrome ha contagiato anche i nostri politici che ogni volta che fanno una dichiarazione parlano di "questo Paese" e mai di "Italia".
In sè la cosa non sarebbe grave, ma se unito all'assoluta mancanza di unità nazionale acquista un peso rilevante.
Siamo in un paese diviso, disunito, in cui ognuno coltiva il proprio piccolo orto, e pur di farlo sarebbe disposto a qualunque cosa.
Un episodio illuminante di questa nostra tendenza (unica nel suo genere) è stato il voto del rifinanziamento della missione in Afghanistan (sempre là si torna..., dove, FI, hs votato contro visto che la legge era stata proposta dagli avversari politici (l'Ulivo e Prodi)
L'episodio, ancora un volta, non avrebbe niente di grave, senonchè, l'opposizione di questo paese (e vale sia per quella di destra che per quella di sinistra) sarebbe anche disposta a lasciar morire i propri soldati pur di fare cadere il governo.
Noi italiani siamo un popolo strano: unito nel lutto dei soldati morti e quando si vincono i Mondiali di calcio e disuniti per tutto il resto.
Siamo affetti da una specie di "provincialismo atavico" che ci impedisce di ragionare come nazione.
In qualunque altro paese uno come Bossi che sostiene che con il tricolore "ci si pulisce il culo" sarebbe stato come minimo denunciato per vilipendio alla bandiera, ma qui gli è stato solo dato uno scappellotto ed un multa.
Come se una multa lo facesse diventare di colpo nazionalista.
Dopo l'unità d'Italia nel 1861 (dieci anni prima della presa di Roma) Massimo d'Azeglio disse "fatta l'Italia, ora serve fare gli italiani".
Centoquarantasei anni dopo queste parole siamo ancora alla ricerca della nostra identità nazionale.
Il rischio , però, è che se non ci diamo una mossa molto presto ci troveremo in balia di altre etnie molto più nazionaliste ed unite di noi.
E' un rischio che possiamo correre solo per avere qualche voto in Parlamento?
mercoledì 28 novembre 2007
L'ipocrisia afghana
Un altro nostro militare morto in terra afghana a seguito di un attentato kamikaze.
Mandanti: i taliban. Sempre loro.
Messaggio: l'Italia è in guerra.
Prima di tutto esprimo il mio dolore per la perdita alla famiglia di Daniele (anche se non leggeranno mai questo blog...).
Sono sempre stato convinto (e la convinzione è dura a morire) che chi parte per queste missioni "di pace", oltre che per guadagnare qualche euro in più (nessuna polemica solo la realtà dei fatti), lo faccia anche per una sorta di vocazione missionaria e lo apprezzo.
"Ragazzi coraggiosi" che credono sincermente in quello che fanno.
Portare un messaggio di pace dove c'è la guerra. Attraverso, anche, la ricostruzione di strade, ponti, case distrutte da bombe intelligenti.
Daniele è stato ucciso mentre prendeva parte alla ricostruzione di un ponte (distrutto durante la guerra con l'URSS negli anni Ottanta) e con lui sono morti nove bambini afghani.
Dopo che i tg hanno diffuso la notizia sono iniziate le "danse macabre" del cordoglio e della polemica tra politici.
"I nostri ragazzi", dicono dalla destra.
"I nostri soldati", li chiamano a sinistra.
Nostri.
Nostri.
Lacrime di coccodrillo.
Lacrime ipocrite di chi, consapevolmente, manda i nostri soldati a portare la pace in zone di guerre che non ci appartengono.
In Italia c'è chi chiede il ritiro immediato delle truppe, in nome di un pacifismo che non è nemmeno capace di spiegare. E c'è chi sostiene (ancora) che quelle non sono zone di guerra, sono pacificate.
Non voglio riaprire la vecchia polemica chiedendomi (vi) se la guerra serva ad esportare la pace o solamente a creare altre guerre e altri nemici, ma vorrei sollevare un'altra questione, forse ancora più grave.
I soldati italiani sono inviati in quelle zone completamente allo sbaraglio.
Mentre gli americani sono armati di tutto punto (non nascondono al'opinione pubblica che quella è guerra come facciamo noi).
L'articolo 11 della nostra Costituzione recita:
"l'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo".
Tradotto significa che l'Italia può prendere parte a delle missioni di pace quando queste missionni sono sotto l'egida di organizzazioni che mirano a portare la pace (l'ONU, ad esempio). Ma dato che in Afghanistan queste forze non ci sono allora si deve trovare un inganno, un modo subdolo per prendere parte al tavolo delle trattative dei vincitori e poco importa se di mezzo ci vanno i nostri soldati.
I nostri soldati non sono autorizzati a sparare per primi in caso di evidente pericolo.
Tradotto: possono sparare ad un terrorista dopo che questi si è fatto esplodere e ha fatto almeno sette morti.
Ora una persona dotata di cervello chiederebbe: a cosa serve sparare a qualcuno dopo che si è fatto esplodere e ha fatto quello che doveva fare?
Dicono, nel governo, che il ritiro al momento non è possibile perchè l'Afghanistan non è pacificato (quindi, a rigore di logica, saremmo in guerra!).
Allora che le cose vengano fatte come si deve.
Basta ipocrisie.
Ammettiamo davanti al popolo che quella afghana non è un'operazione di pace ma di guerra e comportiamoci di conseguenza.
Tuteliamo al meglio i nostri soldati.
Permettiamo loro di "prevenire" gli attacchi e non di "curare" i feriti dopo che sono stati fatti attentati.
A meno che, non è stato tutto studiato a tavolino.
A meno che, come diceva Cavour in occasione della guerra di Sebastopoli, non abbiamo bisogno di "qualche centinaio di morti per sedere al tavolo dei vincitori".
Mandanti: i taliban. Sempre loro.
Messaggio: l'Italia è in guerra.
Prima di tutto esprimo il mio dolore per la perdita alla famiglia di Daniele (anche se non leggeranno mai questo blog...).
Sono sempre stato convinto (e la convinzione è dura a morire) che chi parte per queste missioni "di pace", oltre che per guadagnare qualche euro in più (nessuna polemica solo la realtà dei fatti), lo faccia anche per una sorta di vocazione missionaria e lo apprezzo.
"Ragazzi coraggiosi" che credono sincermente in quello che fanno.
Portare un messaggio di pace dove c'è la guerra. Attraverso, anche, la ricostruzione di strade, ponti, case distrutte da bombe intelligenti.
Daniele è stato ucciso mentre prendeva parte alla ricostruzione di un ponte (distrutto durante la guerra con l'URSS negli anni Ottanta) e con lui sono morti nove bambini afghani.
Dopo che i tg hanno diffuso la notizia sono iniziate le "danse macabre" del cordoglio e della polemica tra politici.
"I nostri ragazzi", dicono dalla destra.
"I nostri soldati", li chiamano a sinistra.
Nostri.
Nostri.
Lacrime di coccodrillo.
Lacrime ipocrite di chi, consapevolmente, manda i nostri soldati a portare la pace in zone di guerre che non ci appartengono.
In Italia c'è chi chiede il ritiro immediato delle truppe, in nome di un pacifismo che non è nemmeno capace di spiegare. E c'è chi sostiene (ancora) che quelle non sono zone di guerra, sono pacificate.
Non voglio riaprire la vecchia polemica chiedendomi (vi) se la guerra serva ad esportare la pace o solamente a creare altre guerre e altri nemici, ma vorrei sollevare un'altra questione, forse ancora più grave.
I soldati italiani sono inviati in quelle zone completamente allo sbaraglio.
Mentre gli americani sono armati di tutto punto (non nascondono al'opinione pubblica che quella è guerra come facciamo noi).
L'articolo 11 della nostra Costituzione recita:
"l'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo".
Tradotto significa che l'Italia può prendere parte a delle missioni di pace quando queste missionni sono sotto l'egida di organizzazioni che mirano a portare la pace (l'ONU, ad esempio). Ma dato che in Afghanistan queste forze non ci sono allora si deve trovare un inganno, un modo subdolo per prendere parte al tavolo delle trattative dei vincitori e poco importa se di mezzo ci vanno i nostri soldati.
I nostri soldati non sono autorizzati a sparare per primi in caso di evidente pericolo.
Tradotto: possono sparare ad un terrorista dopo che questi si è fatto esplodere e ha fatto almeno sette morti.
Ora una persona dotata di cervello chiederebbe: a cosa serve sparare a qualcuno dopo che si è fatto esplodere e ha fatto quello che doveva fare?
Dicono, nel governo, che il ritiro al momento non è possibile perchè l'Afghanistan non è pacificato (quindi, a rigore di logica, saremmo in guerra!).
Allora che le cose vengano fatte come si deve.
Basta ipocrisie.
Ammettiamo davanti al popolo che quella afghana non è un'operazione di pace ma di guerra e comportiamoci di conseguenza.
Tuteliamo al meglio i nostri soldati.
Permettiamo loro di "prevenire" gli attacchi e non di "curare" i feriti dopo che sono stati fatti attentati.
A meno che, non è stato tutto studiato a tavolino.
A meno che, come diceva Cavour in occasione della guerra di Sebastopoli, non abbiamo bisogno di "qualche centinaio di morti per sedere al tavolo dei vincitori".
giovedì 22 novembre 2007
l'Italia e la sindrome da Twin Peaks....
Oggi scrivo per segnalare una cosa che mi ha particolarmente colpito in negativo....ovviamente.
In queste ultime settimane (mentre nel mondo sta scoppiando il putiferio e noi abbiamo un governo che vacilla sempre di più) gli argomenti che più si sono discussi nei cosiddetti programmi di approfondimento politico (in particolare Matrix su Canale 5 e Porta a Porta su Raiuno-condotti rispettivamente da Mentana e da Vespa) si è discusso del delitto di Garlasco e di quello di Perugia.
Per quanto si possa essere colpiti da questi episodi di violenza efferati che hanno colpito delle famiglie, non vedo cosa ci sia di rilevante nel parlarne in media almeno due volte a settimana.
Si potrebbe fare una discussione sulla commercializzazione e spettacolarizzazione del delitto e della morte (la domanda dei giornalisti ad ogni parente o amico della vittima "come si sente?" mi pare una delle domande più idiote create dalla storia della televisione), ma non è di questo che voglio discutere, non adesso.
Quello che colpisce è come questi delitti capitano a fagiolo ogni volta che il governo è in crisi oppure ci sono cose importanti da discutere.
Garlasco è stato "promosso agli onori della cronaca" mentre il governo rischiava di cadere sulla Finanziaria.
Perugia, esce in concomitanza con un'altra votazione della Camera sempre sulla finanziaria.
Verrebbe quasi da chiedersi se tra gli eventi ci sia (o ci possa essere) una qualche connessione.
Un tempo, negli anni Sessanta-Ottanta, si parlava delle "stragi di stato", quelle stragi che pilotate dal governo distoglievano l'opinione pubblica dalle condizioni difficili del Paese (tali sono state la strage alla stazione di Bologna, la bomba sull'Italicus e la Piazza Fontana). Oggi, vista la psicosi post 11 settembre una strage sarebbe troppo, quindi si punta sugli omicidi. Muore solo una persona e si monopolizza l'informazione per mesi e mesi.
Chi non ha visto, almeno una volta, il plastico di Bruno Vespa che ricostruisce la scena del crimine di Perugia con dei criminologi esperti? (Quando ci dice bene, perchè altrimenti ci sono interviste ai perugini che dicono di essere sconvolti da quanto successo - strano, hanno solo ucciso una ragazza a coltellate) oppure cercano di convincere che da quelle parti si vive bene.
Ci sono una serie di domande standard che il giornalista deve porre per attirare meglio l'attenzione sulla scena.
Appena appare un sospetto ci si fiondato tutte le Tv e cominciamo le domande idiote.
"Come si sente?" se si incontrano i genitori della vittima. Cosa vogliono che venga risposto? "bene, fuori c'è il sole e hanno scannato mia figlia".
Ai vicini di casa. "che tipo era?" era uno che girava con un fucile a pompa sparando ai passanti.
Poi si inizia a fare congetture su tutto per trovare l'assassino: la suola delle scarpe, i peli trovati nella stanza, le macchie di sangue che non si trovano e il movente che si trova ancora meno della macchie, e così via dicendo.
Forse sono solo congetture di uno che soffre della sindrome del complotto, ma come diceva Giulio Andreotti (che di potere pare se ne intenda...) "in questo paese a pensare male non si sbaglia mai".
In queste ultime settimane (mentre nel mondo sta scoppiando il putiferio e noi abbiamo un governo che vacilla sempre di più) gli argomenti che più si sono discussi nei cosiddetti programmi di approfondimento politico (in particolare Matrix su Canale 5 e Porta a Porta su Raiuno-condotti rispettivamente da Mentana e da Vespa) si è discusso del delitto di Garlasco e di quello di Perugia.
Per quanto si possa essere colpiti da questi episodi di violenza efferati che hanno colpito delle famiglie, non vedo cosa ci sia di rilevante nel parlarne in media almeno due volte a settimana.
Si potrebbe fare una discussione sulla commercializzazione e spettacolarizzazione del delitto e della morte (la domanda dei giornalisti ad ogni parente o amico della vittima "come si sente?" mi pare una delle domande più idiote create dalla storia della televisione), ma non è di questo che voglio discutere, non adesso.
Quello che colpisce è come questi delitti capitano a fagiolo ogni volta che il governo è in crisi oppure ci sono cose importanti da discutere.
Garlasco è stato "promosso agli onori della cronaca" mentre il governo rischiava di cadere sulla Finanziaria.
Perugia, esce in concomitanza con un'altra votazione della Camera sempre sulla finanziaria.
Verrebbe quasi da chiedersi se tra gli eventi ci sia (o ci possa essere) una qualche connessione.
Un tempo, negli anni Sessanta-Ottanta, si parlava delle "stragi di stato", quelle stragi che pilotate dal governo distoglievano l'opinione pubblica dalle condizioni difficili del Paese (tali sono state la strage alla stazione di Bologna, la bomba sull'Italicus e la Piazza Fontana). Oggi, vista la psicosi post 11 settembre una strage sarebbe troppo, quindi si punta sugli omicidi. Muore solo una persona e si monopolizza l'informazione per mesi e mesi.
Chi non ha visto, almeno una volta, il plastico di Bruno Vespa che ricostruisce la scena del crimine di Perugia con dei criminologi esperti? (Quando ci dice bene, perchè altrimenti ci sono interviste ai perugini che dicono di essere sconvolti da quanto successo - strano, hanno solo ucciso una ragazza a coltellate) oppure cercano di convincere che da quelle parti si vive bene.
Ci sono una serie di domande standard che il giornalista deve porre per attirare meglio l'attenzione sulla scena.
Appena appare un sospetto ci si fiondato tutte le Tv e cominciamo le domande idiote.
"Come si sente?" se si incontrano i genitori della vittima. Cosa vogliono che venga risposto? "bene, fuori c'è il sole e hanno scannato mia figlia".
Ai vicini di casa. "che tipo era?" era uno che girava con un fucile a pompa sparando ai passanti.
Poi si inizia a fare congetture su tutto per trovare l'assassino: la suola delle scarpe, i peli trovati nella stanza, le macchie di sangue che non si trovano e il movente che si trova ancora meno della macchie, e così via dicendo.
Forse sono solo congetture di uno che soffre della sindrome del complotto, ma come diceva Giulio Andreotti (che di potere pare se ne intenda...) "in questo paese a pensare male non si sbaglia mai".
venerdì 16 novembre 2007
Come trasformare in caso un fatto ordinario di cronaca nera (il tifo violento e la strumentalizzazione politica...)
Il fatto di cronaca nera avvenuto domenica mattina in una stazione di servizio ad Arezzo, dove è stato ucciso Gabriele Sandri da un colpo di pistola è stato trasformato (con una mossa indubbiamente geniale) in un caso politico di cui tutte le televisioni parlano a rotta di collo "occultando" quello di grave che accade nel mondo (le concetrazioni di truppe turche al confine con l'Afghanistan, la guerra civile tra Hamas ed Al Fatah che sta scoppiando in Palestina, il governo italiano sull'orlo della caduta ogni volta che si deve votare qualcosa).
Partiamo dal principio.
Stazione dell'autogrill di Arezzo. Un ragazzo, Gabriele Sandri, viene ucciso mentre sta andando allo stadio a vedere Lazio Inter. Ucciso con un colpo di pistola sparato (a quanto pare) a sangue freddo da un poliziotto della stradale che ha avuto un attimo di pazzia.
Un fatto di cronaca nera, come ce ne possono essere tanti in Italia.
Ma:
per circa tre ore il Ministero degli Interni non comunica la notizia. Non si capisce bene se sia morto un poliziotto, se un tifoso ha sparato ad un altro tifoso durante una rissa, se sono state due tifoserie a scatenare una rissa e quindi la polizia è dovuta intervenire ed è partito un colpo accidentale.
Poi si decide di sospendere le partite e si scatena la follia omicida degli ultrà....
Si torna a parlare di tifo violento, di misure contro gli ultrà, di repressione dei violenti e di gioventù bruciata.
Per quanto si possa essere solidali con la famiglia del ragazzo ucciso bisogna fare alcune piccole puntualizzazioni.
1) Il fattaccio è avvenuto in una stazione di servizio, lontano dallo stadio, quindi apparentemente non esistono legami con la violenza negli stadi.
2) Il poliziotto che ha sparato ha cambiato versione talmente tante volte da apparire quasi ridicolo. Prima ha sostenuto di aver sparato in aria, poi (visto che i proiettili sparati in aria non si abbassano e trapassano i vetri delle macchine) ha detto che gli è partito un colpo accidentale.
Alla fine viene fuori che si è trattato di un gesto di follia inconsulto, ha preso la pistola, ha mirato ed ha sparato.
3) Le partite vengono interrotte per "motivi di ordine pubblico" che nessuno con un minimo di cervello riesce a capire quali siano.
4)Fuori dagli stadi ci sono violenti scontri tra tifosi (per la prima volta tutti coalizzati senza distinzioni di bandiere e colori) e polizia. Vengono devastate caserme della polizia e viene colpevolizzato l'intero sistema degli stadi e del governo.
La morte inutile di Gabriele (non si può morire in una stazione di servizio per una partita di calcio) deve essere "vendicata". Si tratta di omicidio e chi lo ha commesso (indipendentemente dalle motivazioni che lo hanno spinto) deve pagare.
D'altra parte, però non possiamo colpevolizzare un sistema che non funziona solo quando ci scappa il morto (era successo con Racidi a Messina e succede oggi con Gabriele).
Si parla sempre di modello inglese....ma cosa significa modello inglese?
Non è con la repressione che si risolve il problema della violenza, non è con le gabbie che si isolano i tifosi e non è vietando le trasferte che possiamo evitare gli scontri nelle partite cosidette a rischio.
Il problema del tifo violento va risolto, ma nella maniera giusta.
Io non pretendo di avere la ricetta perfetta per la risoluzione dei problemi, ma chiedo a chi di dovere di prendere provvedimenti prima che lo stadio diventi non più un luogo in cui passare la domenica dopo una settimana di lavoro, ma un nuovo centro dove un gruppo di esaltati (minoritario, va detto) sfoghi i propri istinti animali.
Partiamo da una cosa semplice: vietare i cori razzisti. Vietare simboli che inneggiano alla politica (di destra come di sinistra), e fare in modo che i violenti vengano isolati nel senso che passano le domeniche a casa loro e non allo stadio in delle gabbie per animali dove possono sfogare la loro rabbia.
Forse in questo modo cominceremo a vedere la soluzione al problema.
Forse in questo modo non ci saranno altro morti inutili per una partita di calcio.
Partiamo dal principio.
Stazione dell'autogrill di Arezzo. Un ragazzo, Gabriele Sandri, viene ucciso mentre sta andando allo stadio a vedere Lazio Inter. Ucciso con un colpo di pistola sparato (a quanto pare) a sangue freddo da un poliziotto della stradale che ha avuto un attimo di pazzia.
Un fatto di cronaca nera, come ce ne possono essere tanti in Italia.
Ma:
per circa tre ore il Ministero degli Interni non comunica la notizia. Non si capisce bene se sia morto un poliziotto, se un tifoso ha sparato ad un altro tifoso durante una rissa, se sono state due tifoserie a scatenare una rissa e quindi la polizia è dovuta intervenire ed è partito un colpo accidentale.
Poi si decide di sospendere le partite e si scatena la follia omicida degli ultrà....
Si torna a parlare di tifo violento, di misure contro gli ultrà, di repressione dei violenti e di gioventù bruciata.
Per quanto si possa essere solidali con la famiglia del ragazzo ucciso bisogna fare alcune piccole puntualizzazioni.
1) Il fattaccio è avvenuto in una stazione di servizio, lontano dallo stadio, quindi apparentemente non esistono legami con la violenza negli stadi.
2) Il poliziotto che ha sparato ha cambiato versione talmente tante volte da apparire quasi ridicolo. Prima ha sostenuto di aver sparato in aria, poi (visto che i proiettili sparati in aria non si abbassano e trapassano i vetri delle macchine) ha detto che gli è partito un colpo accidentale.
Alla fine viene fuori che si è trattato di un gesto di follia inconsulto, ha preso la pistola, ha mirato ed ha sparato.
3) Le partite vengono interrotte per "motivi di ordine pubblico" che nessuno con un minimo di cervello riesce a capire quali siano.
4)Fuori dagli stadi ci sono violenti scontri tra tifosi (per la prima volta tutti coalizzati senza distinzioni di bandiere e colori) e polizia. Vengono devastate caserme della polizia e viene colpevolizzato l'intero sistema degli stadi e del governo.
La morte inutile di Gabriele (non si può morire in una stazione di servizio per una partita di calcio) deve essere "vendicata". Si tratta di omicidio e chi lo ha commesso (indipendentemente dalle motivazioni che lo hanno spinto) deve pagare.
D'altra parte, però non possiamo colpevolizzare un sistema che non funziona solo quando ci scappa il morto (era successo con Racidi a Messina e succede oggi con Gabriele).
Si parla sempre di modello inglese....ma cosa significa modello inglese?
Non è con la repressione che si risolve il problema della violenza, non è con le gabbie che si isolano i tifosi e non è vietando le trasferte che possiamo evitare gli scontri nelle partite cosidette a rischio.
Il problema del tifo violento va risolto, ma nella maniera giusta.
Io non pretendo di avere la ricetta perfetta per la risoluzione dei problemi, ma chiedo a chi di dovere di prendere provvedimenti prima che lo stadio diventi non più un luogo in cui passare la domenica dopo una settimana di lavoro, ma un nuovo centro dove un gruppo di esaltati (minoritario, va detto) sfoghi i propri istinti animali.
Partiamo da una cosa semplice: vietare i cori razzisti. Vietare simboli che inneggiano alla politica (di destra come di sinistra), e fare in modo che i violenti vengano isolati nel senso che passano le domeniche a casa loro e non allo stadio in delle gabbie per animali dove possono sfogare la loro rabbia.
Forse in questo modo cominceremo a vedere la soluzione al problema.
Forse in questo modo non ci saranno altro morti inutili per una partita di calcio.
venerdì 9 novembre 2007
Alienazione
Esistono dei lavori che sono stati creati appositamente per creare alienazione nell'individuo....Lavori che sono interamente basati sull'idea di sfruttamento della forza lavoro e delle necessità dei singoli individui.
Pubblicità ingannevoli che attirano persone a cui serve un posto....
"Prestige Immobiliare, leader nel settore offre possibilità per agenti immobiliare. Fisso 850 euro più provvigioni".
Chiami e vieni convocato per un colloquio immediato. Il giorno dopo, per forza poichè chi ti deve tenere il colloquio ha degli impegni a cui non può mancare....
Vai al colloquio e vieni assunto, ti dicono che credono in te, che hai possibilità e che lì tutti hanno fatto soldi, sono diventati ricchi e hanno messo su famiglia.
Tu ci credi...del resto non hai lavoro e poi quel fisso di 850 euro.....
Inizi a lavorare in prova (devono vedere quanto sei bravo, dicono. La selezione immagini che sia una specie di ne resterà soltanto uno).
Dopo una settimana ti danno la spilla: "complimenti! Adesso inizi a lavorare da solo!".
Il lavoro è degradante, quasi umiliante.
Citofonare alle case della gente, vestito come un pinguino quando fuori ci sono cinquanta gradi all'ombra.
Dicono che devi produrre, che devi essere il migliore, che solo fare soldi ti rende bello il lavoro, che solo il prodotto finale è quello che conta....
Alienazione.
Cerchi di trovare bello quel lavoro, ci provi in tutti i modi a cercare dei lati positivi, ma tu sei laureato....non puoi suonare porta a porta, prendere quei sette otto vaffanculo al giorno per avere qualche soldo in più...però ne vale la pena, del resto se non vendo ci sono gli 850 euro al mese.
Con i tuoi colleghi non sai di cosa parlare: tranne qualche rara eccezione il massimo dei discorsi sono sugli incarichi e sul lavoro.....
Alienante, pensi dentro di te.
Rimpiangi chi lavora in banca e ha una scrivania, una pausa pranzo e può togliersi la giacca perchè il caldo ti uccide.
Poi scopri che non è vero niente. Quegli 850 euro al mese non ci sono. Vengono dati solo nel caso prendi 4 incarichi al mese.
Crolla tutto. Speranze, desiderio di una casa, desiderio di costruire una famiglia.
Tutto. Vuoi andare via, scappare da questo paese dove non trovi nessun lavoro, dove un posto fisso e solo un'utopia per pochi che sono nella casta.
I tuoi sogni si spezzano, muoiono, entri in crisi.
Ti rendi conto che la tua vita è sempre e solo uguale a sè stessa, non cambia niente, anche se lavori dentro sei come morto.
Non riesci più a leggere, a studiare, esci la mattina alle sette e torni la sera alle nove, stanco e cercando qualcosa di divertente da raccontare per quella giornata trascorsa inutile come tante altre.
Ne parli con il tuo capo. Quello che dicono, vende più di tutti.
Non dici che ti senti alienato, frustrato, che non era esattamente quello che ti aspettavi dalla vita.
Dici solo che quel lavoro non fa per te, hai bisogno di un fisso, una garanzia che tu possa vivere.
Lui in risposta ti chiama un tuo collega e chiede quanto ha fatturato quel mese, lui diligentemente risponde, tremila euro, niente male per un ragazzo di ventuno anni. Chiama un suo amico a Napoli e chiede la stessa cosa. Altra risposta migliaia di migliaia di euro.
Guadagnati togliendo soldi a chi deve comprare casa.
Quel tipo di lavoro stride con la tua coscienza, non sai prendere in giro il prossimo, odi le agenzie immobiliare per i soldi che fottono a tutti i morti di fame.
Tu lo fai per necessità...hai bisogno di soldi, ma i soldi non ci sono, a meno che....quei famosi quattro incarichi al mese. Che ci vuole?
Poi qualcosa cambia...un giorno prima della firma ti guardi allo specchio mentre fai il nodo alla cravatta e pensi che non va bene.
Non sei più tu. Sei alienato dal lavoro, hai anche smesso di scrivere e tradurre.
Io voglio altro dalla vita. Voglio vivere.
Cerchi un altro lavoro e lo trovi. Poco pagato, part time ma un lavoro, che insegna qualcosa, che ti lascia il tempo per vivere, uscire, passeggiare.
Ogni volta passo davanti all'agenzia immobiliare e penso alla loro giornata: uguale e fine a sè stessa.
Pensi alla tua di vita, tornata come prima, i tuoi tempi i tuoi spazi senza alienazione.
Amen
Ps: il nome dell'agenzia è inventato, con qualcuno di quelli che ci lavorano ho anche legato, anche se li sento poco, non sapendo cosa dire loro.....
Pubblicità ingannevoli che attirano persone a cui serve un posto....
"Prestige Immobiliare, leader nel settore offre possibilità per agenti immobiliare. Fisso 850 euro più provvigioni".
Chiami e vieni convocato per un colloquio immediato. Il giorno dopo, per forza poichè chi ti deve tenere il colloquio ha degli impegni a cui non può mancare....
Vai al colloquio e vieni assunto, ti dicono che credono in te, che hai possibilità e che lì tutti hanno fatto soldi, sono diventati ricchi e hanno messo su famiglia.
Tu ci credi...del resto non hai lavoro e poi quel fisso di 850 euro.....
Inizi a lavorare in prova (devono vedere quanto sei bravo, dicono. La selezione immagini che sia una specie di ne resterà soltanto uno).
Dopo una settimana ti danno la spilla: "complimenti! Adesso inizi a lavorare da solo!".
Il lavoro è degradante, quasi umiliante.
Citofonare alle case della gente, vestito come un pinguino quando fuori ci sono cinquanta gradi all'ombra.
Dicono che devi produrre, che devi essere il migliore, che solo fare soldi ti rende bello il lavoro, che solo il prodotto finale è quello che conta....
Alienazione.
Cerchi di trovare bello quel lavoro, ci provi in tutti i modi a cercare dei lati positivi, ma tu sei laureato....non puoi suonare porta a porta, prendere quei sette otto vaffanculo al giorno per avere qualche soldo in più...però ne vale la pena, del resto se non vendo ci sono gli 850 euro al mese.
Con i tuoi colleghi non sai di cosa parlare: tranne qualche rara eccezione il massimo dei discorsi sono sugli incarichi e sul lavoro.....
Alienante, pensi dentro di te.
Rimpiangi chi lavora in banca e ha una scrivania, una pausa pranzo e può togliersi la giacca perchè il caldo ti uccide.
Poi scopri che non è vero niente. Quegli 850 euro al mese non ci sono. Vengono dati solo nel caso prendi 4 incarichi al mese.
Crolla tutto. Speranze, desiderio di una casa, desiderio di costruire una famiglia.
Tutto. Vuoi andare via, scappare da questo paese dove non trovi nessun lavoro, dove un posto fisso e solo un'utopia per pochi che sono nella casta.
I tuoi sogni si spezzano, muoiono, entri in crisi.
Ti rendi conto che la tua vita è sempre e solo uguale a sè stessa, non cambia niente, anche se lavori dentro sei come morto.
Non riesci più a leggere, a studiare, esci la mattina alle sette e torni la sera alle nove, stanco e cercando qualcosa di divertente da raccontare per quella giornata trascorsa inutile come tante altre.
Ne parli con il tuo capo. Quello che dicono, vende più di tutti.
Non dici che ti senti alienato, frustrato, che non era esattamente quello che ti aspettavi dalla vita.
Dici solo che quel lavoro non fa per te, hai bisogno di un fisso, una garanzia che tu possa vivere.
Lui in risposta ti chiama un tuo collega e chiede quanto ha fatturato quel mese, lui diligentemente risponde, tremila euro, niente male per un ragazzo di ventuno anni. Chiama un suo amico a Napoli e chiede la stessa cosa. Altra risposta migliaia di migliaia di euro.
Guadagnati togliendo soldi a chi deve comprare casa.
Quel tipo di lavoro stride con la tua coscienza, non sai prendere in giro il prossimo, odi le agenzie immobiliare per i soldi che fottono a tutti i morti di fame.
Tu lo fai per necessità...hai bisogno di soldi, ma i soldi non ci sono, a meno che....quei famosi quattro incarichi al mese. Che ci vuole?
Poi qualcosa cambia...un giorno prima della firma ti guardi allo specchio mentre fai il nodo alla cravatta e pensi che non va bene.
Non sei più tu. Sei alienato dal lavoro, hai anche smesso di scrivere e tradurre.
Io voglio altro dalla vita. Voglio vivere.
Cerchi un altro lavoro e lo trovi. Poco pagato, part time ma un lavoro, che insegna qualcosa, che ti lascia il tempo per vivere, uscire, passeggiare.
Ogni volta passo davanti all'agenzia immobiliare e penso alla loro giornata: uguale e fine a sè stessa.
Pensi alla tua di vita, tornata come prima, i tuoi tempi i tuoi spazi senza alienazione.
Amen
Ps: il nome dell'agenzia è inventato, con qualcuno di quelli che ci lavorano ho anche legato, anche se li sento poco, non sapendo cosa dire loro.....
martedì 6 novembre 2007
Immigrazione e identità nazionale....
Il dibattito che negli ultimi tre giorni sta tenendo banco su tutte le televisioni italiane e sulla maggior parte dei programmi riguarda l'immigrazione clandestina e la sicurerezza nelle strade.
Tutto è iniziato quando un rumeno (pregiudicato in Romania e condannato nel suo paese a quattro anni di carcere per rapina) ha violentato e poi ucciso una donna a Tor di Quinto (zona di Roma abbandonata a sè stessa nonostante sia al confine della Roma bene).
Il Parlamento si è reso conto che la delinquenza è un problema che riguarda soprattutto l'immigrazione e quindi ha deciso di varare un pacchetto sulla sicurezza in madornale ritardo rispetto al resto del mondo e di vararlo male.
Partiamo dal principio analizzando il problema dell'immigrazione clandestina nel nostro paese:
i crimini commessi da immigrati sono il 70% dei crimini commessi nel nostro paese e coloro che li commettono sono quasi tutti già stati condannati per crimini nei loro paesi. Nonostante esistano tanti immigrati in Italia integrati e che lavorano (e che si sentono italiani con i loro figli che studiano nelle scuole italiane...) ce ne sono tanti (forse troppi) che vengono nel nostro paese perchè pare che venga loro garantita l'impunità da qualunque crimine.
L'indulto (la brillante legge del "giurista" Mastella) ha liberato tutti quelli che eranno stati incarcerati per reati vari (e molti di quelli sono rientrati subito in carcere)....Ma il problema non è l'immigrazione clandestina o la sicurezza, il problema è il sistema Italia che non funziona. Il flusso regolatore dell'immigrazione che esiste in altri paesi qui non è contenplato e mancando controlli di qualunque genere su chi entra nel nostro paese permettiamo l'ingresso a criminali, terroristi, mafiosi dell'Est e qualunque altra cosa vi viene in mente legato alla delinquenza.
Cito solo qualche esempio di paese in cui l'immigrazione regolarizzata funziona come risorsa del paese e non come problema della sicurezza nazionale:
SPAGNA
In Spagna gli immigrati ci sono e, nonostante gli attentati terroristici che ci sono stati (fatti da fanatici che sono ovunque!) sono perfettamente integrati nella vita del paese.
FRANCIA
La Francia è uno dei pochi paesi europei ad avere una quantità di immigrati proveniente dalle vecchie colonie (vedi Tunisia e paesi africani in primis). Anche in Francia ci sono stati seri problemi con l'immigrazione, la rivolta delle banlieu è di poco tempo fa, ma nello stesso tempo ci sono tunisini, armeni, marocchini, senegalesi, che si considerano francesi e che hanno pari possibilità degli altri.
USA
Il paese degli immigrati per eccellenza. Gli Stati Uniti sono srtati interamente costruiti da immigrati italiani, irlandesi, inglesi e qualunque altra etnia vi viene in mente. Sono integrati nella vita culturale e politica del paese (Barak Obama si è addittura presentato alle primarie del Partito Democratico per la presidenza della Repubblica).
Tutti questi paesi hanno avuto e hanno flussi migratori enormi, ma non hanno avuto i problemi che noi italiani ci siamo trovati ad affrontare.
In cosa gli altri sono diversi?
La risposta secondo me è solo una: gli altri paesi si sentono una nazione ed accolgono le persone in base a questa consapevolezza.
Un immigrato che in Francia commette un crimine viene rimandato indietro al suo paese, poichè non ha rispettato la legge.
In Italia spesso gli immigrati sanno a malepena la Costituzione e l'inno (fa effetto vedere un francese senegalese cantare l'inno e dire io sono francese)....un rumeno, per citare solo una delle maggiori comunità in Italia, non ti dirà mai "sono italiano" ma sempre sono rumeno e vivo in Italia....
Ecco, questo è il nostro problema: i nostri immigrati sono solo ospiti, merce lavoro o criminali incalliti che non vedono l'ora di stuprare e violentare le nostre donne o insudiciare le nostre strade.
Quello che serve è applicare per la prima volta una politica seria e decisa nei confronti della criminalità legata all'immigrazione clandestina:
commetti un crimine? Ti fai 30 anni di carcere e poi vieni estradato nel tuo paese. Non solo; serve un controllo alle frontiere, un controllo che impedisca quelle orribili scene di gente che viene abbandonata in mezzo al mare da gommoni e navi di persone senza scrupoli che mirano solo al denaro.
In questo modo (con il controllo delle nostre frontiere) si può impedire di far entrare ogni sorta di criminale nel nostro paese.
E poi....forse un giorno riusciremo a diventare una nazione....perchè no, anche con gli immigrati....un giorno....quando "saremo riusciti a fare anche gli italiani".
Tutto è iniziato quando un rumeno (pregiudicato in Romania e condannato nel suo paese a quattro anni di carcere per rapina) ha violentato e poi ucciso una donna a Tor di Quinto (zona di Roma abbandonata a sè stessa nonostante sia al confine della Roma bene).
Il Parlamento si è reso conto che la delinquenza è un problema che riguarda soprattutto l'immigrazione e quindi ha deciso di varare un pacchetto sulla sicurezza in madornale ritardo rispetto al resto del mondo e di vararlo male.
Partiamo dal principio analizzando il problema dell'immigrazione clandestina nel nostro paese:
i crimini commessi da immigrati sono il 70% dei crimini commessi nel nostro paese e coloro che li commettono sono quasi tutti già stati condannati per crimini nei loro paesi. Nonostante esistano tanti immigrati in Italia integrati e che lavorano (e che si sentono italiani con i loro figli che studiano nelle scuole italiane...) ce ne sono tanti (forse troppi) che vengono nel nostro paese perchè pare che venga loro garantita l'impunità da qualunque crimine.
L'indulto (la brillante legge del "giurista" Mastella) ha liberato tutti quelli che eranno stati incarcerati per reati vari (e molti di quelli sono rientrati subito in carcere)....Ma il problema non è l'immigrazione clandestina o la sicurezza, il problema è il sistema Italia che non funziona. Il flusso regolatore dell'immigrazione che esiste in altri paesi qui non è contenplato e mancando controlli di qualunque genere su chi entra nel nostro paese permettiamo l'ingresso a criminali, terroristi, mafiosi dell'Est e qualunque altra cosa vi viene in mente legato alla delinquenza.
Cito solo qualche esempio di paese in cui l'immigrazione regolarizzata funziona come risorsa del paese e non come problema della sicurezza nazionale:
SPAGNA
In Spagna gli immigrati ci sono e, nonostante gli attentati terroristici che ci sono stati (fatti da fanatici che sono ovunque!) sono perfettamente integrati nella vita del paese.
FRANCIA
La Francia è uno dei pochi paesi europei ad avere una quantità di immigrati proveniente dalle vecchie colonie (vedi Tunisia e paesi africani in primis). Anche in Francia ci sono stati seri problemi con l'immigrazione, la rivolta delle banlieu è di poco tempo fa, ma nello stesso tempo ci sono tunisini, armeni, marocchini, senegalesi, che si considerano francesi e che hanno pari possibilità degli altri.
USA
Il paese degli immigrati per eccellenza. Gli Stati Uniti sono srtati interamente costruiti da immigrati italiani, irlandesi, inglesi e qualunque altra etnia vi viene in mente. Sono integrati nella vita culturale e politica del paese (Barak Obama si è addittura presentato alle primarie del Partito Democratico per la presidenza della Repubblica).
Tutti questi paesi hanno avuto e hanno flussi migratori enormi, ma non hanno avuto i problemi che noi italiani ci siamo trovati ad affrontare.
In cosa gli altri sono diversi?
La risposta secondo me è solo una: gli altri paesi si sentono una nazione ed accolgono le persone in base a questa consapevolezza.
Un immigrato che in Francia commette un crimine viene rimandato indietro al suo paese, poichè non ha rispettato la legge.
In Italia spesso gli immigrati sanno a malepena la Costituzione e l'inno (fa effetto vedere un francese senegalese cantare l'inno e dire io sono francese)....un rumeno, per citare solo una delle maggiori comunità in Italia, non ti dirà mai "sono italiano" ma sempre sono rumeno e vivo in Italia....
Ecco, questo è il nostro problema: i nostri immigrati sono solo ospiti, merce lavoro o criminali incalliti che non vedono l'ora di stuprare e violentare le nostre donne o insudiciare le nostre strade.
Quello che serve è applicare per la prima volta una politica seria e decisa nei confronti della criminalità legata all'immigrazione clandestina:
commetti un crimine? Ti fai 30 anni di carcere e poi vieni estradato nel tuo paese. Non solo; serve un controllo alle frontiere, un controllo che impedisca quelle orribili scene di gente che viene abbandonata in mezzo al mare da gommoni e navi di persone senza scrupoli che mirano solo al denaro.
In questo modo (con il controllo delle nostre frontiere) si può impedire di far entrare ogni sorta di criminale nel nostro paese.
E poi....forse un giorno riusciremo a diventare una nazione....perchè no, anche con gli immigrati....un giorno....quando "saremo riusciti a fare anche gli italiani".
martedì 23 ottobre 2007
qualche chiarimento sulla risposta.....
Volevo fare qualche piccola aggiunta a quello che avevo scritto ieri in risposta a mio "cugino"....
Parto da una constatazione di fondo che credo non vada sottovalutata: il Partito Democratico nasce e si propone (almeno in quelli che sono i suoi intenti e scopi politici) come nuova DC, grande coalizione di centro che dovrebbe inglobare dai ds (post-comunisti) e la Margherita (post democristiani) in un solo partito, coinvolgendo poi nelle varie legislature l'UDC, i mastelliani (che devono ancora ben capire da quale parte stare) e chiunque sia disponibile a questo ibrido di "grossa coalizione" alla tedesca.
Le intenzioni del PD, in principio, non erano del tutto malvagie (anche per questo prima di condannarlo ho aspettato qualche mese per rendermi conto cosa venisse fuori), ma alla fine si sono ridotte alla solita cosa fatta all'italiana (male)....Il cosidetto pd, che doveva fare uno svecchiamento della classe politica italiana (era uno dei punti del suo manifesto programmatico), non ha fatto nulla di tutto questo; anzi, nell'assemblea costituente la persona più giovane era un "ragazzino" di sessant'anni, che avrà tanta esperienza e seggezza (non lo metto in dubbio) ma come potrebbe capire le dinamiche del precariato che travolgono la maggior parte dei trentenni italiani?
Parliamo di Veltroni, leader indiscusso di questo partito e prossimo (dicono) Presidente del Consiglio.
Walter Veltroni è una persona che io reputo intelligente, interessante, capace di organizzare grossi eventi culturali....ma colpletamente incapace di essere un leader politico.
La sua voglia di mettere d'accordo il Vaticano con gli abortisti, la destra con la sinistra, e gli operai con la Confidustria, più che un vero programma politico sembra essere il progetto Utopia di Tommaso Moro. Io spero di non sbagliarmi, ma vedo questo progetto democratico una cosa senza capo nè coda che punta a dare le poltrone ai soliti noti, mentre noi, che ancora crediamo in qualcosa, ce la prenderemo di nuovo beatamente in quel posto.
Amen
Parto da una constatazione di fondo che credo non vada sottovalutata: il Partito Democratico nasce e si propone (almeno in quelli che sono i suoi intenti e scopi politici) come nuova DC, grande coalizione di centro che dovrebbe inglobare dai ds (post-comunisti) e la Margherita (post democristiani) in un solo partito, coinvolgendo poi nelle varie legislature l'UDC, i mastelliani (che devono ancora ben capire da quale parte stare) e chiunque sia disponibile a questo ibrido di "grossa coalizione" alla tedesca.
Le intenzioni del PD, in principio, non erano del tutto malvagie (anche per questo prima di condannarlo ho aspettato qualche mese per rendermi conto cosa venisse fuori), ma alla fine si sono ridotte alla solita cosa fatta all'italiana (male)....Il cosidetto pd, che doveva fare uno svecchiamento della classe politica italiana (era uno dei punti del suo manifesto programmatico), non ha fatto nulla di tutto questo; anzi, nell'assemblea costituente la persona più giovane era un "ragazzino" di sessant'anni, che avrà tanta esperienza e seggezza (non lo metto in dubbio) ma come potrebbe capire le dinamiche del precariato che travolgono la maggior parte dei trentenni italiani?
Parliamo di Veltroni, leader indiscusso di questo partito e prossimo (dicono) Presidente del Consiglio.
Walter Veltroni è una persona che io reputo intelligente, interessante, capace di organizzare grossi eventi culturali....ma colpletamente incapace di essere un leader politico.
La sua voglia di mettere d'accordo il Vaticano con gli abortisti, la destra con la sinistra, e gli operai con la Confidustria, più che un vero programma politico sembra essere il progetto Utopia di Tommaso Moro. Io spero di non sbagliarmi, ma vedo questo progetto democratico una cosa senza capo nè coda che punta a dare le poltrone ai soliti noti, mentre noi, che ancora crediamo in qualcosa, ce la prenderemo di nuovo beatamente in quel posto.
Amen
lunedì 22 ottobre 2007
Risposta....
Ciao cugino, parto dicendo che è stimolante sapere che qualcuno ogni tanto legge il mio blog e pensa...credo che lo abbia creato appositamente per questo....
Rispondo alle domande sul Partito Democratico (che devo ancora esattamente capire se classificare come di centro, di destra o di sinistra):
la prima constatazione è che le "primarie" sono state rivolte non solo ad un elettoraro principalmente di sinistra, ma ad un elettorato che possedeva la tessera della Margherita o dei Ds...quelli che tu chiami centri sociali, e quelli appartenenti alla cosidetta "sinistra estrema" non hanno votato, non perchè abbiano snobbato le primarie (le uniche in cui un elettore deve pagare per votare!) ma semplicemente perchè non sono stati presi in considerazione....Dopo questa prima considerazione, passiamo alla seconda, non meno preoccupante della prima: le primarie sono state una battaglia tra Veltroni ed il nulla, visto che per quello che mi riguarda nè la bindi (che a volte sembrava più comunista di Veltroni) nè Letta (di cui ancora mi chiedo il ruolo nelle primarie) potevano competere con super Walter.....
Detto questo mi pare che questo partito nasca esattamente per lo stesso motivo per cui sono nati tutti gli altri: ovvero prendere qualche poltrona e starci a vita....così come hanno fatto tutti indistamente sino a questo momento....Inoltre (e qui mi fermo perchè altrimenti vado avanti all'infinito) non concepisco come possa nascere un partito senza radici, prendendo ideali a caso da movimenti che non hanno nulla in comune...
Detto questo ti saluto e ti ringrazio ancora per essere ancora capace di usare un cervello e di permettermi ancora di usarlo.....
Rispondo alle domande sul Partito Democratico (che devo ancora esattamente capire se classificare come di centro, di destra o di sinistra):
la prima constatazione è che le "primarie" sono state rivolte non solo ad un elettoraro principalmente di sinistra, ma ad un elettorato che possedeva la tessera della Margherita o dei Ds...quelli che tu chiami centri sociali, e quelli appartenenti alla cosidetta "sinistra estrema" non hanno votato, non perchè abbiano snobbato le primarie (le uniche in cui un elettore deve pagare per votare!) ma semplicemente perchè non sono stati presi in considerazione....Dopo questa prima considerazione, passiamo alla seconda, non meno preoccupante della prima: le primarie sono state una battaglia tra Veltroni ed il nulla, visto che per quello che mi riguarda nè la bindi (che a volte sembrava più comunista di Veltroni) nè Letta (di cui ancora mi chiedo il ruolo nelle primarie) potevano competere con super Walter.....
Detto questo mi pare che questo partito nasca esattamente per lo stesso motivo per cui sono nati tutti gli altri: ovvero prendere qualche poltrona e starci a vita....così come hanno fatto tutti indistamente sino a questo momento....Inoltre (e qui mi fermo perchè altrimenti vado avanti all'infinito) non concepisco come possa nascere un partito senza radici, prendendo ideali a caso da movimenti che non hanno nulla in comune...
Detto questo ti saluto e ti ringrazio ancora per essere ancora capace di usare un cervello e di permettermi ancora di usarlo.....
venerdì 28 settembre 2007
Grillo e l'antipolitica (disagio di una società civile)
Da un settimana ormai si dibatte sugli effetti avuti dal V-Day (politically correct per Vaffanculo Day) di Beppe Grillo sulla società e sulla vita politica del paese.
Politici, giornalisti e opinionisti dibattono sulle parole di Beppe Grillo, non preoccupandosi del problema reale.
Non è quello che ha detto Grillo dal palco di Bologna a fare riflettere, ma tutti coloro che non si sentono rappresentati da una classe politica inetta ed incampace di risolvere i problemi del paese.
Serve un ricambio generazionale urgente, serve un'idea a tutti coloro che domani dovranno andare a votare, serve un partito (e una classe politica) ancora capace di trasmettere un progetto a cui tutti devono prendere parte.
Noi, popolo della sinistra, non abbiamo bisogno di un governo che faccia politica di destra (male) e di un presidente del consiglio che non sa tenere la propria maggioranza a freno. Non abbiamo bisogno di 280 pagine di programma che non verrà mai messo in atto (sentire un ministro che si giustica dicendo "ma sono 280 pagine!" quando glkj viene chiesto perchè il programma non viene rispettato fa quasi ridere se non fosse una cosa così tragica!); non abbiamo bisogno di un partito che nasce senza idee e senza ideologia che si deve cercare i padri fondatori tra Martin Luther King, Togliatti e De Gasperi. Non ci serve una classe dirigente incapace di capire i problemi del paese perchè preoccupata di acquistare nuove auto blu o andare in vacanza con gli aerei presidenziali.
La nostra classe politica (con qualche sporadica aggiunta) è la stessa da vent'anni, una vita se si pensa che nel frattempo in Francia dagli anni ottanta ci sono stati tre presidenti, negli Stati Uniti tre, così come nella maggior parte dei paesi democratici.
Non esiste un paese in cui un presidente del Consiglio viene insediato a settant'anni....
Non esiste un paese in cui dopo dieci anni alle elezioni vengono candidate gli stessi identici politici...
Non esiste un paese in cui un leader dell'opposizione dica che la capitale della sua città fa schifo...
Non esiste un paese in cui un presidente del consiglio dia dei ladri ai propri cittadini che denunciano la corruzione della classe politica....
Per questo la gente è scesa in piazza a dire "vaffanculo" a tutto questo.
Per questo è ora che ci si faccia un bell'esame di coscienza e si decida finalmente a cambiare la situazione cambianbdo le persone.
Politici, giornalisti e opinionisti dibattono sulle parole di Beppe Grillo, non preoccupandosi del problema reale.
Non è quello che ha detto Grillo dal palco di Bologna a fare riflettere, ma tutti coloro che non si sentono rappresentati da una classe politica inetta ed incampace di risolvere i problemi del paese.
Serve un ricambio generazionale urgente, serve un'idea a tutti coloro che domani dovranno andare a votare, serve un partito (e una classe politica) ancora capace di trasmettere un progetto a cui tutti devono prendere parte.
Noi, popolo della sinistra, non abbiamo bisogno di un governo che faccia politica di destra (male) e di un presidente del consiglio che non sa tenere la propria maggioranza a freno. Non abbiamo bisogno di 280 pagine di programma che non verrà mai messo in atto (sentire un ministro che si giustica dicendo "ma sono 280 pagine!" quando glkj viene chiesto perchè il programma non viene rispettato fa quasi ridere se non fosse una cosa così tragica!); non abbiamo bisogno di un partito che nasce senza idee e senza ideologia che si deve cercare i padri fondatori tra Martin Luther King, Togliatti e De Gasperi. Non ci serve una classe dirigente incapace di capire i problemi del paese perchè preoccupata di acquistare nuove auto blu o andare in vacanza con gli aerei presidenziali.
La nostra classe politica (con qualche sporadica aggiunta) è la stessa da vent'anni, una vita se si pensa che nel frattempo in Francia dagli anni ottanta ci sono stati tre presidenti, negli Stati Uniti tre, così come nella maggior parte dei paesi democratici.
Non esiste un paese in cui un presidente del Consiglio viene insediato a settant'anni....
Non esiste un paese in cui dopo dieci anni alle elezioni vengono candidate gli stessi identici politici...
Non esiste un paese in cui un leader dell'opposizione dica che la capitale della sua città fa schifo...
Non esiste un paese in cui un presidente del consiglio dia dei ladri ai propri cittadini che denunciano la corruzione della classe politica....
Per questo la gente è scesa in piazza a dire "vaffanculo" a tutto questo.
Per questo è ora che ci si faccia un bell'esame di coscienza e si decida finalmente a cambiare la situazione cambianbdo le persone.
venerdì 14 settembre 2007
la nuova politica (?)
Negli ultimi tre-quattro mesi abbiamo sentito spesso parlare di quella bestia ibrida che prende il nome di partito democratico; una promozione sulla nuova politica, quella vicina alla gente e quella che tende a cambiare le cose, modificare quel sistema politico che in Italia dopo Tangentopoli si è arenato. Io sono stato uno di quelli che in quella svolta ci ha creduto (e in fondo, forse, spero ancora che venga fuori qualcosa di almeno vicino a quello che tutta la base si augurava venisse fuori), e che è rimasto deluso e bruciato dalla piega patetica e triste che sta prendendo il dibattito per la segreteria del nascente partito.
Corsa alle poltrone e alle cariche, le famose primarie (tanto volute dalla direzione dei ds) si sono ridotte alla solita farsa italiana.
Le primarie in cui io, cittadino, devo pagare per poter esercitare un mio diritto che è quello di scegliere il mio rappresentante. Discussioni sui padri fondatori del partito democratico (come se un partito dovesse per forza avere della radici per dover nascere); candidati ombra,, presentati solo per scena, visto che anche i muri capirebbero che il partito si sta costruendo attorno a Veltroni e che solo lui ne sarà il segretario (e nel frattempo prossimo candidato per a presidente del consiglio).
E mentre loro discutono su come nasce questo partito e chi ne sono i padri fondatori (da cui è stato accuratamente eliminato qualunque riferimento al comunismo e al socialismo) la gente scende nella piazze insieme a Beppe Grillo, nuovo guru della comunicazione italiana, che chiede la legalità in parlamento nel suo v-day (visto che siamo politically scorrect diciamo che v sta per vaffanculo).
Se la nostra classe politica (di sinistra) non è capace di capire che la situazione rischia di degenerare in una dittatura (o qualcosa di molto simile) allora siamo messi male, vuol dire che non meritiamo la democrazia, vuol dire che ci sta bene avere chi ci dice come ci dobbiamo comportare, cosa dobbiamo fare e dire...
Ma io non ci sto.....
E voi?
Corsa alle poltrone e alle cariche, le famose primarie (tanto volute dalla direzione dei ds) si sono ridotte alla solita farsa italiana.
Le primarie in cui io, cittadino, devo pagare per poter esercitare un mio diritto che è quello di scegliere il mio rappresentante. Discussioni sui padri fondatori del partito democratico (come se un partito dovesse per forza avere della radici per dover nascere); candidati ombra,, presentati solo per scena, visto che anche i muri capirebbero che il partito si sta costruendo attorno a Veltroni e che solo lui ne sarà il segretario (e nel frattempo prossimo candidato per a presidente del consiglio).
E mentre loro discutono su come nasce questo partito e chi ne sono i padri fondatori (da cui è stato accuratamente eliminato qualunque riferimento al comunismo e al socialismo) la gente scende nella piazze insieme a Beppe Grillo, nuovo guru della comunicazione italiana, che chiede la legalità in parlamento nel suo v-day (visto che siamo politically scorrect diciamo che v sta per vaffanculo).
Se la nostra classe politica (di sinistra) non è capace di capire che la situazione rischia di degenerare in una dittatura (o qualcosa di molto simile) allora siamo messi male, vuol dire che non meritiamo la democrazia, vuol dire che ci sta bene avere chi ci dice come ci dobbiamo comportare, cosa dobbiamo fare e dire...
Ma io non ci sto.....
E voi?
mercoledì 29 agosto 2007
Controrisposta....
Innanzi tutto ti ringrazio per la correzione è una cosa che mi pare doverosa per chi legge. Parto dall'ultima domanda che hai fatto: io non sono nemmeno per sventolare bandiere con falce e martello, forse proprio perchè sono originario della Polonia. Sono d'accordo su tutto quello che hai detto: il comunismo (o socialismo reale come qualcuno tende a chiamarlo) è stato un fallimento su tutta la linea, sia di politica economica sia di libertà...Non mi sognerei mai di difendere Stalin, come non mi sognerei mai di difendere Pol-Pot o la Cina...sono regimi e in quanto tali assolutamente lontani da qualunque mia concezione politico ideologica...Detto questo però (e condividendo anche quello che hai detto sul nazismo - separando quel fenomeno dal fascismo). Puntualizzare su quanti milioni di morti abbia fatto il comunismo è squallido, la mia intenzione era un'altra...La verità storica. Ci sono libri interessanti di storia del comunismo scritti da comunisti o ex tali (ti assicuro che i morti non sono di meno ma a volte - come nel caso dell'URSS - sono di più) che hanno il pregio di basarsi su dati reali.
Io non dico che Mao sia un benefattore o che Stalin era un grande uomo politico, sono dittatori e come tali vanno giudicati.
Non è semplice spiegare il mio credo politico....ma posso solo dirti che non sono mai stato comunista come viene inteso oggi o come sempre è stato inteso....sono comunista nel senso roussoiano del termine (mi riferisco al contratto sociale di Jean-Jacques Rousseau), sono democratico....nel vero senso etimologico di quella parola.....governo del popolo.
Io non dico che Mao sia un benefattore o che Stalin era un grande uomo politico, sono dittatori e come tali vanno giudicati.
Non è semplice spiegare il mio credo politico....ma posso solo dirti che non sono mai stato comunista come viene inteso oggi o come sempre è stato inteso....sono comunista nel senso roussoiano del termine (mi riferisco al contratto sociale di Jean-Jacques Rousseau), sono democratico....nel vero senso etimologico di quella parola.....governo del popolo.
lunedì 13 agosto 2007
La politica nuova
Partiamo da un presupposto molto semplice: la gente in Italia (e i giovani in prima linea) sono stanchi delle attuali classi politiche e della attuale classe dirigente.
E' opportuno che tutti coloro che si sono nella loro vita si siano interessati di politica e hanno creduto in una possibilità reale di cambiare le cose si facessero un esame di coscienza: cosa non è andato e perchè?
Se la attuale classe politica non pensa ad altro che alle proprie poltrone invece a quelle che sono le reali esigenze del popolo non andremo mai da nessuna parte.
L'attuale governo è schiavo delle multinazionali così come quello precedente era ostaggio di una classe sociale (media e alta borghesia) che ne determinava le scelte.
Le scelte politiche che vengono fatte non sono più dettate dalla necessità reale di creare benessere nel paese ma nella semplice logica del mantenimento del potere.
Allora non serve creare nuovi partiti, non serve cambiare nome se le logiche che muovono queste creature sono le stesse che hanno mosso i partiti negli ultimi quindici anni. Basterebbe che quella che è la attuale classe politica capisse che la gente ha bisogno di sicurezze per potersi costruire una vita e non di rassicurazioni inutili sullo stato del paese quando anche i ciechi vedono il paese andare a rotoli.
La dichiarazione dei diritti dell'uomo dice che il primo obiettivo di uno stato deve essere sempre quello di garantire la felicità di ogni singolo individuo.
E' veramente così difficile?
E' opportuno che tutti coloro che si sono nella loro vita si siano interessati di politica e hanno creduto in una possibilità reale di cambiare le cose si facessero un esame di coscienza: cosa non è andato e perchè?
Se la attuale classe politica non pensa ad altro che alle proprie poltrone invece a quelle che sono le reali esigenze del popolo non andremo mai da nessuna parte.
L'attuale governo è schiavo delle multinazionali così come quello precedente era ostaggio di una classe sociale (media e alta borghesia) che ne determinava le scelte.
Le scelte politiche che vengono fatte non sono più dettate dalla necessità reale di creare benessere nel paese ma nella semplice logica del mantenimento del potere.
Allora non serve creare nuovi partiti, non serve cambiare nome se le logiche che muovono queste creature sono le stesse che hanno mosso i partiti negli ultimi quindici anni. Basterebbe che quella che è la attuale classe politica capisse che la gente ha bisogno di sicurezze per potersi costruire una vita e non di rassicurazioni inutili sullo stato del paese quando anche i ciechi vedono il paese andare a rotoli.
La dichiarazione dei diritti dell'uomo dice che il primo obiettivo di uno stato deve essere sempre quello di garantire la felicità di ogni singolo individuo.
E' veramente così difficile?
giovedì 9 agosto 2007
Risposta....
Caro anonimo cugino ti rispondo volentieri...Le cifre sono quelle delle vittime del comunismo, almeno secondo un testo (che immagino tu conosca) che è il "libro nero del comunista". Ti dico subito una cosa non da comunista ma da storico. Quel libro si basa su dati non solo non verificati ma anche ipoteticamente falsi. Nei numero di venti milioni di morte dell'Unione Sovietica viene considerato un periodo abbastanza lungo che va dal 1917 al 1977 circa e che ingloba all'interno delle morti non solo quelle della rivoluzione d'ottobre ma anche quelli della Seconda Guerra Mondiale. La seconda cifra quella della Cina forse è l'unica vagamente attendibile anche se anche su quella si potrebbe discuetere. Tra le vittime del Vietnam il periodo che il testo prende in esame è quello della guerra con gli Stati Uniti mettendo insieme i morti del regime (che sono stati molti) con quelli dei bombardamenti americani e la stessa cosa vale anche per i dati riguardanti la Corea del Nord e la Cambogia. Per quanto riguarda l'Europa dell'Est il discorso si fa complicato: i paesi appartenenti al Patto di Varsavia erano Cecosovacchia, Bulgaria, Ungheria, Polonia, Romania, Albania e Jugoslavia (che poi ne è uscito entrando nei paesi non allineati insieme alla Cina e l'India)...Per l'Africa i numeri sono indicati sulla base di rivendicazioni di movimenti sedicenti marxisti che di marxista avevano poco se non il nome...L'ultima cosa che volevo scrivere è che il comunismo non è quello della gente che ha ucciso le persone in nome del valore del comunismo ma quello di quelle persone che per difendere il proprio ideale sono morte: parlo di Jan Palach, Imre Nagy, il ragazzo bruciato in Piazza Tienammen in Cina nel 1989 per fermare i carri armati....Di libri che parlano dei crimini del comunismo ce ne sono di più attendibili di quello che probabilmente tu hai letto...senza nessuna offesa ovviamente.
martedì 24 luglio 2007
italiano vero.....
Ho appena lasciato il lavoro che avevo trovato perchè non ero pagato con uno stipendio fisso ma solo a provvigioni (un modo più p meno delicato per indicare che se non vendi non sei pagato)....Senza fare nomi del posto dove lavoravo posso solo dire che in Italia si fa speculazione su chi ha bisogno di un posto di lavoro che in Italia si va avanti solo per raccomandazioni, per essere figlio e amico di qualcuno....
Giorgio Gaber in una sua canzone diceva "io non mi sento italiano ma per fortuna o purtroppo lo sono"....io, come altre migliaia di italiani che sanno di valere qualcosa si sentono nella stessa condizione.
C'è chi sceglie di andare all'estero a cercare fortuna, come un tempo facevano i nostri connazionali che partivano per l'America e c'è chi decide di restare poichè la speranza che la situazione possa migliorare continua ad alimentare la nostra mente ed il nostro cuore non ci sentiamo italiani ma...Siamo italiani....per fortuna.......o purtroppo
Giorgio Gaber in una sua canzone diceva "io non mi sento italiano ma per fortuna o purtroppo lo sono"....io, come altre migliaia di italiani che sanno di valere qualcosa si sentono nella stessa condizione.
C'è chi sceglie di andare all'estero a cercare fortuna, come un tempo facevano i nostri connazionali che partivano per l'America e c'è chi decide di restare poichè la speranza che la situazione possa migliorare continua ad alimentare la nostra mente ed il nostro cuore non ci sentiamo italiani ma...Siamo italiani....per fortuna.......o purtroppo
domenica 15 luglio 2007
Gli ultimi cinque capitoli....
CAPITOLO VENTISEI: ALTRE INDAGINI
Alice camminava per le strade di Stonehaeven, la mente annebbiata da mille pensieri; ciò che aveva visto al Comune era completamente assurdo, se unito a quello che le aveva detto il portiere: aveva parlato con un monaco morto più di cento anni fa su cui pendeva una condanna di magia e viveva con un pluri centenario che dimostrava meno di trenta anni.
È ridicolo, Alice, te ne rendi conto da sola?
Era la sua voce razionale. La razionalità di suo padre, che non credeva nelle streghe e che aveva tentato di dimostrare per tutta la sua vita che la magia e le streghe erano solo sciocche superstizioni. Ma non era così, Alice lo sapeva, lo aveva sempre saputo.
Le streghe esistono, papà, la magia è una cosa visibile, basta saper guardare con gli occhi giusti. Io credo nelle streghe. Io sono una strega. L’ultima frase divenne come una specie di certezza, Alice sorrise, una voce che veniva da molto lontano le aveva detto cosa doveva fare. Si diresse con passo spedito verso il giornale di Stonehaeven, giornale che esisteva dal 1856.
La sede del giornale si trovava in Milton Street (l’autore del Paradiso Perduto, pensò Alice con un sorriso).
Il palazzo era uno di quegli orrendi palazzi in stile liberty che ad Alice non piacevano nemmeno un po’. Dentro, odore di muffa e di vecchi giornali corrosi dal tempo. Immaginava pagine gialline che si sfaldavano tra le sue mani, e tarli che banchettavano tranquillamente con la carta del giornale.
Anche se le condizioni non erano così drammatiche l’archivio non era tenuto esattamente in ordine: Tutti gli Annali, dal 1857 ad oggi erano accatastati uno sull’altro, senza alcun criterio. Alice si presentò all’archivista come una studiosa della storia di Stonehaeven. L’archivista, un tipo di circa quaranta anni, la guardò come se non avesse mai visto un altro essere umano prima di allora. “Che tipo di riviste, signorina?” “su alcuni eventi accaduti a Stonehaeven alla fine dell’Ottocento, nel vecchio monastero” “al Picco del Cimitero” disse l’archivista soprappensiero. “Purtroppo temo che dovrà fare le ricerche a mano signorina, vede gli archivi elettronici si fermano al 1933, i numeri precedenti sono tutti impilati lì dietro, alla sua sinistra, faccia lei, se ha bisogno di qualcosa mi venga a chiamare”
“grazie, ma credo di potercela fare anche da sola”.
Alice si diresse verso la pila di giornali e venne investita da un odore di libri antichi, quello stesso odore che sentiva quando andava in giro per biblioteche con suo padre che cercava inutilmente (solo ora Alice capiva quanto inutilmente, anche se non fino in fondo) di spiegare perché le streghe non esistevano.
Quando iniziò la ricerca si rese conto che l’archivio iniziava dal mese di marzo 1877, mancavano tutti i numeri dei mesi di gennaio e febbraio. Poco importava, gli eventi che le interessavano dovevano essere avvenuti nei mesi di maggio – giugno.
Osservando i giornali il suo occhio cadde su un articolo datato ventisette maggio 1877.
STRANI EPISODI TRA LE MURA DEL MONASTERO SUL PICCO DEL CIMITERO
Alcuni preti accusano il becchino e un vecchio monaco di praticare arcani riti magici all’interno delle mura del cimitero dei monaci
Stonehaeven- Di nuovo al centro dell’attenzione il vecchio monastero dei cistercensi al Picco del Cimitero.
Dopo i misteriosi eventi avvenuti sessanta anni fa, quando quindici persone persero la vita misteriosamente nei pressi del monastero.
A quanto sembra sono molti i monaci a sostenere la tesi che padre Thomas, uno dei padri più vecchi del monastero, pratichi riti di magia occulta assieme ad un sedicente mago che risponde al nome di Darknight. Le voci sostengono che gli incontri tra i due avvengano nottetempo, e che si incontrino per studiare il testo di un negromante del Seicento di nome Aryuna, un testo dal titolo “Trattato sulla morte, la vita e la trasmigrazione”, un libro che sembra contenga la chiave per vivere in eterno.
Non sappiamo quanto ci sia di vero in queste voci, fatto sta che le autorità pontificie stanno indagando. Vi terremo aggiornati sugli ulteriori sviluppi delle indagini.
L’altro articolo che colpì Alice recava la data del venticinque agosto 1877.
CHIUSO IL MONASTERO AL PICCO DEL CIMITERO!
Il monastero dei cistercensi di Stonehaeven viene chiuso dopo le indagini delle autorità pontificie su ordine del vescovo.
Dopo tre mesi di accurate indagini, in cui sono stati ascoltati tutti i testimoni, le autorità ecclesiastiche hanno deciso di chiudere il monastero dei cistercensi di Stonehaeven, dove venivano praticati riti magici da alcuni monaci.
Il monaco incriminato, Padre Thomas, si è difeso sostenendo di non praticare niente di male, ma di voler solo capire. Il becchino del cimitero, suo compagno di riti è misteriosamente sparito (così come era misteriosamente apparso a seconda di quanto si dice).
Il giorno dopo la chiusura del monastero padre Thomas moriva e veniva seppellito al cimitero comunale di Stonehaeven, come da lui stesso richiesto.
Quando Alice uscì dalla sede del giornale si sentiva confusa. Sentiva la necessità di camminare, doveva parlare con qualcuno, ma non sapeva con chi. Non sapeva più cosa provava per Martin. Non sapeva più chi era lui. Non sapeva più chi era lei.
CAPITOLO VENTISETTE: MEMORIE DA UN MONDO LONTANO
Aryuna camminava da mesi senza una meta. Veniva da molto lontano, un paese che si chiamava Antanatlis. Aveva attraversato terre conosciute e terre che nessuno era in grado di dire dove si trovassero, non sapeva più che anno fosse, ma sapeva che il suo cammino non era ancora finito.
Aryuna era uno dei maghi che il continente di Lemuria aveva mai incontrato. Figlio della dinastia regnante dei Radwall aveva deciso di rinunciare al trono per seguire gli studi di magia all’Ordine dei Guerrieri della Luce.
Dopo aver terminato gli studi decise di mettersi in viaggio per ampliare le sue conoscenze e conoscere nuovi mondi. Giunse in Grecia, dove raccontò a Platone le meraviglie della sua terra. Conobbe molte persone, maghi da cui apprese molto e a cui insegnò molto.
Fino a che non si fermò in un piccolo paesino della Scozia di nome Stonehaeven. Andò ad abitare in cima a quello che la gente del paese chiamava Picco del Cimitero e dove sorgeva un antico monastero di cistercensi.
Aveva costruito vicino al monastero una piccola casa, dove continuare i suoi studi e dove mettere tutte le cose che aveva conosciuto e acquistato durante i suoi lunghi viaggi.
Aveva vissuto così per anni, nell’otium che gli avevano insegnato i filosofi latini, continuando i suoi studi sopra la morte e i flussi temporali per sconfiggerla.
Fino a che non avvenne ciò che non doveva accadere: si innamorò della figlia del re, promessa sposa ad un principe di un regno vicino. In paese iniziarono a mormorare che volesse sposare la principessa per usurpare il trono del sovrano e per questo venne esiliato a vita dal paese. Solo la principessa Maya che lo amava e il giullare Hans si recavano a trovarlo, erano le sole persone con cui parlasse, erano il suo solo contatto con il mondo dei vivi.
Ma questa è solo una piccola parentesi, per ricordarvi che questo è stato, non importa dove e quando.
CAPITOLO VENTOTTO: ALICE INCONTRA IL SINDACO
Camminare. Era divenuta per lei una specie di droga. Girare per le strade di Stonehaeven e cercare lei stessa tra quelle strade, tra quei mercati.
Stava camminando, quando una voce calda e suadente richiamò la sua attenzione.
“Buon pomeriggio signorina, lei deve essere l’ospite del nostro becchino, vero?”
“sì, e lei chi è?”
“sono il nuovo sindaco di Stonehaeven, il mio nome è Nathan Madder, sono arrivato qui solo da un paio di settimane. Fa piacere incontrare finalmente qualcuno che è straniero come me e che cerca di capire questa gente. Posso offrirle qualcosa da bere, magari un caffè?” “io veramente, credo di non avere molto tempo- disse Alice guardando il suo orologio- si sta facendo tardi” “beh, se questo è il problema posso farla riaccompagnare dalla mia macchina al Picco del Cimitero, mi farebbe piacere bere qualcosa prima di cena, soprattutto se è in compagnia di una bella donna…” “se accettassi, dove mi porterebbe?” “conosco un posto molto carino che si chiama la Taverna del Pino Torreggiante, dicono che si goda da lì la visuale più bella di tutta la Scozia”. Il sindaco fece un sorriso che ad Alice ricordò quello di una tagliola (lo hai già visto questo sorriso, Alice, lo ricordi? No. Sì, vagamente, non so).
La vista dalla taverna non era male, forse era esagerato dire che fosse la migliore di tutta la Scozia, ma non era niente male.
Dalla finestra dove erano seduti era possibile vedere le onde del mare rifrangersi sugli scogli e il cielo sembrava essere fuso con il mare in una sola cosa.
“Allora, mia cara Alice, come si trova a Stonehaeven?”
“come sa il mio nome?”
“il paese è piccolo e le voci corrono, mia cara” il sindaco fece, una pausa poi senza attendere risposta da Alice disse “Senta, posso invitarla ad un ballo? Sapete, ho visto di una vecchia tradizione del paese, un ballo che si tiene ogni estate, da queste parti lo chiamano il Ballo delle Streghe; mi farebbe molto piacere avere la sua presenza”. Di nuovo quel sorriso come una tagliola. Alice improvvisamente rabbrividì, senza sapere esattamente per quale motivo. Perché conosceva quel volto? Perché era così terrorizzata da quel sorriso, dove lo aveva già visto? “Chi sono io?” la sua stessa voce la fece trasalire. Alice, credi nelle streghe? Non lo so. Non so più niente. Non so chi sono né cosa sono. Voglio solo tornare a casa, mettermi sotto la doccia, mangiare e andare a dormire.
CAPITOLO VENTINOVE: ALICE CREDE NELLE STREGHE, LA RESURREZIONE DI UN SOGNO
Alice quella sera, durante la cena, non disse una parola. Troppe cose che si affollavano nella sua mente, troppi misteri che avvolgevano Martin, troppi misteri che avvolgevano lei. Proprio mentre Damien Drake si stava alzando per dirigersi verso la cucina, Alice parlò. “Voi conoscete un certo padre Thomas?”. Damon Deathman si lasciò sfuggire di mano i piatti e Drake rimase immobile sulla porta della cucina trattenendo il respiro; solo Martin sembrava essere calmo come sempre, come se sapesse che prima o poi quella domanda sarebbe arrivata.
“lo conosciamo, e lo conosci anche tu”
“e come lo conoscereste se è morto nel 1877?”
“la morte non sempre appare per tutti uguali Alice, se tu ricordassi lo dovresti sapere”
“volete dirmi una buona volta cosa devo ricordare? Per quale motivo mi avete portato qui?”
“tu non credi nelle streghe Alice”
“e basta con questa storia delle streghe!” era arrabbiata, era furiosa “ditemi cosa sta succedendo o giuro che prendo il primo aereo per Roma!”
“arrivederci” disse Martin accendendo una sigaretta “se vuoi andartene non sarò io a trattenerti, ma sappi che è la nostra ultima occasione per stare insieme”
“dimmi chi sei Martin Darknight, rispondi solo a questa semplice domanda. Poi dimmi perché utilizzi il nome di una persona morta più di cento anni fa spacciandoti per lui. Non esiste nessun Darknight all’anagrafe, nessuna famiglia, niente di niente”. Drake stava per aprire bocca, ma Martin lo zittì con un gesto della mano.
“Prima risposta. Martin Darknight è veramente il mio nome. Quel mago che hai visto in qualunque articolo di giornale di quel periodo sono io. Io sono anche il mago delle storie che circolano da queste parti, Aryuna, il mago che amava la figlia del re e che venne esiliato perennemente dalla città di Stonehaeven. Non posso dirti molto di più…perché il resto devi farlo da te”
“la principessa che amava Aryuna…è…ero…sono, io?”.
Martin abbassò gli occhi “era il solo modo per salvarti, farti attraversare il Varco e fare in modo che tu mi dimenticassi. Lui aveva giurato di uccidere tutto quello a cui io tenevo, dalla prima all’ultima cosa, non potevo permettere che ti facesse del male, così decisi di porti nella dimensione del Limbo, dove avresti vissuto fino a che non fossi stata al sicuro. Io rimasi in vita per controllare che lui non cercasse di nuovo di entrare nel Limbo, nella mia terra, Antanatlis…” “poi cosa accadde, perché ci siamo rincontrati?”
“un caso, un maledetto caso. Non appena ti vidi non potei fare a meno di farti ricordare, perché il nostro amore aveva travalicato il tempo e la morte, non potevo non restare con te”
“allora perché…?“
“non ricordavi? Purtroppo ho dovuto farti dimenticare tutto quando sei partita da Stonehaeven, non potevo rischiare che tu venissi presa da lui prima che avessi la forza necessaria per affrontarlo”
“chi sono io Martin?”
“sei una strega, Alice. È per questo che devi credere nelle streghe. È per questo che sei caduta in depressione, non credevi più in te stessa, sapevi che qualcosa non andava ma non riuscivi a capire esattamente cosa. Ogni tanto i tuoi ricordi tornavano in superficie, nonostante avessi fatto di tutto per farti dimenticare” “quindi era per questo che dovevo credere alle streghe, perché altrimenti non avrei potuto credere in me stessa” “esattamente, e dovevi farlo prima del Ballo delle Streghe, perché lui ti avrebbe invitato e se non lo avessi fatto ti avrebbe preso e ucciso”.
“Adesso capisco, ricordo. Voglio tornare al Varco, voglio ricordare tutto quello che devo ricordare” “sei sicura?” chiese Martin, la sua voce appariva ferma, ma i suoi occhi brillavano di una luce febbrile. “Sono sicura, Martin, voglio ricordare tutto quello che devo. Tutte le vite, tutte le mie esistenze e la prima volta. La mia prima vita, quando ci siamo incontrati la prima volta”.
“Va bene” disse Martin accendendo una sigaretta, “seguimi- poi si rivolse ai suoi due amici- Drake, Damon, venite anche voi, potrebbe farvi bene ricordare un paio di cosette sul vostro passato”.
Alice passò una mano sul volto “allora andiamo”. Si avvicinò a Martin e lo strinse a sé, indossava lo stesso vestito nero da strega che aveva nel suo sogno, lo aveva visto in una bancarella qualche giorno prima e lo aveva comprato, come se sentisse che in qualche modo le sarebbe servito. Premette il suo corpo contro quello di Martin, e le sue guance erano rigate di lacrime. “Aiutami a credere Martin, voglio credere di nuovo nelle streghe e in me stessa” “bene; allora credo che ci sia poco da dire. Andiamo”.
Martin (Aryuna) prese la mano di Alice e la condusse verso la Foresta Nera, dietro di loro Damon Deathman e Drake. Camminarono avvolti dalle tenebre e dal silenzio. Ognuno con i suoi incubi da combattere. Giunsero davanti al vecchio monastero in meno tempo del previsto, Martin osservò i suoi amici per un attimo. I suoi occhi erano verde acceso, come quelli di un gatto. “Ci siamo. Voi aspettateci qui, non ci metteremo molto” “tutto il tempo necessario, Aryuna” “preferisco Martin, mi ci sono affezionato” rispose lui con un sorriso.
Prese per mano Alice e la strinse. La condusse davanti alla tomba senza nome. La tomba dei sogni di Alice, quella dove aveva seppellito i suoi ricordi e quella che aveva visto una mattina nella Foresta Nera.
“Bentornata al Varco, Alice” “questo è…” “questa è la tomba della nostra utopia, Alice”. Alice poggiò una mano sulla tomba. Venne investita da una marea di pensieri, visioni, immagini, di vite vissute e mai ricordate, di sogni interrotti a metà, di desideri non realizzati di amori mai visti e di fantasie uccise.
Era una ragazzina di solo quindici anni quando aveva conosciuto Martin. Era una ragazzina strana, in continuo conflitto con i suoi genitori, che non voleva vedere mai nessuno e che passava le sue giornate nella sua stanza a sognare. Quando entrò con Martin nella Foresta Nera, al Varco, indossava un paio di pantaloni di tela estivi che teneva legati con un laccio e una camicetta legata alla vita.
“Benvenuta al Varco Alice. Spero che tu riesca a ricordare tutto quello che ci ha unito in passato e che tutto questo possa riunirci in futuro”. Alice sorrise, non capiva bene quelle parole ma sorrise. Avvicinò le sue labbra a quelle di Martin. Senza rendersene conto si baciarono. Senza rendersene conto si sdraiarono sull’erba e senza rendersene conto fecero l’amore. I loro corpi si intrecciarono, divennero una sola dimensione e insieme attraversarono il Varco. Insieme ricordarono l’immenso amore che sempre li aveva sempre legati e che ora li aveva ricondotti insieme.
Alice riaprì gli occhi. Lacrime di gioia le rigavano il volto lasciando dei solchi dove il suo viso era sporco di terra.
“Io credo nelle streghe- disse- e ti amo”.
Le loro labbra di nuovo come un tempo, il loro amore ancora come prima e più di prima. Il loro desiderio di stare insieme ancora più forte, anni di attesa, secoli di attese e di dolori e di amori non corrisposti, di secoli non vissuti, e.
Erano nudi nell’erba, Maya e Aryuna, erano uno nelle braccia dell’altra i loro corpi mischiati e uniti in uno solo.
“Sai che sono stato bandito dal villaggio?” disse lui
“io resterò qui con te”
“io ho un destino da compiere, e non posso chiederti di restare qui”
“lo compiremo insieme Aryuna, voglio restare accanto a te”
“sei sicura di voler correre il rischio?”
“sono sicura, lo sono perché ti amo”
“tu credi nelle streghe?”
“io credo nelle streghe” rispose la principessa.
“Io credo nelle streghe” disse Alice, stringendo il corpo di Martin ancora più forte.
CAPITOLO TRENTA: IL BALLO DELLE STREGHE
Mattina. Ora Alice sapeva. Credeva di nuovo nelle streghe e capiva. Adesso poteva dire di essere veramente innamorata, anche se ancora non capiva molte cose.
Mancavano poche ore al Ballo delle Streghe. Il ballo del solstizio d’estate, il ballo in cui tutto poteva avvenire.
Martin era seduto davanti la finestra senza parlare. Non faceva altro che guardare il mare, bere e fumare.
“Qualcosa che non va, Marty?” disse Alice. Martin si voltò verso di lei e cercò di sorridere “potremmo perdere tutti la nostra vita, lo sai?”
“lo so, ma voglio comunque correre il rischio”.
“Dimmi una cosa, chi è il sindaco di Stonehaeven?”
“Lothar, colui che io combatto da anni, colui che controlla il tempo, colui che nessuno può sconfiggere se non con l’inganno; Lothar è la morte, Alice, e vuole noi”
“perché?”
“perché nessuno può vivere in eterno Alice, se vinciamo avremo realizzato il sogno dei più grandi alchimisti di tutti i tempi, avremo sconfitto la morte, ma se dovessimo fallire…stavolta sarebbe la fine della nostra utopia”.
Il Comune era stato allestito nel migliore dei modi per ospitare il Ballo delle Streghe. Tra gli invitati tutte le personalità di Stonehaeven, pescatori, pastori e semplici cittadini, e, defilati sulla sinistra Drake, Deathman, Martin e Alice.
Il sindaco si avvicinò ad Alice e la prese per mano “mi concede questo ballo signorina?”. Alice lanciò un occhiata a Martin che fece un cenno di assenso con la testa.
Alice stava ballando con il sindaco un valzer, lui ballava dannatamente bene e lei non riusciva a stargli dietro.
Non devi guardarlo negli occhi per nessun motivo. La voce di Martin; quegli occhi di ghiaccio erano pericolosi, quegli occhi di ghiaccio potevano farti impazzire, come uccidere. Alice rabbrividì a questo pensiero, ma il sindaco non se ne accorse, poiché continuava a ballare, con quel sorriso di tagliola che tanto era rimasto impresso ad Alice.
La gente beveva e scherzava, i tre becchini, i tre maghi erano soli, attendendo il momento propizio per agire.
Mezzanotte meno due minuti…
“Manca poco”. Martin fece un cenno di assenso con la testa e i suoi occhi tornarono a fissare Alice che ballava con il sindaco.
Il valzer aveva fatto posto ad un tango argentino che Alice aveva rifiutato di ballare, dicendo di volersi riposare un po’. La gente invitata aveva preso coraggio e si era buttata in pista. Il sindaco era in piedi, accanto al tavolo del buffet, indossava un vestito nero elegante e una camicia grigia. Fissava Martin con i suoi occhi del colore del ghiaccio, occhi carichi di odio e di rancore per chi lo aveva sconfitto una volta.
Mezzanotte meno un minuto…
La luce saltò in tutta Stonehaeven. Nemmeno le stelle illuminavano le strade. Buio pesto. Solo una luce si poteva vedere osservando bene. Era una luce rotonda, una specie di vortice che girava per la città come uno sciame di mosche. Lothar, il sindaco, era con le mani protese verso il cielo, sapeva di poter controllare quel flusso di luce, il Varco, sapeva che ora poteva controllare il tempo.
Martin osservò in aria. Stava per arrivare, lo sentiva.
“Damien, Damon, voi bloccate il Varco prima che arriva da Lothar, io mi occuperò di lui” “certo Maestro” disse Damon “e non chiamarmi Maestro, lo sai che non lo sopporto”.
Damien e Damon si diressero verso il flusso di luce che stava entrando nella sala da ballo attraverso la finestra. Somigliava ad uno sciame di lucciole particolarmente luminose. Protesero le mani in avanti e riuscirono ad impedire al Varco di giungere a Lothar. “Non mi sconfiggerete questa volta” disse con un ringhio.
Ora aveva il suo reale aspetto: un volto pallido e cadaverico, gli occhi del colore del ghiaccio completamente inespressivi e i denti affilati come quelli di un lupo.
“Stavolta siamo giunti alla fine, Lothar, la mia magia è più forte di prima”. Dopo aver proferito queste parole Martin congiunse le mani a coppa e sputò sul palmo. Non appena disgiunse le mani un fascio di luce si levò dalle sue mani e si librava nell’aria sotto il controllo del suo palmo.
“Io credo nelle streghe” disse scagliando il fascio di luce contro il sindaco. “Io credo nelle streghe” disse Alice. Il fascio di luce, come se avesse sentito queste parole, si allargò e divenne molto più grande. Il sindaco cercò di evitare il colpo ma era troppo potente e venne scaraventato a terra. Quando si rialzò la sua camicia era bruciata e un rivolo di sangue gli colava dalla tempia sinistra.
Si scagliò verso Alice per prenderla, ma venne bloccato da un altro fascio di luce, questa volta scagliato da Drake. Il Vortice si stava muovendo verso Alice e la sollevò come un pacco postale, stava per assorbirla, Martin la spostò con un gesto della mano e venne colpito in pieno dal Varco. Rovinò a terra perdendo i sensi.
Era dentro il Varco. Una dimensione in cui tutto era tanto indistinto da apparire irreale. Si alzò vacillando per qualche istante. Aveva la camicia strappata sul braccio e jeans all’altezza del ginocchio. Si rese conto di avere un taglio sul braccio, ma il dolore appariva come una cosa indistinta, appartenente ad un altro mondo.
La sua vista si stava abituando alle tenebre, sapeva dove si trovava, anche se non aveva la certezza assoluta. Di fronte a sé aveva Lothar, che lo fissava con occhi gelidi.
“Ci ritroviamo Maestro” dice con una voce roca che sembrava proseguire da uno sprofondo.
“Avevi qualche dubbio che prima o poi sarebbe avvenuto?”
“se devo essere sincero no, lo sapevo. Aspettavo questo momento da secoli, tutto tempo passato a cercare di capire come è stato possibile che un essere umano mi abbia sottratto quello che mi spettava per diritto”
“non perdiamo tempo, dimmi cosa vuoi”
“Vendetta, nessuno può permettersi di ingannare la morte”
“quasi nessuno” disse Martin con un sorriso
“voglio il controllo del Varco, voglio che nessuno possa più attraversarlo impunemente senza il mio permesso. Se avrò il suo controllo diverrò il demone più potente e nessuno potrà impedirmi di controllare il mondo”
“povero illuso, tu il demone più potente? Proprio tu che non sei riuscito nemmeno a trovare tre miseri umani nel corso di tre secoli?”
“non ti permetto di parlarmi con questo tono Aryuna, non dovresti provocare la mia ira”
“è esattamente quello che voglio fare. Voglio che tu sprigioni il tuo reale potere, voglio combattere contro di te alla tua potenza massima”.
La terra iniziò a tremare. Martin rimase immobile nella sua posizione con le mani allargate, con i palmi rivolti verso l’alto.
“IO CREDO NELLE STREGHE!”.
Non si rese conto di quanto stava accadendo fino a che non sentì un’energia immensa fluirgli in tutto il corpo, passare per il braccio e raggiungere la sua mano. Alice. Lo teneva per mano, gli stava passando tutta la sua energia ed il suo potere. Sentiva la sua voce ripetere “io credo nelle streghe”.
Quando sentì che le sue braccia non riuscivano più a trattenere l’energia scaraventò il fascio di luce contro Lothar, che venne colpito in pieno volto.
La sua faccia, il suo corpo, vennero colpiti dalla luce e nella luce si dissolsero.
Martin perse i sensi e si ritrovò nella sala del Comune.
Era successo qualcosa, la gente stava fuggendo nel panico mentre la polizia cercava di mantenere il controllo della situazione con scarsi risultati.
Martin si alzò in piedi ancora barcollante e vide il Varco divenire sempre più grande.
“È tutto finito” disse Alice tenendo Martin per mano. Lui la osservò, osservò i suoi amici, che fissavano quel buco di luce aperto nell’infinito e la gente fuggire.
Avvicinò le sue labbra a quelle di Alice e la baciò delicatamente sulle labbra.
“Non è finita, è appena cominciata amore mio, di qualunque cosa si tratti è appena cominciata”.
FINE
Alice camminava per le strade di Stonehaeven, la mente annebbiata da mille pensieri; ciò che aveva visto al Comune era completamente assurdo, se unito a quello che le aveva detto il portiere: aveva parlato con un monaco morto più di cento anni fa su cui pendeva una condanna di magia e viveva con un pluri centenario che dimostrava meno di trenta anni.
È ridicolo, Alice, te ne rendi conto da sola?
Era la sua voce razionale. La razionalità di suo padre, che non credeva nelle streghe e che aveva tentato di dimostrare per tutta la sua vita che la magia e le streghe erano solo sciocche superstizioni. Ma non era così, Alice lo sapeva, lo aveva sempre saputo.
Le streghe esistono, papà, la magia è una cosa visibile, basta saper guardare con gli occhi giusti. Io credo nelle streghe. Io sono una strega. L’ultima frase divenne come una specie di certezza, Alice sorrise, una voce che veniva da molto lontano le aveva detto cosa doveva fare. Si diresse con passo spedito verso il giornale di Stonehaeven, giornale che esisteva dal 1856.
La sede del giornale si trovava in Milton Street (l’autore del Paradiso Perduto, pensò Alice con un sorriso).
Il palazzo era uno di quegli orrendi palazzi in stile liberty che ad Alice non piacevano nemmeno un po’. Dentro, odore di muffa e di vecchi giornali corrosi dal tempo. Immaginava pagine gialline che si sfaldavano tra le sue mani, e tarli che banchettavano tranquillamente con la carta del giornale.
Anche se le condizioni non erano così drammatiche l’archivio non era tenuto esattamente in ordine: Tutti gli Annali, dal 1857 ad oggi erano accatastati uno sull’altro, senza alcun criterio. Alice si presentò all’archivista come una studiosa della storia di Stonehaeven. L’archivista, un tipo di circa quaranta anni, la guardò come se non avesse mai visto un altro essere umano prima di allora. “Che tipo di riviste, signorina?” “su alcuni eventi accaduti a Stonehaeven alla fine dell’Ottocento, nel vecchio monastero” “al Picco del Cimitero” disse l’archivista soprappensiero. “Purtroppo temo che dovrà fare le ricerche a mano signorina, vede gli archivi elettronici si fermano al 1933, i numeri precedenti sono tutti impilati lì dietro, alla sua sinistra, faccia lei, se ha bisogno di qualcosa mi venga a chiamare”
“grazie, ma credo di potercela fare anche da sola”.
Alice si diresse verso la pila di giornali e venne investita da un odore di libri antichi, quello stesso odore che sentiva quando andava in giro per biblioteche con suo padre che cercava inutilmente (solo ora Alice capiva quanto inutilmente, anche se non fino in fondo) di spiegare perché le streghe non esistevano.
Quando iniziò la ricerca si rese conto che l’archivio iniziava dal mese di marzo 1877, mancavano tutti i numeri dei mesi di gennaio e febbraio. Poco importava, gli eventi che le interessavano dovevano essere avvenuti nei mesi di maggio – giugno.
Osservando i giornali il suo occhio cadde su un articolo datato ventisette maggio 1877.
STRANI EPISODI TRA LE MURA DEL MONASTERO SUL PICCO DEL CIMITERO
Alcuni preti accusano il becchino e un vecchio monaco di praticare arcani riti magici all’interno delle mura del cimitero dei monaci
Stonehaeven- Di nuovo al centro dell’attenzione il vecchio monastero dei cistercensi al Picco del Cimitero.
Dopo i misteriosi eventi avvenuti sessanta anni fa, quando quindici persone persero la vita misteriosamente nei pressi del monastero.
A quanto sembra sono molti i monaci a sostenere la tesi che padre Thomas, uno dei padri più vecchi del monastero, pratichi riti di magia occulta assieme ad un sedicente mago che risponde al nome di Darknight. Le voci sostengono che gli incontri tra i due avvengano nottetempo, e che si incontrino per studiare il testo di un negromante del Seicento di nome Aryuna, un testo dal titolo “Trattato sulla morte, la vita e la trasmigrazione”, un libro che sembra contenga la chiave per vivere in eterno.
Non sappiamo quanto ci sia di vero in queste voci, fatto sta che le autorità pontificie stanno indagando. Vi terremo aggiornati sugli ulteriori sviluppi delle indagini.
L’altro articolo che colpì Alice recava la data del venticinque agosto 1877.
CHIUSO IL MONASTERO AL PICCO DEL CIMITERO!
Il monastero dei cistercensi di Stonehaeven viene chiuso dopo le indagini delle autorità pontificie su ordine del vescovo.
Dopo tre mesi di accurate indagini, in cui sono stati ascoltati tutti i testimoni, le autorità ecclesiastiche hanno deciso di chiudere il monastero dei cistercensi di Stonehaeven, dove venivano praticati riti magici da alcuni monaci.
Il monaco incriminato, Padre Thomas, si è difeso sostenendo di non praticare niente di male, ma di voler solo capire. Il becchino del cimitero, suo compagno di riti è misteriosamente sparito (così come era misteriosamente apparso a seconda di quanto si dice).
Il giorno dopo la chiusura del monastero padre Thomas moriva e veniva seppellito al cimitero comunale di Stonehaeven, come da lui stesso richiesto.
Quando Alice uscì dalla sede del giornale si sentiva confusa. Sentiva la necessità di camminare, doveva parlare con qualcuno, ma non sapeva con chi. Non sapeva più cosa provava per Martin. Non sapeva più chi era lui. Non sapeva più chi era lei.
CAPITOLO VENTISETTE: MEMORIE DA UN MONDO LONTANO
Aryuna camminava da mesi senza una meta. Veniva da molto lontano, un paese che si chiamava Antanatlis. Aveva attraversato terre conosciute e terre che nessuno era in grado di dire dove si trovassero, non sapeva più che anno fosse, ma sapeva che il suo cammino non era ancora finito.
Aryuna era uno dei maghi che il continente di Lemuria aveva mai incontrato. Figlio della dinastia regnante dei Radwall aveva deciso di rinunciare al trono per seguire gli studi di magia all’Ordine dei Guerrieri della Luce.
Dopo aver terminato gli studi decise di mettersi in viaggio per ampliare le sue conoscenze e conoscere nuovi mondi. Giunse in Grecia, dove raccontò a Platone le meraviglie della sua terra. Conobbe molte persone, maghi da cui apprese molto e a cui insegnò molto.
Fino a che non si fermò in un piccolo paesino della Scozia di nome Stonehaeven. Andò ad abitare in cima a quello che la gente del paese chiamava Picco del Cimitero e dove sorgeva un antico monastero di cistercensi.
Aveva costruito vicino al monastero una piccola casa, dove continuare i suoi studi e dove mettere tutte le cose che aveva conosciuto e acquistato durante i suoi lunghi viaggi.
Aveva vissuto così per anni, nell’otium che gli avevano insegnato i filosofi latini, continuando i suoi studi sopra la morte e i flussi temporali per sconfiggerla.
Fino a che non avvenne ciò che non doveva accadere: si innamorò della figlia del re, promessa sposa ad un principe di un regno vicino. In paese iniziarono a mormorare che volesse sposare la principessa per usurpare il trono del sovrano e per questo venne esiliato a vita dal paese. Solo la principessa Maya che lo amava e il giullare Hans si recavano a trovarlo, erano le sole persone con cui parlasse, erano il suo solo contatto con il mondo dei vivi.
Ma questa è solo una piccola parentesi, per ricordarvi che questo è stato, non importa dove e quando.
CAPITOLO VENTOTTO: ALICE INCONTRA IL SINDACO
Camminare. Era divenuta per lei una specie di droga. Girare per le strade di Stonehaeven e cercare lei stessa tra quelle strade, tra quei mercati.
Stava camminando, quando una voce calda e suadente richiamò la sua attenzione.
“Buon pomeriggio signorina, lei deve essere l’ospite del nostro becchino, vero?”
“sì, e lei chi è?”
“sono il nuovo sindaco di Stonehaeven, il mio nome è Nathan Madder, sono arrivato qui solo da un paio di settimane. Fa piacere incontrare finalmente qualcuno che è straniero come me e che cerca di capire questa gente. Posso offrirle qualcosa da bere, magari un caffè?” “io veramente, credo di non avere molto tempo- disse Alice guardando il suo orologio- si sta facendo tardi” “beh, se questo è il problema posso farla riaccompagnare dalla mia macchina al Picco del Cimitero, mi farebbe piacere bere qualcosa prima di cena, soprattutto se è in compagnia di una bella donna…” “se accettassi, dove mi porterebbe?” “conosco un posto molto carino che si chiama la Taverna del Pino Torreggiante, dicono che si goda da lì la visuale più bella di tutta la Scozia”. Il sindaco fece un sorriso che ad Alice ricordò quello di una tagliola (lo hai già visto questo sorriso, Alice, lo ricordi? No. Sì, vagamente, non so).
La vista dalla taverna non era male, forse era esagerato dire che fosse la migliore di tutta la Scozia, ma non era niente male.
Dalla finestra dove erano seduti era possibile vedere le onde del mare rifrangersi sugli scogli e il cielo sembrava essere fuso con il mare in una sola cosa.
“Allora, mia cara Alice, come si trova a Stonehaeven?”
“come sa il mio nome?”
“il paese è piccolo e le voci corrono, mia cara” il sindaco fece, una pausa poi senza attendere risposta da Alice disse “Senta, posso invitarla ad un ballo? Sapete, ho visto di una vecchia tradizione del paese, un ballo che si tiene ogni estate, da queste parti lo chiamano il Ballo delle Streghe; mi farebbe molto piacere avere la sua presenza”. Di nuovo quel sorriso come una tagliola. Alice improvvisamente rabbrividì, senza sapere esattamente per quale motivo. Perché conosceva quel volto? Perché era così terrorizzata da quel sorriso, dove lo aveva già visto? “Chi sono io?” la sua stessa voce la fece trasalire. Alice, credi nelle streghe? Non lo so. Non so più niente. Non so chi sono né cosa sono. Voglio solo tornare a casa, mettermi sotto la doccia, mangiare e andare a dormire.
CAPITOLO VENTINOVE: ALICE CREDE NELLE STREGHE, LA RESURREZIONE DI UN SOGNO
Alice quella sera, durante la cena, non disse una parola. Troppe cose che si affollavano nella sua mente, troppi misteri che avvolgevano Martin, troppi misteri che avvolgevano lei. Proprio mentre Damien Drake si stava alzando per dirigersi verso la cucina, Alice parlò. “Voi conoscete un certo padre Thomas?”. Damon Deathman si lasciò sfuggire di mano i piatti e Drake rimase immobile sulla porta della cucina trattenendo il respiro; solo Martin sembrava essere calmo come sempre, come se sapesse che prima o poi quella domanda sarebbe arrivata.
“lo conosciamo, e lo conosci anche tu”
“e come lo conoscereste se è morto nel 1877?”
“la morte non sempre appare per tutti uguali Alice, se tu ricordassi lo dovresti sapere”
“volete dirmi una buona volta cosa devo ricordare? Per quale motivo mi avete portato qui?”
“tu non credi nelle streghe Alice”
“e basta con questa storia delle streghe!” era arrabbiata, era furiosa “ditemi cosa sta succedendo o giuro che prendo il primo aereo per Roma!”
“arrivederci” disse Martin accendendo una sigaretta “se vuoi andartene non sarò io a trattenerti, ma sappi che è la nostra ultima occasione per stare insieme”
“dimmi chi sei Martin Darknight, rispondi solo a questa semplice domanda. Poi dimmi perché utilizzi il nome di una persona morta più di cento anni fa spacciandoti per lui. Non esiste nessun Darknight all’anagrafe, nessuna famiglia, niente di niente”. Drake stava per aprire bocca, ma Martin lo zittì con un gesto della mano.
“Prima risposta. Martin Darknight è veramente il mio nome. Quel mago che hai visto in qualunque articolo di giornale di quel periodo sono io. Io sono anche il mago delle storie che circolano da queste parti, Aryuna, il mago che amava la figlia del re e che venne esiliato perennemente dalla città di Stonehaeven. Non posso dirti molto di più…perché il resto devi farlo da te”
“la principessa che amava Aryuna…è…ero…sono, io?”.
Martin abbassò gli occhi “era il solo modo per salvarti, farti attraversare il Varco e fare in modo che tu mi dimenticassi. Lui aveva giurato di uccidere tutto quello a cui io tenevo, dalla prima all’ultima cosa, non potevo permettere che ti facesse del male, così decisi di porti nella dimensione del Limbo, dove avresti vissuto fino a che non fossi stata al sicuro. Io rimasi in vita per controllare che lui non cercasse di nuovo di entrare nel Limbo, nella mia terra, Antanatlis…” “poi cosa accadde, perché ci siamo rincontrati?”
“un caso, un maledetto caso. Non appena ti vidi non potei fare a meno di farti ricordare, perché il nostro amore aveva travalicato il tempo e la morte, non potevo non restare con te”
“allora perché…?“
“non ricordavi? Purtroppo ho dovuto farti dimenticare tutto quando sei partita da Stonehaeven, non potevo rischiare che tu venissi presa da lui prima che avessi la forza necessaria per affrontarlo”
“chi sono io Martin?”
“sei una strega, Alice. È per questo che devi credere nelle streghe. È per questo che sei caduta in depressione, non credevi più in te stessa, sapevi che qualcosa non andava ma non riuscivi a capire esattamente cosa. Ogni tanto i tuoi ricordi tornavano in superficie, nonostante avessi fatto di tutto per farti dimenticare” “quindi era per questo che dovevo credere alle streghe, perché altrimenti non avrei potuto credere in me stessa” “esattamente, e dovevi farlo prima del Ballo delle Streghe, perché lui ti avrebbe invitato e se non lo avessi fatto ti avrebbe preso e ucciso”.
“Adesso capisco, ricordo. Voglio tornare al Varco, voglio ricordare tutto quello che devo ricordare” “sei sicura?” chiese Martin, la sua voce appariva ferma, ma i suoi occhi brillavano di una luce febbrile. “Sono sicura, Martin, voglio ricordare tutto quello che devo. Tutte le vite, tutte le mie esistenze e la prima volta. La mia prima vita, quando ci siamo incontrati la prima volta”.
“Va bene” disse Martin accendendo una sigaretta, “seguimi- poi si rivolse ai suoi due amici- Drake, Damon, venite anche voi, potrebbe farvi bene ricordare un paio di cosette sul vostro passato”.
Alice passò una mano sul volto “allora andiamo”. Si avvicinò a Martin e lo strinse a sé, indossava lo stesso vestito nero da strega che aveva nel suo sogno, lo aveva visto in una bancarella qualche giorno prima e lo aveva comprato, come se sentisse che in qualche modo le sarebbe servito. Premette il suo corpo contro quello di Martin, e le sue guance erano rigate di lacrime. “Aiutami a credere Martin, voglio credere di nuovo nelle streghe e in me stessa” “bene; allora credo che ci sia poco da dire. Andiamo”.
Martin (Aryuna) prese la mano di Alice e la condusse verso la Foresta Nera, dietro di loro Damon Deathman e Drake. Camminarono avvolti dalle tenebre e dal silenzio. Ognuno con i suoi incubi da combattere. Giunsero davanti al vecchio monastero in meno tempo del previsto, Martin osservò i suoi amici per un attimo. I suoi occhi erano verde acceso, come quelli di un gatto. “Ci siamo. Voi aspettateci qui, non ci metteremo molto” “tutto il tempo necessario, Aryuna” “preferisco Martin, mi ci sono affezionato” rispose lui con un sorriso.
Prese per mano Alice e la strinse. La condusse davanti alla tomba senza nome. La tomba dei sogni di Alice, quella dove aveva seppellito i suoi ricordi e quella che aveva visto una mattina nella Foresta Nera.
“Bentornata al Varco, Alice” “questo è…” “questa è la tomba della nostra utopia, Alice”. Alice poggiò una mano sulla tomba. Venne investita da una marea di pensieri, visioni, immagini, di vite vissute e mai ricordate, di sogni interrotti a metà, di desideri non realizzati di amori mai visti e di fantasie uccise.
Era una ragazzina di solo quindici anni quando aveva conosciuto Martin. Era una ragazzina strana, in continuo conflitto con i suoi genitori, che non voleva vedere mai nessuno e che passava le sue giornate nella sua stanza a sognare. Quando entrò con Martin nella Foresta Nera, al Varco, indossava un paio di pantaloni di tela estivi che teneva legati con un laccio e una camicetta legata alla vita.
“Benvenuta al Varco Alice. Spero che tu riesca a ricordare tutto quello che ci ha unito in passato e che tutto questo possa riunirci in futuro”. Alice sorrise, non capiva bene quelle parole ma sorrise. Avvicinò le sue labbra a quelle di Martin. Senza rendersene conto si baciarono. Senza rendersene conto si sdraiarono sull’erba e senza rendersene conto fecero l’amore. I loro corpi si intrecciarono, divennero una sola dimensione e insieme attraversarono il Varco. Insieme ricordarono l’immenso amore che sempre li aveva sempre legati e che ora li aveva ricondotti insieme.
Alice riaprì gli occhi. Lacrime di gioia le rigavano il volto lasciando dei solchi dove il suo viso era sporco di terra.
“Io credo nelle streghe- disse- e ti amo”.
Le loro labbra di nuovo come un tempo, il loro amore ancora come prima e più di prima. Il loro desiderio di stare insieme ancora più forte, anni di attesa, secoli di attese e di dolori e di amori non corrisposti, di secoli non vissuti, e.
Erano nudi nell’erba, Maya e Aryuna, erano uno nelle braccia dell’altra i loro corpi mischiati e uniti in uno solo.
“Sai che sono stato bandito dal villaggio?” disse lui
“io resterò qui con te”
“io ho un destino da compiere, e non posso chiederti di restare qui”
“lo compiremo insieme Aryuna, voglio restare accanto a te”
“sei sicura di voler correre il rischio?”
“sono sicura, lo sono perché ti amo”
“tu credi nelle streghe?”
“io credo nelle streghe” rispose la principessa.
“Io credo nelle streghe” disse Alice, stringendo il corpo di Martin ancora più forte.
CAPITOLO TRENTA: IL BALLO DELLE STREGHE
Mattina. Ora Alice sapeva. Credeva di nuovo nelle streghe e capiva. Adesso poteva dire di essere veramente innamorata, anche se ancora non capiva molte cose.
Mancavano poche ore al Ballo delle Streghe. Il ballo del solstizio d’estate, il ballo in cui tutto poteva avvenire.
Martin era seduto davanti la finestra senza parlare. Non faceva altro che guardare il mare, bere e fumare.
“Qualcosa che non va, Marty?” disse Alice. Martin si voltò verso di lei e cercò di sorridere “potremmo perdere tutti la nostra vita, lo sai?”
“lo so, ma voglio comunque correre il rischio”.
“Dimmi una cosa, chi è il sindaco di Stonehaeven?”
“Lothar, colui che io combatto da anni, colui che controlla il tempo, colui che nessuno può sconfiggere se non con l’inganno; Lothar è la morte, Alice, e vuole noi”
“perché?”
“perché nessuno può vivere in eterno Alice, se vinciamo avremo realizzato il sogno dei più grandi alchimisti di tutti i tempi, avremo sconfitto la morte, ma se dovessimo fallire…stavolta sarebbe la fine della nostra utopia”.
Il Comune era stato allestito nel migliore dei modi per ospitare il Ballo delle Streghe. Tra gli invitati tutte le personalità di Stonehaeven, pescatori, pastori e semplici cittadini, e, defilati sulla sinistra Drake, Deathman, Martin e Alice.
Il sindaco si avvicinò ad Alice e la prese per mano “mi concede questo ballo signorina?”. Alice lanciò un occhiata a Martin che fece un cenno di assenso con la testa.
Alice stava ballando con il sindaco un valzer, lui ballava dannatamente bene e lei non riusciva a stargli dietro.
Non devi guardarlo negli occhi per nessun motivo. La voce di Martin; quegli occhi di ghiaccio erano pericolosi, quegli occhi di ghiaccio potevano farti impazzire, come uccidere. Alice rabbrividì a questo pensiero, ma il sindaco non se ne accorse, poiché continuava a ballare, con quel sorriso di tagliola che tanto era rimasto impresso ad Alice.
La gente beveva e scherzava, i tre becchini, i tre maghi erano soli, attendendo il momento propizio per agire.
Mezzanotte meno due minuti…
“Manca poco”. Martin fece un cenno di assenso con la testa e i suoi occhi tornarono a fissare Alice che ballava con il sindaco.
Il valzer aveva fatto posto ad un tango argentino che Alice aveva rifiutato di ballare, dicendo di volersi riposare un po’. La gente invitata aveva preso coraggio e si era buttata in pista. Il sindaco era in piedi, accanto al tavolo del buffet, indossava un vestito nero elegante e una camicia grigia. Fissava Martin con i suoi occhi del colore del ghiaccio, occhi carichi di odio e di rancore per chi lo aveva sconfitto una volta.
Mezzanotte meno un minuto…
La luce saltò in tutta Stonehaeven. Nemmeno le stelle illuminavano le strade. Buio pesto. Solo una luce si poteva vedere osservando bene. Era una luce rotonda, una specie di vortice che girava per la città come uno sciame di mosche. Lothar, il sindaco, era con le mani protese verso il cielo, sapeva di poter controllare quel flusso di luce, il Varco, sapeva che ora poteva controllare il tempo.
Martin osservò in aria. Stava per arrivare, lo sentiva.
“Damien, Damon, voi bloccate il Varco prima che arriva da Lothar, io mi occuperò di lui” “certo Maestro” disse Damon “e non chiamarmi Maestro, lo sai che non lo sopporto”.
Damien e Damon si diressero verso il flusso di luce che stava entrando nella sala da ballo attraverso la finestra. Somigliava ad uno sciame di lucciole particolarmente luminose. Protesero le mani in avanti e riuscirono ad impedire al Varco di giungere a Lothar. “Non mi sconfiggerete questa volta” disse con un ringhio.
Ora aveva il suo reale aspetto: un volto pallido e cadaverico, gli occhi del colore del ghiaccio completamente inespressivi e i denti affilati come quelli di un lupo.
“Stavolta siamo giunti alla fine, Lothar, la mia magia è più forte di prima”. Dopo aver proferito queste parole Martin congiunse le mani a coppa e sputò sul palmo. Non appena disgiunse le mani un fascio di luce si levò dalle sue mani e si librava nell’aria sotto il controllo del suo palmo.
“Io credo nelle streghe” disse scagliando il fascio di luce contro il sindaco. “Io credo nelle streghe” disse Alice. Il fascio di luce, come se avesse sentito queste parole, si allargò e divenne molto più grande. Il sindaco cercò di evitare il colpo ma era troppo potente e venne scaraventato a terra. Quando si rialzò la sua camicia era bruciata e un rivolo di sangue gli colava dalla tempia sinistra.
Si scagliò verso Alice per prenderla, ma venne bloccato da un altro fascio di luce, questa volta scagliato da Drake. Il Vortice si stava muovendo verso Alice e la sollevò come un pacco postale, stava per assorbirla, Martin la spostò con un gesto della mano e venne colpito in pieno dal Varco. Rovinò a terra perdendo i sensi.
Era dentro il Varco. Una dimensione in cui tutto era tanto indistinto da apparire irreale. Si alzò vacillando per qualche istante. Aveva la camicia strappata sul braccio e jeans all’altezza del ginocchio. Si rese conto di avere un taglio sul braccio, ma il dolore appariva come una cosa indistinta, appartenente ad un altro mondo.
La sua vista si stava abituando alle tenebre, sapeva dove si trovava, anche se non aveva la certezza assoluta. Di fronte a sé aveva Lothar, che lo fissava con occhi gelidi.
“Ci ritroviamo Maestro” dice con una voce roca che sembrava proseguire da uno sprofondo.
“Avevi qualche dubbio che prima o poi sarebbe avvenuto?”
“se devo essere sincero no, lo sapevo. Aspettavo questo momento da secoli, tutto tempo passato a cercare di capire come è stato possibile che un essere umano mi abbia sottratto quello che mi spettava per diritto”
“non perdiamo tempo, dimmi cosa vuoi”
“Vendetta, nessuno può permettersi di ingannare la morte”
“quasi nessuno” disse Martin con un sorriso
“voglio il controllo del Varco, voglio che nessuno possa più attraversarlo impunemente senza il mio permesso. Se avrò il suo controllo diverrò il demone più potente e nessuno potrà impedirmi di controllare il mondo”
“povero illuso, tu il demone più potente? Proprio tu che non sei riuscito nemmeno a trovare tre miseri umani nel corso di tre secoli?”
“non ti permetto di parlarmi con questo tono Aryuna, non dovresti provocare la mia ira”
“è esattamente quello che voglio fare. Voglio che tu sprigioni il tuo reale potere, voglio combattere contro di te alla tua potenza massima”.
La terra iniziò a tremare. Martin rimase immobile nella sua posizione con le mani allargate, con i palmi rivolti verso l’alto.
“IO CREDO NELLE STREGHE!”.
Non si rese conto di quanto stava accadendo fino a che non sentì un’energia immensa fluirgli in tutto il corpo, passare per il braccio e raggiungere la sua mano. Alice. Lo teneva per mano, gli stava passando tutta la sua energia ed il suo potere. Sentiva la sua voce ripetere “io credo nelle streghe”.
Quando sentì che le sue braccia non riuscivano più a trattenere l’energia scaraventò il fascio di luce contro Lothar, che venne colpito in pieno volto.
La sua faccia, il suo corpo, vennero colpiti dalla luce e nella luce si dissolsero.
Martin perse i sensi e si ritrovò nella sala del Comune.
Era successo qualcosa, la gente stava fuggendo nel panico mentre la polizia cercava di mantenere il controllo della situazione con scarsi risultati.
Martin si alzò in piedi ancora barcollante e vide il Varco divenire sempre più grande.
“È tutto finito” disse Alice tenendo Martin per mano. Lui la osservò, osservò i suoi amici, che fissavano quel buco di luce aperto nell’infinito e la gente fuggire.
Avvicinò le sue labbra a quelle di Alice e la baciò delicatamente sulle labbra.
“Non è finita, è appena cominciata amore mio, di qualunque cosa si tratti è appena cominciata”.
FINE
Siamo giunti alla fine....
E l'avventura giunse alla fine (forse....) tra poco chiunque passerà da queste parti leggerà gli ultimi cinque capitoli del libro che da gennaio ha accompagnato una volta al mese (impegni dell'autore permettendo) le notti e i giorni dei pellegrini.....
Grazie per avermi seguito e a presto, da qualche parte in qualche luogo.
Grazie per avermi seguito e a presto, da qualche parte in qualche luogo.
venerdì 22 giugno 2007
La crisi della politica italiana e la nascita dei nuovi partiti
In questa fase della politica italiana (che potremmo definire di transizione dalla Seconda alla Terza Repubblica) stiamo assistendo al progressivo crollo di fiducia della gente nei confronti della classe politica italiana.
Se si ascolta attentamente quello che si mormora tra le persone (anche chi fino a poco tempo fa era politicamente impegnato) la reazione di sdegno è quasi unanime.
La nascita del Partito Democratico (o qualunque altro nome esso decida di prendere può essere) può essere una valida soluzione solo se fatto con i criteri giusti e con i tempi giusti.
La figura di Walter Veltroni è la sola possibile come leader di questa nuova realtà politica, perchè sarebbe visto come il tentativo reale di rinnovare la politica in Italia....
Ma anche questa candidatura non deve essere bruciata.
Va presentata con i tempi e la modalità giusta, perchè altrimenti si rischia di demolire il tutto ancora prima di iniziare a costruirlo. Obiettivo deve essere quello di costruire un partito che attiri il maggior numero di persone, tanto a sinistra quanto tra gli indecisi di centro che non votano.
Solo così facendo sarà possibile mandare avanti il paese e rinnovare il nostro sistema ormai vecchio e logoro.
Se si ascolta attentamente quello che si mormora tra le persone (anche chi fino a poco tempo fa era politicamente impegnato) la reazione di sdegno è quasi unanime.
La nascita del Partito Democratico (o qualunque altro nome esso decida di prendere può essere) può essere una valida soluzione solo se fatto con i criteri giusti e con i tempi giusti.
La figura di Walter Veltroni è la sola possibile come leader di questa nuova realtà politica, perchè sarebbe visto come il tentativo reale di rinnovare la politica in Italia....
Ma anche questa candidatura non deve essere bruciata.
Va presentata con i tempi e la modalità giusta, perchè altrimenti si rischia di demolire il tutto ancora prima di iniziare a costruirlo. Obiettivo deve essere quello di costruire un partito che attiri il maggior numero di persone, tanto a sinistra quanto tra gli indecisi di centro che non votano.
Solo così facendo sarà possibile mandare avanti il paese e rinnovare il nostro sistema ormai vecchio e logoro.
sabato 19 maggio 2007
Altri cinque capitoli....
CAPITOLO VENTUNESIMO: L’ARCHIVIO DI MARTIN DARKNIGHT I
Tutte le memorie di Martin Darknight erano conservate nel suo studio. Parte sul computer, il suo vecchio computer che funzionava semplicemente perché non si era ancora reso conto di dover smettere di funzionare, parte sugli scaffali della libreria; fogli scritti a mano e ritagli di giornale, documenti, atti di nascita. Non era solo Alice a chiedersi chi fosse Martin Darknight, da un paio di anni se lo stava chiedendo lui stesso. Adesso che sapeva chi era il nemico da combattere doveva ricordare.
Ricordare come e perché proteggere Alice.
DAL DIARIO DI MARTIN DARKNIGHT -
Qualcosa non quadra. Chi sono e da dove vengo, innanzi tutto. I monaci sostengono che mi hanno trovato la notte di Natale, abbandonato davanti alla porta del monastero, ma quella notte non risulta che ci siano state nascite a Stonehaeven e nei dintorni.
Molti particolari della storia raccontata dai monaci sembrano non collimare tra di loro. Uno di loro padre Thomas sostiene che io sia stato trovato la notte del 24, qualcuno sostiene che io sia stato trovato il 25. Questo può essere un particolare scusabile. La cosa strana è che non esiste alcun documento relativo alla mia nascita (come avevo notato all’inizio di questo scritto) e soprattutto a Stonehaeven non esistono Darknight. L’ultimo (che guarda caso si chiamava Martin) viveva da queste parti, ma nel 1845
24 marzo 1988
23 settembre 1991,
Sono rientrato a Oxford da due settimane e mi sono già rotto le palle. I docenti tentano di dimostrare teorie astruse sull’esistenza o meno di un dio, mentre i miei compagni di corso sono impegnati a discutere di politica, macchine e fica, non esattamente in quest’ordine. Fortuna che ho conosciuto Deathman. Il cognome non è esattamente di buon auspicio, ma almeno è simpatico. Abbiamo un interesse comune per la magia, abbiamo deciso di condividere la stanza e allestire una piccola biblioteca di studi magici.
25 aprile 1992,
Dopo sei mesi di ricerca sembra che siamo riusciti a trovare quello che cercavamo. La copia originale del Trattato sulla vita, la morte e la trasmigrazione, di quel Martin Darknight che viveva a Stonehaeven nel 1845. È scritto in codice, pertanto il testo dovrebbe contenere qualche messaggio che dovrò certamente decifrare per accedere ad un qualche livello superiore di conoscenza, o stronzate simili.
24 luglio 1992,
Il codice sembra inviolabile. Io continuo a sapere sempre meno sul mio passato, mentre ricontrollo quando possiedo sino a questo momento.
27 agosto 1992,
sono riuscito a decifrare una parte del Codice, parla di un mago vissuto da queste parti in tempi remoti (non viene precisata nessuna data), un mago che risponde al nome di Aryuna.
Dall’archivio magnetico di Martin Darknight
Nome: Martin
Cognome: Darknight
Data di nascita: Presumibilmente il 25 dicembre 1969, almeno questa è la data in cui i monaci segnalano il ritrovamento del corpo del bambino in fasce.
Note: Al momento non disponiamo ancora di nessuna notizia utile per risalire all’originale nucleo familiare del bambino.
ANCORA NESSUNA NOTIZIA SULL’IDENTITA DEI GENITORI DEL BAMBINO RITROVATO DAVANTI LA PORTA DEL VECCHIO MONASTERO marzo 1977
Dal nostro inviato- Ancora nessuna notizia sui genitori che lo scorso Natale hanno abbandonato un bambino davanti alla porta del monastero di Stonehaeven.
Sono oramai trascorsi otto anni da quel ritrovamento, e nonostante il bambino sia pienamente integrato nella comunità le sue origini rimangono ancora avvolta dal mistero.
Ci sono alcuni dettagli che fanno pensare che la questione sia molto strana:
Primo, a Stonehaeven esiste un ritrovo per bambini orfani gestito dalle suore, se chi lo ha abbandonato proveniva dal paese sicuramente lo avrebbe lasciato lì, e non alle porte del monastero benedettino. E qui arriviamo alla seconda incongruenza: Non esiste nessun Darknight a Stonehaeven all’epoca del ritrovamento del bambino, quindi è escluso che sia qualcuno del paese. E qui si arriva alla terza incongruenza: nella culla dove era stato lasciato il bambino sono stati trovati dei soldi, circa quindicimila sterline, il che significa che chiunque fossero i suoi genitori non erano poveri, ma allora per quale motivo abbandonarlo e in un modo così strano?
Il mistero continua, e nonostante il priore del monastero sostenga che non vi sia nulla di misterioso noi continueremo le nostre ricerche, fino a sapere la verità, come sempre.
Il monastero delle suore venne chiuso nel 1989 a causa del suicidio di una delle novizie.
MISTERIOSA MORTE AL MONASTERO DELLE SUORE DI STONEHAEVEN, SI TRATTA SI OMICIDIO?
Morta una delle suore che gestiva l’ospizio di Stonehaeven, le autorità parlano di suicidio 24 settembre 1989
Suor Esther, una delle novizie del monastero che ospita anche l’orfanotrofio è stata trovata morta questa mattina, si è pensato inizialmente ad un avvelenamento da cibo, poi si è passati a ventilare l’ipotesi di un suicidio, se non addirittura di un omicidio.
Ma le consorelle, negando qualunque ipotesi in tal senso, dicendo che la sorella non aveva nessuna motivazione apparente per suicidarsi né tanto meno per essere uccisa parlano di semplice disgrazia.
Dopo qualche mese, vicino il monastero viene trovato morto il poliziotto che svolgeva le indagini.
25 settembre 1989,
A Stonehaeven succede qualcosa di strano, che nessuno riesce a spiegare: tre misteriose morti in quattro giorni ed una persona scomparsa. Tutto è iniziato quando qualcuno ha iniziato a fare domande sul mio conto, devo dedurre che sono io la causa di tutto questo?
22 ottobre 1989,
L’autunno. Che bella stagione! Quando le foglie iniziano a cadere e la natura si addormenta consapevole che sarà solo per qualche mese. Ogni tanto mi torna alla mente Alice, la ragazzina italiana che non faceva che litigare con i suoi genitori. Il primo amore. La mia prima volta. Ma non è stato solo questo c’è stato dell’altro. Dell’altro chiuso nella mia mente e che non riesco a ricordare.
23 gennaio 1990,
Non riesco a ricordare, non riesco a ricordare, non riesco a ricordare, non riesco a ricordare, non riesco a ricordare. Non so nemmeno esattamente cosa devo ricordare.
3 luglio 1990,
Alice. Questo nome continua a ronzarmi nel cervello come se fosse un ricordo che si diverte a fuggire dalla mia memoria. Un volto confuso nella nebbia. Una nave che parte. Dopo che labbra e corpi si sono uniti, dando vita a qualcosa di antico e unico allo stesso tempo, nella Foresta Nera.
3 novembre 1990,
Incubi. Continuo ad avere incubi che tormentano le mie notti. Continuo a sognare la Foresta Nera, come se non fosse altro che un ennesimo ricordo seppellito nella mia memoria, come se fosse qualcosa che appartiene ad un passato lontano e sfuggente.
CAPITOLO VENTIDUESIMO: LOTHAR E IL MAGO
Notte nella Foresta Nera. Esilio di Martin. Prigione per colui che sarebbe potuto diventare il mago più potente dello stesso Merlino, per colui che avrebbe potuto avere il controllo sulla vita e la morte. È stanco. Le sue palpebre si chiudono da sole, ma deve assolutamente restare sveglio. Più il momento del ballo delle streghe si avvicina più teme che il suo nemico progetti qualcosa per ucciderlo. Non deve addormentarsi. Mentre si trova in una fase di dormiveglia che lo travolge e gli impedisce di pensare, vede apparire due occhi colore del ghiaccio. Due occhi che raggelano il sangue.
“Salve mago” disse una voce calda e suadente
“cosa vuoi?”
“parlare. Solo parlare. So che sei un mago molto potente e non servono lusinghe o promesse di vita eterna per te, e so che sarebbe inutile raccontare menzogne, dato che conosco il tuo potere so che riusciresti a capire se so mentendo. Quindi vengo subito al dunque: non immischiarti in questioni che non ti riguardano. Potresti pentirtene molto amaramente”
“Di cosa hai paura, Lothar? Che la gente comprenda cosa sei realmente? O il fatto che tutti siano capaci di poter decidere come e dove vivere?”
“cosa accadrebbe se tutti fossero capaci di attraversare il Varco tra la vita e la morte?”
“sai che non è possibile che tutti possano attraversare il Varco, solo chi dotato di forti poteri magici. Quindi credo che tu non corri pericolo, siamo io e te i soli capaci di controllare ed aprire il Varco”
“vedo che hai studiato”
“sono preparato, se è questo quello che intendi”
“non ti permetterò di battermi un’altra volta,mago, tienilo bene a mente”
“cercherò di ricordarlo quando ti vedrò rinchiuso nella prigione del Varco”
“la vedremo mago” ringhiò Lothar “la vedremo chi verrà rinchiuso nella prigione, se io o te”.
CAPITOLO VENTIREESIMO: ALICE NELLA FORESTA NERA
Dio, che brutta cosa avere quindici anni pensò Alice. Illusioni che vanno via non appena cresci, sogni che svaniscono non appena inizi a renderti conto che il mondo non è come lo vuoi tu. Incubi che diventano realtà. Dimentichi la persona che credevi poter amare tutta la vita e anche oltre. Conosci qualcuno. Lo frequenti per sei anni, credendo che sia l’uomo della tua vita, vai anche a vivere con lui, poi improvvisamente: ti dice di essere innamorato di un’altra, qualcuno che non è come te, qualcuno che lo fa sentire libero, qualcuno che riesce a capirlo e non pretende di cambiarlo. Allora, il mondo ti crolla addosso. L’ultima illusione, l’ultima fiamma della tua adolescenza, l’idea dell’amore con la A maiuscola, quello che dura tutta una vita, muore improvvisamente; non sai darti una spiegazione logica a tutto questo, allora entri in un circolo vizioso di pianti e di notti insonni; un mondo fatto di noia e di apatia. Quando riesci a renderti conto di essere finita nel circolo della depressione è troppo tardi, e ti ritrovi a dover chiedere aiuto per uscirne, o saresti perduta. Perdi fiducia in tutto e in tutti. Non avrai più un amore, ma solo ricordi di una storia che è stata bella per quello che è durata, ma che lascia solo il ricordo della fine, solo i momenti peggiori, la tristezza e l’odio provati quando tutto è finito. Un rancore cieco che non sai come spiegarti, che non vuoi spiegarti. Non fai che alimentare l’odio, vedendo gli altri felici. Vedendo che lui è felice.
Fino a che una mattina non si presenta una strana figura davanti la porta di casa tua, e dicendo di prepararti e di credere alle streghe, sostiene di portarti da quello che è da sempre il grande amore della tua vita, il tuo primo e forse unico amore che ti sta aspettando in un paesino della Nuova Scozia, chiamato Stonehaeven. Allora decidi di lasciare tutta la tua vita, tutto quello che sino a quel momento sei riuscita a costruire. Arrivi in un luogo dove eri stata da adolescente, quando i genitori erano tuoi tutori per forza e tu dovevi obbedire a loro e solo a loro. Allora, iniziavi a ribellarti, e proprio in quel paese sperduto nella Nuova Scozia, incontravi il tuo primo amore, la sola persona che non credevi di poter dimenticare. Solo che accadeva qualcosa: non appena mettevi piede sulla nave l’oblio e la dimenticanza avvolgevano la tua mente: il ragazzo che credeva nelle streghe, il ragazzo che avevi amato, diveniva sfuggente, e tu dimenticavi, scordavi che lui esisteva e che lo amavi, un tempo nemmeno tanto lontano.
A tutto questo pensava Alice davanti l’imbocco della Foresta Nera, dove era arrivata quasi senza rendersene conto, come se i suoi piedi fossero stati guidati da qualche misteriosa entità di cui non sapeva il nome, quasi come se il suo animo sapesse che quel luogo era stato il principio di tutto, e che, in qualche modo, ne sarebbe stato la fine. Non appena fu dentro la Foresta Nera fu invasa da una sensazione di freddo nella pelle nonostante splendesse il sole. Si guardò attorno e si accorse che per essere precisi fuori dalla Foresta splendeva il sole, poiché i rami degli alberi erano così fitti che impedivano anche ad un singolo raggio di sole di entrare. Iniziò a camminare lungo un sentiero che sembrava essere lì da millenni. Le venne voglia di togliere le scarpe e camminare a piedi nudi sull’erba.
Potrebbero esserci dei serpenti, non ci hai pensato? La voce della sua parte razionale. Ma lei decise di non ascoltarla. Sentiva che non poteva accaderle niente di male, era una certezza che non riusciva a spiegare.
Rimase qualche istante con i piedi scalzi nell’erba bagnata. Provò una strana sensazione, come se fosse stata catapultata in uno dei suoi sogni.
La Foresta Nera non era più come prima. C’erano ancora gli alberi secolari, ma sembravano molto più giovani e alcuni erano ancora dei germogli. L’erba non era alta come prima, e sembrava che qualcuno la avesse brucata. Si guardò attorno per convincersi che non stesse sognando e si diresse verso una costruzione alla cui sinistra da cui provenivano dei rumori. Gli unici. Canti che assomigliavano a preghiere, pronunciati in una lingua che non riusciva a capire. La Foresta Nera sembrava essere muta ad ascoltare quel canto, muta come nei suoi sogni, come quelli di Martin, muta come quando il giullare Hans si era inoltrato in quel luogo di tenebra per sfuggire inutilmente a Lothar. Alice continuava a camminare lungo un sentiero invisibile,mentre camminava, avvolta solo dal silenzio, un corvo la seguiva volando di ramo in ramo, come una sentinella. Sorrise all’idea che qualcuno potesse averlo inviato per proteggerla, e che qualcuno fosse Martin. Il corvo gracchiò, come se volesse confermare i suoi pensieri, facendola trasalire. Camminò per un bel pezzo prima di arrivare davanti ad un sentiero in terra battuta che conduceva ad un piccolo cimitero. Sei già stata qui, lo ricordi Alice? Alice, credi nelle streghe? Non credere significa impazzire,lo sai? Credere però significa essere pazza. Bel dilemma. Credi nelle streghe? Ricordi chi eri? Chi era Martin? Cosa era? Scacciò via i pensieri con una mano, come se fossero mosche e notò che il corvo si era posato sulla sua spalla. La osservava curioso con i suoi occhi color nocciola. Riusciva a vedere la sua immagine riflessa dentro gli occhi del corvo. Così, con il corvo sulla spalla, Alice continuò a camminare. All’interno del cimitero, che conteneva massimo venti lapidi, si rese conto del luogo dove si trovava: il vecchio monastero, quello sconsacrato, quello in cui, secondo le antiche leggende, era vissuto il mago chiamato Aryuna. Seduto su una lapide senza nome c’era una figura umana. Alta circa un metro e ottantacinque, lunghi capelli neri fino alle spalle, e una folta barba. Lo osservò meglio, era Martin. Con i capelli molto più lunghi, ma era lui, non poteva sbagliare. Stava per pronunciare il suo nome, ma dalla sua bocca, senza che lei nemmeno se ne rendesse conto uscì un altro nome: Aryuna. La figura si voltò e la osservò con occhi che esprimevano calma e dolore profondo allo stesso tempo.
“Salve, e ben arrivata Alice. Vedo che non ti è stato troppo difficile trovare la strada, il che significa che hai ricominciato a credere alle streghe”
“cosa significa tutto questo e dove mi trovo?”. Aryuna sorrise “in un luogo magico, Alice, nel luogo dove i ricordi si confondono con la leggenda, sei nella terra dell’oblio, dove conservi i tuoi ricordi” “perché assomigli così tanto a Martin, e perché ti sogno così spesso?”
“devi trovare le risposte da sola Alice, io non posso aiutarti. La sola cosa che posso fare e cercare di svegliare la tua memoria per non rischiare di farti impazzire.
“sì, ma come posso ricordare se non so cosa ricordare?”
“è esattamente quello che non posso dirti Alice, quello che devi ricordare. Anche io devo ricordare, anche se non voglio farlo, presto dimenticherò tutto, anche il mio più grande amore. A presto Alice, ci rivedremo molto prima di quello che tu credi”.
La figura di Aryuna scomparve così come era comparsa, e la chiesa era di nuovo come Alice si aspettava che fosse: le tombe sul retro invecchiate dal tempo, la chiesa avvolta in una dimensione di totale abbandono. Aprì il cancello che emise un lieve cigolio da casa stregata e si diresse verso la tomba dove era seduto Aryuna fino a pochi secondi fa. La seconda sulla sinistra. Era una singola lapide senza nome, solo una data: 1656.
Doveva indagare. Aveva bisogno di capire tante cose. Doveva riuscire a capire cosa doveva ricordare a tutti i costi.
CAPITOLO VENTIQUATTRO: LE INDAGINI DI ALICE
La prima cosa che fece tornata dalla Foresta Nera fu andare a casa per farsi una doccia, aveva addosso l’odore degli alberi e dell’erba mischiato con un odore di essenze e di oli che sapeva di antico e di magia. Tu credi nelle streghe? Il pensiero gli attraversò il cervello come un aculeo non appena tolse la camicetta per entrare sotto la doccia. “Io amo Martin Darknight, perché non dovrei credere nelle streghe?”.
Lasciò che il getto di acqua fredda la investisse e rimase qualche istante con gli occhi chiusi e i palmi delle mani aperti sotto il getto della doccia. Quando uscì si infilò i jeans e andò nella sua camera per prendere una camicetta pulita, bianca, con i lacci al posto dei bottoni.
La prima tappa delle sue ricerche sarebbe stato il Comune. Voleva sapere se esisteva qualche dato su Martin, qualcosa di scritto. Il Comune era nella piazza principale di Stonehaeven, vicino la statua del re Roland che troneggiava nel centro della piazza.
“Buongiorno” disse Alice entrando nella guardiola. Il palazzo dentro era antico, aveva quell’odore che
Alice ricordava sin da quando era bambina, da quando suo padre la portava con sé nelle biblioteche dei monasteri per i suoi studi.
“Dovrei andare all’ufficio anagrafe” disse
“terzo piano, scala F; lei è la straniera, vero? Quella che vive al Picco del Cimitero con il becchino”
“sì, sono io, lei conosce Martin?”
“nessuno può dire di conoscere realmente il becchino, non scende quasi mai in paese, se non quando deve comprare il Kil Beggan. Ogni tanto si ferma a bere dal vecchio Eddie, ma non parla mai con nessuno. Anche i suoi aiutanti sono poco loquaci. Si vedono in paese solo quando devono fare la spesa; ogni tanto passano da queste parti per ricevere le notifiche delle agenzie funebri. Non capisco come facciano a vivere così bene, con quella miseria di stipendio che prendono”
“beh, la casa dove vive Martin è di proprietà dei monaci”
“monaci? A Stonehaeven non ci sono monaci da quando il monastero venne chiuso per quella storia del mago. Abbiamo solo una piccola chiesetta dove vive il nostro parroco”
“Padre Thomas, ho avuto il piacere di conoscerlo”
“padre Paul, io non conosco nessun padre Thomas”
Alice iniziò a sentire le gambe molli.
“Il vice-parroco, magari”
“no, il nostro vice-parroco si chiama William, non Thomas, chiunque sia non era del paese”
Cosa stava succedendo. Martin aveva mentito? No. Andiamo Alice, è ovvio che ti sta solo prendendo in giro, lui è come tutti gli altri. Le streghe non esistono. Io credo nelle streghe.
“Posso andare all’ufficio anagrafe, devo controllare una cosa importante”
“signorina, si sente bene? È bianca come un cadavere”
“sì, sto bene”.
No, non stava bene per niente. La sua vista era annebbiata, e aveva una voglia matta di svenire ma non poteva, doveva ricordare. Ma ricordare cosa, dannazione? Cosa aveva seppellito nella sua mente di così orribile da non poter essere nemmeno nominato?
Non esistevano dati su Martin Darknight, sembrava essere un fantasma. “Chi sei Martin?”
Stava dando un occhiata a vecchi documenti, quando il suo occhio cadde su un certificato di morte.
Padre Thomas Ferdinand. Londra 23 marzo 1807 – Stonehaeven, 26 agosto 1877
Note: Padre Thomas ha espressamente richiesto di essere seppellito nel cimitero cittadino e non al vecchio cimitero del Picco del Cimitero dove vengono seppelliti i suoi confratelli.
Parlare con il becchino del cimitero dei monaci, quel Darknight che si dice essere un mago.
Aveva letto male. Doveva aver letto male, non poteva essere veramente così. Darknight. 1877. Un caso di omonimia? Un parente lontano di…No. Alice sapeva che era lui, era Martin. Andiamo Alice, è ridicolo, dovrebbe avere cento e passa anni, ti rendi conto della pazzia? Improvvisa come una frecciata nel petto. Affermazione di un fulmine. No, ha molto più di cento anni. Vive e rivive all’infinito. Mille vite, mille dolori, sempre gli stessi immutabili dolori. Poi una nuova frecciata, un nuovo aculeo nel suo cervello: come me.
“Chi sei Martin Darknight? Chi sono io?”
CAPITOLO VENTICINQUE: DAMIEN E MARTIN
Mentre Alice era in Comune a fare le sue ricerche, Martin era seduto nel suo studio, bevendo un caffé e guardando fuori dalla finestra.
“Preoccupato, Marty?” chiese Damien Drake entrando nello studio.
Martin non rispose alla sua domanda, ma ne pose un’altra “credi che riuscirà a ricordare prima del ballo?”
“ne sono convinto, amico”
“due giorni fa il vecchio Syrus le ha fatto avere il manoscritto di Aryuna e Maya”
“quanto pensi che ci metterà a capire che quel manoscritto parla di lei?”
“non lo so. Posso dirti che questa mattina è andata alla Foresta Nera e ha avuto una visione di Aryuna che le diceva di ricordare. Ha iniziato le sue ricerche dall’ufficio anagrafe, ha trovato il certificato di morte di padre Thomas e conosce la storia del monastero, sa che è stato chiuso nel 1878”
“quanto tempo è passato?”
“dipende da quando, Martin”
“dalla prima volta”
“tanto. Forse troppo tempo, credo sia giunto il momento di portare a termine quello che abbiamo iniziato tanto tempo fa”
“quanto tempo, Damien?”
Drake abbassò gli occhi “trecento trenta anni, Martin, è stata l’ultima volta che il Varco è stato aperto”
“già, quando ho salvato Hans”
“sei sicuro che lui volesse essere salvato Martin? Lo hai costretto a vivere in eterno, come hai costretto te a fuggire in eterno dal tuo nemico peggiore. Devi affrontarlo Martin, altrimenti non potrai mai essere libero”
“lo so Damien, ma ho bisogno di lei. Devo aspettare, da solo non credo di poterlo sconfiggere”“su questo hai ragione tu, da solo non potrai sconfiggerlo”.
Tutte le memorie di Martin Darknight erano conservate nel suo studio. Parte sul computer, il suo vecchio computer che funzionava semplicemente perché non si era ancora reso conto di dover smettere di funzionare, parte sugli scaffali della libreria; fogli scritti a mano e ritagli di giornale, documenti, atti di nascita. Non era solo Alice a chiedersi chi fosse Martin Darknight, da un paio di anni se lo stava chiedendo lui stesso. Adesso che sapeva chi era il nemico da combattere doveva ricordare.
Ricordare come e perché proteggere Alice.
DAL DIARIO DI MARTIN DARKNIGHT -
Qualcosa non quadra. Chi sono e da dove vengo, innanzi tutto. I monaci sostengono che mi hanno trovato la notte di Natale, abbandonato davanti alla porta del monastero, ma quella notte non risulta che ci siano state nascite a Stonehaeven e nei dintorni.
Molti particolari della storia raccontata dai monaci sembrano non collimare tra di loro. Uno di loro padre Thomas sostiene che io sia stato trovato la notte del 24, qualcuno sostiene che io sia stato trovato il 25. Questo può essere un particolare scusabile. La cosa strana è che non esiste alcun documento relativo alla mia nascita (come avevo notato all’inizio di questo scritto) e soprattutto a Stonehaeven non esistono Darknight. L’ultimo (che guarda caso si chiamava Martin) viveva da queste parti, ma nel 1845
24 marzo 1988
23 settembre 1991,
Sono rientrato a Oxford da due settimane e mi sono già rotto le palle. I docenti tentano di dimostrare teorie astruse sull’esistenza o meno di un dio, mentre i miei compagni di corso sono impegnati a discutere di politica, macchine e fica, non esattamente in quest’ordine. Fortuna che ho conosciuto Deathman. Il cognome non è esattamente di buon auspicio, ma almeno è simpatico. Abbiamo un interesse comune per la magia, abbiamo deciso di condividere la stanza e allestire una piccola biblioteca di studi magici.
25 aprile 1992,
Dopo sei mesi di ricerca sembra che siamo riusciti a trovare quello che cercavamo. La copia originale del Trattato sulla vita, la morte e la trasmigrazione, di quel Martin Darknight che viveva a Stonehaeven nel 1845. È scritto in codice, pertanto il testo dovrebbe contenere qualche messaggio che dovrò certamente decifrare per accedere ad un qualche livello superiore di conoscenza, o stronzate simili.
24 luglio 1992,
Il codice sembra inviolabile. Io continuo a sapere sempre meno sul mio passato, mentre ricontrollo quando possiedo sino a questo momento.
27 agosto 1992,
sono riuscito a decifrare una parte del Codice, parla di un mago vissuto da queste parti in tempi remoti (non viene precisata nessuna data), un mago che risponde al nome di Aryuna.
Dall’archivio magnetico di Martin Darknight
Nome: Martin
Cognome: Darknight
Data di nascita: Presumibilmente il 25 dicembre 1969, almeno questa è la data in cui i monaci segnalano il ritrovamento del corpo del bambino in fasce.
Note: Al momento non disponiamo ancora di nessuna notizia utile per risalire all’originale nucleo familiare del bambino.
ANCORA NESSUNA NOTIZIA SULL’IDENTITA DEI GENITORI DEL BAMBINO RITROVATO DAVANTI LA PORTA DEL VECCHIO MONASTERO marzo 1977
Dal nostro inviato- Ancora nessuna notizia sui genitori che lo scorso Natale hanno abbandonato un bambino davanti alla porta del monastero di Stonehaeven.
Sono oramai trascorsi otto anni da quel ritrovamento, e nonostante il bambino sia pienamente integrato nella comunità le sue origini rimangono ancora avvolta dal mistero.
Ci sono alcuni dettagli che fanno pensare che la questione sia molto strana:
Primo, a Stonehaeven esiste un ritrovo per bambini orfani gestito dalle suore, se chi lo ha abbandonato proveniva dal paese sicuramente lo avrebbe lasciato lì, e non alle porte del monastero benedettino. E qui arriviamo alla seconda incongruenza: Non esiste nessun Darknight a Stonehaeven all’epoca del ritrovamento del bambino, quindi è escluso che sia qualcuno del paese. E qui si arriva alla terza incongruenza: nella culla dove era stato lasciato il bambino sono stati trovati dei soldi, circa quindicimila sterline, il che significa che chiunque fossero i suoi genitori non erano poveri, ma allora per quale motivo abbandonarlo e in un modo così strano?
Il mistero continua, e nonostante il priore del monastero sostenga che non vi sia nulla di misterioso noi continueremo le nostre ricerche, fino a sapere la verità, come sempre.
Il monastero delle suore venne chiuso nel 1989 a causa del suicidio di una delle novizie.
MISTERIOSA MORTE AL MONASTERO DELLE SUORE DI STONEHAEVEN, SI TRATTA SI OMICIDIO?
Morta una delle suore che gestiva l’ospizio di Stonehaeven, le autorità parlano di suicidio 24 settembre 1989
Suor Esther, una delle novizie del monastero che ospita anche l’orfanotrofio è stata trovata morta questa mattina, si è pensato inizialmente ad un avvelenamento da cibo, poi si è passati a ventilare l’ipotesi di un suicidio, se non addirittura di un omicidio.
Ma le consorelle, negando qualunque ipotesi in tal senso, dicendo che la sorella non aveva nessuna motivazione apparente per suicidarsi né tanto meno per essere uccisa parlano di semplice disgrazia.
Dopo qualche mese, vicino il monastero viene trovato morto il poliziotto che svolgeva le indagini.
25 settembre 1989,
A Stonehaeven succede qualcosa di strano, che nessuno riesce a spiegare: tre misteriose morti in quattro giorni ed una persona scomparsa. Tutto è iniziato quando qualcuno ha iniziato a fare domande sul mio conto, devo dedurre che sono io la causa di tutto questo?
22 ottobre 1989,
L’autunno. Che bella stagione! Quando le foglie iniziano a cadere e la natura si addormenta consapevole che sarà solo per qualche mese. Ogni tanto mi torna alla mente Alice, la ragazzina italiana che non faceva che litigare con i suoi genitori. Il primo amore. La mia prima volta. Ma non è stato solo questo c’è stato dell’altro. Dell’altro chiuso nella mia mente e che non riesco a ricordare.
23 gennaio 1990,
Non riesco a ricordare, non riesco a ricordare, non riesco a ricordare, non riesco a ricordare, non riesco a ricordare. Non so nemmeno esattamente cosa devo ricordare.
3 luglio 1990,
Alice. Questo nome continua a ronzarmi nel cervello come se fosse un ricordo che si diverte a fuggire dalla mia memoria. Un volto confuso nella nebbia. Una nave che parte. Dopo che labbra e corpi si sono uniti, dando vita a qualcosa di antico e unico allo stesso tempo, nella Foresta Nera.
3 novembre 1990,
Incubi. Continuo ad avere incubi che tormentano le mie notti. Continuo a sognare la Foresta Nera, come se non fosse altro che un ennesimo ricordo seppellito nella mia memoria, come se fosse qualcosa che appartiene ad un passato lontano e sfuggente.
CAPITOLO VENTIDUESIMO: LOTHAR E IL MAGO
Notte nella Foresta Nera. Esilio di Martin. Prigione per colui che sarebbe potuto diventare il mago più potente dello stesso Merlino, per colui che avrebbe potuto avere il controllo sulla vita e la morte. È stanco. Le sue palpebre si chiudono da sole, ma deve assolutamente restare sveglio. Più il momento del ballo delle streghe si avvicina più teme che il suo nemico progetti qualcosa per ucciderlo. Non deve addormentarsi. Mentre si trova in una fase di dormiveglia che lo travolge e gli impedisce di pensare, vede apparire due occhi colore del ghiaccio. Due occhi che raggelano il sangue.
“Salve mago” disse una voce calda e suadente
“cosa vuoi?”
“parlare. Solo parlare. So che sei un mago molto potente e non servono lusinghe o promesse di vita eterna per te, e so che sarebbe inutile raccontare menzogne, dato che conosco il tuo potere so che riusciresti a capire se so mentendo. Quindi vengo subito al dunque: non immischiarti in questioni che non ti riguardano. Potresti pentirtene molto amaramente”
“Di cosa hai paura, Lothar? Che la gente comprenda cosa sei realmente? O il fatto che tutti siano capaci di poter decidere come e dove vivere?”
“cosa accadrebbe se tutti fossero capaci di attraversare il Varco tra la vita e la morte?”
“sai che non è possibile che tutti possano attraversare il Varco, solo chi dotato di forti poteri magici. Quindi credo che tu non corri pericolo, siamo io e te i soli capaci di controllare ed aprire il Varco”
“vedo che hai studiato”
“sono preparato, se è questo quello che intendi”
“non ti permetterò di battermi un’altra volta,mago, tienilo bene a mente”
“cercherò di ricordarlo quando ti vedrò rinchiuso nella prigione del Varco”
“la vedremo mago” ringhiò Lothar “la vedremo chi verrà rinchiuso nella prigione, se io o te”.
CAPITOLO VENTIREESIMO: ALICE NELLA FORESTA NERA
Dio, che brutta cosa avere quindici anni pensò Alice. Illusioni che vanno via non appena cresci, sogni che svaniscono non appena inizi a renderti conto che il mondo non è come lo vuoi tu. Incubi che diventano realtà. Dimentichi la persona che credevi poter amare tutta la vita e anche oltre. Conosci qualcuno. Lo frequenti per sei anni, credendo che sia l’uomo della tua vita, vai anche a vivere con lui, poi improvvisamente: ti dice di essere innamorato di un’altra, qualcuno che non è come te, qualcuno che lo fa sentire libero, qualcuno che riesce a capirlo e non pretende di cambiarlo. Allora, il mondo ti crolla addosso. L’ultima illusione, l’ultima fiamma della tua adolescenza, l’idea dell’amore con la A maiuscola, quello che dura tutta una vita, muore improvvisamente; non sai darti una spiegazione logica a tutto questo, allora entri in un circolo vizioso di pianti e di notti insonni; un mondo fatto di noia e di apatia. Quando riesci a renderti conto di essere finita nel circolo della depressione è troppo tardi, e ti ritrovi a dover chiedere aiuto per uscirne, o saresti perduta. Perdi fiducia in tutto e in tutti. Non avrai più un amore, ma solo ricordi di una storia che è stata bella per quello che è durata, ma che lascia solo il ricordo della fine, solo i momenti peggiori, la tristezza e l’odio provati quando tutto è finito. Un rancore cieco che non sai come spiegarti, che non vuoi spiegarti. Non fai che alimentare l’odio, vedendo gli altri felici. Vedendo che lui è felice.
Fino a che una mattina non si presenta una strana figura davanti la porta di casa tua, e dicendo di prepararti e di credere alle streghe, sostiene di portarti da quello che è da sempre il grande amore della tua vita, il tuo primo e forse unico amore che ti sta aspettando in un paesino della Nuova Scozia, chiamato Stonehaeven. Allora decidi di lasciare tutta la tua vita, tutto quello che sino a quel momento sei riuscita a costruire. Arrivi in un luogo dove eri stata da adolescente, quando i genitori erano tuoi tutori per forza e tu dovevi obbedire a loro e solo a loro. Allora, iniziavi a ribellarti, e proprio in quel paese sperduto nella Nuova Scozia, incontravi il tuo primo amore, la sola persona che non credevi di poter dimenticare. Solo che accadeva qualcosa: non appena mettevi piede sulla nave l’oblio e la dimenticanza avvolgevano la tua mente: il ragazzo che credeva nelle streghe, il ragazzo che avevi amato, diveniva sfuggente, e tu dimenticavi, scordavi che lui esisteva e che lo amavi, un tempo nemmeno tanto lontano.
A tutto questo pensava Alice davanti l’imbocco della Foresta Nera, dove era arrivata quasi senza rendersene conto, come se i suoi piedi fossero stati guidati da qualche misteriosa entità di cui non sapeva il nome, quasi come se il suo animo sapesse che quel luogo era stato il principio di tutto, e che, in qualche modo, ne sarebbe stato la fine. Non appena fu dentro la Foresta Nera fu invasa da una sensazione di freddo nella pelle nonostante splendesse il sole. Si guardò attorno e si accorse che per essere precisi fuori dalla Foresta splendeva il sole, poiché i rami degli alberi erano così fitti che impedivano anche ad un singolo raggio di sole di entrare. Iniziò a camminare lungo un sentiero che sembrava essere lì da millenni. Le venne voglia di togliere le scarpe e camminare a piedi nudi sull’erba.
Potrebbero esserci dei serpenti, non ci hai pensato? La voce della sua parte razionale. Ma lei decise di non ascoltarla. Sentiva che non poteva accaderle niente di male, era una certezza che non riusciva a spiegare.
Rimase qualche istante con i piedi scalzi nell’erba bagnata. Provò una strana sensazione, come se fosse stata catapultata in uno dei suoi sogni.
La Foresta Nera non era più come prima. C’erano ancora gli alberi secolari, ma sembravano molto più giovani e alcuni erano ancora dei germogli. L’erba non era alta come prima, e sembrava che qualcuno la avesse brucata. Si guardò attorno per convincersi che non stesse sognando e si diresse verso una costruzione alla cui sinistra da cui provenivano dei rumori. Gli unici. Canti che assomigliavano a preghiere, pronunciati in una lingua che non riusciva a capire. La Foresta Nera sembrava essere muta ad ascoltare quel canto, muta come nei suoi sogni, come quelli di Martin, muta come quando il giullare Hans si era inoltrato in quel luogo di tenebra per sfuggire inutilmente a Lothar. Alice continuava a camminare lungo un sentiero invisibile,mentre camminava, avvolta solo dal silenzio, un corvo la seguiva volando di ramo in ramo, come una sentinella. Sorrise all’idea che qualcuno potesse averlo inviato per proteggerla, e che qualcuno fosse Martin. Il corvo gracchiò, come se volesse confermare i suoi pensieri, facendola trasalire. Camminò per un bel pezzo prima di arrivare davanti ad un sentiero in terra battuta che conduceva ad un piccolo cimitero. Sei già stata qui, lo ricordi Alice? Alice, credi nelle streghe? Non credere significa impazzire,lo sai? Credere però significa essere pazza. Bel dilemma. Credi nelle streghe? Ricordi chi eri? Chi era Martin? Cosa era? Scacciò via i pensieri con una mano, come se fossero mosche e notò che il corvo si era posato sulla sua spalla. La osservava curioso con i suoi occhi color nocciola. Riusciva a vedere la sua immagine riflessa dentro gli occhi del corvo. Così, con il corvo sulla spalla, Alice continuò a camminare. All’interno del cimitero, che conteneva massimo venti lapidi, si rese conto del luogo dove si trovava: il vecchio monastero, quello sconsacrato, quello in cui, secondo le antiche leggende, era vissuto il mago chiamato Aryuna. Seduto su una lapide senza nome c’era una figura umana. Alta circa un metro e ottantacinque, lunghi capelli neri fino alle spalle, e una folta barba. Lo osservò meglio, era Martin. Con i capelli molto più lunghi, ma era lui, non poteva sbagliare. Stava per pronunciare il suo nome, ma dalla sua bocca, senza che lei nemmeno se ne rendesse conto uscì un altro nome: Aryuna. La figura si voltò e la osservò con occhi che esprimevano calma e dolore profondo allo stesso tempo.
“Salve, e ben arrivata Alice. Vedo che non ti è stato troppo difficile trovare la strada, il che significa che hai ricominciato a credere alle streghe”
“cosa significa tutto questo e dove mi trovo?”. Aryuna sorrise “in un luogo magico, Alice, nel luogo dove i ricordi si confondono con la leggenda, sei nella terra dell’oblio, dove conservi i tuoi ricordi” “perché assomigli così tanto a Martin, e perché ti sogno così spesso?”
“devi trovare le risposte da sola Alice, io non posso aiutarti. La sola cosa che posso fare e cercare di svegliare la tua memoria per non rischiare di farti impazzire.
“sì, ma come posso ricordare se non so cosa ricordare?”
“è esattamente quello che non posso dirti Alice, quello che devi ricordare. Anche io devo ricordare, anche se non voglio farlo, presto dimenticherò tutto, anche il mio più grande amore. A presto Alice, ci rivedremo molto prima di quello che tu credi”.
La figura di Aryuna scomparve così come era comparsa, e la chiesa era di nuovo come Alice si aspettava che fosse: le tombe sul retro invecchiate dal tempo, la chiesa avvolta in una dimensione di totale abbandono. Aprì il cancello che emise un lieve cigolio da casa stregata e si diresse verso la tomba dove era seduto Aryuna fino a pochi secondi fa. La seconda sulla sinistra. Era una singola lapide senza nome, solo una data: 1656.
Doveva indagare. Aveva bisogno di capire tante cose. Doveva riuscire a capire cosa doveva ricordare a tutti i costi.
CAPITOLO VENTIQUATTRO: LE INDAGINI DI ALICE
La prima cosa che fece tornata dalla Foresta Nera fu andare a casa per farsi una doccia, aveva addosso l’odore degli alberi e dell’erba mischiato con un odore di essenze e di oli che sapeva di antico e di magia. Tu credi nelle streghe? Il pensiero gli attraversò il cervello come un aculeo non appena tolse la camicetta per entrare sotto la doccia. “Io amo Martin Darknight, perché non dovrei credere nelle streghe?”.
Lasciò che il getto di acqua fredda la investisse e rimase qualche istante con gli occhi chiusi e i palmi delle mani aperti sotto il getto della doccia. Quando uscì si infilò i jeans e andò nella sua camera per prendere una camicetta pulita, bianca, con i lacci al posto dei bottoni.
La prima tappa delle sue ricerche sarebbe stato il Comune. Voleva sapere se esisteva qualche dato su Martin, qualcosa di scritto. Il Comune era nella piazza principale di Stonehaeven, vicino la statua del re Roland che troneggiava nel centro della piazza.
“Buongiorno” disse Alice entrando nella guardiola. Il palazzo dentro era antico, aveva quell’odore che
Alice ricordava sin da quando era bambina, da quando suo padre la portava con sé nelle biblioteche dei monasteri per i suoi studi.
“Dovrei andare all’ufficio anagrafe” disse
“terzo piano, scala F; lei è la straniera, vero? Quella che vive al Picco del Cimitero con il becchino”
“sì, sono io, lei conosce Martin?”
“nessuno può dire di conoscere realmente il becchino, non scende quasi mai in paese, se non quando deve comprare il Kil Beggan. Ogni tanto si ferma a bere dal vecchio Eddie, ma non parla mai con nessuno. Anche i suoi aiutanti sono poco loquaci. Si vedono in paese solo quando devono fare la spesa; ogni tanto passano da queste parti per ricevere le notifiche delle agenzie funebri. Non capisco come facciano a vivere così bene, con quella miseria di stipendio che prendono”
“beh, la casa dove vive Martin è di proprietà dei monaci”
“monaci? A Stonehaeven non ci sono monaci da quando il monastero venne chiuso per quella storia del mago. Abbiamo solo una piccola chiesetta dove vive il nostro parroco”
“Padre Thomas, ho avuto il piacere di conoscerlo”
“padre Paul, io non conosco nessun padre Thomas”
Alice iniziò a sentire le gambe molli.
“Il vice-parroco, magari”
“no, il nostro vice-parroco si chiama William, non Thomas, chiunque sia non era del paese”
Cosa stava succedendo. Martin aveva mentito? No. Andiamo Alice, è ovvio che ti sta solo prendendo in giro, lui è come tutti gli altri. Le streghe non esistono. Io credo nelle streghe.
“Posso andare all’ufficio anagrafe, devo controllare una cosa importante”
“signorina, si sente bene? È bianca come un cadavere”
“sì, sto bene”.
No, non stava bene per niente. La sua vista era annebbiata, e aveva una voglia matta di svenire ma non poteva, doveva ricordare. Ma ricordare cosa, dannazione? Cosa aveva seppellito nella sua mente di così orribile da non poter essere nemmeno nominato?
Non esistevano dati su Martin Darknight, sembrava essere un fantasma. “Chi sei Martin?”
Stava dando un occhiata a vecchi documenti, quando il suo occhio cadde su un certificato di morte.
Padre Thomas Ferdinand. Londra 23 marzo 1807 – Stonehaeven, 26 agosto 1877
Note: Padre Thomas ha espressamente richiesto di essere seppellito nel cimitero cittadino e non al vecchio cimitero del Picco del Cimitero dove vengono seppelliti i suoi confratelli.
Parlare con il becchino del cimitero dei monaci, quel Darknight che si dice essere un mago.
Aveva letto male. Doveva aver letto male, non poteva essere veramente così. Darknight. 1877. Un caso di omonimia? Un parente lontano di…No. Alice sapeva che era lui, era Martin. Andiamo Alice, è ridicolo, dovrebbe avere cento e passa anni, ti rendi conto della pazzia? Improvvisa come una frecciata nel petto. Affermazione di un fulmine. No, ha molto più di cento anni. Vive e rivive all’infinito. Mille vite, mille dolori, sempre gli stessi immutabili dolori. Poi una nuova frecciata, un nuovo aculeo nel suo cervello: come me.
“Chi sei Martin Darknight? Chi sono io?”
CAPITOLO VENTICINQUE: DAMIEN E MARTIN
Mentre Alice era in Comune a fare le sue ricerche, Martin era seduto nel suo studio, bevendo un caffé e guardando fuori dalla finestra.
“Preoccupato, Marty?” chiese Damien Drake entrando nello studio.
Martin non rispose alla sua domanda, ma ne pose un’altra “credi che riuscirà a ricordare prima del ballo?”
“ne sono convinto, amico”
“due giorni fa il vecchio Syrus le ha fatto avere il manoscritto di Aryuna e Maya”
“quanto pensi che ci metterà a capire che quel manoscritto parla di lei?”
“non lo so. Posso dirti che questa mattina è andata alla Foresta Nera e ha avuto una visione di Aryuna che le diceva di ricordare. Ha iniziato le sue ricerche dall’ufficio anagrafe, ha trovato il certificato di morte di padre Thomas e conosce la storia del monastero, sa che è stato chiuso nel 1878”
“quanto tempo è passato?”
“dipende da quando, Martin”
“dalla prima volta”
“tanto. Forse troppo tempo, credo sia giunto il momento di portare a termine quello che abbiamo iniziato tanto tempo fa”
“quanto tempo, Damien?”
Drake abbassò gli occhi “trecento trenta anni, Martin, è stata l’ultima volta che il Varco è stato aperto”
“già, quando ho salvato Hans”
“sei sicuro che lui volesse essere salvato Martin? Lo hai costretto a vivere in eterno, come hai costretto te a fuggire in eterno dal tuo nemico peggiore. Devi affrontarlo Martin, altrimenti non potrai mai essere libero”
“lo so Damien, ma ho bisogno di lei. Devo aspettare, da solo non credo di poterlo sconfiggere”“su questo hai ragione tu, da solo non potrai sconfiggerlo”.
sabato 5 maggio 2007
Partito Democratico, ovvero la conciliazione di diverse idee politiche...
Le due foto aggiunte servono per spiegare con immagini quale deve essere l'idea del nascente Partito Democratico....Una delle questioni su cui si dibatte e su cui si continua a dibattere è se siano conciliabili gli ideali e la dottrina comunista (di cui Gramsci è e rimarrà il massimo teorizzatore) e quelli della Democrazia Cristiana e del cattolicesimo (rappresentati da Alcide de Gasperi, uno dei padri della nostra Repubblica e primo segretario della Dc).
Teoricamente comunismo e democristianesimo (il termine non è in italiano corretto ma serve per rendere un'idea) sembrano essere apparentemente inconcialibili, ma osservando bene quello che nasce non è del tutto vero...Il processo politico italiano ci deve condurre a superare la dicotomia "socialismo contro capitalismo" o nel caso italiano "comunisti contro democristiani". Il mondo, così come era conosciuto quando nel 1946 l'Italia divenne una Repubblica (Gramsci era già morto ndr) è cambiato: l'URSS non esiste più e l'idea di socialismo basato sul sistema marxista si è rivelata utopica e fallimentare...Per questo una contrapposizione tra ideologie come quella democristiana e quella comunista sarebbe oggi dannosa per il Paese e per questo credo sia necessario cercare di coordinare al meglio la nascita del progetto del Partito Democratico, che concilierebbe i riformismi comunisti e democristiani del post guerra fredda....
Nello stesso tempo però è necessario che il nuovo partito difenda la propria identità laica (e solo un partito forte sarebbe capace di farlo) e rappresenti il maggior numero di persone provenienti da esperienze diverse....
Amen
Teoricamente comunismo e democristianesimo (il termine non è in italiano corretto ma serve per rendere un'idea) sembrano essere apparentemente inconcialibili, ma osservando bene quello che nasce non è del tutto vero...Il processo politico italiano ci deve condurre a superare la dicotomia "socialismo contro capitalismo" o nel caso italiano "comunisti contro democristiani". Il mondo, così come era conosciuto quando nel 1946 l'Italia divenne una Repubblica (Gramsci era già morto ndr) è cambiato: l'URSS non esiste più e l'idea di socialismo basato sul sistema marxista si è rivelata utopica e fallimentare...Per questo una contrapposizione tra ideologie come quella democristiana e quella comunista sarebbe oggi dannosa per il Paese e per questo credo sia necessario cercare di coordinare al meglio la nascita del progetto del Partito Democratico, che concilierebbe i riformismi comunisti e democristiani del post guerra fredda....
Nello stesso tempo però è necessario che il nuovo partito difenda la propria identità laica (e solo un partito forte sarebbe capace di farlo) e rappresenti il maggior numero di persone provenienti da esperienze diverse....
Amen
Dal Family Day al no Dico....
Si avvicina il tredici maggio, giorno della manifestazione indetta dalle organizzazioni ecclesiastiche (e con esse da tutti quei partiti politici che si definiscono cattolici - Udc, Forza Italia, parte della Margherita e Udeur di Mastella...) in difesa della famiglia e contro il provvedimento sulla legalizzazione della coppie di fatto che prende il nome di DICO.
Il fatto che oltre all'opposizione alla manifestazione partecipino anche molti ministri dell'attuale governo è un dato che deve far riflettere.
La manifestazione viene vista da molti come un'ulteriore tentativo di destabilizzare la maggioranza nei confronti del Paese e una nuova occasione per sbandierare la totale assenza di morale della sinistra al potere...
Bisogna però fare una distinzione tra quello che viene detto dai politici nelle aule del Parlamento (o nelle sue immediate vicinanze) e quello che viene percepito dalla gente e dai fedeli che hanno deciso di aderire alla manifestazione.
Prima di tutto non è stato ancora chiarito fino in fondo cosa siano questi benedetti Dico e come dovrebbero operare, per cui a molti cittadini (elettori del centrosinistra compresi) sembra una distruzione dell'idea canonica di famiglia, una di quelle cose che in un paese intriso di cattolicesimo come l'Italia non può essere sopportato. Da parte della chiesa mi sembra più che ovvio che vengano difesi quei valori e quell'idea di famiglia che da sempre contraddistingue il Vaticano. La società cambia e con essa cambia anche la conformazione del nucleo famigliare...il fatto che esistano persone che decidono autonomamente di non sposarsi e convivere devono essere tutelate, non dico che devono avere gli stessi diritti di chi sceglie il matrimonio (in questo è la maggior contraddizione dei Dico e su questo punto credo che ci siano i maggiori problemi) ma deve comunque essere tutelato. Determinati diritti e determinati doveri devono essere concessi a tutti e tutte,. siano essi cattolici, musulmani o di qualunque altra confessione religiosa....
NB: Nessuno ha proposto la legalizzazione del matrimonio per gli omosessuali ma solo che i "loro diritti vengano equiparati a quelli di una coppia sposata". Questa sottile distinzione, spiega come i dico non affrontino il diritto all'adozione, che molti omosessuali vorrebbero, visto che l'adozione è possibile solo nel caso in cui esista un nucleo famigliare...ma questo è un altro discorso
Il fatto che oltre all'opposizione alla manifestazione partecipino anche molti ministri dell'attuale governo è un dato che deve far riflettere.
La manifestazione viene vista da molti come un'ulteriore tentativo di destabilizzare la maggioranza nei confronti del Paese e una nuova occasione per sbandierare la totale assenza di morale della sinistra al potere...
Bisogna però fare una distinzione tra quello che viene detto dai politici nelle aule del Parlamento (o nelle sue immediate vicinanze) e quello che viene percepito dalla gente e dai fedeli che hanno deciso di aderire alla manifestazione.
Prima di tutto non è stato ancora chiarito fino in fondo cosa siano questi benedetti Dico e come dovrebbero operare, per cui a molti cittadini (elettori del centrosinistra compresi) sembra una distruzione dell'idea canonica di famiglia, una di quelle cose che in un paese intriso di cattolicesimo come l'Italia non può essere sopportato. Da parte della chiesa mi sembra più che ovvio che vengano difesi quei valori e quell'idea di famiglia che da sempre contraddistingue il Vaticano. La società cambia e con essa cambia anche la conformazione del nucleo famigliare...il fatto che esistano persone che decidono autonomamente di non sposarsi e convivere devono essere tutelate, non dico che devono avere gli stessi diritti di chi sceglie il matrimonio (in questo è la maggior contraddizione dei Dico e su questo punto credo che ci siano i maggiori problemi) ma deve comunque essere tutelato. Determinati diritti e determinati doveri devono essere concessi a tutti e tutte,. siano essi cattolici, musulmani o di qualunque altra confessione religiosa....
NB: Nessuno ha proposto la legalizzazione del matrimonio per gli omosessuali ma solo che i "loro diritti vengano equiparati a quelli di una coppia sposata". Questa sottile distinzione, spiega come i dico non affrontino il diritto all'adozione, che molti omosessuali vorrebbero, visto che l'adozione è possibile solo nel caso in cui esista un nucleo famigliare...ma questo è un altro discorso
lunedì 16 aprile 2007
Difesa di un'idea....
Ultimamente, la mia scelta di aderire al progetto del Pd (Partito democratico o qualunque altro nome esso abbia) ha stravolto le persone che mi conosco e persone che reputo mie amiche....
Forse sarebbe il caso che spiegassi quali sono state le motivazioni che mi hanno portato a fare una simile scelta....Ho passato dieci anni della mia attività politica all'interno di Rifondazione Comunista, nella speranza di cambiare qualcosa....
Nonostante questo e nonostante la "chiusura mentale" di determinati ambienti cosidetti di sinistra ho continuato a evolvere il mio modo di pensare e la mia mente non ha smesso di ragionare su quello che potevo volere realmente; per anni (qualcuno potrebbe dire troppi) ho creduto realizzabile il modello di società marxista...socialista o comunista che fosse.
Il contatto con un'opera di Karl Popper, filosofo austriaco, mi ha convinto che per anni avevo inseguito una chimera: ho riletto il Capitale per rivederlo con occhio critico, insieme al Manifesto del Partito Comunista e ai testi economici di Marx.
L'opera di Popper in questione (La Società Aperta e i suoi Nemici) teorizza che il modello di società socialista sia un modello cosidetto di "società chiusa" in cui nessuno si può permettere di sperare di avanzare da un punto di vista sociale e da un punto di vista economico....
Esiste ancora una parte politica italiana irreale, che vive nel mito dell'Unione Sovietica (mito che secondo me è finito con la fine del processo rivoluzionario del 1917 e con la costituzione della NEP - Nuova Politica Economica - voluta da Lenin)....
Forse non è un caso che la rivoluzione socialista abbia avuto successo nell'unico paese in cui non non esistevano le condizioni economiche e sociali perchè avvenisse....E forse è per questo che il modello socialista è fallito, è per questo che l'URSS è crollata, basata su un sistema che non garantiva nessuna possibilità di avanzamento sociale....
L'ultima considerazione: non so se la mia scelta sia giusta o sbagliata...so solo che è stata frutto di un processo personale e politico che mi ha condotto a fare determinate scelte, con cognizione di causa....
Forse sarebbe il caso che spiegassi quali sono state le motivazioni che mi hanno portato a fare una simile scelta....Ho passato dieci anni della mia attività politica all'interno di Rifondazione Comunista, nella speranza di cambiare qualcosa....
Nonostante questo e nonostante la "chiusura mentale" di determinati ambienti cosidetti di sinistra ho continuato a evolvere il mio modo di pensare e la mia mente non ha smesso di ragionare su quello che potevo volere realmente; per anni (qualcuno potrebbe dire troppi) ho creduto realizzabile il modello di società marxista...socialista o comunista che fosse.
Il contatto con un'opera di Karl Popper, filosofo austriaco, mi ha convinto che per anni avevo inseguito una chimera: ho riletto il Capitale per rivederlo con occhio critico, insieme al Manifesto del Partito Comunista e ai testi economici di Marx.
L'opera di Popper in questione (La Società Aperta e i suoi Nemici) teorizza che il modello di società socialista sia un modello cosidetto di "società chiusa" in cui nessuno si può permettere di sperare di avanzare da un punto di vista sociale e da un punto di vista economico....
Esiste ancora una parte politica italiana irreale, che vive nel mito dell'Unione Sovietica (mito che secondo me è finito con la fine del processo rivoluzionario del 1917 e con la costituzione della NEP - Nuova Politica Economica - voluta da Lenin)....
Forse non è un caso che la rivoluzione socialista abbia avuto successo nell'unico paese in cui non non esistevano le condizioni economiche e sociali perchè avvenisse....E forse è per questo che il modello socialista è fallito, è per questo che l'URSS è crollata, basata su un sistema che non garantiva nessuna possibilità di avanzamento sociale....
L'ultima considerazione: non so se la mia scelta sia giusta o sbagliata...so solo che è stata frutto di un processo personale e politico che mi ha condotto a fare determinate scelte, con cognizione di causa....
martedì 10 aprile 2007
Il ballo delle streghe....ancora!
CAPITOLO SEDICESIMO: HANS E IL MAGO
Hans, il giullare, il possidente terriero, colui che aveva trovato la felicità dopo aver attraversato indenne la Foresta Nera, si trovava davanti una casa vicino il vecchio monastero. La figura del mago guerriero era di fronte a lui, e il giullare si sentiva in soggezione.
Nonostante fosse molto giovane era sempre un potente mago ed alchimista.
Colui che aveva sfidato il tempo attraversando il Varco, colui che secondo quanto raccontavano in paese aveva trovato il segreto per sconfiggere la morte.
Se non lui, chi altri poteva aiutarlo? Si avvicinò con passo indeciso.
“Scusate Maestro, vi…vi…posso parlare un attimo?”
“non sono un Maestro, Hans, non lo sono mai stato”
“ma voi avete sconfitto la…”. Il mago lo bloccò con una mano
“lascia perdere quello che dicono in paese Hans, io non ho sconfitto niente è stata solo un’illusione”
“ma voi, avete cercato di realizzare un sogno”
“esatto, Hans un sogno, un’illusione, qualcosa di irrealizzabile. Perché sei venuto qui?”
“Ho bisogno del vostro aiuto, voi siete il solo capace di aiutarmi. Ho paura a raccontare tutto, perché potrei perdere tutta la mia gioia così come sono riuscito a trovarla”
“di cosa si tratta, amico mio?”.
Il fatto di essere chiamato amico mio da colui che era conosciuto per tutti i Quattro Regni fece affiorare un sorriso sulle labbra di Hans nonostante la confessione che stava per fare.
Raccontò tutto: del primo incontro con Lothar a Carnac, di come aveva attraversato la Foresta Nera, e di come era riuscito a riavere una vita a Stonehaeven.
“E ti ha detto che devi rispettare un patto che avete fatto”
“sì” disse il giullare
“e non sai di cosa si tratta”
“no, io non ho fatto nessun patto, non ricordo niente…”
“dammi la mano, vediamo che cosa hai promesso”.
Notte nella Foresta Nera. Hans sta camminando da giorni, senza vedere la fine di quella distesa di alberi da cui non filtra nemmeno un raggio di sole.
“Darei qualunque cosa per uscire da qui dentro, voglio solo vivere qualche altro giorno vedendo la luce del sole, non mi sembra di chiedere molto”.
Finito di pronunciare queste parole una strana sensazione di gelo gli attraversò le vene, si voltò e davanti a lui aveva una figura ammantata di nero: nonostante il cappuccio avrebbe riconosciuto quegli occhi e quel sorriso in qualunque parte del mondo: per troppo tempo aveva tormentato i suoi incubi.
“Ci rivediamo, piccolo Hans, come va la traversata?”. “Cosa vuoi?”. Lothar sorrise “una piccola promessa, posso dirti come uscire dalla Foresta Nera se vuoi, a patto che tu venga al mio ballo quest’estate”. “Che ballo?” “lo saprai al momento adatto, per ora devi solo promettere” “devo solo promettere” una pausa nella sua voce “a te?” “sono la tua unica via d’uscita dalla Foresta Nera Hans, pensaci bene: la Foresta Nera è grande e nessuno se non pochi eletti possono trovare l’uscita. Posso fare in modo che tu resti qui altri duecento anni, pregando di morire, oppure farti arrivare in un villaggio ed avere una vita, la scelta sta a te”.
Hans chiuse gli occhi e sentì le lacrime scorrergli lungo il viso.
Hans riaprì gli occhi, dentro cui si leggeva il terrore “Lui mi vuole al suo ballo, cosa posso fare?” “non ti farà niente Hans, non finché ci sono io a proteggerti” “ma…lui…lui…è il dem…” “non è quello che credi Hans, anche se ci si avvicina molto più di quanto tu possa pensare” “ho la vostra protezione?” chiese Hans, che ora aveva una luce di speranza negli occhi “hai la mia protezione Hans, e quella di tutta la gente a cui dai amore, è quella la tua protezione”
“ma cosa devo fare al ballo…?”
“ci penseremo al momento adatto Hans, ora và, torna da tua moglie”.
“Grazie”. Il Mago fece un sorriso che ad Hans apparve molto più rassicurante di qualunque sorriso avesse mai ricevuto.
Hans si avviò verso il sentiero che riportava in paese, ma non riuscì a fare a meno di voltarsi: il Mago era di nuovo voltato verso l’orizzonte, lo sguardo perso lontano; il corpo esprimeva calma e tranquillità, come se le cose di questo mondo non potessero nemmeno sfiorarlo.
CAPITOLO DICIASSETTESIMO: IL NUOVO SINDACO DI STONEHAEVEN
La morte del sindaco McKey e l’insolito funerale che aveva fatto seguito era stata una specie di tragedia per la città di Stonehaeven. McKey non era un sindaco speciale, era semplicemente meno peggio di molti altri. Le cose che rendevano la popolazione di Stonehaeven per l’elezione del nuovo sindaco erano due: la prima era che in paese non esisteva una vera e propria classe politica, e la seconda era che se fosse andato al potere l’attuale vice sindaco avrebbe combinato solo casini. La giunta comunale decise di convocare le elezioni anticipate. Tra i candidati si presentò anche uno straniero: un tale Nathan Madder di Londra che sbucò a Stonehaeven due giorni prima delle elezioni.
Con grande sorpresa di molti cittadini fu proprio lo straniero a vincere le elezioni.
Il sindaco Madder presto venne soprannominato lo Straniero, non in senso dispregiativo, anzi, assomigliava quasi ad un complimento.
Allo scadere della prima settimana del suo mandato il sindaco invitò tutti i cittadini ad un incontro pubblico, dicendo che voleva capire esattamente la situazione che c’era a Stonehaeven per poter meglio risolvere i problemi del paese.
Tra gli invitati c’era anche il becchino, Martin Darknight.
Dopo aver osservato i presenti incuriositi per qualche attimo il sindaco prese la parola.
“Benvenuti cittadini, sono onorato di essere stato eletto vostro sindaco, e spero di poter fare bene. È mia intenzione governare al meglio questa città e per farlo voglio parlare con ognuno di voi…”. Martin si stava annoiando a morte, pensò di uscire ma appena sentì le ultime parole del sindaco, si bloccò. Sentì il sangue nelle sue vene raggelare: il sindaco aveva invitato tutti i cittadini ad un ballo, che avrebbe tenuto per il solstizio dell’estate. Fermalo, disse una voce dentro di lui. Ti prego, fermalo. Lanciò un’occhiata al sindaco, e per un attimo, solo per un attimo riconobbe quegli occhi rossi di rabbia che aveva già visto una volta. Tutti applaudirono non appena il sindaco finì il suo discorso, tutti tranne Martin, che si diresse distrattamente verso la porta tirando fuori dai jeans un pacchetto di sigarette.
CAPITOLO DICIANNOVE: IL VARCO DELLA DIMENTICANZA
Mentre Martin si trovava nella Sala delle Conferenze, Alice era nella sua stanza a chiedersi cosa significasse il sogno che aveva appena fatto; chi era quel mago che assomigliava così tanto a Martin e perché lei continuava a sognarlo da quando si trovava a Stonehaeven? Chi era Martin Darknight? Per quale motivo lo aveva dimenticato? Non si diceva che il primo amore non si scorda mai? Aveva quindici anni quando era andata a Stonehaeven con i suoi genitori.
Martin Darknight le aveva detto di vivere nel seminario del monastero. Si vedevano tutte le mattine alle otto, dopo che Alice aveva fatto colazione con i suoi e Martin aveva recitato le preghiere mattutine (diceva che era uno dei pochi inconvenienti del vivere in un seminario).
Il giorno prima che Alice partisse Martin la prese per mano, la portò con sé all’imbocco della Foresta Nera, e la fece fermare sulla soglia di quella distesa senza fine di alberi: la strinse a sé come non come non la aveva mai stretta, lei per un attimo pensò di morire, poi rispose al suo abbraccio.
“Stiamo andando in un posto magico, Alice, è fondamentale che tu creda nelle streghe. Non puoi entrare nella Foresta Nera senza credere alle streghe”
“Mio padre è uno scienziato, cerca di dimostrare che la magia non esiste; sostiene che sia una stupida credenza popolare”
“un tentativo inutile, come pensa di dimostrarlo?”
“con il fatto che non si vede, credo”
“Quindi, secondo tuo padre non esiste l’aria perché non si vede”
“beh, non lo so, però in effetti non esistono prove sicure dell’esistenza di streghe e maghi”
“Perché le cercano nel posto sbagliato, esistono tantissimi libri che parlano di magia, solo che sono stati sequestrati dalla chiesa o nascosti dai maghi; il sogno della mia vita sarebbe quello di riunirli tutti in una sola grande libreria”. Alice sorrise “tu sei completamente pazzo” “oppure sono il solo sano e sono tutti gli altri ad essere pazzi. Adesso andiamo, non abbiamo molto tempo, e la strada da fare non è poca”.
Entrarono nella Foresta Nera tenendosi per mano, Martin davanti e lei dietro. Camminavano lentamente, tentando di evitare le grosse radici degli alberi che spuntavano dalla terra.
“Come va?” chiese Martin
“Bene, ma dove mi stai portando?”
“in un luogo magico, Alice, il Posto del Ricordo lo chiamano…una leggenda popolare racconta che in quel luogo è possibile rivedere tutte le proprie vite passate”
“e tu ci credi?”
“non lo so, di solito le leggende popolari contengono sempre una parte di verità”
“vieni spesso nella Foresta Nera?”
“ogni volta che posso, la gente del paese non ama molto la Foresta Nera, qui sono ancora molto superstiziosi”.
Il ruscello che scorreva lungo la Foresta Nera era il solo rumore che si sentiva oltre il leggero stormire delle foglie.
“Raccontano una storia su questo posto. - disse Martin - Un mago molto potente, tanto tempo fa, cercò di sconfiggere la morte, per poter restare accanto alla donna che amava, la figlia del re” “e ci riuscì?” “fallì, e venne bandito dal regno, si ritirò in esilio e non poté più rimettere piede a Stonehaeven” “e che fine fece?” “non se ne seppe più niente. Si dice che probabilmente visse il resto dei suoi giorni nel monastero, senza vedere nessuno” “e la figlia del re?” “si dice che andava a trovarlo una volta al mese, di nascosto” “ sai come si chiamava il mago?”.
Martin ebbe un attimo di esitazione “no, i documenti non lo dicono”.
Arrivarono al monastero. Il luogo dei suoi sogni futuri. Il posto del loro primo bacio. Il posto del loro primo amore, il loro posto. La magia. Improvvisamente, non appena i loro corpi furono nudi e vicini, una miriade di grilli e cicale e uccelli cominciarono a cantare all’unisono. La Foresta Nera si era risvegliata, Alice non capiva esattamente cosa stesse succedendo, ma lei faceva parte di quel risveglio, un raggio di sole filtrò dai rami di un albero e lei si sentì felice come una bambina.
“Ti amo. Non ti dimenticherò mai”.
Promesse. Promesse non mantenute.
Il giorno della partenza. Alice era sul molo, assieme ai suoi genitori, guardandosi attorno nella speranza che Martin passasse da quelle parti per salutarla. Dentro di sé sapeva che forse non lo avrebbe più rivisto, all’inizio avrebbe sofferto, poi lo avrebbe dimenticato per sempre, seppellendolo nei suoi ricordi.
“Pronta, Alice?” era il padre che la richiamava alla realtà. Lanciò un ultimo sguardo al molo una volta salita sul traghetto e lo vide: era in cima alla collina, con indosso una camicia verde acqua, i capelli tirati indietro e la mani intascate nei jeans sbiaditi. Dalle labbra gli pendeva una sigaretta. Alice fece con la mano un cenno di saluto. Martin in risposta fece un gesto strano: congiunse le mani come se stesse pregando, tranne un piccolo pertugio tra i due pollici, le voltò in posizione orizzontale, e ci soffiò dentro, uno stormo di farfalle si librò in aria e fece una piroetta in cenno di saluto, prima di sparire dentro l’acqua. Martin fece un inchino e Alice sorrise. Io credo nelle streghe. Mormorò felice.
CAPITOLO VENTESIMO: LA LEGGENDA DEL MAGO E DELLA NINFA
Alice da un po’ di tempo aveva preso l’abitudine di uscire e vagare per il paese, subito dopo aver fatto colazione.
Camminava dal Picco del Cimitero fino in paese, venti minuti di cammino, prendendosela con molta calma, poi si fermava in un vecchio pub a prendere un caffé. L’insegna assicurava che il pub era lì dal 1876, e che serviva rigorosamente birra di puro malto scozzese. Quel pub era in effetti un’istituzione di Stonehaeven: generazioni di pescatori e mercanti si erano almeno una volta fermati da quelle parti per bere una birra, un caffé o un the. Al bancone c’era sempre lo stesso ragazzo, alto con i capelli rossicci e lentiggini; “il solito caffé?”. Alice assentì sorridente, non avrebbe mai pensato di diventare abitudinaria di un posto.
Mentre sorseggiava la sua bevanda calda, dando un occhiata distratta ad un giornale, lo stesso vecchio che le aveva venduto il quadro si alzò dal suo tavolo e si diresse verso Alice. Le appoggiò una mano nodosa sulla spalla e le diede un rotolo di pergamena scritto a mano.
Alice lo aprì e si trovò davanti ad un testo scritto in caratteri antichi. Alice prese un altro sorso di caffè ed iniziò a leggere
LA STORIA DEL MAGO E DELLA NINFA
Questa è una storia di tanto tempo fa, non so nemmeno a quando risale esattamente, so solo che è avvenuta e che sarà leggenda per sempre.
Nel tempo in cui a Stonehaeven regnava il re Roland, uno dei migli0ri che Stonehaeven possa ricordare, nel villaggio arrivò un mago. Un mago potente, capace di prevedere il futuro e di guarire le malattie delle persone. Ma i suoi poteri non erano limitati a questo. Egli, sosteneva che quel mago fosse capace di sottomettere al suo volere il Demone della Morte, il solo capace di controllare il Varco che portava alla terra dei morti e permetteva di ritornare indietro.
Nessuno sapeva da dove venisse esattamente questo mago, una leggenda narra che discendesse da Merlino e da Morgana, signori di Camelot alla morte di Artù, ma erano solo dicerie.
Fatto sta che questo potente mago viveva a Stonehaeven, aveva una casa sul Picco della Collina, quello che oggi viene chiamato Picco del Cimitero. Viveva vicino al monastero dei monaci cistercensi, che nonostante predicassero la negatività della magia stimavano il mago e più di una volta si erano rivolti a lui per guarire qualcuno dei confratelli malato. Presto il mago divenne una leggenda in paese, e riuscì a farsi benvolere da tutti. Il suo nome era Aryuna.
La voce giunse alle orecchie del re, che divenne ansioso di conoscere questo mago che sosteneva di essere figlio di dei.
Dovete sapere che il re aveva una figlia, di una bellezza rara, di nome Maya, promessa sposa al signore di Carmarthern, per celebrare l’alleanza tra le due città.
Ma il Destino decise diversamente: una volta visto il mago la principessa si innamorò perdutamente di lui e decise di abbandonare tutto pur di poter stare con lui.
Era rimasta colpita dalla magrezza spaventosa del mago, dal suo modo di muovere le mani e di parlare, con la voce bassa.
Una sera, mentre si celebrava la festa dell’Alleanza, in cui si sarebbe dovuto dare l’annuncio ufficiale del matrimonio. Quell’anno alla Festa venne invitato anche il mago.
Quella notte il Destino il aveva deciso di tramare contro la vita della principessa e del mago dando il via alla loro rovina.
Secondo le leggende quella notte sarebbe stata una notte magica, in cui il Varco si sarebbe aperto e le anime dei morti avrebbero incontrato quelle dei vivi. Aryuna raccontò tutte queste cose a Maya, che decise in quell’istante di non voler sposare nessnn altro se non lui. Decise che avrebbe aiutato il mago della sua missione, nel realizzare il suo sogno, fare in modo che le anime dei vivi potessero vivere assieme a quelle dei morti.
“Ti amo” gli disse lei quella notte, mentre le genti danzavano alla luce dei falò e gli spiriti della notte stavano ad ascoltare. Aryuna non rispose le prese i capelli tra le mani e li accarezzò. La leggenda vuole che la principessa, bella come una ninfa seguisse il mago fino alla Foresta Nera, fuggendo dal suo matrimonio e scatenando la guerra tra Carnac e Carmathern.
Alcuni personaggi che odiavano il mago, troppo amato dalla gente, si recarono dal re dicendogli che la principessa era stata sottomessa da un sortilegio dal mago che la aveva rapita e portata via con sé, al Picco del Cimitero. Il re, allora, si recò con un esercito al Picco del Cimitero, prese la principessa e la diede in sposa al re di Carmarthern.
Quella notte la principessa Maya, bella come una ninfa, smise di credere nella magia e Aryuna, il mago, scomparve nella notte, così come era apparso qualche mese prima.
Questo avvenne nella prima notte di plenilunio estiva, e qualcuno crede che il mago e la principessa, bella come una ninfa, siano ancora vivi e che prima o poi siano destinati a incrociare di nuovo le loro vite.
Una storia triste. Alice sedeva al tavolino del bar e pensava a Maya. La principessa portata via a forza dal suo amore e che aveva smesso di credere alla magia. Era un po’ come smettere di credere alle streghe, no? Si sentiva strana, la storia di Maya assomigliava stranamente a quella dei suoi sedici anni. D’improvviso una serie di domande cominciarono ad affiorarle alla mente. Chi erano veramente i tre becchini di Stonehaeven? Chi era Damien Drake, con il suo occhio azzurro come il mare ghiacciato e l’altro rosso, come le fiamme dell’inferno? Chi era Damon Deathman, che non parlava quasi mai? E chi era Martin Darknight, l’uomo dal passato dalle mille ombre e dai mille segreti? Colui che sosteneva di non avere passato?
Quando alzò lo sguardo vide Martin davanti a sé, che la stava osservando.
“Ciao Alice”
“ci-ciao Martin. Conosci la storia del mago e della ninfa?”
“è la leggenda popolare del paese”
“e tu ci credi?”
“io credo che tutto sia possibile”
“anche che i due protagonisti della storia non sono morti e che sono destinati a vivere insieme per sempre?”.
Martin non rispose, ebbe un attimo di esitazione, poi guardò Alice “dove lo hai letto?” “qui- disse Alice porgendogli la pergamena che aveva ricevuto dal vecchio- è passato un vecchio e me la ha lasciata, ha detto che era un regalo per me”. Martin sorrise, allora stava davvero ricominciando tutto.
“Ci vediamo a casa Alice, io adesso devo andare”.
Martin Darknight uscì dal pub e si diresse verso la bancarella dove Alice aveva comprato il quadro.
“Hai dato tu ad Alice il racconto del mago della ninfa?”.
Il vecchio sorrise con la bocca sdentata “sono stato io” “sai che quel racconto parla di me…e di lei?”
“certo che lo so, l’ho scritto io. Comunque nessuno lo ha capito e nessuno potrebbe essere in grado di capirlo”
“nessuna tranne la sola persona che ancora non dovrebbe farlo. Non era ancora il momento adatto per darglielo”
“mancano poche giorni al ballo, quando speri di farle ricordare tutto, il giorno prima?”
“non lo so ancora, e non sta a te, decidere quando Alice deve ricordare il suo passato”
“vorrei farti notare che nel caso non ricordasse io non posso fare niente, per salvarvi”
“lo so, ma i patti con lui sono che ogni volta che si avvicina il ballo lei debba ricordare da sola…”
“lo so, ma un piccolo aiuto possiamo anche darglielo”
“fai come vuoi, hai un goccio di Kil Beggan?”
“quando la finirai di bere?”
“bevendo sono campato tutti questi anni, e non vedo per quale motivo debba smettere proprio adesso”
“ci vediamo al ballo” disse il vecchio strizzando l’occhio
“al ballo”. Martin fece un cenno di saluto con la mano e uscì dal negozio.
Hans, il giullare, il possidente terriero, colui che aveva trovato la felicità dopo aver attraversato indenne la Foresta Nera, si trovava davanti una casa vicino il vecchio monastero. La figura del mago guerriero era di fronte a lui, e il giullare si sentiva in soggezione.
Nonostante fosse molto giovane era sempre un potente mago ed alchimista.
Colui che aveva sfidato il tempo attraversando il Varco, colui che secondo quanto raccontavano in paese aveva trovato il segreto per sconfiggere la morte.
Se non lui, chi altri poteva aiutarlo? Si avvicinò con passo indeciso.
“Scusate Maestro, vi…vi…posso parlare un attimo?”
“non sono un Maestro, Hans, non lo sono mai stato”
“ma voi avete sconfitto la…”. Il mago lo bloccò con una mano
“lascia perdere quello che dicono in paese Hans, io non ho sconfitto niente è stata solo un’illusione”
“ma voi, avete cercato di realizzare un sogno”
“esatto, Hans un sogno, un’illusione, qualcosa di irrealizzabile. Perché sei venuto qui?”
“Ho bisogno del vostro aiuto, voi siete il solo capace di aiutarmi. Ho paura a raccontare tutto, perché potrei perdere tutta la mia gioia così come sono riuscito a trovarla”
“di cosa si tratta, amico mio?”.
Il fatto di essere chiamato amico mio da colui che era conosciuto per tutti i Quattro Regni fece affiorare un sorriso sulle labbra di Hans nonostante la confessione che stava per fare.
Raccontò tutto: del primo incontro con Lothar a Carnac, di come aveva attraversato la Foresta Nera, e di come era riuscito a riavere una vita a Stonehaeven.
“E ti ha detto che devi rispettare un patto che avete fatto”
“sì” disse il giullare
“e non sai di cosa si tratta”
“no, io non ho fatto nessun patto, non ricordo niente…”
“dammi la mano, vediamo che cosa hai promesso”.
Notte nella Foresta Nera. Hans sta camminando da giorni, senza vedere la fine di quella distesa di alberi da cui non filtra nemmeno un raggio di sole.
“Darei qualunque cosa per uscire da qui dentro, voglio solo vivere qualche altro giorno vedendo la luce del sole, non mi sembra di chiedere molto”.
Finito di pronunciare queste parole una strana sensazione di gelo gli attraversò le vene, si voltò e davanti a lui aveva una figura ammantata di nero: nonostante il cappuccio avrebbe riconosciuto quegli occhi e quel sorriso in qualunque parte del mondo: per troppo tempo aveva tormentato i suoi incubi.
“Ci rivediamo, piccolo Hans, come va la traversata?”. “Cosa vuoi?”. Lothar sorrise “una piccola promessa, posso dirti come uscire dalla Foresta Nera se vuoi, a patto che tu venga al mio ballo quest’estate”. “Che ballo?” “lo saprai al momento adatto, per ora devi solo promettere” “devo solo promettere” una pausa nella sua voce “a te?” “sono la tua unica via d’uscita dalla Foresta Nera Hans, pensaci bene: la Foresta Nera è grande e nessuno se non pochi eletti possono trovare l’uscita. Posso fare in modo che tu resti qui altri duecento anni, pregando di morire, oppure farti arrivare in un villaggio ed avere una vita, la scelta sta a te”.
Hans chiuse gli occhi e sentì le lacrime scorrergli lungo il viso.
Hans riaprì gli occhi, dentro cui si leggeva il terrore “Lui mi vuole al suo ballo, cosa posso fare?” “non ti farà niente Hans, non finché ci sono io a proteggerti” “ma…lui…lui…è il dem…” “non è quello che credi Hans, anche se ci si avvicina molto più di quanto tu possa pensare” “ho la vostra protezione?” chiese Hans, che ora aveva una luce di speranza negli occhi “hai la mia protezione Hans, e quella di tutta la gente a cui dai amore, è quella la tua protezione”
“ma cosa devo fare al ballo…?”
“ci penseremo al momento adatto Hans, ora và, torna da tua moglie”.
“Grazie”. Il Mago fece un sorriso che ad Hans apparve molto più rassicurante di qualunque sorriso avesse mai ricevuto.
Hans si avviò verso il sentiero che riportava in paese, ma non riuscì a fare a meno di voltarsi: il Mago era di nuovo voltato verso l’orizzonte, lo sguardo perso lontano; il corpo esprimeva calma e tranquillità, come se le cose di questo mondo non potessero nemmeno sfiorarlo.
CAPITOLO DICIASSETTESIMO: IL NUOVO SINDACO DI STONEHAEVEN
La morte del sindaco McKey e l’insolito funerale che aveva fatto seguito era stata una specie di tragedia per la città di Stonehaeven. McKey non era un sindaco speciale, era semplicemente meno peggio di molti altri. Le cose che rendevano la popolazione di Stonehaeven per l’elezione del nuovo sindaco erano due: la prima era che in paese non esisteva una vera e propria classe politica, e la seconda era che se fosse andato al potere l’attuale vice sindaco avrebbe combinato solo casini. La giunta comunale decise di convocare le elezioni anticipate. Tra i candidati si presentò anche uno straniero: un tale Nathan Madder di Londra che sbucò a Stonehaeven due giorni prima delle elezioni.
Con grande sorpresa di molti cittadini fu proprio lo straniero a vincere le elezioni.
Il sindaco Madder presto venne soprannominato lo Straniero, non in senso dispregiativo, anzi, assomigliava quasi ad un complimento.
Allo scadere della prima settimana del suo mandato il sindaco invitò tutti i cittadini ad un incontro pubblico, dicendo che voleva capire esattamente la situazione che c’era a Stonehaeven per poter meglio risolvere i problemi del paese.
Tra gli invitati c’era anche il becchino, Martin Darknight.
Dopo aver osservato i presenti incuriositi per qualche attimo il sindaco prese la parola.
“Benvenuti cittadini, sono onorato di essere stato eletto vostro sindaco, e spero di poter fare bene. È mia intenzione governare al meglio questa città e per farlo voglio parlare con ognuno di voi…”. Martin si stava annoiando a morte, pensò di uscire ma appena sentì le ultime parole del sindaco, si bloccò. Sentì il sangue nelle sue vene raggelare: il sindaco aveva invitato tutti i cittadini ad un ballo, che avrebbe tenuto per il solstizio dell’estate. Fermalo, disse una voce dentro di lui. Ti prego, fermalo. Lanciò un’occhiata al sindaco, e per un attimo, solo per un attimo riconobbe quegli occhi rossi di rabbia che aveva già visto una volta. Tutti applaudirono non appena il sindaco finì il suo discorso, tutti tranne Martin, che si diresse distrattamente verso la porta tirando fuori dai jeans un pacchetto di sigarette.
CAPITOLO DICIANNOVE: IL VARCO DELLA DIMENTICANZA
Mentre Martin si trovava nella Sala delle Conferenze, Alice era nella sua stanza a chiedersi cosa significasse il sogno che aveva appena fatto; chi era quel mago che assomigliava così tanto a Martin e perché lei continuava a sognarlo da quando si trovava a Stonehaeven? Chi era Martin Darknight? Per quale motivo lo aveva dimenticato? Non si diceva che il primo amore non si scorda mai? Aveva quindici anni quando era andata a Stonehaeven con i suoi genitori.
Martin Darknight le aveva detto di vivere nel seminario del monastero. Si vedevano tutte le mattine alle otto, dopo che Alice aveva fatto colazione con i suoi e Martin aveva recitato le preghiere mattutine (diceva che era uno dei pochi inconvenienti del vivere in un seminario).
Il giorno prima che Alice partisse Martin la prese per mano, la portò con sé all’imbocco della Foresta Nera, e la fece fermare sulla soglia di quella distesa senza fine di alberi: la strinse a sé come non come non la aveva mai stretta, lei per un attimo pensò di morire, poi rispose al suo abbraccio.
“Stiamo andando in un posto magico, Alice, è fondamentale che tu creda nelle streghe. Non puoi entrare nella Foresta Nera senza credere alle streghe”
“Mio padre è uno scienziato, cerca di dimostrare che la magia non esiste; sostiene che sia una stupida credenza popolare”
“un tentativo inutile, come pensa di dimostrarlo?”
“con il fatto che non si vede, credo”
“Quindi, secondo tuo padre non esiste l’aria perché non si vede”
“beh, non lo so, però in effetti non esistono prove sicure dell’esistenza di streghe e maghi”
“Perché le cercano nel posto sbagliato, esistono tantissimi libri che parlano di magia, solo che sono stati sequestrati dalla chiesa o nascosti dai maghi; il sogno della mia vita sarebbe quello di riunirli tutti in una sola grande libreria”. Alice sorrise “tu sei completamente pazzo” “oppure sono il solo sano e sono tutti gli altri ad essere pazzi. Adesso andiamo, non abbiamo molto tempo, e la strada da fare non è poca”.
Entrarono nella Foresta Nera tenendosi per mano, Martin davanti e lei dietro. Camminavano lentamente, tentando di evitare le grosse radici degli alberi che spuntavano dalla terra.
“Come va?” chiese Martin
“Bene, ma dove mi stai portando?”
“in un luogo magico, Alice, il Posto del Ricordo lo chiamano…una leggenda popolare racconta che in quel luogo è possibile rivedere tutte le proprie vite passate”
“e tu ci credi?”
“non lo so, di solito le leggende popolari contengono sempre una parte di verità”
“vieni spesso nella Foresta Nera?”
“ogni volta che posso, la gente del paese non ama molto la Foresta Nera, qui sono ancora molto superstiziosi”.
Il ruscello che scorreva lungo la Foresta Nera era il solo rumore che si sentiva oltre il leggero stormire delle foglie.
“Raccontano una storia su questo posto. - disse Martin - Un mago molto potente, tanto tempo fa, cercò di sconfiggere la morte, per poter restare accanto alla donna che amava, la figlia del re” “e ci riuscì?” “fallì, e venne bandito dal regno, si ritirò in esilio e non poté più rimettere piede a Stonehaeven” “e che fine fece?” “non se ne seppe più niente. Si dice che probabilmente visse il resto dei suoi giorni nel monastero, senza vedere nessuno” “e la figlia del re?” “si dice che andava a trovarlo una volta al mese, di nascosto” “ sai come si chiamava il mago?”.
Martin ebbe un attimo di esitazione “no, i documenti non lo dicono”.
Arrivarono al monastero. Il luogo dei suoi sogni futuri. Il posto del loro primo bacio. Il posto del loro primo amore, il loro posto. La magia. Improvvisamente, non appena i loro corpi furono nudi e vicini, una miriade di grilli e cicale e uccelli cominciarono a cantare all’unisono. La Foresta Nera si era risvegliata, Alice non capiva esattamente cosa stesse succedendo, ma lei faceva parte di quel risveglio, un raggio di sole filtrò dai rami di un albero e lei si sentì felice come una bambina.
“Ti amo. Non ti dimenticherò mai”.
Promesse. Promesse non mantenute.
Il giorno della partenza. Alice era sul molo, assieme ai suoi genitori, guardandosi attorno nella speranza che Martin passasse da quelle parti per salutarla. Dentro di sé sapeva che forse non lo avrebbe più rivisto, all’inizio avrebbe sofferto, poi lo avrebbe dimenticato per sempre, seppellendolo nei suoi ricordi.
“Pronta, Alice?” era il padre che la richiamava alla realtà. Lanciò un ultimo sguardo al molo una volta salita sul traghetto e lo vide: era in cima alla collina, con indosso una camicia verde acqua, i capelli tirati indietro e la mani intascate nei jeans sbiaditi. Dalle labbra gli pendeva una sigaretta. Alice fece con la mano un cenno di saluto. Martin in risposta fece un gesto strano: congiunse le mani come se stesse pregando, tranne un piccolo pertugio tra i due pollici, le voltò in posizione orizzontale, e ci soffiò dentro, uno stormo di farfalle si librò in aria e fece una piroetta in cenno di saluto, prima di sparire dentro l’acqua. Martin fece un inchino e Alice sorrise. Io credo nelle streghe. Mormorò felice.
CAPITOLO VENTESIMO: LA LEGGENDA DEL MAGO E DELLA NINFA
Alice da un po’ di tempo aveva preso l’abitudine di uscire e vagare per il paese, subito dopo aver fatto colazione.
Camminava dal Picco del Cimitero fino in paese, venti minuti di cammino, prendendosela con molta calma, poi si fermava in un vecchio pub a prendere un caffé. L’insegna assicurava che il pub era lì dal 1876, e che serviva rigorosamente birra di puro malto scozzese. Quel pub era in effetti un’istituzione di Stonehaeven: generazioni di pescatori e mercanti si erano almeno una volta fermati da quelle parti per bere una birra, un caffé o un the. Al bancone c’era sempre lo stesso ragazzo, alto con i capelli rossicci e lentiggini; “il solito caffé?”. Alice assentì sorridente, non avrebbe mai pensato di diventare abitudinaria di un posto.
Mentre sorseggiava la sua bevanda calda, dando un occhiata distratta ad un giornale, lo stesso vecchio che le aveva venduto il quadro si alzò dal suo tavolo e si diresse verso Alice. Le appoggiò una mano nodosa sulla spalla e le diede un rotolo di pergamena scritto a mano.
Alice lo aprì e si trovò davanti ad un testo scritto in caratteri antichi. Alice prese un altro sorso di caffè ed iniziò a leggere
LA STORIA DEL MAGO E DELLA NINFA
Questa è una storia di tanto tempo fa, non so nemmeno a quando risale esattamente, so solo che è avvenuta e che sarà leggenda per sempre.
Nel tempo in cui a Stonehaeven regnava il re Roland, uno dei migli0ri che Stonehaeven possa ricordare, nel villaggio arrivò un mago. Un mago potente, capace di prevedere il futuro e di guarire le malattie delle persone. Ma i suoi poteri non erano limitati a questo. Egli, sosteneva che quel mago fosse capace di sottomettere al suo volere il Demone della Morte, il solo capace di controllare il Varco che portava alla terra dei morti e permetteva di ritornare indietro.
Nessuno sapeva da dove venisse esattamente questo mago, una leggenda narra che discendesse da Merlino e da Morgana, signori di Camelot alla morte di Artù, ma erano solo dicerie.
Fatto sta che questo potente mago viveva a Stonehaeven, aveva una casa sul Picco della Collina, quello che oggi viene chiamato Picco del Cimitero. Viveva vicino al monastero dei monaci cistercensi, che nonostante predicassero la negatività della magia stimavano il mago e più di una volta si erano rivolti a lui per guarire qualcuno dei confratelli malato. Presto il mago divenne una leggenda in paese, e riuscì a farsi benvolere da tutti. Il suo nome era Aryuna.
La voce giunse alle orecchie del re, che divenne ansioso di conoscere questo mago che sosteneva di essere figlio di dei.
Dovete sapere che il re aveva una figlia, di una bellezza rara, di nome Maya, promessa sposa al signore di Carmarthern, per celebrare l’alleanza tra le due città.
Ma il Destino decise diversamente: una volta visto il mago la principessa si innamorò perdutamente di lui e decise di abbandonare tutto pur di poter stare con lui.
Era rimasta colpita dalla magrezza spaventosa del mago, dal suo modo di muovere le mani e di parlare, con la voce bassa.
Una sera, mentre si celebrava la festa dell’Alleanza, in cui si sarebbe dovuto dare l’annuncio ufficiale del matrimonio. Quell’anno alla Festa venne invitato anche il mago.
Quella notte il Destino il aveva deciso di tramare contro la vita della principessa e del mago dando il via alla loro rovina.
Secondo le leggende quella notte sarebbe stata una notte magica, in cui il Varco si sarebbe aperto e le anime dei morti avrebbero incontrato quelle dei vivi. Aryuna raccontò tutte queste cose a Maya, che decise in quell’istante di non voler sposare nessnn altro se non lui. Decise che avrebbe aiutato il mago della sua missione, nel realizzare il suo sogno, fare in modo che le anime dei vivi potessero vivere assieme a quelle dei morti.
“Ti amo” gli disse lei quella notte, mentre le genti danzavano alla luce dei falò e gli spiriti della notte stavano ad ascoltare. Aryuna non rispose le prese i capelli tra le mani e li accarezzò. La leggenda vuole che la principessa, bella come una ninfa seguisse il mago fino alla Foresta Nera, fuggendo dal suo matrimonio e scatenando la guerra tra Carnac e Carmathern.
Alcuni personaggi che odiavano il mago, troppo amato dalla gente, si recarono dal re dicendogli che la principessa era stata sottomessa da un sortilegio dal mago che la aveva rapita e portata via con sé, al Picco del Cimitero. Il re, allora, si recò con un esercito al Picco del Cimitero, prese la principessa e la diede in sposa al re di Carmarthern.
Quella notte la principessa Maya, bella come una ninfa, smise di credere nella magia e Aryuna, il mago, scomparve nella notte, così come era apparso qualche mese prima.
Questo avvenne nella prima notte di plenilunio estiva, e qualcuno crede che il mago e la principessa, bella come una ninfa, siano ancora vivi e che prima o poi siano destinati a incrociare di nuovo le loro vite.
Una storia triste. Alice sedeva al tavolino del bar e pensava a Maya. La principessa portata via a forza dal suo amore e che aveva smesso di credere alla magia. Era un po’ come smettere di credere alle streghe, no? Si sentiva strana, la storia di Maya assomigliava stranamente a quella dei suoi sedici anni. D’improvviso una serie di domande cominciarono ad affiorarle alla mente. Chi erano veramente i tre becchini di Stonehaeven? Chi era Damien Drake, con il suo occhio azzurro come il mare ghiacciato e l’altro rosso, come le fiamme dell’inferno? Chi era Damon Deathman, che non parlava quasi mai? E chi era Martin Darknight, l’uomo dal passato dalle mille ombre e dai mille segreti? Colui che sosteneva di non avere passato?
Quando alzò lo sguardo vide Martin davanti a sé, che la stava osservando.
“Ciao Alice”
“ci-ciao Martin. Conosci la storia del mago e della ninfa?”
“è la leggenda popolare del paese”
“e tu ci credi?”
“io credo che tutto sia possibile”
“anche che i due protagonisti della storia non sono morti e che sono destinati a vivere insieme per sempre?”.
Martin non rispose, ebbe un attimo di esitazione, poi guardò Alice “dove lo hai letto?” “qui- disse Alice porgendogli la pergamena che aveva ricevuto dal vecchio- è passato un vecchio e me la ha lasciata, ha detto che era un regalo per me”. Martin sorrise, allora stava davvero ricominciando tutto.
“Ci vediamo a casa Alice, io adesso devo andare”.
Martin Darknight uscì dal pub e si diresse verso la bancarella dove Alice aveva comprato il quadro.
“Hai dato tu ad Alice il racconto del mago della ninfa?”.
Il vecchio sorrise con la bocca sdentata “sono stato io” “sai che quel racconto parla di me…e di lei?”
“certo che lo so, l’ho scritto io. Comunque nessuno lo ha capito e nessuno potrebbe essere in grado di capirlo”
“nessuna tranne la sola persona che ancora non dovrebbe farlo. Non era ancora il momento adatto per darglielo”
“mancano poche giorni al ballo, quando speri di farle ricordare tutto, il giorno prima?”
“non lo so ancora, e non sta a te, decidere quando Alice deve ricordare il suo passato”
“vorrei farti notare che nel caso non ricordasse io non posso fare niente, per salvarvi”
“lo so, ma i patti con lui sono che ogni volta che si avvicina il ballo lei debba ricordare da sola…”
“lo so, ma un piccolo aiuto possiamo anche darglielo”
“fai come vuoi, hai un goccio di Kil Beggan?”
“quando la finirai di bere?”
“bevendo sono campato tutti questi anni, e non vedo per quale motivo debba smettere proprio adesso”
“ci vediamo al ballo” disse il vecchio strizzando l’occhio
“al ballo”. Martin fece un cenno di saluto con la mano e uscì dal negozio.
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