lunedì 29 gennaio 2007

11 gennaio 1999

Lo ricordo come se fosse ieri. Una di quelle cose che rimane impressa nel tuo cervello come un chiodo, come un tarlo che non ti puoi più togliere.
Otto anni fa in questo giorno moriva a Milano Fabrizio de Andrè...il poeta, l'anarchico, il bardo degli sciagurati emarginati della società.
Ho scoperto de Andrè a otto anni, quando ascoltavo da una cassetta arancione Bocca di Rosa, Andrea, la Guerra di Piero.
Con gli anni la passione non accennava a diminuire ma aumentava, nell'ascoltare quelle parole che ti entrano nell'anima, che con spirito poetico sparano su quello che di marcio esiste nella società, nel mondo, dentro te stesso.
Quelle parole che non sono canzoni e che mi fanno ancora salire le lacrime agli occhi quando le sento.
Faber, come lo chiamavano i suoi amici era oltre la musica, era la poesia della parte più inutile della razza umana, degli zingari, delle puttane e dei drogati.
Manca quella voce. Manca quel fumo leggero di sigaretta che saliva lento dalle spalle di un bardo di un teatro durante i concerti.
Se ascolto ancora le sue parole mi scendono lacrime. Perchè dio, quello dei vincenti, quello di chi ha sempre il culo coperto se lo è preso....per una specie di vendetta.
Orgoglio, quando vedo ragazzi cantare la Guerra di Piero, durante le manifestezioni.
Commozione, quando ripenso che non ci accompagnerà più con la sua voce, rabbia quando penso che non è qui...
Manchi alle nostre coscienze, ai nostri cuori, alle nostre anime. Manchi ma hai lasciato un'eredità di parole, Faber, che vivranno per sempre,fino a quando esisterà aria che trasmette le note, le tue note, le tue parole, quelle che sono come un macigno nelle coscienze della nostra società, che sono come foglie che cadono leggere nel nostro cuore....
Mentre scrivo qualche lacrima mi affiora, perchè non ci sei. Perchè sento la tua voce che grida ancora al dio dei diseredati, che insegna ancora che l'amore è un messaggio, che gridi che l'odio genera odio, che il potere genera potere, che la menzogna genera menzogna.
X Faber, 29 gennaio 2007

domenica 28 gennaio 2007

Lettera di Blisset, ovvero svegliatevi dormienti

Io non esisto….voi pensate che io sia qui ma sono solo un fenomeno della vostra mente, sono solo un nulla che voi vedete…pensate, sentite.
Ho giocato a calcio…non so nemmeno di che forma sia un pallone eppure sono arrivato come fenomeno….sono un fenomeno a mio modo….faccio credere alla gente che esisto, mentre non ci sono, mentre il mio nome è su un album della Panini io non ci sono…vago nell’etere delle vostre menti per dimostrare che credete qualunque cosa vi dicano, e che negate l’evidenza…”Vedrete che è un fenomeno…i giornali dicono…”.
I giornali dicono, i giornali fanno il pensiero e voi credete di essere liberi.
La vostra libertà è falsa, voi pensate di essere liberi, ma esistete meno di me…io sono la dimostrazione della vostra non libertà…tutti voi schiavi di carta e di un tubo catodico…tutti voi che mi cercate, che non mi vedete; credetemi: esisto solo perché voi volete che io esista. Esisto perché sono la vostra mente assuefatta a quello che vogliono altri, esisto solo perché voi non siete liberi...anche se pensate di esserlo

sabato 27 gennaio 2007

DISSOLVENZA

Dissolvenza. Chissà perché poi. Il suo volto scavato, le occhiaie sempre più infossate. Dissolvenza. Dolore nero e cupo, martellante alle tempie. Vuole fumare, anche se ha smesso. Vuole bere, anche se sa che gli farebbe male, che lo ucciderebbe. “Meglio morire ubriachi che di freddo in una stazione della metro. Si controlla in tasca, ci sono solo pochi spiccioli, non sa cosa farsene, non ci viene neanche un cartone di quel vino schifoso che vengono al drugstore della stazione. Una bestemmia gli esce dalla gola.
“Come mi sono ridotto così?” nessuna risposta, dio è girato da qualche altra parte, il vento se ne frega di risponderti. “Qualcuno sa rispondere?” nessuno, nemmeno l’eco, solo il silenzio, lo stesso immutabile silenzio da sei anni. Da quando un professore ha perso la moglie ed il figlio in un incidente stradale, da quando un uomo ha tirato la catena della sua vita giù per lo scarico del cesso, vedendola affondare in un cartone di vino della stazione.
Si alza, si guarda attorno. Tutti come lui. Tutti uomini con una storia, una vita dietro, qualcosa da raccontare.
Fantasmi. Solo fantasmi in dissolvenza. Chissà perché poi.

Pensiero

Ho combattuto ed e' tanto: ritenni di poter vincere... ma natura e sorte studio e sforzi repressero. Ma già e' qualcosa esser sceso in lotta, poiché vedo che in mano al fato e' la vittoria. Fu in me quanto era possibile e che nessun venturo secolo potrà negarmi: ciò che di proprio un vincitore poteva dare; non aver avuto timore della morte, non essersi sottomesso, fermo il viso, a nessuno che mi fosse simile; aver preferito morte, coraggiosa a vita posillanime.
Giordano Bruno, De monade

venerdì 26 gennaio 2007

Senza titolo

Non so cosa scrivere, salvo che sono le 2.51 di notte e io sono qui a mettere parole su un computer che vagheranno nell'etere....ormai scrivere è una specie di droga, de andrè diceva "è bello che dove finiscono le mie dita debba necessariamente iniziare una chitarra", potrei parafrasare e dire "è bello sapere che dove finiscano le mie dita debba per forza iniziare una tastiera"....Scrivere mi dà la vita, mi rende libero, mi sfoga....
Non tengo un diario, perchè non mi servirebbe.
Scrivo storie. Creo, e ogni volta che lo faccio mi sento dio, muovo personaggi, sono per tutto il tempo della scrittura il loro fato, sono io a decidere....
Ma se anche noi fossimo la storia di un libro?

Il Pianoforte

Il giardino della casa era interamente innevato. Federico Tobini, camminava attraverso i sentieri del giardino cercando di immaginare Chopin camminare in quegli stessi luoghi poco più di cento anni prima. Prese la bottiglia di vodka e buttò giù un sorso. Servì a scaldargli lo stomaco.
Entrò in casa e lo vide. Il pianoforte dove suonava lui. Lo poteva vedere seduto a cercare di comporre qualcosa, poteva immaginare i suoi lunghi capelli che ondeggiavano sul pianoforte mentre componeva.
La tentazione era troppo forte. Si guardò attorno, quando vide di essere solo si mise seduto al pianoforte e socchiuse gli occhi.
Improvvisamente sentì le sue dita muoversi veloci sulla tastiera a suonare una melodia che lui adorava. Un Notturno, il più bello perché il primo di Chopin che aveva imparato. Improvvisamente il dolore, la tristezza, tutto scomparve. La gente era come se non esistesse, era lui assieme al pianoforte e lo spirito di Chopin che guidava la sue mani.
Mentre i mormorii della gente si perdevano all’interno della musica una lacrima scese dall’occhio sinistro di Federico Tobini. Adesso capiva perché suonava. Suonare era la sua vita e la sua vita era suonare. Lacrime scendevano dai suoi occhi, dopo anni di sofferenze. Stavolta però, erano lacrime che non lasciavano in bocca il sapore amaro della sconfitta, erano lacrime di felicità.

26 gennaio

A volte mi chiedo a cosa serve studiare. A volte mi chiedo perchè farsi domande a cui tu solo vuoi risposta, battersi per un ideale che sai esistere solo nella tua mente. Ognuno di noi cerca di compiere un percorso logico ed essere coerente con quello che fa o che pensa. Io ci provo, non sempre posso dire che mi riesce....perchè a volte cambio idea, solo gli idioti rimangono sempre della stessa idea. Difendo le mie scelte, contro tutto e tutti....mi ostino a credere che la formazione culturale dell'individuo e la propria capacità critica sia una delle cose fondamentali per capire meglio la società in cui si vive. Senza capacità critica siamo come pecore al macello, che seguono il cane pastore solo perchè lo devono seguire....senza chiedere perchè. Ognuno di noi segue le masse, le mode, i miti di una generazione....
Tutti uniformati ad un unico sistema, tutti dei numeri all'interno di una società che non ci vuole partecipi e critici ma solo figli di un reality e di qualche immagine da copertina.
Qualcuno ogni tanto prova ad uscire da questa condizione di "annichilimento culturale", ma alla fine anche quella diventa una moda....per assurdo, l'alternatività, diventa un modo di essere ancora più ipocrita di altri...perchè è una lotta contro un modello che si rifiuta accettandolo, una lotta contro nessuno, perchè alla fine di lottare ce ne frega poco. Va di moda essere comunisti...allora siamo tutti compagni, senza sapere nemmeno cosa voglia dire...solo perchè è fico girare con la maglietta di che guevara (senza sapere nemmeno lontanamente che guevara fu uno dei massimi teorizzatori del socialismo in America Latina) o perchè sono belli i capelli rasta, quando i rasta hanno una loro ragione di essere ed una loro storia.
Allora io cerco solo di seguire quello in cui credo....fregandomene di quello che va di moda e difendendo quella capacità critica che ho cercato e ho voluto cercare in tutti gli anni della mia vita spesi su libri di storia, filosofia e politica. Ore perse per capire, per sviluppare quella capacità critica tanto cara a Bloch e che se fosse almeno un pò, non dico tanto, usata da questa società, da una generazione che ormai crede solo per moda potrebbe veramente essere la chiave per cambiare il mondo, per capire che la società si può e si deve cambiare....che lo slogan lanciato a Seattle, ancora prima che a Genova "Another world is possible" non devono essere solo parole lanciate nel vuoto perchè un gruppo musicale le ha dette....bisogna essere coscienti di quello che si dice e sforzarsi di vivere rimanendo coerenti con quello che si crede, anche se costa fatica e non sempre è la cosa più semplice.
O forse no. Forse è meglio restare nell'ignoranza....perchè si fa meno fatica.

martedì 23 gennaio 2007

DIALOGO

Filosofo: chi sei?
Morte: sai benissimo chi sono, sono la Morte
Filosofo: e cosa vuoi?
Morte: Io, niente; sei tu ad avermi chiamato
Filosofo: io?
Morte: Certo. Tutti quei discorsi sull'inutilità della vita, perchè non ha senso, che è inutile vivere senza un senso...non sono tue parole?
Filosofo: sì, sono mie parole
Morte: e allora cosa vuoi da me?
Filosofo: che tu mi dica il senso della vita
Morte (scoppia in una sonora risata): e lo vieni a chiedere a me, alla Morte?
Filosofo: chi meglio di te...che togli la vita può trovarmene il senso?
Morte: Io non sono qui per dare risposte. Il senso della vita devi trovarlo da te
Filosofo: Dimmi solo che esiste...dimmi solo che non ho studiato tutta una vita invano alla ricerca di qualcosa che non esiste
Morte: Esiste, stai tranquillo
Filosofo: e dimmi, lo troverò?
Morte: Lo troverai, tutti lo trovano prima o poi. Solo che quando lo troverai ormai sarà troppo tardi.

giovedì 18 gennaio 2007

Nessuno tocchi Caino

"Chiunque ucciderà Caino sarà punito sette volte!" (Genesi 4,25).
Questo è quello che si legge nella Bibbia quando Caino viene trovato colpevole da Dio di aver ucciso il fratello Abele. Il senso recondito (ma poi nemmeno tanto) di questa frase sta esattamente in quel nessuno tocchi Caino che ha dato voce (e nome) al movimento contro la pena di morte.
L'idea che un crimine vada punito con un altro crimine è una specie di "apologia del crimine" una contraddizione in termini che nemmeno i più ferventi sostenitori della pena di morte riescono a spiegare.
La pena di morte è una pratica incivile praticata in paesi che si definiscono civili (Stati Uniti e Cina solo per citare due dei membri permanenti in Consiglio ONU), è una specie di regressione allo stato dell' "occhio per occhio dente per dente".
Una delle battaglie da portare avanti (lo ho già detto, ma alla luce delle barbare condanne che vengono ancora compiute in Iraq-solo per citare il caso più eclatante- tiene l'argomento pena di morte quanto mai attuale) deve essere quella di eliminare questa pratica barbara e selvaggia che ancora molti paesi utilizzano come pratica comune di condanna.

venerdì 12 gennaio 2007

Iraq

E' notizia di questi giorni che il "comandante" George W. Bush ha deciso di inviare altri 20 mila soldati in Iraq.
Un antico detto latino diceva "errare humanun est. Perseverare est diabolicum".
La guerra irakena in questi anni ha seminato morti, sia da parte americana che irakena...fatto regredire gli uomini ad uno stato di bestie che forse avevamo dimenticato (vedi Abu Grhaib, Guantanamo e la morte di Saddam Hussein), consegnando il paese nelle mani del terrorismo islamico e abbandonandolo alla guerra civile.
Nel momento in cui tutti i paesi pensano a come uscire da quel pantano il presidente americano decide di inviare altri soldati, alimentare ancora la spirale dell'odio...Altro sangue, altre morti e altro odio...in una guerra di cui non si vede la fine.
Sebbene questa, come tutte le guerre del ventesimo secolo sia una guerra mediatica e i soldati morti non sono altro che bare avvolte da una bandiera (discorso diverso per i morti civili che ogni sera la televisione mostra mutilati e vilipesi da bombe e torture di diverso genere) la gente inizia a vedere anche altro.
L'opinione pubblica è stanca di vedere i propri figli tornare a casa in una cassa di legno e con una medaglia alla memoria...il ricordo della guerra del Vietnam incombe nella mente di tutti, quelle immagini di morte che nessuno può dimenticare...quella bambina vietnamita nuda e terrorizzata che corre inseguita da un carro armato americano....porre fine a questo massacro deve essere uno dei punti principali della politica internazionale, tanto italiana quanto dell'ONU...prima che sia troppo tardi.
CAPITOLO TERZO: ALICE NON CREDE più ALLE STREGHE
Alice quella domenica mattina non aveva nessuna intenzione di alzarsi dal letto.
Non aveva fatto tardissimo la sera prima, non era la stanchezza ad impedirle di alzarsi, ma un senso di malessere che la aveva invasa senza che lei riuscisse a capirne bene il motivo. Alice aveva ventiquattro anni una laurea in Lettere Moderne conseguita con il massimo dei voti e una storia d’amore che la aveva massacrata alle spalle. A causa di quella storia era finita sotto analisi, ma Alice sentiva che la causa della sua depressione non era la storia, ma qualcosa seppellito così in fondo nella sua memoria che nemmeno milioni di sedute avrebbero potuto tirare fuori.
Alla fine prese coraggio e si alzò dal letto. Entrò nel bagno, con l’intenzione di infilarsi nella vasca; aveva bisogno di un bagno rilassante.
Era appena riuscita ad entrare nella vasca, quando suonarono al campanello. S’infilò un accappatoio e andò ad aprire.
“Salve Alice” disse un uomo sulla trentina d’anni, vestito con un paio di jeans neri, una camicia bianca ed una giacca nera di pelle.
“Ci conosciamo?” chiese Alice con freddezza, quella mattina non voleva vedere nessuno. “Non personalmente; ma un mio amico ti conosce molto bene: Martin Darknight”. Alice a questo nome ebbe un sussulto. “Non conosco nessun Martin Darknight, mi spiace, credo abbia sbagliato persona” stava per chiudere la porta ma l’uomo infilò un piede tra la porta e lo stipite e le impedì di chiudere; “Alice, avevi promesso di credere alle streghe tanto tempo fa, perché hai smesso?”, un altro sussulto. Una corda di violino che vibra nel cervello. “Chi è lei? E cosa vuole da me?” “il mio nome è Damien Drake, sono qui per portarti da Martin Darknight” “e cosa mi dice che posso fidarmi?” “a quante persone, eccetto te stessa nei sogni, hai parlato di Martin?” “al mio psic…”, si bloccò. Neanche a Bartezzaghi aveva mai parlato di Martin Darknight, per un motivo semplice: fino a quel momento non ricordava che fosse esistito. Anche adesso era solo una figura indistinta nella mente senza contorni definiti. “Cosa devo fare?” disse sorprendendosi delle sue stesse parole. “Prepara una valigia, andiamo a Stonehaeven, dove hai conosciuto Martin e dove avevi promesso”. L’ultima frase suonava come un’accusa, Alice si sentì in colpa senza capirne bene il motivo.
Si rendeva conto di essere in una situazione surreale: dieci minuti prima era nella sua vasca da bagno, adesso stava preparando una valigia per partire con uno sconosciuto che le diceva di essere un amico di qualcuno di cui lei nemmeno ricordava l’esistenza. Eppure c’era qualcosa che le diceva che quello che stava accadendo era scritto da qualche parte, che Martin Darknight apparteneva al suo passato, quando ancora credeva alle streghe.

“Prima di partire devo farti una domanda Alice: tu credi nelle streghe?” “non più” rispose lei, e si sentì improvvisamente triste. Drake sorrise. “Ora sali in macchina, riposati ti sveglierò quando arriviamo” “a che ora è l’aereo?” “non preoccuparti, abbiamo tempo, sali in macchina”. Alice venne colta da una sonnolenza fortissima come entrò in macchina. Crollò addormentata in pochi secondi.
CAPITOLO QUARTO: UN FUNERALE INSOLITO
Martin Darknight fu svegliato da un sogno. Raramente sognava, il becchino di Stonehaeven, e quando accadeva era quasi sempre una premonizione. Aveva sognato Alice, la ragazza che non credeva più nelle streghe.
Si alzò dal letto, infilò un paio di jeans sporchi di terra, prese una tazza e versò due dita di Kil Beggan, e mise l’acqua a bollire per il caffé.
“Damon, hai comprato il giornale?”
“sul tavolo in cucina, Marty, ci sono buone notizie: è morto il sindaco” “allora sono due le buone notizie: la prima è che è morto il sindaco, la seconda è che lavoriamo, cominciavo a pensare che ci fosse una congiura contro di noi. A proposito, dove lo mettiamo?” “non lo so. Ha combinato così tanti casini che non avremmo che l’imbarazzo della scelta” “non dicevo in quel senso Damon, non abbiamo posto nel cimitero” “Ci dovrebbe essere la tomba di famiglia, sai quelle stronzate da nobili” “lo sapremo dalla moglie” tagliò corto Martin.
Lunedì sei maggio. Il funerale era quasi terminato. Martin e Damon stavano finendo di scavare la fossa per mettere la bara nel sepolcro di famiglia, una orrenda costruzione in stile vittoriano che poteva contenere come minimo altre otto bare.
Il prete recitò la formula di estremo saluto poi disse: “ora verrà aperta la bara, per dare l’estremo saluto al defunto e perché il suo volto sereno anche nella morte rimanga stampato nella vostra memoria”.
“Amen” mormorò Martin. La bara venne aperta, ma era vuota.
La moglie di McKey ebbe una crisi isterica “Che fine ha fatto il corpo di mio marito?” urlò come una furia. “Non c’è bisogno di scaldarsi, sarà andato a farsi l’ultimo goccio” “non le permetto di scherzare sul cadavere di mio marito! Farò passare dei guai seri a tutti, compreso lei! “ disse puntando il dito contro Martin “non si scaldi signora; primo il mio assistente non stava scherzando - disse Martin tirando fuori dalla tasca posteriore dei jeans un pacchetto di sigarette tutto stropicciato- suo marito si sta veramente facendo il bicchiere della staffa, vero Jason?” “mmm” “ecco, vede?”. Tutti i presenti si voltarono verso il mugolio. Era il sindaco, con il volto bianco e sporco di terra ma era lui. “Adesso da bravo rientra nella bara”. La moglie aveva ricominciato ad urlare “è un miracolo! Mio marito è vivo” “è resuscitato! Amore mio…” “mmm” “mi dispiace deluderla signora ma suo marito non è resuscitato, semplicemente dall’altra parte non lo hanno voluto. Chissà come mai. Damon, hai messo la moneta sulla lingua del morto?” “mi sono dimenticato Marty, sai eravamo di fretta…” “lo sai che il Nocchiero non transige su queste cose. Signora McKey, avrebbe una sterlina?”. La signora McKey non rispose, stava ancora fissando il marito con una faccia ebete e continuava a farfugliare di aver assistito da un miracolo. “Signora, avanti, non voglio passare tutta la mattinata sotto la pioggia” “ma mio marito è vivo” “ho capito.- Martin tirò fuori una moneta da una sterlina dai pantaloni e si rivolse al sindaco” avanti,tira fuori la lingue e rientra nella bara.” “mmm, mmm” “non fare storie, muoviti”.
Il sindaco alla fine si convinse e rientrò mestamente dentro la bara. “Amen” disse Martin tirando fuori dal giubbotto una fiaschetta di whisky e bevendone un lungo sorso.
A funerale finito Martin rientrò in casa e si tolse la giacca completamente fradicia, poi chiamò Deathman “Adesso fai in modo che nessuno ricordi quello che è successo stamattina, non voglio che questo cimitero diventi meta di esaltati che pensano che si facciano miracoli. E poi, cerca di fare in modo di non far più una cazzata simile la prossima volta” “agli ordini Maestro” “e non chiamarmi Maestro, lo sai che non lo sopporto”.
CAPITOLO QUINTO: IL GIULLARE HANS
Erano trascorse più di due ore da quando Hans aveva iniziato a suonare quel dannato flauto, e non era ancora riuscito a cavare fuori nemmeno una nota. Era l’anno 1643, la corte del principe di Carnac rideva alle battute e agli scherzi del giullare, fino a quando non arrivò quel uomo vestito di nero e con gli occhi di ghiaccio. Diceva di chiamarsi Lothar, e di saper suonare il flauto, e lo suonava maledettamente bene.
Hans, il giullare di corte, guardò negli occhi del suo sovrano che ascoltava la musica estasiato e provò invidia. “Cosa ci vuole? Anche io lo so suonare il flauto” “Veramente Hans? Perché non lo hai mai detto? Sarei curioso di sentire qualcosa composto da te. Ti concedo due giorni di tempo, allo scadere dei quali ti verrà tagliata la testa, non sopporto chi si vanta invano”.
Allo scadere dei due giorni mancavano quattro ore e Hans non aveva la minima idea di cosa fare. Del resto suonare non era mai stato il suo forte. Sapeva sì e no strimpellare la chitarra e cantare qualche ballata, ma da qui a comporre ce ne passava. Perché si era andato ad impelagare in una storia simile? Si può sapere cosa gli era saltato in mente? Aveva paura. Tanta. E odio. Odio per quel dannato flautista che si era presentato alla corte distruggendo per sempre la sua vita.
Mentre era davanti a quel maledetto flauto, a scandire nel suo cervello il lento ed inesorabile trascorrere dei minuti, qualcuno bussò alla sua porta; la speranza che potesse essere qualcuno mandato dal re ad annunciargli che era tutto finito, che il re lo aveva perdonato, svanì non appena aprì la porta.
Davanti a sé aveva Lothar, con i suoi occhi di ghiaccio e quel sorriso che ricordava quello di una tagliola. “Cosa vuoi?” chiese con una voce carica di odio. “Vedere come te la stai cavando, del resto è anche colpa mia se ti trovi in questa situazione” “non ho scritto una nota, se è questo che vuoi sapere, non so cosa mi sia venuto in mente, non so suonare il flauto”.
Lothar sorrise gelidamente “lo so benissimo, è esattamente per questo che mi hai sfidato, l’invidia è una brutta bestia, povero piccolo, dovresti saperlo. Ma sei stato troppo ingenuo per rendertene conto, povero piccolo Hans”.
“Chiederò scusa al re, lui mi apprezza; chiederò perdono per la mia arroganza e gli dirò che non sono capace di suonare il flauto. Lui saprà capire e mi perdonerà”.
“Povero piccolo giullare ingenuo” disse Lothar scoppiando a ridere, e la sua risata risuonò come un fulmine nella notte “non te la caverai tanto facilmente. Il tuo adorato sovrano è adirato con te e vuole quella composizione. Domani mattina nessuno si ricorderà di me, ma tutti ricorderanno il piccolo giullare arrogante che ha sfidato il suo re, dicendo di saper suonare il flauto meglio della sua figlia prediletta” “io non ho mai…” “rifletti bene piccolo giullare, rifletti bene. Io ho solo fatto qualche nota, a suonare quel pezzo melodioso che ricordava il canto degli uccelli è stata la figlia del re. Comunque buona fortuna mio piccolo amico”. “Che tu sia maledetto” mormorò il giullare tra i denti.
Lothar scoppiò a ridere e sparì nelle tenebre del castello. Quella risata fece rabbrividire il povero giullare. Improvvisamente tutta la paura che non aveva mai avuto in vita sua comparve in quel breve istante. Non aveva mai creduto che un uomo potesse avere così tanta paura. Tremava fin dentro le ossa, e le viscere gli si rivoltavano nello stomaco strette in una morsa di terrore cieco. Aveva una sola possibilità per sopravvivere: la fuga. Fuggire come l’ultimo dei ladri dalla finestra, nascondersi per la vergogna e per non morire. Con gli ultimi bagliori di raziocinio che il terrore gli aveva lasciato, aprì la finestra e guardò fuori. La Foresta Nera. Quella landa desolata in cui nessuno nel regno di Carnac (e per quanto ne poteva sapere Hans in nessuno dei regni conosciuti) aveva mai osato attraversare da solo e di notte. Aprì la finestra e si calò giù, prima che la sua mente gli impedisse di fare una simile pazzia.
Una volta calatosi dalla finestra si trovò davanti quell’immensa distesa avvolta dalle tenebre che era la Foresta Nera, si voltò un attimo verso il castello dove era stato felice e respinse la tentazione di tornare indietro per sentire un’ultima volta le risate della gente. Entrò nella Foresta Nera ed un brivido di freddo, forse di paura, gli attraversò la schiena. Cominciò a correre, inciampò un paio di volte, i rami degli alberi gli frustavano il volto graffiandogli il viso, ma lui continuava a correre, come se avesse alle calcagna il diavolo in persona che volesse ucciderlo. Correva. Piangeva. Correva e piangeva. Sentiva le lacrime scorrergli lungo il viso, lasciandogli il sapore amaro del sale quando gli arrivavano al palato. Corse finché i suoi polmoni non lo implorarono di fermarsi perché stavano per esplodere. Si fermò in uno spiazzo. Intorno a lui solo alberi secolari e silenzio. Ogni tanto quel silenzio veniva rotto dal verso stridulo di qualche cuculo o di qualche gufo ma regnava il silenzio più assoluto. Il giullare si mise seduto su una roccia, e si poggiò le mani sul volto. Scoppiò in lacrime, poi tra le lacrime scoppiò a ridere. La Foresta Nera mette paura. È come se da queste parti non battesse mai il sole e non filtrasse come se Dio avesse dimenticato questa landa sperduta del mondo.
“Ho paura del buio” disse Hans a voce alta. La sua voce risuonò stridula nel silenzio della Foresta. Scoppiò di nuovo a ridere. “Sto impazzendo. Che tu sia maledetto Lothar!”.
Quando si risvegliò, con gli occhi gonfi e pieni di paura, di abbandono e di rabbia era già mattino. Almeno così credeva. Aveva le membra indolenzite, doveva essersi addormentato sulla roccia. Per un attimo pensò che fosse solo un brutto sogno, che presto si sarebbe risvegliato nel suo letto nel palazzo di Carnac, e avrebbe iniziato una nuova giornata. Si passò una mano sul viso. Era ispido di barba. Solo in questo modo si rese conto che era tutto vero: passandosi una mano sulla barba. Doveva uscire dalla Foresta Nera. Doveva uscire prima di impazzire, se non era già impazzito. Vagò per altri cinque giorni, accompagnato solo dallo stormire dei rami e del raro cantare degli uccelli. Di notte, mentre dormiva, sentiva delle grida che gli facevano raggelare il sangue nelle vene, ma dopo qualche notte ci fece l’abitudine. Quando uscì dalla Foresta Nera si trovò come per magia in un villaggio. Stonehaeven. La Terra dei Sogni, la sua Terra dei Sogni. Qui regnava il buon re Roland. Qui Hans tornò alla vita. Qui tornò a credere negli umani, qui tornò ad amare.

domenica 7 gennaio 2007

IL BALLO DELLE STREGHE

“Queste cose non avvennero mai ma sono sempre state”
SALLUSTIO - Degli dei e del mondo

“La notte dell’universo è arrivata,
La festa è appena cominciata,
Il buio cattura il cielo.
Questo è solo il primo indizio,
che il ballo delle streghe abbia inizio!”


CAPITOLO PRIMO: BARTEZZAGHI E DRAKE

Il dottor Bartezzaghi si alzò dalla scrivania, posta sul lato sinistro del suo studio in Piazza di Spagna a Roma e si diresse verso la finestra.
Era una giornata di sole e i raggi illuminavano la stanza riscaldandola.
“Non ha mai pensato seriamente al suicidio, lei?”. chiese rivolto alla sua paziente, prendendo una sigaretta dal portasigarette in argento regalatogli dalla moglie prima che morisse di infarto.
La ragazza seduta sul lettino a questa domanda sgranò gli occhi. Non sapeva bene cosa rispondere, a dire il vero. Non aveva mai pensato seriamente di suicidarsi. Si era vista morta qualche volta, ma credeva fosse una cosa che capitava a tutti almeno una volta nella vita.
“No, mai” rispose alla fine.
“Rifletta bene, ne è veramente sicura?”
“sicurissima”
“Bene. Credo che per oggi possa bastare, signorina Schor, ci vediamo sabato prossimo”.
La ragazza si alzò dal lettino, infilò il cappotto ed uscì ringraziando il dottore.
Bartezzaghi la osservò uscire e rimase a fissare la porta pensieroso. Alice Schor era una bella ragazza di ventiquattro anni, finita sotto analisi dopo una storia finita male. Ma Bartezzaghi sapeva che la fine della storia non era il vero problema: era qualcosa sepolto nella sua memoria, qualcosa che lei non voleva ricordare perché la faceva soffrire. Lui lo avrebbe tirato fuori, del resto era uno dei migliori psicanalisti in circolazione a Roma.
Quella sera Bartezzaghi sarebbe rimasto a studio, aveva delle pratiche da sbrigare, si versò due dita di Porto, mise un po’ di musica e disse alla sua segretaria che poteva tornare a casa. Era con gli occhi chiusi ad ascoltare Beethoven quando suonarono al citofono. “Chi è?” chiese rispondendo “Lei è il dottor Bartezzaghi, quello che ha in cura Alice Schor?” “sì, lei come fa a saperlo, è un suo amico?” “qualcosa del genere, mi faccia salire” “io veramente avrei…” “è importante, la prego” “non potrebbe ripassare domani mattina?” “no” “va bene, salga, scala c secondo piano” “certo dottore”.
L’uomo che Bartezzaghi si trovò davanti quando aprì la porta era un personaggio abbastanza strano: portava un paio di occhiali da sole, anche se era buio da un po’, indossava un paio di jeans neri e una camicia bianca di un paio di taglie più grande che portava fuori dai pantaloni, era abbastanza alto e portava i capelli corti, tagliati secondo un taglio quasi militare.
“Ha impegni domani sera, dottore?”. “Non credo, ma…” “posso avere l’onore di invitarla a cena a casa mia? Parleremo con più calma” “Senta, posso sapere chi è lei? Mi piomba a studio dicendo che mi deve dire una cosa importante su una mia paziente e poi mi invita a cena a casa sua” “Ha ragione, il mio nome è Damien Drake; abito a Largo Argentina 34,mi raccomando venga, è molto importante” “va bene, vedrò cosa posso fare”.
Dopo quello strano incontro Bartezzaghi non riuscì più a lavorare, c’era qualcosa di inquietante in quel Drake, qualcosa che non riusciva a definire. Accese una sigaretta, si accorse che negli ultimi anni, da quando era morta sua moglie, fumava molto più di prima. Mentre pensava a questa, e a tante altre cose, si addormentò, con la sigaretta ancora tra le dita e strani pensieri in testa.
CAPITOLO SECONDO: UNA STRANA SERATA
Leonardo Bartezzaghi non guidava. Di solito si spostava con i mezzi, ma quella sera decise di prendere un taxi, non amava molto arrivare in ritardo agli appuntamenti e i mezzi non si sa mai quando passano. Aveva appuntamento alle otto e mezzo a casa del signor Drake e il taxi alle otto e dieci ancora non si vedeva.
Bartezzaghi arrivò con dieci minuti di ritardo. Suonò alla porta, il portone lo aveva trovato aperto nonostante fossero le nove meno venti ed erano in pieno centro di Roma. Alla porta venne accolto da un maggiordomo particolarmente strambo: sembrava uscito da uno di quei vecchi film gialli in cui il maggiordomo era sempre l’assassino.
“Lei deve essere il dottor Bartezzaghi” disse con una voce stridula “sì” “venga, il signor Drake la sta aspettando”. “Buonasera, signor Drake, scusi il ritardo,ma…” “non si preoccupi dottore, lo so anche io che i taxi non sono mai puntuali; piuttosto si accomodi, cosa gradisce come aperitivo, un whisky o un martini?” “va bene il martini, con ghiaccio. Ma come sa che sono venuto in taxi?” “puro intuito” rispose Drake con un sorriso. Drake accese una sigaretta “Vogliamo parlare subito di Alice o aspettiamo la fine della cena?” “preferirei parlarne adesso, sa domani devo lavorare e non voglio fare tardi, e non mi piace parlare di lavoro mentre mangio” “ha pienamente ragione” disse Drake con un sorriso. “Beh, Alice non crede più alle streghe” “come scusi?” “ha capito benissimo, Alice non crede più alle streghe, tutti i problemi nascono da lì”. Bartezzaghi non riusciva a capire se Drake lo stesse prendendo in giro o diceva sul serio, rimase qualche minuto perplesso, poi si riprese.
“Cosa intende dire dicendo Alice non crede alle streghe?” “quello che ho detto, Alice, non crede alle streghe, non la trova una cosa preoccupante?” “Ma, lei mi sta prendendo in giro?” “non mi permetterei mai, dottore. Io non conosco di persona Alice, so solo che non crede alle streghe e se non crede alle streghe non può amare Martin Darknight” “e chi diavolo è?” “il becchino di un paese della Nuova Scozia, il primo amore di Alice” “ma non ne ha mai parlato” “certo, non lo ricorda, a meno che non ricominci a credere nelle streghe” “e basta con questa storia delle streghe!” urlò Bartezzaghi che stava cominciando ad innervosirsi, per quella che sembrava una strana presa in giro.
“Lei non crede nelle streghe, dottor Bartezzaghi?”
“certo che no, sono frutto della superstizione popolare e non esistono”
“credi nella magia?”
“certo che no”
“l’alchimia?”
“nemmeno, tutte superstizioni”
“Pico della Mirandola non la pensava così”
“ma era nel Cinquecento, la superstizione, oggi lo sanno tutti che le streghe non esistono e nemmeno la magia”
“tutti chi?”
“beh, tutti”
“i bambini credono alle streghe, no?”
“ma sono bambini…”
“vedono cose che noi non vediamo”
“hanno fantasia…tutto qui”
“quindi le streghe non esistono”
“no”
“nemmeno la magia”
“nella maniera più assoluta”
“e perché non dovrebbero esistere?”
“ma perché non si vedono!”
“nemmeno l’aria si vede, però esiste, o nemmeno quella esiste perché non si vede?”
“ma è una cosa differente, la magia non esiste e basta”
“Leonardo, Leonardo. Come possiamo aiutarti se nemmeno tu credi nelle streghe?”
“ma come si permette a darmi del tu?”
“nemmeno tu ricordi, perché non credi più alle streghe”
“ricordo cosa?”
“lascia perdere, sarebbe troppo lungo da spiegare, e se non credi nelle streghe sarebbe anche inutile”
“lei è completamente suonato, io me ne vado”
“Vada, e si ricordi cosa le ho detto: Alice non crede più alle streghe”.
Bartezzaghi uscì dalla casa, e sentì un brivido corrergli lungo la schiena, nonostante fosse estate e soffiava un vento caldissimo.
“Alice non crede più alle streghe” mormorò tra i denti “e tu in cosa credi, Leonardo?” rabbrividì di nuovo. Guardò l’orologio ed ebbe un nuovo brivido. Le tre di notte. Il tempo a casa di Drake era volato, anzi no, fermato. Ma di cosa avevano parlato tutto il tempo? Di Alice. Di Roma. Della situazione politica internazionale, di psicanalisi…di magia. In più c’era un altro particolare che non riusciva a togliersi dalla mente: Drake aveva i capelli lunghi.“Alice non crede più alle streghe”. Si incamminò con le mani dentro la giacca attraverso Largo Argentina alla ricerca di un taxi

Il ballo delle streghe....

Alla fine ho trovato un modo per farvi leggere il mio libro...lo pubblico a cadenza mensile su questo blog...e se avrete la pazienza di aspettare e di seguirmi....

mercoledì 3 gennaio 2007

paralleli....

Ultimamente ha scatenato dibattiti senza fine la condanna a morte di Saddam Hussein. Punto nodale del dibattito era: la pena di morte è leggittima quando si tratta di uccidere un dittatore? Il mondo è rimasto scioccato dalle immagini del dittatore irakeno torturato e vilipeso prima di essere impiccato dai suoi oppositori.
L'Italia presenterà una richiesta all'Onu chiedendo che la pena di morte venga eliminata in tutti i paesoi in cui questa pratica barbara è ancora praticata (compresi gli Stati Uniti, lo stato democratico per eccellenza)...
Facendo un parallelo storico gli stessi italiani condannarono a morte Mussolini, appendendolo per i piedi al pubblico ludibrio in piazzale Loreto. Aveva ragione Cesare Beccaria a scrivere che è barbaro macchiarsi di un crimine per punire un crimine?
Il processo a Mussolini è durato un minuto, quello a Saddam un pò di più...ma il concetto non cambia: chi vince decide il destino del vinto...è questa la barbara logica che dobbiamo superare....è questo che dobbiamo eliminare dalle menti di chi vince le guerre e si sente in diritto di giudicare il destino degli sconfitti...la logica "mors tua vita mea", quella che va eliminata perchè così la razza umana non avanza anzi....