"Non c'è ingerenza della Chiesa a proposito dei Dico. La Chiesa fa la Chiesa". Queste sono parole di Pierferdinando Casini, il leader dell'Udc a proposito della legge sulle unioni di fatto denominate Dico (legge che per altro assomiglia ad una specie di contentino a chi voleva una regolamentazione delle coppie di fatto, omosessuali compresi).
Questa frase è drammaticamente vera "la Chiesa fa la Chiesa". Da duemila anni. Il dibattito sul potere politico della Chiesa (oltre che quello spirituale) è lo stesso che infuriava in Italia nel Duecento, quando guelfi e ghibellini si scontravano sul potere temporale del pontefice.
Che un personaggio come Dante Alighieri (che non è esattamente un comunista) sostenesse che la Chiesa debba esercitare solo il potere religioso e lasciare quello temporale a chi di competenza (nel suo caso l'imperatore del Sacro Romano Impero) fa riflettere.
Camillo Benso di Cavour disse a proposito della Chiesa "libera Chiesa il libero Stato". La laicità è uno di quei valori che deve essere tutelato, non perchè noi siamo tutti comunisti atei, ma perchè è un dovere civile dello Stato difendere tutte le classi sociali e tutelare tutte le minoranze di religione, di razza e di orientamento sessuale.
Amen
Non condivido nulla di ciò che dici ma sono disposto a morire per difendere il tuo diritto a dirlo. Voltaire
lunedì 19 marzo 2007
giovedì 8 marzo 2007
Sotto il fuoco nemico...
Gli ultimi giorni in Afganisthan hanno rappresentato la fine della pia illusione che il paese fosse stato pacificato. Il ritorno dei taliban, decisi a tutto pur di riprendere il potere e le violente controffrensive dei militari americani hanno riportato un clima di guerra che in Afghanistan sembrava essere dimenticato.
Nove morte tra i civili afghani (rappresaglia del governo americano), undici tra i soldati americani, un giornalista italiano rapito (alla vigilia del voto di rifinanziamento della missione alla Camera), questo è solo il bilancio dell'ultima settimana.
L'Italia ha duemila soldati in quella terra, duemila soldati che sono lì in operazione di peace-keeping e di operazioni di supporto logistico alle varie Ong presenti sul luogo (Crocerossa, Emergency, etc.).
Ritirarsi prima della convocazione della conferenza di pace sarebbe un grave errore, sia politico sia morale.
Politico perchè rischieremmo l'isolamento dall'Europa e dalla comunità internazionale in genere, morale perchè rischieremmo di riconsegnare il paese nelle mani della scuola coranica dei taliban, che non possono certo essere definiti campioni dei diritti civili e della democrazia....
Nove morte tra i civili afghani (rappresaglia del governo americano), undici tra i soldati americani, un giornalista italiano rapito (alla vigilia del voto di rifinanziamento della missione alla Camera), questo è solo il bilancio dell'ultima settimana.
L'Italia ha duemila soldati in quella terra, duemila soldati che sono lì in operazione di peace-keeping e di operazioni di supporto logistico alle varie Ong presenti sul luogo (Crocerossa, Emergency, etc.).
Ritirarsi prima della convocazione della conferenza di pace sarebbe un grave errore, sia politico sia morale.
Politico perchè rischieremmo l'isolamento dall'Europa e dalla comunità internazionale in genere, morale perchè rischieremmo di riconsegnare il paese nelle mani della scuola coranica dei taliban, che non possono certo essere definiti campioni dei diritti civili e della democrazia....
mercoledì 7 marzo 2007
Tribunali delle coscienze
Nel Medioevo la storia ci insegna che la chiesa cattolica (o quella che si definiva tale) inventò un organo di controllo delle menti che si chiamava Santa Inquisizione.
Condannarono donne con l'accusa di stregoneria, forse solo perchè non erano sposate; eretici che dicevano che forse il cristianesimo voleva dare un altro messaggio e non quello che veniva propinato dalla chiesa, e tante altre persone che non accettavano nessuna forma di assuefazione.
Li chiamavano Tribunali della Coscienza, come se qualcuno potesse decidere cosa la mia coscienza deve pensare.
Oggi cambiano i nomi ma rimane il concetto.
Un maestro elementare scomunicato perchè in una canzone parla troppo esplicitamente di sesso, gli omosessuali definiti dei "deviati mentali" (quasi esseri satanici per essere esatti), le coppie di fatto non riconosciute perchè non hanno celebrato il matrimonio in chiesa davanti ad un prete che benedice la folla....
Anche oggi, di nuovo, le menti sono in lotta contro l'intolleranza, la volontà di assuefazione delle menti nostre.
Valori laici e valori religiosi....fino a quando esisterà chi difende la libertà della mente, il sapere critico e la libertà di coscienza potremo dire di essere vivi; chi si oppone al controllo delle menti, sia esso religioso o politico deve continuare a farlo per dimostrare che le menti umane non sono controllabili, che non esistono tribunali della coscienza, che ognuno, per quanto che riguarda la propria idea deve essere libero di essere giudice di sè stesso.
Amen
Condannarono donne con l'accusa di stregoneria, forse solo perchè non erano sposate; eretici che dicevano che forse il cristianesimo voleva dare un altro messaggio e non quello che veniva propinato dalla chiesa, e tante altre persone che non accettavano nessuna forma di assuefazione.
Li chiamavano Tribunali della Coscienza, come se qualcuno potesse decidere cosa la mia coscienza deve pensare.
Oggi cambiano i nomi ma rimane il concetto.
Un maestro elementare scomunicato perchè in una canzone parla troppo esplicitamente di sesso, gli omosessuali definiti dei "deviati mentali" (quasi esseri satanici per essere esatti), le coppie di fatto non riconosciute perchè non hanno celebrato il matrimonio in chiesa davanti ad un prete che benedice la folla....
Anche oggi, di nuovo, le menti sono in lotta contro l'intolleranza, la volontà di assuefazione delle menti nostre.
Valori laici e valori religiosi....fino a quando esisterà chi difende la libertà della mente, il sapere critico e la libertà di coscienza potremo dire di essere vivi; chi si oppone al controllo delle menti, sia esso religioso o politico deve continuare a farlo per dimostrare che le menti umane non sono controllabili, che non esistono tribunali della coscienza, che ognuno, per quanto che riguarda la propria idea deve essere libero di essere giudice di sè stesso.
Amen
lunedì 5 marzo 2007
chiedo venia...
Visto il salto di un mese sulla pubblicazione del libro (cause di forza maggiore che vanno dal non avere il tempo alle famose inflazionate invasioni di cavallette) per farmi perdonare contravvengo alla regola di pubblicare cinque capitoli per volta e ne pubblico dieci...
ballo delle streghe altri capitoli!!!
CAPITOLO SESTO: I SOGNI DI ALICE
Alice si addormentò appena salita in macchina. Nemmeno se ne rese conto. Come non si rese conto del tempo che passava e dei luoghi che stava attraversando. Alice dormiva. E sognava. Sognava Martin Darknight. Il ragazzo di Stonehaeven. Erano dentro una vecchia chiesa, si stavano baciando. Era bellissimo baciarlo. Ma c’era qualcosa di strano. La chiesa era immersa in una radura in mezzo ad un bellissimo bosco, era deserta, e sebbene fosse primavera intorno a loro non si sentivano rumori. Non il canto di un uccello, non il frinire di una cicala o di un grillo, solo i loro respiri.
Sognava Leonardo Bartezzaghi, che piangeva dietro la sua scrivania perché non aveva più la forza di credere alle streghe. Alice però non aveva più ventiquattro anni, ma era una bambina che assisteva impotente ed estasiata allo sfogo di quello che un tempo era stato il suo psicanalista. E poi sognava Hans, il giullare. Lo vedeva mentre fuggiva attraverso la Foresta Nera, oppresso dalla figura di Lothar, l’uomo dagli occhi del colore del ghiaccio e del sorriso di una tagliola. Drake riusciva a leggere nei suoi sogni. Le leggeva nella mente. “Presto crederai di nuovo nelle streghe, Alice, allora capirai tutto, abbi fiducia in noi”.
Mentre Drake e Alice viaggiavano Martin Darknight sedeva davanti la finestra della sua casa a bere Kil Beggan e caffé e a fumare.
“Stanno per arrivare, Marty. Abbi fede. Tra poco saranno qui” disse Damon Deathman posandogli una mano sulla spalla.
CAPITOLO SETTIMO: IL PICCO DEL CIMITERO
Alice si svegliò di soprassalto. “Quanto ho dormito? Dove siamo?” chiese. “Quanto alla prima domanda non ti preoccupare, hai dormito il giusto. Quanto alla seconda, bentornata a Stonehaeven”. Alice ebbe un attimo d’esitazione, mentre stiracchiava il corpo indolenzito. “Vuoi dire che abbiamo fatto tutto il viaggio in macchina? Quanto tempo ci abbiamo messo?” “ci abbiamo messo il tempo necessario. E il tempo da queste parti conta poco” “dove abita Martin?” “là - disse Drake indicando una cima- sul Picco del Cimitero. Vieni, prendiamoci un caffé, poi lo raggiungeremo. Ancora qualche minuto di pazienza Alice”.
Martin si era appena svegliato, e la prima cosa che aveva fatto era stato versarsi un po’ di Kil Beggan in un bicchiere. Si alzò controvoglia dal letto e s’infilò un paio di jeans strappati e una maglietta bianca. Si passò una mano sul volto ispido di barba e accese una sigaretta. Si rese conto che era l’ultima, poco male, aveva una scusa per uscire dal cimitero e scendere in paese. Non poteva uscire, loro stavano arrivando. Finì con un sorso il Kil Beggan e uscì nel cortile che dava sul portone del cimitero.
Quando Alice arrivò a Stonehaeven in compagnia di Drake stava scendendo quella pioggerellina sottile che ti penetra nella pelle, fino a farti impazzire, quella talmente tanto sottile che nemmeno ti accorgeresti che esiste.
Entrarono nel cimitero.
Lei indossava un paio di jeans sbiaditi, una camicia stile indiano, con due soli bottoni e un giubbotto di tela per ripararsi dalla pioggia. Drake era vestito di nero come al solito e portava gli occhiali da sole.
“BECCHINO! SIAMO ARRIVATI. VIENI FUORI”
“Un po’ di rispetto per i morti, Drake” disse una figura che uscì da una fossa con una sigaretta in mano e una bottiglia di whisky che usciva dalla tasca posteriore dei jeans. “Hai visite, Martin”. Alice rimase immobilizzata a guardarlo. Un’esplosione di ricordi le penetrò nel cervello come un treno in corsa. Martin era esattamente come lei lo ricordava (come lo avrebbe ricordato). Tranne che per la barba ispida lungo le guance non era cambiato per niente. Voleva abbracciarlo. Non ne aveva il coraggio, e restava ferma a fissarlo. Martin era in piedi, in bilico sulla fossa che stava scavando, con la sigaretta nella mano destra e la fissava. Alice pensava che gli stesse entrando nel cervello per leggere tutti i suoi pensieri. Scacciò via quel pensiero e cercò di parlare.
“Ciao Martin” “Bentornata da queste parti, Alice. Vieni, ti mostro la casa, e magari ti offro un caffé. Poi se vuoi, puoi farti una doccia, credo che ne abbia voglia dopo il lungo viaggio, poi possiamo andare a mangiare qualcosa insieme” “va bene”. Si sentiva strana. Lei, sempre così loquace, davanti a quella figura che aveva rappresentato qualcosa d’importante nella sua vita (e che per chissà quale strano motivo era stata eliminata dalla sua memoria), non riusciva a spiccicare parola.
Quando entrò in casa, Alice, sentì le gambe molli, come se fossero di gelatina, sembrava una ragazzina al ballo del saggio di fine anno.
La casa era abbastanza grande, solo che lo spazio era interamente occupato da interi scaffali di libreria pieni di libri accatastati, cimeli di viaggio, giornali e fogli buttati alla rinfusa.
“Vieni, ti faccio vedere la cucina”.
La cucina non era sporca, non era la parola esatta, era disordinatamente ordinata, come il resto della casa.
C’erano piatti sporchi e tazze ammucchiate nel lavandino, mentre il tavolo era ricolmo di libri e di giornali ammucchiati uno sull’altro. “Scusa il casino, ma siamo ancora in fase di trasloco” disse Martin accendendo la sigaretta che gli pendeva dalle labbra sin da quando erano entrati in casa. “Il bagno è in fondo a destra. Credo che anche da quelle parti dovresti trovare casino, non farci caso” “va bene, grazie Marty” “di cosa?” “non lo so. Ma sentivo di doverti ringraziare” mormorò Alice dirigendosi verso il bagno.
Quando Alice uscì dalla doccia Martin era seduto davanti la finestra della cucina, con una gamba sopra la sedia e l’altra a terra e con una tazza piena di whisky in una mano e una sigaretta nell’altra. “Tutto bene?” chiese ad Alice sentendola arrivare. “Adesso va meglio, grazie” rispose lei con un sorriso “smettila di ringraziare. Andiamo a fare due passi, abbiamo molto di cui parlare. Del resto ci dobbiamo raccontare gli ultimi quattordici anni di vita. Vieni fuori, e che i morti siano testimoni della nostra storia”. Alice rimase colpita dall’ultima frase, la trovò piuttosto macabra, ma non chiese niente.
Martin uscì per primo, con le mani infossate nelle tasche dei jeans, una maglietta nera a maniche corte e un lungo giubbotto di pelle oramai logorato dal tempo e dalla pioggia.
“Allora- cominciò Martin sedendosi sopra una vecchia lapide - comincia a raccontare cosa hai fatto in questi ultimi quattordici anni?”.
A rispondere a questa domanda Alice si rese conto di essere in difficoltà, cosa aveva fatto negli ultimi quattordici anni degno di essere ricordato? Si rese conto in quel momento che si era limitata a vivere (a sopravvivere se proprio voleva essere precisa, ma niente di più.
“Le cose che fanno tutti, mi sono diplomata al liceo classico, ho studiato Lettere con indirizzo in storia dell’arte e mi sono laureata in estetica, ho lavorato come arredatrice e come organizzatrice di mostre e sono finita sotto analisi per una storia andata male. Una vita abbastanza noiosa. Fino a che tre giorni fa non è comparso Drake davanti casa mia e mi sono ritrovata qui; a proposito chi è Drake?” “un vecchio amico, e poi ti devo correggere, nessuna vita è banale, ognuna ha qualcosa da raccontare” “forse hai ragione, un’ultima domanda: perché è così importante che io creda nelle streghe?” “capirai anche questo, abbi fiducia, come ne hai avuta tanto tempo fa”. Martin rimase in silenzio. “Adesso tocca a te raccontare” disse Alice “e che i morti siano tuoi testimoni” aggiunse, quasi senza rendersene conto.
“C’è poco da raccontare: mi sono trasferito ad Oxford per studiare filosofia subito dopo che tu sei partita, con una borsa di studio, avevo iniziato un dottorato di ricerca, solo che mi sono stufato quasi subito dell’ambiente universitario, sono tornato da queste parti e mi sono fatto assegnare il posto di becchino, nel frattempo ho continuato i miei studi di religioni che nessuno pratica più, di idiomi che nessuna lingua osa più pronunciare e di formule magiche che gli uomini hanno paura a ricordare” “sembra interessante, chi è l’altra persona con cui vivi?” “Damon Deathman? Era un mio compagno di studi, quando io mi sono trasferito da queste parti lui ha deciso di seguirmi, sostiene che le anime dei morti siano molto più interessanti dei vivi” “Dimmi qualcosa in più su Drake; chi è e come faceva a sapere dove…”. Martin la interruppe con un gesto della mano “non è ancora il momento, Alice, quando arriverà saprai e capirai tutto, se prima non credi alle streghe potresti impazzire”. Martin stava sorridendo, ma Alice sapeva benissimo che era serio. Martin Darknight. Una figura sfuggente nella memoria. Perché era stato così importante nella sua vita? E perché improvvisamente lei lo aveva dimenticato? Avrebbe ricominciato a credere nelle streghe e a ricordare quella parte della sua vita che sembrava sepolta nella memoria? Era soprappensiero. Non si accorse che Martin le aveva preso la mano.
CAPITOLO OTTAVO: HANS SOGNA LOTHAR
Erano passati cinque anni da quando Hans era fuggito nella notte attraverso la Foresta Nera ed era finito nel regno di Stonehaeven. Appena arrivato la prima cosa che aveva fatto era stato presentarsi al sovrano di quella terra per proporsi come giullare. Il re Roland, questo era il nome del sovrano, disse che al momento aveva già un giullare, ma che Hans sarebbe comunque potuto rimanere nel regno (non si cacciava mai nessuna anima da Stonehaeven, aggiunse con un sorriso), aveva bisogno di qualcuno che si occupasse della raccolta del grano. Hans aveva accettato, avrebbe accettato qualunque cosa pur di tornare a vivere; aveva così smesso i panni di giullare per indossare quelli del contadino. In questa nuova veste aveva conosciuto Sarah, la figlia del fattore e si era innamorato. Dopo un paio di mesi aveva chiesto di sposarla, e il padre aveva acconsentito.
All’inizio aveva sofferto per non poter più essere un giullare, il non sentire più le risate della corte alle sue battute e le grida dei bambini ai suoi giochi di prestigio gli aveva messo tristezza. Ma poi, anche grazie alla ragazza che aveva preso in moglie, e grazie al re Roland che gli aveva affidato un piccolo pezzo di terreno tutto per lui, era tornato ad essere felice.
Una mattina il re lo fece chiamare e gli chiese se sapeva ancora come si faceva a far divertire una corte. “Il nostro vecchio giullare è morto- spiegò il sovrano - e noi abbiamo bisogno di un nuovo giullare. Cosa te ne pare? Puoi lasciare il lavoro nei campi e tornare a fare quello per cui sei nato”.
Hans fece un profondo inchino “Maestà, non vorrei sembrarvi ingrato, ma vede, io ho una moglie ora. Non posso lasciarla a lavorare da sola nei campi, voi comprendete, vero?”.
Dopo queste parole il giullare abbassò gli occhi, pensando di aver fatto una scortesia che avrebbe pagato con la vita. Ma il re stava sorridendo. “Sei un brav’uomo Hans. Non so da dove vieni e cosa nascondi e non mi interessa, ma sei un brav’uomo. Farò in modo che la tua terra venga lavorata dai miei contadini. Te voglio averti come giullare. Per quanto riguarda tua moglie, mia figlia sta crescendo e ha bisogno di una dama di compagnia, cosa te ne pare?” “non sono come ringraziarvi maestà…io non ho parole…”.
Hans pronunciando queste parole stava piangendo, ma queste erano lacrime belle, di felicità. Fu così che Hans tornò a fare il giullare. Così Hans era tornato ad essere felice. Ma nel suo cuore resisteva ancora un’ombra. Una membrana nera fatta di tenebre che rispondeva al nome di Lothar. Ogni tanto ritornava alla sua memoria; ritornava con il sorriso che assomigliava a quello di una tagliola e i suoi occhi del colore del ghiaccio. Quando sognava Lothar, Hans si svegliava nel suo letto, bagnato di sudore e sopprimendo con le coperte il grido che avrebbe voluto emettere.
Non aveva mai raccontato a nessuno (nemmeno a sua moglie) le circostanze che lo avevano portato a Stonehaeven, non aveva mai detto a nessuno che aveva attraversato la Foresta Nera e che per tutto il tempo aveva avuto paura di impazzire. Troppo dolore. Troppa paura.
Una notte, però, il sogno fu peggiore degli altri. Era ancora nella Foresta Nera. Sentiva delle grida in lontananza, come se qualcuno stesse facendo una festa. Improvvisamente sentiva una risata. Faceva gelare il sangue nelle vene; conosceva fin troppo bene quella risata. Quella risata già una volta aveva ridotto in frantumi la sua vita. “Hans! Sto venendo da te!” urlava Lothar, ma la sua voce non aveva niente del melodioso che aveva a Carnac, era una voce cavernosa e cupa. Hans si svegliò nel letto urlante e raccontò tutto.
“Non voglio più restare solo. Ti prego, non abbandonarmi” disse mentre Sarah gli teneva dolcemente la testa fra le mani.
CAPITOLO NONO: FINE DI UNA ILLUSIONE
Alice non crede più alle streghe. Parole che continuavano a ronzargli nel cervello. E tu? Tu credi nelle streghe? “I bambini credono nelle streghe”.
Si stupì di sentire la sua voce. In cosa credeva lui? A cinquantasei anni si considerava uno dei migliori psicanalisti di Roma. Aveva scritto libri, tenuto conferenze, fatto corsi universitari. Aveva passato anni ad analizzare le menti degli altri. Ma lui? Cosa era a lui che lo faceva stare male? Aveva perso la moglie. Ma era solo questo? Forse. Ma sapeva che non era così. Nel profondo del suo cuore sapeva che non era così. Nel suo cuore sapeva che c’era altro. Si versò un altro bicchiere di Porto. Stava impazzendo. Non riusciva a smettere di pensare ad Alice. Perché? Cosa aveva quella ragazza di così speciale rispetto agli altri pazienti con cui aveva avuto a che fare? Alice non credeva più alle streghe. Ecco cosa aveva di speciale. Qualcuno era arrivato una sera davanti al suo ufficio, qualcuno che era stato per lui era un emerito estraneo e gli aveva detto che Alice non credeva più alle streghe. Non sapeva quanto tempo fosse passata da quella cena surreale, quattro, forse cinque giorni, ma non riusciva a smettere di pensare a Drake. I suoi occhi che lo fissavano. Quegli occhi che avevano qualcosa di inquietante misterioso allo stesso tempo. Quelli occhi neri come il carbone che a volte lanciavano dei riflessi verdi, come se dentro vi nuotassero non una, ma dieci, cento, mille anime.
Citofono. Si alzò per andare ad aprire la porta e sentì le sue ossa scricchiolare. “Dottor Leonardo Bartezzaghi?” “sì, sono io, lei chi è?” “non importa molto il mio nome; devo parlare con te” “oggi non ricevo, mi spiace” “oh, ma io devo parlare di te non di me” “non credo di…” “vuoi raggiungere tua moglie?” “come sa di mia moglie?” “so tante cose di te, e molte, ti posso assicurare, non lo sai nemmeno tu; fammi salire porrò fine al tuo dolore”.
Leonardo Bartezzaghi non ci pensò due volte. Si rese conto che non aveva detto la scala, ma la avrebbe trovata. Ne era sicuro. Davanti a lui c’era una figura alta, con i capelli lunghi e leggermente brizzolati. Sorrideva. “Povero, Leonardo, anni ad indagare sui fantasmi degli altri senza mai pensare ai tuoi. A cosa ti è servito?” “ad aiutare gli altri” “e te stesso. Pensi nella tua mente che non sappia che cercavi di capire te stesso analizzando la mente degli altri? Posso mandarti da tua moglie se vuoi, basta che tu dica sì” “chi sei?” “quante domande inutili, eppure speravo che alla fine ti ricordassi di me, non importa, dimmi solo di sì, e sarai libero”. Bartezzaghi abbassò gli occhi e si sentì morire dentro. “Sì” mormorò. “Benissimo. Prendi questa è cicuta, dicono che abbia ammazzato Socrate” sorrise. Il suo sorriso sembrava quello di una tagliola.
In quel preciso istante qualcosa, un ricordo passò nella sua mente, un ricordo che non riuscì a focalizzare. Prese la bottiglietta che gli aveva dato l’uomo vestito di nero e lo osservò di spalle mentre usciva dalla porta.
Sparì dietro la porta, e Leonardo Bartezzaghi rimase solo.
Solo con i suoi incubi ed il suo dolore. Osservò la fiala per qualche istante. Sentì le lacrime scendergli lungo il viso. Era la fine. La fine di tutti i suoi sogni. La fine della sua illusione. Un’illusione che durava che durava da tre anni. Lui era morto con sua moglie, e in tutti quegli anni si era solo illuso di essere vivo. Si versò altro Porto. Fissò la fiala contenente la cicuta un’ultima volta, poi versò il contenuto della fiala nel bicchiere di Porto.
CAPITOLO DECIMO: ALICE, RICORDI DI UN PASSATO DIMENTICATO
Estate 1982. Stonehaeven. Una ragazza sta camminando lungo la scogliera, tenendosi in equilibrio sul ciglio. È convinta che i suoi genitori non la capiscano. Non approvano niente di quello che fa. Hanno litigato di nuovo. Sono giorni che non fanno altro che litigare. Da quando hanno messo piede in quel buco sperduto della Nuova Scozia.
Stava ancora camminando quando vide una figura seduta su una roccia della scogliera. La figura è quella di un ragazzo della sua stessa età, probabilmente con gli stessi problemi. Alice aveva voglia di parlare con qualcuno capace di capirla. Si avvicinò al ragazzo e chiese timidamente se poteva sedersi accanto a lui.
Lui si voltò e la fissò per qualche istante. “Se proprio non puoi farne a meno” disse alla fine.
I suoi occhi. Avevano qualcosa dentro. Una fiamma che brucia dietro lo sguardo fermo. Alice lo notò subito, anzi fu la prima cosa che notò.
“Io sono Alice Schor, piacere” disse lei tendendo la mano. Il ragazzo la osservò qualche istante prima di rispondere al saluto “Martin Darknight”
“sei di qui?”
“così dicono”
“cosa fai qui da solo sulla scogliera?”
“ascolto la voce del mare”
“molto poetico”
“no, è noioso,e poi è deprimente”
“allora perché la ascolti?”
“per avere una motivazione per essere depresso”
“sei un tipo strano” disse Alice sorridendo
“me lo dicono tutti”
“non hai amici?”
“qui? Sono tutti pastori e contadini a volte sono sia l’una che l’altra cosa non sono il massimo della compagnia, e poi dicono che sono strano”
“e tu, cosa sei?”
“appena riesco a sapere cosa sono te lo faccio sapere”
“dove vivi?”
“al monastero”
“vuoi diventare monaco?”
“ho vissuto abbastanza tra i monaci per sapere che la vita monastica non fa per me”
“e i tuoi genitori?”
“mai conosciuti, ho sempre vissuto al monastero, con i monaci”
“oh, mi dispiace”
“di cosa?”
“del fatto che non hai conosciuto i tuoi genitori”
“e perché ti dovrebbe dispiacere, mica sono morti, non li ho conosciuti…e poi mi sono evitato tutti i conflitti generazionali, tipo i miei non mi capiscono, quanto sono disperata”
“io ho appena litigato con i miei, vorrei ucciderli, non mi capiscono”
“appunto, come volevasi dimostrare. Credo che loro stiano dicendo al stessa cosa di te. Vuoi fumare?” disse lui tirando fuori dalla tasca un pacchetto di sigarette
“se i miei lo scoprono mi ammazzano”
“bene, sarebbe una buona occasione per smettere di litigare”.
Alice sorrise.
“Ma chi se ne frega, dammene una”.
Quello fu il primo incontro, ne seguirono altri, in cui si raccontarono tutto, Alice raccontava i suoi sogni e i suoi problemi, Martin le faceva conoscere sé stesso e Stonehaeven.
Le mostrava le strade, il monastero dove era cresciuto, il cimitero e l’entrata della Foresta Nera, quella della leggende sulle streghe e altre storie mitiche di figure indicibili.
“Ma tu credi a tutte queste leggende?” chiese Alice una mattina. Martin sorrise “Forse sì, ma non ho la certezza assoluta che tutto questo sia avvenuto. Alice, tu credi nelle streghe?” “ci credevo un tempo, quando ero bambina, ora non ci credo più” “peccato” rispose lui abbracciandola.
Le loro labbra quella mattina si avvicinarono. Erano calde. Martin la guardava, lei aveva gli occhi chiusi e le sembrava di volare.
Ma durante quel bacio non furono solo le loro labbra ad incontrarsi, ma i loro ricordi, i loro pensieri e le loro anime.
“Che le anime dei defunti siano testimoni della nostra unione” disse Martin una mattina dopo averla baciata “le anime dei morti? Non lo trovi leggermente macabro?” “no, le anime dei morti sono la cosa più onesta che possa esistere. Non possono mentire. Quindi sono i testimoni perfetti per qualunque giuramento” “ne sei sicuro Marty?” disse Alice sorridendo,
“ne sono convinto”
“sai che mi sto innamorando di te?”
“credi alle streghe, Alice?”
“adesso ci credo”
“dillo, dì io credo nelle streghe”
“io credo nelle streghe”.
Martin sorrise e la strinse a sé ancora più forte.
Furono per Alice delle settimane bellissime (avrebbe preso per pazzo qualcuno che le avrebbe detto che solo due settimane dopo tutto sarebbe stato un ricordo sfocato nella sua mente), furono due settimane da sogno. Pensare che era venuta a Stonehaeven perché il padre doveva fare un sopralluogo in un castello che una vecchia leggenda voleva infestato dai fantasmi. Il padre di Alice, Andreas Schor, era un famoso antropologo che da anni si occupava di miti e leggende legati alle streghe e ai fantasmi, il suo obiettivo era dimostrare che erano tutte superstizioni inutili. A Stonehaeven, si diceva, che fosse vissuto nel Seicento un mago alchimista temuto da tutti perché, si diceva, facesse misteriose evocazioni di demoni e creava mostri terribili nel suo laboratorio.
Fino a quel momento non aveva trovato niente di interessante, tranne qualche runa troppo rovinata per essere decifrata.
Quando ripartirono Andreas Schor passò tutto il viaggio ad appuntare su un quaderno le scoperte che aveva fatto sull’isola e i suoi studi sull’argomento, mentre la madre di Alice leggeva un libro di Pirandello, Alice fissava l’isola di Stonehaeven, dove aveva lasciato il suo primo e sino a quel momento unico amore.
“Io credo nelle streghe” disse quando salì sul traghetto che la avrebbe riportata a casa, lontano dalla terra dei sogni e lontano dai suoi ricordi più belli.
Con il passare degli anni Alice crebbe, si dimenticò di Martin e smise di credere alle streghe.
CAPITOLO UNDICESIMO: HANS E LOTHAR
Era una domenica mattina, una bella giornata primaverile di sole. Hans aveva il giorno libero la domenica. Di solito, durante le ore in cui non si trovava a corte, Hans stava in casa ad aiutare Sarah nelle faccende di casa, oppure restava a giocare in casa con il figlio natogli da un anno. Il pensiero di Lothar, sebbene non lo avesse mai abbandonato del tutto, era un vago ricordo da quando aveva raccontato tutto alla moglie.
Quella mattina, dopo essere andato con la moglie in chiesa, aveva deciso di fare una passeggiata da solo e si era diretto verso il Picco del Cimitero, dove secondo un’antica leggenda vagassero gli spiriti dei morti. Improvvisamente sentì una voce alle sue spalle; una voce che avrebbe riconosciuto tra milioni e che gli fece raggelare il sangue nelle vene. Era una voce suadente. Calda. Ipnotica. Si immobilizzò, come se qualcuno gli avesse pietrificato le gambe.
“Salve giullare, come vanno le cose?”
“Cosa vuoi ancora da me? Non ti basta avermi rovinato già una volta?”
“rovinato? A me sembra il contrario. Qui conti qualcosa, hai una moglie e sei felice a Carnac cosa avevi?”
“ero felice”
“ma sei felice anche qui”
“sì”
“allora cosa è cambiato?”
“il fatto che ora so che la felicità non dura in eterno, perché può sempre arrivare qualcuno per distruggerla”
“quanto siamo diventati saggi, giullare”
“cosa vuoi Lothar?”
“il prezzo della felicità giullare, la tua vita”
“io e te non abbiamo fatto nessun patto”
“ah, no? Io ricordo diversamente, giullare, scava nella tua mente e vedrai che io e te abbiamo un patto molto profondo. A proposito, se dici qualcosa a qualcuno sarà la fine di qualunque tua felicità e qualunque sogno. Buona giornata, piccolo giullare” disse Lothar e suoi occhi non erano più come il ghiaccio, ma erano di un colore rosso fuoco, due pozzi profondi in cui brillava un cupo bagliore rosso. Lothar sparì, così come era apparso, e Hans rimase solo. Non aveva nemmeno la forza di piangere. Cosa aveva fatto. Dio del cielo, cosa aveva fatto?
CAPITOLO DODICESIMO: GLI INCONTRI DI ALICE
Una mattina Alice decise di svegliarsi presto e andare a fare due passi. Era il primo giorno, da quando era arrivata che a Stonehaeven non pioveva. C’era un sole ancora tiepido, ma non faceva freddo. Uscì dalla porta di casa in camicia da notte, giusto per saggiare la temperatura esterna. Si stava bene. Tirò fuori dalla valigia un paio di jeans e una camicetta bianca e andò in bagno facendo il minor rumore possibile per non svegliare Martin. Quando uscì dal bagno e andò in cucina per farsi un caffé al tavolo c’era Drake, con una sigaretta in una mano e una tazza nell’altra.
“Buongiorno Alice, dormito bene? Se vuoi il caffè è nella caraffa vicino il lavandino” “grazie” rispose lei prendendo una tazza. “Posso farti una domanda?” “anche due” rispose Drake con un sorriso “dove vivi?”. Drake sorrise “al piano di sotto, con Damon” “da quanto tempo conosci Martin?” “un paio di vite, direi” “perché sei venuto tu a Roma e non è venuto lui direttamente?” “questioni urgenti da sbrigare” disse tagliando il discorso “vuoi fumare?” “veramente avrei smesso due anni fa” “nessuno ti vieta di ricominciare, non trovi?” “no, nessuno, una sola però” disse Alice sorridendo “agli ordini, mia signora” rispose Drake porgendole un pacchetto di Davidoff. “Come ti trovi da queste parti?” chiese Drake “bene, anche se il tempo non mi sembra dei migliori” “qui il tempo è sempre così” “quando sono venuta con mio padre, la volta scorsa c’era il sole, c’è stato per tutta la settimana” “stai iniziando a ricordare Alice?” “qualcosa, solo che mi sembra così assurdo aver eliminato tutto dalla mia memoria, e mi sembra ancora più strano che stia ricordando tutto da quando sono arrivata qui, non trovi?” “questa è una terra magica, Alice. Da queste parti sono vissuti potenti maghi, stregoni e sciamani, e hanno lasciato una parte della loro magia nell’aria” “parlami un po’ di Martin” “Marty, il vecchio caro Martin. Non mi è concesso dirti niente su Darknight, tranne quello che sai, il resto devi ricordarlo da sola. Basta che tu creda alle streghe” “cos’è questa storia delle streghe?” “presto ricorderai anche quello, per ora basta che tu creda; la verità si mostrerà presto ai tuoi occhi. A proposito, stai uscendo?” “volevo fare una passeggiata in paese, approfittando della giornata, di sole” “buona passeggiata allora” “penso che starò fuori un oretta o due, saluta Martin quando si sveglia” disse lei con un sorriso, a cui Drake rispose, “Ora vai” disse facendo un cenno con la mano.
Alice uscì di casa e venne avvolta fa un alito di vento primaverile che le riscaldò il corpo. I capelli castani le ricadevano lungo le spalle. Gli occhi castano chiaro si stavano ancora abituando alla luce del sole di cui Alice si faceva scudo con la mano davanti agli occhi. Uscì dal portone con passo leggiadro, quasi da ballerina e si diresse verso il paese. Mentre passeggiava, avvolta nei suoi pensieri, una voce la dissolse. Si voltò, era un prete dalla faccia rubiconda e paffuta; ad Alice ricordava il frate del film della Disney di Robin Hood.
“Salve ragazza” disse il prete con voce gioviale “salve a lei padre”
“nuova di queste parti?”
“sono un’amica di Martin Darknight”
“il becchino? Un bravo ragazzo, peccato che sia finito in questo buco di posto, ha delle ottime qualità. Peccato per quella storia dei libri proibiti a Oxford”
“libri proibiti?” chiese Alice stupita
“Sì, i libri. Per essere precisi erano libri vietati , sono stati trovati nella stanza di Darknight quando studiava per diventare dottore a Oxford”
“non ne sapevo niente”
“non mi stupisce che non te ne abbia parlato, la cacciata dall’ateneo è una cosa che gli brucia ancora”
“lo immagino. Padre, posso farvi una domanda? Lei come conosce Martin?”
“Ero uno dei suoi tutori durante gli anni in monastero, sai che è stato allevato dai preti, vero?”
“sì. E dei suoi amici cosa sa?”
“Drake e Deathman? Poco e niente, di Drake so solamente che vive con lui da un paio di anni, ma non so né chi fosse né cosa facesse prima. Di Deathman so che lo ha conosciuto all’università, ma anche il suo di passato sembra avvolto nel mistero”
“Grazie padre, spero di incontrarla di nuovo”
“Basta che passi da questa strada, io passeggio sempre qui”
“io mi chiamo Alice”
“io padre Thomas” disse il prete stringendo delicatamente la mano di Alice, come se temesse farle male.
Quando riprese la passeggiata le parole del prete cominciarono a ronzarle nel cervello fino a che non arrivò in paese.
Stonehaeven era un tipico paese della provincia scozzese:paese di pescatori e di preti, borgo medioevale, come ce ne sono tanti. Ma l’aria di Stonehaeven aveva qualcosa di speciale, di magico, non sapeva come spiegarselo, era qualcosa che si respirava.
Nella via principale del paese, dedicata a Rob Roy, eroe nazionale scozzese, c’era il mercato. Si snodava attraverso la via principale del paese e come ogni mercato mischiava le bancarelle che vendevano pesce e frutta a quelle che vendevano cianfrusaglie di ogni genere.
Una bancarella in particolare attirò l’attenzione di Alice: OGGETTI MAGICI E TRATTATI DI MAGIA DI TUTTE LE EPOCHE.
Il gestore era un vecchio signore di una settantina d’anni, dalla faccia lunga e sottile e le dita delle mani affusolate.
Era calvo, e la sua testa sembrava brillare come la luna di notte.
“Buongiorno, signorina, vuole acquistare qualcosa?” disse con voce gioviale. Non lasciarti abbindolare da questo vecchio, bambina mia, la magia è una stupidaggine; non esistono maghi, non esistono le streghe, è solo un’invenzione di una sciocca superstizione magica, cerca di essere ragionevole per una volta, Alice.
La voce del padre. Forse era colpa di quella voce se Alice non credeva più alle streghe, se non credeva più in niente. Stava dando un’occhiata in cerca di qualcosa di interessante, quando il suo occhio cadde su una vecchia stampa di fine Seicento: c’erano delle ragazze che ballavano in una foresta, attorno ad un albero che aveva le fattezze di un corpo. “Cosa rappresenta questo quadro?” chiese Alice prendendolo tra le mani “è un sabba. È un pezzo molto antico, del Seicento, credo, le interessa?” “potrebbe interessarmi, quanto viene?” “trenta sterline, ma per lei posso anche scendere a venticinque” disse il vecchio facendo l’occhiolino “va bene, lo prendo”.
Quando rientrò a casa, con il quadro sotto braccio, si sentiva euforica, non sapeva bene per quale motivo ma sapeva che quel quadro sarebbe stato benissimo appeso nello studio di Martin. Era come se vedendolo le aveva trasmesso qualcosa, anche se non sapeva esattamente che cosa.
CAPITOLO TREDICESIMO: NELLO STUDIO DI MARTIN DARKNIGHT
Lo studio di Martin, l’unica stanza che ancora Alice non aveva visto di tutta la casa era sulla sinistra della cucina.
Era la stanza più grande della casa, dove Martin conservava la maggior parte dei suoi libri, quasi tutti antichi trattati esoterici, trattati di magia di varie epoche e stregoneria di vario genere, testi di filosofia di tutti i paesi e religioni conosciute e meno conosciute.
Sulla sinistra c’era una scrivania, anche questa piena di libri e ritagli di giornale, e computer vecchio tipo che Martin utilizzava come archivio magnetico per i suoi studi e per le sue memorie.
Nel tempo che passava in quella stanza Martin leggeva quasi sempre, ascoltando musica nello stereo sulla mensola dietro la scrivania. Di solito ascoltava Paganini, ma quel giorno aveva voglia di blues: mise nella piastra un cd di Clapton e chiuse gli occhi lasciandosi trasportare dalla musica.
Era avvolto dalla musica quando sentì un lieve bussare alla porta.
“Chi è?” chiese
“Drake, Martin, ti devo parlare di una cosa importante”
“di cosa si tratta?”
“Alice”
“entra, la porta è aperta”.
Drake entrò.
“Cosa succede?” chiese Martin
“stamattina è andata a fare una passeggiata, ha incontrato padre Thomas, gli ha raccontato dei testi proibiti per cui eri stato cacciato da Oxford”
“Niente di preoccupante”
“a parte il fatto che dovrai spiegare per quale motivo hai consultato testi proibiti di magia in una biblioteca dell’università no”
“Mi inventerò qualcosa, non dovrebbe essere difficile, non è che mi amassero molto da quelle parti”
“lo so, però se le dicessi tutto sarebbe molto più facile”
“non posso, Damien, lo sai anche tu, fino a che non crede alle streghe non possiamo svelare niente, sono i patti. Cosa altro ha detto il prete?”
“che Deathman era tuo compagno di stanza”
“in un certo senso era vero. Di te ha detto qualcosa?”
“no, sa troppo poco sul mio conto per poter dire qualcosa di compromettente”
“ha fatto qualche data?”
“nessuna che io sappia, credo che padre Thomas non sappia nemmeno in che anno siamo”
“già, tienila sotto controllo Drake, fino a che non ricomincia a credere è in grosso pericolo e tieni sotto controllo anche Thomas, se lo vede ancora potrebbe ricordare e se ricorda prima di credere alle streghe sarà la sua rovina” “credi che lui la voglia ancora?”. Martin sorrise “lui non rinuncia tanto facilmente”
“lo so, e lo sa anche Damon, ma sappiamo anche che prima o poi inizierà a fare domande, Marty, e non so se…”
“ce ne preoccuperemo quando sarà il momento, Damien”
“già, quando sarà il momento, sperando che non sia troppo tardi”
“non sarà tardi”
“ma il ballo è…”
“ce la faremo”.
CAPITOLO QUATTORDICESIMO: NELLA FORESTA NERA
La Foresta Nera. Il luogo attraversato dal giullare Hans tanto tempo fa. Il luogo dove, secondo le leggende di Stonehaeven, un tempo si facevano misteriosi riti magici le cui radici si perdevano nella notte dei tempi. Un tempo la Foresta Nera era stata il passaggio obbligato per chi voleva conoscere la magia, fino a che la gente non aveva smesso di credere alle streghe.
Nonostante la ragione avesse preso il sopravvento, però, gli abitanti di Stonehaeven non osavano inoltrarsi nella Foresta Nera di notte, soprattutto nelle notti di luna piena. Tutti tranne uno. Martin Darknight andava nella Foresta Nera abbastanza spesso: visitava una vecchia chiesa sconsacrata nel 1645, perché, si diceva, uno dei preti aveva fatto misteriosi riti nella sua stanza in presenza di un potente mago.
La chiesa si trovava alla pendice di una vallata, vicino un torrente. Sul retro della chiesa c’era un piccolo cimitero, dove erano stati seppelliti i preti dell’ordine. La Foresta Nera era un luogo ancora incontaminato, dove vivevano animali di ogni genere: cervi, lupi, daini e tantissime specie di uccelli.
Martin Darknight vagava per la Foresta da circa due ore, sapendo benissimo che prima o poi sarebbe finito nel cortile del vecchio monastero. Era di fronte al sentiero che conduce al vecchio monastero; un viale sterrato che Martin ripuliva dalle erbacce una volta al mese.
Di solito andava lì con un paio di libri e si metteva a leggere, quella volta si mise seduto incrociando le gambe e meditò. Qualcosa stava per accadere, qualcosa che avrebbe coinvolto lui, Alice, Drake e Damon Deathman, qualcosa che veniva dal loro passato, ma qualcosa che tutti loro avevano dimenticato.
Tu credi nelle streghe, Martin?
Quella voce lo colpì come un fulmine, Martin riaprì gli occhi e si guardò attorno: il panorama era diverso; il monastero sembrava nuovo, appena costruito, le erbacce erano state sostituite da piante e fiori, soprattutto azalee e tulipani rossi e neri. Il prato retrostante al monastero, che sino a quel momento aveva l’erba giallognola, era ora tagliato con cura.
Dall’interno della chiesa giungeva il suono di un canto gregoriano che celebrava la gloria di Dio. Martin si alzò, incurante del fatto di essere completamente nudo, si diresse verso un pentacolo disegnato al centro del cimitero e si rimise seduto nell’esatto centro. Poi, come se sapesse a memoria il rituale magico da seguire recitò delle parole in una lingua che non aveva mai parlato prima e sentì una strana energia insinuarsi lungo ogni arto del suo corpo; allargò le braccia e allargò i palmi della mano e una sfera di energia cominciò a prendere forma. Martin scagliò la sfera contro una pietra scalfendola leggermente.
Tu credi nelle streghe Martin?
“Io credo nelle streghe” mormorò Martin tra sé. Quando riaprì gli occhi si trovava di nuovo al vecchio monastero, così come lo ricordava. Uscì dal monastero e si diresse verso la sua abitazione.
CAPITOLO QUINDICESIMO: ANCORA I SOGNI DI ALICE
Quando Alice tornò al Picco del Cimitero Damon Deathman era occupato a togliere le erbacce attorno alle lapidi e Drake stava spazzando il viale.
“Salve ragazzi! Guardate cosa ho comprato” disse Alice; si sentiva euforica come non si sentiva da anni.
Il quadro rappresentava una festa, con un gruppo di persone che danzavano attorno ad un fuoco. Nel vederlo Drake sorrise, mentre lanciò un’occhiata a Damon Deathman che sorrise a sua volta.
“Cosa avete da sorridere?” disse Alice. Drake, prima di rispondere, osservò Alice, come per capire se dovesse essere sicuro che era veramente lei.
“Hai osservato bene il quadro?”
“perché?”
“no, niente, così”
“cosa c’è che non va nel quadro?”
“niente. Volevi regalarlo a Martin?”
“per il suo studio”
“ci starà benissimo, non trovi Damon?”
“trovo”
“Dove lo hai comprato?”
“ad una bancarella, si chiamava Oggetti e trattati magici di tutte le epoche”
“E’ tornato il vecchio Syrus, Damon, ne sapevi qualcosa?”
“assolutamente no”
“scusate, dove si trova Martin adesso?”.
Interrompendo la loro discussione i due amici si guardarono come se non sapessero bene cosa rispondere.
“In giro” disse Damon come se volesse tagliare il discorso.
“Ho detto qualcosa che non va?” chiese Alice.
“No, tranquilla, è che Damon e le buone maniere non vanno molto d’accordo, soprattutto quando si tratta di donne”. La risposta poteva anche apparire convincente ma Alice sapeva bene che c’era qualcosa che le stavano tenendo nascosto.
“Comunque complimenti per il regalo, gli piacerà sicuramente”.
Alice sorrise. Era anni che non si sentiva così; era come se con lei sorridessero i suoi occhi, come se tutto il suo corpo partecipasse della sua gioia. Per la prima volta ascoltava il battito del suo cuore. “Credo alle streghe” mormorò sprofondando nel sonno.
Era con Martin, in una vecchia chiesa. Stavolta però non arrivano insieme, ma lei lo raggiungeva. Lei indossava un lungo vestito nero, come quello che aveva sempre visto indossare alle streghe, e aveva i capelli raccolti che brillavano sotto la luce della luna. Aveva i piedi scalzi, e aveva la sensazione che i suoi piedi camminassero da soli, verso la figura che sembrava essere Martin. L’uomo si voltava verso di lei. Alice riconobbe le fattezze di Martin, ma qualcosa non tornava, era come se fossero fuori dal tempo e dallo spazio. Anche la figura dell’uomo era a piedi scalzi. Indossava una specie di camicia bianca e un paio di pantaloni legati con una corda, come quelli che si portavano nel Medioevo. Aveva i capelli lunghi e il volto più abbronzato di quello di Martin, ma era sicuramente lui.
I suoi occhi brillavano febbrili e la osservavano in profondità, fino i recessi più profondi dell’anima. Si sentiva nuda davanti a quegli sguardi, voleva che la smettesse, ma nello stesso tempo si sarebbe fatta osservare e scrutare per tutti i secoli a venire. Improvvisamente la prese per mano e la condusse con sé. Lei non oppose nessuna resistenza, come se stesse aspettando quel momento da una vita, come se quel semplice istante le fosse stato promesso al momento della nascita. Lui la stringeva. Sentiva i suoi seni premergli contro il petto. Sentiva la sua anima fondersi con quella di Martin e il suo cuore battere ad un ritmo forsennato.
“Sta tranquilla, non può succedere niente di male se siamo insieme”.
Lei si sentiva protetta sotto il suo abbraccio. Una musica in sottofondo, come se nel paese ci fosse una festa.
“Perché non sei giù alla festa?” chiese lui
“volevo vederti” rispose la ragazza
“sai che non dovresti farlo, io sono stato bandito dal regno e tu sei la figlia del re”
“per quale motivo?” chiese lei; poteva sentire le lacrime affiorarle su volto, tentava di reprimerle ma con senza riuscirci. Alla fine, come se non potesse più resistere, come se tutte le lacrime che non aveva pianto dovessero esplodere in quell’istante scoppiò in lacrime.
“perché?” chiese di nuovo.
Lui la strinse a sé ancora più forte “non esiste un perché. Sono un mago, e i maghi sono sempre banditi…da sempre. Ma nessuno ne ha colpa, è il Grande Architetto ad aver stabilito il mio destino e io non posso fare molto per modificarlo”
“perché tu? Perché non puoi smettere di essere mago?”.
Lui sorrise, ma era un sorriso amaro, “perché non posso smettere di respirare? Perché è una parte della mia natura, come la magia, sono nato mago e non posso modificare il mio destino. Il Grande Architetto si diverte a giocare con il mio destino”
“Io non voglio perderti, Aryuna”
“non mi perderai” mormorò lui.
Le loro labbra si sfiorarono, i loro occhi si incontrarono in un solo istante, ma avevano già capito tutti e due cosa stesse accadendo.
Mentre erano nudi, nell’erba del cortile vicino il monastero, lontani dalle musiche della festa, lei sentì qualcosa. Una presenza oscura che li osservava da dietro gli alberi della Foresta Nera…
Alice si svegliò di soprassalto. Aveva nitida l’immagine del suo sogno. Chiara l’immagine del monastero, che sapeva di aver già visto senza esserci mai stata. Aryuna. Quel volto così simile a quello di Martin, chi era? Si alzò dal letto e infilò un vestito, rendendosi conto che era lo stesso del sogno. Sorrise all’idea di non essersi ancora svegliata e di essere precipitata in un nuovo sogno.
Uscì dalla stanza, aveva voglia di vedere Martin e raccontargli il suo sogno. Entrò prima in cucina, dove la pila di libri sul tavolo non faceva altro che ingrossarsi. Si diresse verso lo studio di Martin, sapeva di poterlo trovare lì, andava sempre lì quando (tornava dalla Foresta Nera) aveva voglia di stare da solo. Dalla stanza uscivano le note di una vecchia canzone gaelica. Quindi Martin era in casa.
Alice bussò alla porta delicatamente “posso entrare, Marty?”.
La sua voce era emozionata, come una sedicenne invitata al ballo delle debuttanti che doveva invitare il suo primo ragazzo a ballare.
Era la prima volta che metteva piede nello studio di Martin ma era esattamente come immaginava che fosse. Lo aveva visto così.
“Dormito bene?” chiese Martin
“Bene, e tu cosa hai fatto?”
“In giro per la Foresta, mi ha detto Drake che hai comprato qualcosa per lo studio di cosa si tratta?”
“Beh, ecco…veramente…sarebbe una sciocchezza”
Martin sorrise “facciamo così: portalo, magari sta benissimo nel mio studio”.
Alice andò nella sua stanza di corsa, sembrava stesse volando, e rischiando di cadere un paio di volte si diresse di nuovo verso la stanza di Martin.
“Ecco, disse lei, è questo quadro”.
Martin aprì il pacco che conteneva il quadro e, prendendolo tra le mani, lo osservò qualche minuto, sorridendo.
“Andrà benissimo, Alice, grazie”
“il tizio da cui l’ho comprato ha detto che si tratta di un quadro del Seicento, ma che non sapeva cosa rappresentava, tu lo sai?”
“un rito di magia bianca in onore della dea della Fertilità, ne facevano tanti nel Cinquecento di riti simili da queste parti”
“Ho incontrato, un prete oggi, e mi ha detto della storia dei libri proibiti ad Oxford, perché non ti sei difeso?”
“Perché i libri erano nella mia stanza e non avevo nessuna prova che confutasse la tesi che erano stati messi lì da qualcuno. Se hai incontrato padre Thomas, te lo avrà detto”
“come fai a sapere che…”
“era padre Thomas?- finì per lei Martin - è l’unico del monastero a parlare con gli estranei. A proposito, il vecchio della bancarella aveva per caso lunghe dita affusolate e la faccia oblunga?”
“sì, lo conosci?”
“Syrus, in paese dicono che sia solo un vecchio pazzo, invece è uno dei pochi personaggi interessanti che girano da queste parti. E poi, ha degli oggetti magici e dei libri niente male”
“Ti interessi di esoterismo?”
“sembra di sì” disse Martin con un sorriso.
“Senti, stasera ti andrebbe di andare in paese? C’è una festa, la vecchia tradizione della festa del raccolto, possiamo andare insieme se vuoi”
“mi piacerebbe molto. Martin, io credo nelle streghe. Forse”
“Anche io credo nelle streghe, Alice, e sono convinto che presto ricorderai” disse, ed uscì dallo studio, lasciandola sola con i suoi pensieri e con quell’ultima frase sibillina.
Alice si addormentò appena salita in macchina. Nemmeno se ne rese conto. Come non si rese conto del tempo che passava e dei luoghi che stava attraversando. Alice dormiva. E sognava. Sognava Martin Darknight. Il ragazzo di Stonehaeven. Erano dentro una vecchia chiesa, si stavano baciando. Era bellissimo baciarlo. Ma c’era qualcosa di strano. La chiesa era immersa in una radura in mezzo ad un bellissimo bosco, era deserta, e sebbene fosse primavera intorno a loro non si sentivano rumori. Non il canto di un uccello, non il frinire di una cicala o di un grillo, solo i loro respiri.
Sognava Leonardo Bartezzaghi, che piangeva dietro la sua scrivania perché non aveva più la forza di credere alle streghe. Alice però non aveva più ventiquattro anni, ma era una bambina che assisteva impotente ed estasiata allo sfogo di quello che un tempo era stato il suo psicanalista. E poi sognava Hans, il giullare. Lo vedeva mentre fuggiva attraverso la Foresta Nera, oppresso dalla figura di Lothar, l’uomo dagli occhi del colore del ghiaccio e del sorriso di una tagliola. Drake riusciva a leggere nei suoi sogni. Le leggeva nella mente. “Presto crederai di nuovo nelle streghe, Alice, allora capirai tutto, abbi fiducia in noi”.
Mentre Drake e Alice viaggiavano Martin Darknight sedeva davanti la finestra della sua casa a bere Kil Beggan e caffé e a fumare.
“Stanno per arrivare, Marty. Abbi fede. Tra poco saranno qui” disse Damon Deathman posandogli una mano sulla spalla.
CAPITOLO SETTIMO: IL PICCO DEL CIMITERO
Alice si svegliò di soprassalto. “Quanto ho dormito? Dove siamo?” chiese. “Quanto alla prima domanda non ti preoccupare, hai dormito il giusto. Quanto alla seconda, bentornata a Stonehaeven”. Alice ebbe un attimo d’esitazione, mentre stiracchiava il corpo indolenzito. “Vuoi dire che abbiamo fatto tutto il viaggio in macchina? Quanto tempo ci abbiamo messo?” “ci abbiamo messo il tempo necessario. E il tempo da queste parti conta poco” “dove abita Martin?” “là - disse Drake indicando una cima- sul Picco del Cimitero. Vieni, prendiamoci un caffé, poi lo raggiungeremo. Ancora qualche minuto di pazienza Alice”.
Martin si era appena svegliato, e la prima cosa che aveva fatto era stato versarsi un po’ di Kil Beggan in un bicchiere. Si alzò controvoglia dal letto e s’infilò un paio di jeans strappati e una maglietta bianca. Si passò una mano sul volto ispido di barba e accese una sigaretta. Si rese conto che era l’ultima, poco male, aveva una scusa per uscire dal cimitero e scendere in paese. Non poteva uscire, loro stavano arrivando. Finì con un sorso il Kil Beggan e uscì nel cortile che dava sul portone del cimitero.
Quando Alice arrivò a Stonehaeven in compagnia di Drake stava scendendo quella pioggerellina sottile che ti penetra nella pelle, fino a farti impazzire, quella talmente tanto sottile che nemmeno ti accorgeresti che esiste.
Entrarono nel cimitero.
Lei indossava un paio di jeans sbiaditi, una camicia stile indiano, con due soli bottoni e un giubbotto di tela per ripararsi dalla pioggia. Drake era vestito di nero come al solito e portava gli occhiali da sole.
“BECCHINO! SIAMO ARRIVATI. VIENI FUORI”
“Un po’ di rispetto per i morti, Drake” disse una figura che uscì da una fossa con una sigaretta in mano e una bottiglia di whisky che usciva dalla tasca posteriore dei jeans. “Hai visite, Martin”. Alice rimase immobilizzata a guardarlo. Un’esplosione di ricordi le penetrò nel cervello come un treno in corsa. Martin era esattamente come lei lo ricordava (come lo avrebbe ricordato). Tranne che per la barba ispida lungo le guance non era cambiato per niente. Voleva abbracciarlo. Non ne aveva il coraggio, e restava ferma a fissarlo. Martin era in piedi, in bilico sulla fossa che stava scavando, con la sigaretta nella mano destra e la fissava. Alice pensava che gli stesse entrando nel cervello per leggere tutti i suoi pensieri. Scacciò via quel pensiero e cercò di parlare.
“Ciao Martin” “Bentornata da queste parti, Alice. Vieni, ti mostro la casa, e magari ti offro un caffé. Poi se vuoi, puoi farti una doccia, credo che ne abbia voglia dopo il lungo viaggio, poi possiamo andare a mangiare qualcosa insieme” “va bene”. Si sentiva strana. Lei, sempre così loquace, davanti a quella figura che aveva rappresentato qualcosa d’importante nella sua vita (e che per chissà quale strano motivo era stata eliminata dalla sua memoria), non riusciva a spiccicare parola.
Quando entrò in casa, Alice, sentì le gambe molli, come se fossero di gelatina, sembrava una ragazzina al ballo del saggio di fine anno.
La casa era abbastanza grande, solo che lo spazio era interamente occupato da interi scaffali di libreria pieni di libri accatastati, cimeli di viaggio, giornali e fogli buttati alla rinfusa.
“Vieni, ti faccio vedere la cucina”.
La cucina non era sporca, non era la parola esatta, era disordinatamente ordinata, come il resto della casa.
C’erano piatti sporchi e tazze ammucchiate nel lavandino, mentre il tavolo era ricolmo di libri e di giornali ammucchiati uno sull’altro. “Scusa il casino, ma siamo ancora in fase di trasloco” disse Martin accendendo la sigaretta che gli pendeva dalle labbra sin da quando erano entrati in casa. “Il bagno è in fondo a destra. Credo che anche da quelle parti dovresti trovare casino, non farci caso” “va bene, grazie Marty” “di cosa?” “non lo so. Ma sentivo di doverti ringraziare” mormorò Alice dirigendosi verso il bagno.
Quando Alice uscì dalla doccia Martin era seduto davanti la finestra della cucina, con una gamba sopra la sedia e l’altra a terra e con una tazza piena di whisky in una mano e una sigaretta nell’altra. “Tutto bene?” chiese ad Alice sentendola arrivare. “Adesso va meglio, grazie” rispose lei con un sorriso “smettila di ringraziare. Andiamo a fare due passi, abbiamo molto di cui parlare. Del resto ci dobbiamo raccontare gli ultimi quattordici anni di vita. Vieni fuori, e che i morti siano testimoni della nostra storia”. Alice rimase colpita dall’ultima frase, la trovò piuttosto macabra, ma non chiese niente.
Martin uscì per primo, con le mani infossate nelle tasche dei jeans, una maglietta nera a maniche corte e un lungo giubbotto di pelle oramai logorato dal tempo e dalla pioggia.
“Allora- cominciò Martin sedendosi sopra una vecchia lapide - comincia a raccontare cosa hai fatto in questi ultimi quattordici anni?”.
A rispondere a questa domanda Alice si rese conto di essere in difficoltà, cosa aveva fatto negli ultimi quattordici anni degno di essere ricordato? Si rese conto in quel momento che si era limitata a vivere (a sopravvivere se proprio voleva essere precisa, ma niente di più.
“Le cose che fanno tutti, mi sono diplomata al liceo classico, ho studiato Lettere con indirizzo in storia dell’arte e mi sono laureata in estetica, ho lavorato come arredatrice e come organizzatrice di mostre e sono finita sotto analisi per una storia andata male. Una vita abbastanza noiosa. Fino a che tre giorni fa non è comparso Drake davanti casa mia e mi sono ritrovata qui; a proposito chi è Drake?” “un vecchio amico, e poi ti devo correggere, nessuna vita è banale, ognuna ha qualcosa da raccontare” “forse hai ragione, un’ultima domanda: perché è così importante che io creda nelle streghe?” “capirai anche questo, abbi fiducia, come ne hai avuta tanto tempo fa”. Martin rimase in silenzio. “Adesso tocca a te raccontare” disse Alice “e che i morti siano tuoi testimoni” aggiunse, quasi senza rendersene conto.
“C’è poco da raccontare: mi sono trasferito ad Oxford per studiare filosofia subito dopo che tu sei partita, con una borsa di studio, avevo iniziato un dottorato di ricerca, solo che mi sono stufato quasi subito dell’ambiente universitario, sono tornato da queste parti e mi sono fatto assegnare il posto di becchino, nel frattempo ho continuato i miei studi di religioni che nessuno pratica più, di idiomi che nessuna lingua osa più pronunciare e di formule magiche che gli uomini hanno paura a ricordare” “sembra interessante, chi è l’altra persona con cui vivi?” “Damon Deathman? Era un mio compagno di studi, quando io mi sono trasferito da queste parti lui ha deciso di seguirmi, sostiene che le anime dei morti siano molto più interessanti dei vivi” “Dimmi qualcosa in più su Drake; chi è e come faceva a sapere dove…”. Martin la interruppe con un gesto della mano “non è ancora il momento, Alice, quando arriverà saprai e capirai tutto, se prima non credi alle streghe potresti impazzire”. Martin stava sorridendo, ma Alice sapeva benissimo che era serio. Martin Darknight. Una figura sfuggente nella memoria. Perché era stato così importante nella sua vita? E perché improvvisamente lei lo aveva dimenticato? Avrebbe ricominciato a credere nelle streghe e a ricordare quella parte della sua vita che sembrava sepolta nella memoria? Era soprappensiero. Non si accorse che Martin le aveva preso la mano.
CAPITOLO OTTAVO: HANS SOGNA LOTHAR
Erano passati cinque anni da quando Hans era fuggito nella notte attraverso la Foresta Nera ed era finito nel regno di Stonehaeven. Appena arrivato la prima cosa che aveva fatto era stato presentarsi al sovrano di quella terra per proporsi come giullare. Il re Roland, questo era il nome del sovrano, disse che al momento aveva già un giullare, ma che Hans sarebbe comunque potuto rimanere nel regno (non si cacciava mai nessuna anima da Stonehaeven, aggiunse con un sorriso), aveva bisogno di qualcuno che si occupasse della raccolta del grano. Hans aveva accettato, avrebbe accettato qualunque cosa pur di tornare a vivere; aveva così smesso i panni di giullare per indossare quelli del contadino. In questa nuova veste aveva conosciuto Sarah, la figlia del fattore e si era innamorato. Dopo un paio di mesi aveva chiesto di sposarla, e il padre aveva acconsentito.
All’inizio aveva sofferto per non poter più essere un giullare, il non sentire più le risate della corte alle sue battute e le grida dei bambini ai suoi giochi di prestigio gli aveva messo tristezza. Ma poi, anche grazie alla ragazza che aveva preso in moglie, e grazie al re Roland che gli aveva affidato un piccolo pezzo di terreno tutto per lui, era tornato ad essere felice.
Una mattina il re lo fece chiamare e gli chiese se sapeva ancora come si faceva a far divertire una corte. “Il nostro vecchio giullare è morto- spiegò il sovrano - e noi abbiamo bisogno di un nuovo giullare. Cosa te ne pare? Puoi lasciare il lavoro nei campi e tornare a fare quello per cui sei nato”.
Hans fece un profondo inchino “Maestà, non vorrei sembrarvi ingrato, ma vede, io ho una moglie ora. Non posso lasciarla a lavorare da sola nei campi, voi comprendete, vero?”.
Dopo queste parole il giullare abbassò gli occhi, pensando di aver fatto una scortesia che avrebbe pagato con la vita. Ma il re stava sorridendo. “Sei un brav’uomo Hans. Non so da dove vieni e cosa nascondi e non mi interessa, ma sei un brav’uomo. Farò in modo che la tua terra venga lavorata dai miei contadini. Te voglio averti come giullare. Per quanto riguarda tua moglie, mia figlia sta crescendo e ha bisogno di una dama di compagnia, cosa te ne pare?” “non sono come ringraziarvi maestà…io non ho parole…”.
Hans pronunciando queste parole stava piangendo, ma queste erano lacrime belle, di felicità. Fu così che Hans tornò a fare il giullare. Così Hans era tornato ad essere felice. Ma nel suo cuore resisteva ancora un’ombra. Una membrana nera fatta di tenebre che rispondeva al nome di Lothar. Ogni tanto ritornava alla sua memoria; ritornava con il sorriso che assomigliava a quello di una tagliola e i suoi occhi del colore del ghiaccio. Quando sognava Lothar, Hans si svegliava nel suo letto, bagnato di sudore e sopprimendo con le coperte il grido che avrebbe voluto emettere.
Non aveva mai raccontato a nessuno (nemmeno a sua moglie) le circostanze che lo avevano portato a Stonehaeven, non aveva mai detto a nessuno che aveva attraversato la Foresta Nera e che per tutto il tempo aveva avuto paura di impazzire. Troppo dolore. Troppa paura.
Una notte, però, il sogno fu peggiore degli altri. Era ancora nella Foresta Nera. Sentiva delle grida in lontananza, come se qualcuno stesse facendo una festa. Improvvisamente sentiva una risata. Faceva gelare il sangue nelle vene; conosceva fin troppo bene quella risata. Quella risata già una volta aveva ridotto in frantumi la sua vita. “Hans! Sto venendo da te!” urlava Lothar, ma la sua voce non aveva niente del melodioso che aveva a Carnac, era una voce cavernosa e cupa. Hans si svegliò nel letto urlante e raccontò tutto.
“Non voglio più restare solo. Ti prego, non abbandonarmi” disse mentre Sarah gli teneva dolcemente la testa fra le mani.
CAPITOLO NONO: FINE DI UNA ILLUSIONE
Alice non crede più alle streghe. Parole che continuavano a ronzargli nel cervello. E tu? Tu credi nelle streghe? “I bambini credono nelle streghe”.
Si stupì di sentire la sua voce. In cosa credeva lui? A cinquantasei anni si considerava uno dei migliori psicanalisti di Roma. Aveva scritto libri, tenuto conferenze, fatto corsi universitari. Aveva passato anni ad analizzare le menti degli altri. Ma lui? Cosa era a lui che lo faceva stare male? Aveva perso la moglie. Ma era solo questo? Forse. Ma sapeva che non era così. Nel profondo del suo cuore sapeva che non era così. Nel suo cuore sapeva che c’era altro. Si versò un altro bicchiere di Porto. Stava impazzendo. Non riusciva a smettere di pensare ad Alice. Perché? Cosa aveva quella ragazza di così speciale rispetto agli altri pazienti con cui aveva avuto a che fare? Alice non credeva più alle streghe. Ecco cosa aveva di speciale. Qualcuno era arrivato una sera davanti al suo ufficio, qualcuno che era stato per lui era un emerito estraneo e gli aveva detto che Alice non credeva più alle streghe. Non sapeva quanto tempo fosse passata da quella cena surreale, quattro, forse cinque giorni, ma non riusciva a smettere di pensare a Drake. I suoi occhi che lo fissavano. Quegli occhi che avevano qualcosa di inquietante misterioso allo stesso tempo. Quelli occhi neri come il carbone che a volte lanciavano dei riflessi verdi, come se dentro vi nuotassero non una, ma dieci, cento, mille anime.
Citofono. Si alzò per andare ad aprire la porta e sentì le sue ossa scricchiolare. “Dottor Leonardo Bartezzaghi?” “sì, sono io, lei chi è?” “non importa molto il mio nome; devo parlare con te” “oggi non ricevo, mi spiace” “oh, ma io devo parlare di te non di me” “non credo di…” “vuoi raggiungere tua moglie?” “come sa di mia moglie?” “so tante cose di te, e molte, ti posso assicurare, non lo sai nemmeno tu; fammi salire porrò fine al tuo dolore”.
Leonardo Bartezzaghi non ci pensò due volte. Si rese conto che non aveva detto la scala, ma la avrebbe trovata. Ne era sicuro. Davanti a lui c’era una figura alta, con i capelli lunghi e leggermente brizzolati. Sorrideva. “Povero, Leonardo, anni ad indagare sui fantasmi degli altri senza mai pensare ai tuoi. A cosa ti è servito?” “ad aiutare gli altri” “e te stesso. Pensi nella tua mente che non sappia che cercavi di capire te stesso analizzando la mente degli altri? Posso mandarti da tua moglie se vuoi, basta che tu dica sì” “chi sei?” “quante domande inutili, eppure speravo che alla fine ti ricordassi di me, non importa, dimmi solo di sì, e sarai libero”. Bartezzaghi abbassò gli occhi e si sentì morire dentro. “Sì” mormorò. “Benissimo. Prendi questa è cicuta, dicono che abbia ammazzato Socrate” sorrise. Il suo sorriso sembrava quello di una tagliola.
In quel preciso istante qualcosa, un ricordo passò nella sua mente, un ricordo che non riuscì a focalizzare. Prese la bottiglietta che gli aveva dato l’uomo vestito di nero e lo osservò di spalle mentre usciva dalla porta.
Sparì dietro la porta, e Leonardo Bartezzaghi rimase solo.
Solo con i suoi incubi ed il suo dolore. Osservò la fiala per qualche istante. Sentì le lacrime scendergli lungo il viso. Era la fine. La fine di tutti i suoi sogni. La fine della sua illusione. Un’illusione che durava che durava da tre anni. Lui era morto con sua moglie, e in tutti quegli anni si era solo illuso di essere vivo. Si versò altro Porto. Fissò la fiala contenente la cicuta un’ultima volta, poi versò il contenuto della fiala nel bicchiere di Porto.
CAPITOLO DECIMO: ALICE, RICORDI DI UN PASSATO DIMENTICATO
Estate 1982. Stonehaeven. Una ragazza sta camminando lungo la scogliera, tenendosi in equilibrio sul ciglio. È convinta che i suoi genitori non la capiscano. Non approvano niente di quello che fa. Hanno litigato di nuovo. Sono giorni che non fanno altro che litigare. Da quando hanno messo piede in quel buco sperduto della Nuova Scozia.
Stava ancora camminando quando vide una figura seduta su una roccia della scogliera. La figura è quella di un ragazzo della sua stessa età, probabilmente con gli stessi problemi. Alice aveva voglia di parlare con qualcuno capace di capirla. Si avvicinò al ragazzo e chiese timidamente se poteva sedersi accanto a lui.
Lui si voltò e la fissò per qualche istante. “Se proprio non puoi farne a meno” disse alla fine.
I suoi occhi. Avevano qualcosa dentro. Una fiamma che brucia dietro lo sguardo fermo. Alice lo notò subito, anzi fu la prima cosa che notò.
“Io sono Alice Schor, piacere” disse lei tendendo la mano. Il ragazzo la osservò qualche istante prima di rispondere al saluto “Martin Darknight”
“sei di qui?”
“così dicono”
“cosa fai qui da solo sulla scogliera?”
“ascolto la voce del mare”
“molto poetico”
“no, è noioso,e poi è deprimente”
“allora perché la ascolti?”
“per avere una motivazione per essere depresso”
“sei un tipo strano” disse Alice sorridendo
“me lo dicono tutti”
“non hai amici?”
“qui? Sono tutti pastori e contadini a volte sono sia l’una che l’altra cosa non sono il massimo della compagnia, e poi dicono che sono strano”
“e tu, cosa sei?”
“appena riesco a sapere cosa sono te lo faccio sapere”
“dove vivi?”
“al monastero”
“vuoi diventare monaco?”
“ho vissuto abbastanza tra i monaci per sapere che la vita monastica non fa per me”
“e i tuoi genitori?”
“mai conosciuti, ho sempre vissuto al monastero, con i monaci”
“oh, mi dispiace”
“di cosa?”
“del fatto che non hai conosciuto i tuoi genitori”
“e perché ti dovrebbe dispiacere, mica sono morti, non li ho conosciuti…e poi mi sono evitato tutti i conflitti generazionali, tipo i miei non mi capiscono, quanto sono disperata”
“io ho appena litigato con i miei, vorrei ucciderli, non mi capiscono”
“appunto, come volevasi dimostrare. Credo che loro stiano dicendo al stessa cosa di te. Vuoi fumare?” disse lui tirando fuori dalla tasca un pacchetto di sigarette
“se i miei lo scoprono mi ammazzano”
“bene, sarebbe una buona occasione per smettere di litigare”.
Alice sorrise.
“Ma chi se ne frega, dammene una”.
Quello fu il primo incontro, ne seguirono altri, in cui si raccontarono tutto, Alice raccontava i suoi sogni e i suoi problemi, Martin le faceva conoscere sé stesso e Stonehaeven.
Le mostrava le strade, il monastero dove era cresciuto, il cimitero e l’entrata della Foresta Nera, quella della leggende sulle streghe e altre storie mitiche di figure indicibili.
“Ma tu credi a tutte queste leggende?” chiese Alice una mattina. Martin sorrise “Forse sì, ma non ho la certezza assoluta che tutto questo sia avvenuto. Alice, tu credi nelle streghe?” “ci credevo un tempo, quando ero bambina, ora non ci credo più” “peccato” rispose lui abbracciandola.
Le loro labbra quella mattina si avvicinarono. Erano calde. Martin la guardava, lei aveva gli occhi chiusi e le sembrava di volare.
Ma durante quel bacio non furono solo le loro labbra ad incontrarsi, ma i loro ricordi, i loro pensieri e le loro anime.
“Che le anime dei defunti siano testimoni della nostra unione” disse Martin una mattina dopo averla baciata “le anime dei morti? Non lo trovi leggermente macabro?” “no, le anime dei morti sono la cosa più onesta che possa esistere. Non possono mentire. Quindi sono i testimoni perfetti per qualunque giuramento” “ne sei sicuro Marty?” disse Alice sorridendo,
“ne sono convinto”
“sai che mi sto innamorando di te?”
“credi alle streghe, Alice?”
“adesso ci credo”
“dillo, dì io credo nelle streghe”
“io credo nelle streghe”.
Martin sorrise e la strinse a sé ancora più forte.
Furono per Alice delle settimane bellissime (avrebbe preso per pazzo qualcuno che le avrebbe detto che solo due settimane dopo tutto sarebbe stato un ricordo sfocato nella sua mente), furono due settimane da sogno. Pensare che era venuta a Stonehaeven perché il padre doveva fare un sopralluogo in un castello che una vecchia leggenda voleva infestato dai fantasmi. Il padre di Alice, Andreas Schor, era un famoso antropologo che da anni si occupava di miti e leggende legati alle streghe e ai fantasmi, il suo obiettivo era dimostrare che erano tutte superstizioni inutili. A Stonehaeven, si diceva, che fosse vissuto nel Seicento un mago alchimista temuto da tutti perché, si diceva, facesse misteriose evocazioni di demoni e creava mostri terribili nel suo laboratorio.
Fino a quel momento non aveva trovato niente di interessante, tranne qualche runa troppo rovinata per essere decifrata.
Quando ripartirono Andreas Schor passò tutto il viaggio ad appuntare su un quaderno le scoperte che aveva fatto sull’isola e i suoi studi sull’argomento, mentre la madre di Alice leggeva un libro di Pirandello, Alice fissava l’isola di Stonehaeven, dove aveva lasciato il suo primo e sino a quel momento unico amore.
“Io credo nelle streghe” disse quando salì sul traghetto che la avrebbe riportata a casa, lontano dalla terra dei sogni e lontano dai suoi ricordi più belli.
Con il passare degli anni Alice crebbe, si dimenticò di Martin e smise di credere alle streghe.
CAPITOLO UNDICESIMO: HANS E LOTHAR
Era una domenica mattina, una bella giornata primaverile di sole. Hans aveva il giorno libero la domenica. Di solito, durante le ore in cui non si trovava a corte, Hans stava in casa ad aiutare Sarah nelle faccende di casa, oppure restava a giocare in casa con il figlio natogli da un anno. Il pensiero di Lothar, sebbene non lo avesse mai abbandonato del tutto, era un vago ricordo da quando aveva raccontato tutto alla moglie.
Quella mattina, dopo essere andato con la moglie in chiesa, aveva deciso di fare una passeggiata da solo e si era diretto verso il Picco del Cimitero, dove secondo un’antica leggenda vagassero gli spiriti dei morti. Improvvisamente sentì una voce alle sue spalle; una voce che avrebbe riconosciuto tra milioni e che gli fece raggelare il sangue nelle vene. Era una voce suadente. Calda. Ipnotica. Si immobilizzò, come se qualcuno gli avesse pietrificato le gambe.
“Salve giullare, come vanno le cose?”
“Cosa vuoi ancora da me? Non ti basta avermi rovinato già una volta?”
“rovinato? A me sembra il contrario. Qui conti qualcosa, hai una moglie e sei felice a Carnac cosa avevi?”
“ero felice”
“ma sei felice anche qui”
“sì”
“allora cosa è cambiato?”
“il fatto che ora so che la felicità non dura in eterno, perché può sempre arrivare qualcuno per distruggerla”
“quanto siamo diventati saggi, giullare”
“cosa vuoi Lothar?”
“il prezzo della felicità giullare, la tua vita”
“io e te non abbiamo fatto nessun patto”
“ah, no? Io ricordo diversamente, giullare, scava nella tua mente e vedrai che io e te abbiamo un patto molto profondo. A proposito, se dici qualcosa a qualcuno sarà la fine di qualunque tua felicità e qualunque sogno. Buona giornata, piccolo giullare” disse Lothar e suoi occhi non erano più come il ghiaccio, ma erano di un colore rosso fuoco, due pozzi profondi in cui brillava un cupo bagliore rosso. Lothar sparì, così come era apparso, e Hans rimase solo. Non aveva nemmeno la forza di piangere. Cosa aveva fatto. Dio del cielo, cosa aveva fatto?
CAPITOLO DODICESIMO: GLI INCONTRI DI ALICE
Una mattina Alice decise di svegliarsi presto e andare a fare due passi. Era il primo giorno, da quando era arrivata che a Stonehaeven non pioveva. C’era un sole ancora tiepido, ma non faceva freddo. Uscì dalla porta di casa in camicia da notte, giusto per saggiare la temperatura esterna. Si stava bene. Tirò fuori dalla valigia un paio di jeans e una camicetta bianca e andò in bagno facendo il minor rumore possibile per non svegliare Martin. Quando uscì dal bagno e andò in cucina per farsi un caffé al tavolo c’era Drake, con una sigaretta in una mano e una tazza nell’altra.
“Buongiorno Alice, dormito bene? Se vuoi il caffè è nella caraffa vicino il lavandino” “grazie” rispose lei prendendo una tazza. “Posso farti una domanda?” “anche due” rispose Drake con un sorriso “dove vivi?”. Drake sorrise “al piano di sotto, con Damon” “da quanto tempo conosci Martin?” “un paio di vite, direi” “perché sei venuto tu a Roma e non è venuto lui direttamente?” “questioni urgenti da sbrigare” disse tagliando il discorso “vuoi fumare?” “veramente avrei smesso due anni fa” “nessuno ti vieta di ricominciare, non trovi?” “no, nessuno, una sola però” disse Alice sorridendo “agli ordini, mia signora” rispose Drake porgendole un pacchetto di Davidoff. “Come ti trovi da queste parti?” chiese Drake “bene, anche se il tempo non mi sembra dei migliori” “qui il tempo è sempre così” “quando sono venuta con mio padre, la volta scorsa c’era il sole, c’è stato per tutta la settimana” “stai iniziando a ricordare Alice?” “qualcosa, solo che mi sembra così assurdo aver eliminato tutto dalla mia memoria, e mi sembra ancora più strano che stia ricordando tutto da quando sono arrivata qui, non trovi?” “questa è una terra magica, Alice. Da queste parti sono vissuti potenti maghi, stregoni e sciamani, e hanno lasciato una parte della loro magia nell’aria” “parlami un po’ di Martin” “Marty, il vecchio caro Martin. Non mi è concesso dirti niente su Darknight, tranne quello che sai, il resto devi ricordarlo da sola. Basta che tu creda alle streghe” “cos’è questa storia delle streghe?” “presto ricorderai anche quello, per ora basta che tu creda; la verità si mostrerà presto ai tuoi occhi. A proposito, stai uscendo?” “volevo fare una passeggiata in paese, approfittando della giornata, di sole” “buona passeggiata allora” “penso che starò fuori un oretta o due, saluta Martin quando si sveglia” disse lei con un sorriso, a cui Drake rispose, “Ora vai” disse facendo un cenno con la mano.
Alice uscì di casa e venne avvolta fa un alito di vento primaverile che le riscaldò il corpo. I capelli castani le ricadevano lungo le spalle. Gli occhi castano chiaro si stavano ancora abituando alla luce del sole di cui Alice si faceva scudo con la mano davanti agli occhi. Uscì dal portone con passo leggiadro, quasi da ballerina e si diresse verso il paese. Mentre passeggiava, avvolta nei suoi pensieri, una voce la dissolse. Si voltò, era un prete dalla faccia rubiconda e paffuta; ad Alice ricordava il frate del film della Disney di Robin Hood.
“Salve ragazza” disse il prete con voce gioviale “salve a lei padre”
“nuova di queste parti?”
“sono un’amica di Martin Darknight”
“il becchino? Un bravo ragazzo, peccato che sia finito in questo buco di posto, ha delle ottime qualità. Peccato per quella storia dei libri proibiti a Oxford”
“libri proibiti?” chiese Alice stupita
“Sì, i libri. Per essere precisi erano libri vietati , sono stati trovati nella stanza di Darknight quando studiava per diventare dottore a Oxford”
“non ne sapevo niente”
“non mi stupisce che non te ne abbia parlato, la cacciata dall’ateneo è una cosa che gli brucia ancora”
“lo immagino. Padre, posso farvi una domanda? Lei come conosce Martin?”
“Ero uno dei suoi tutori durante gli anni in monastero, sai che è stato allevato dai preti, vero?”
“sì. E dei suoi amici cosa sa?”
“Drake e Deathman? Poco e niente, di Drake so solamente che vive con lui da un paio di anni, ma non so né chi fosse né cosa facesse prima. Di Deathman so che lo ha conosciuto all’università, ma anche il suo di passato sembra avvolto nel mistero”
“Grazie padre, spero di incontrarla di nuovo”
“Basta che passi da questa strada, io passeggio sempre qui”
“io mi chiamo Alice”
“io padre Thomas” disse il prete stringendo delicatamente la mano di Alice, come se temesse farle male.
Quando riprese la passeggiata le parole del prete cominciarono a ronzarle nel cervello fino a che non arrivò in paese.
Stonehaeven era un tipico paese della provincia scozzese:paese di pescatori e di preti, borgo medioevale, come ce ne sono tanti. Ma l’aria di Stonehaeven aveva qualcosa di speciale, di magico, non sapeva come spiegarselo, era qualcosa che si respirava.
Nella via principale del paese, dedicata a Rob Roy, eroe nazionale scozzese, c’era il mercato. Si snodava attraverso la via principale del paese e come ogni mercato mischiava le bancarelle che vendevano pesce e frutta a quelle che vendevano cianfrusaglie di ogni genere.
Una bancarella in particolare attirò l’attenzione di Alice: OGGETTI MAGICI E TRATTATI DI MAGIA DI TUTTE LE EPOCHE.
Il gestore era un vecchio signore di una settantina d’anni, dalla faccia lunga e sottile e le dita delle mani affusolate.
Era calvo, e la sua testa sembrava brillare come la luna di notte.
“Buongiorno, signorina, vuole acquistare qualcosa?” disse con voce gioviale. Non lasciarti abbindolare da questo vecchio, bambina mia, la magia è una stupidaggine; non esistono maghi, non esistono le streghe, è solo un’invenzione di una sciocca superstizione magica, cerca di essere ragionevole per una volta, Alice.
La voce del padre. Forse era colpa di quella voce se Alice non credeva più alle streghe, se non credeva più in niente. Stava dando un’occhiata in cerca di qualcosa di interessante, quando il suo occhio cadde su una vecchia stampa di fine Seicento: c’erano delle ragazze che ballavano in una foresta, attorno ad un albero che aveva le fattezze di un corpo. “Cosa rappresenta questo quadro?” chiese Alice prendendolo tra le mani “è un sabba. È un pezzo molto antico, del Seicento, credo, le interessa?” “potrebbe interessarmi, quanto viene?” “trenta sterline, ma per lei posso anche scendere a venticinque” disse il vecchio facendo l’occhiolino “va bene, lo prendo”.
Quando rientrò a casa, con il quadro sotto braccio, si sentiva euforica, non sapeva bene per quale motivo ma sapeva che quel quadro sarebbe stato benissimo appeso nello studio di Martin. Era come se vedendolo le aveva trasmesso qualcosa, anche se non sapeva esattamente che cosa.
CAPITOLO TREDICESIMO: NELLO STUDIO DI MARTIN DARKNIGHT
Lo studio di Martin, l’unica stanza che ancora Alice non aveva visto di tutta la casa era sulla sinistra della cucina.
Era la stanza più grande della casa, dove Martin conservava la maggior parte dei suoi libri, quasi tutti antichi trattati esoterici, trattati di magia di varie epoche e stregoneria di vario genere, testi di filosofia di tutti i paesi e religioni conosciute e meno conosciute.
Sulla sinistra c’era una scrivania, anche questa piena di libri e ritagli di giornale, e computer vecchio tipo che Martin utilizzava come archivio magnetico per i suoi studi e per le sue memorie.
Nel tempo che passava in quella stanza Martin leggeva quasi sempre, ascoltando musica nello stereo sulla mensola dietro la scrivania. Di solito ascoltava Paganini, ma quel giorno aveva voglia di blues: mise nella piastra un cd di Clapton e chiuse gli occhi lasciandosi trasportare dalla musica.
Era avvolto dalla musica quando sentì un lieve bussare alla porta.
“Chi è?” chiese
“Drake, Martin, ti devo parlare di una cosa importante”
“di cosa si tratta?”
“Alice”
“entra, la porta è aperta”.
Drake entrò.
“Cosa succede?” chiese Martin
“stamattina è andata a fare una passeggiata, ha incontrato padre Thomas, gli ha raccontato dei testi proibiti per cui eri stato cacciato da Oxford”
“Niente di preoccupante”
“a parte il fatto che dovrai spiegare per quale motivo hai consultato testi proibiti di magia in una biblioteca dell’università no”
“Mi inventerò qualcosa, non dovrebbe essere difficile, non è che mi amassero molto da quelle parti”
“lo so, però se le dicessi tutto sarebbe molto più facile”
“non posso, Damien, lo sai anche tu, fino a che non crede alle streghe non possiamo svelare niente, sono i patti. Cosa altro ha detto il prete?”
“che Deathman era tuo compagno di stanza”
“in un certo senso era vero. Di te ha detto qualcosa?”
“no, sa troppo poco sul mio conto per poter dire qualcosa di compromettente”
“ha fatto qualche data?”
“nessuna che io sappia, credo che padre Thomas non sappia nemmeno in che anno siamo”
“già, tienila sotto controllo Drake, fino a che non ricomincia a credere è in grosso pericolo e tieni sotto controllo anche Thomas, se lo vede ancora potrebbe ricordare e se ricorda prima di credere alle streghe sarà la sua rovina” “credi che lui la voglia ancora?”. Martin sorrise “lui non rinuncia tanto facilmente”
“lo so, e lo sa anche Damon, ma sappiamo anche che prima o poi inizierà a fare domande, Marty, e non so se…”
“ce ne preoccuperemo quando sarà il momento, Damien”
“già, quando sarà il momento, sperando che non sia troppo tardi”
“non sarà tardi”
“ma il ballo è…”
“ce la faremo”.
CAPITOLO QUATTORDICESIMO: NELLA FORESTA NERA
La Foresta Nera. Il luogo attraversato dal giullare Hans tanto tempo fa. Il luogo dove, secondo le leggende di Stonehaeven, un tempo si facevano misteriosi riti magici le cui radici si perdevano nella notte dei tempi. Un tempo la Foresta Nera era stata il passaggio obbligato per chi voleva conoscere la magia, fino a che la gente non aveva smesso di credere alle streghe.
Nonostante la ragione avesse preso il sopravvento, però, gli abitanti di Stonehaeven non osavano inoltrarsi nella Foresta Nera di notte, soprattutto nelle notti di luna piena. Tutti tranne uno. Martin Darknight andava nella Foresta Nera abbastanza spesso: visitava una vecchia chiesa sconsacrata nel 1645, perché, si diceva, uno dei preti aveva fatto misteriosi riti nella sua stanza in presenza di un potente mago.
La chiesa si trovava alla pendice di una vallata, vicino un torrente. Sul retro della chiesa c’era un piccolo cimitero, dove erano stati seppelliti i preti dell’ordine. La Foresta Nera era un luogo ancora incontaminato, dove vivevano animali di ogni genere: cervi, lupi, daini e tantissime specie di uccelli.
Martin Darknight vagava per la Foresta da circa due ore, sapendo benissimo che prima o poi sarebbe finito nel cortile del vecchio monastero. Era di fronte al sentiero che conduce al vecchio monastero; un viale sterrato che Martin ripuliva dalle erbacce una volta al mese.
Di solito andava lì con un paio di libri e si metteva a leggere, quella volta si mise seduto incrociando le gambe e meditò. Qualcosa stava per accadere, qualcosa che avrebbe coinvolto lui, Alice, Drake e Damon Deathman, qualcosa che veniva dal loro passato, ma qualcosa che tutti loro avevano dimenticato.
Tu credi nelle streghe, Martin?
Quella voce lo colpì come un fulmine, Martin riaprì gli occhi e si guardò attorno: il panorama era diverso; il monastero sembrava nuovo, appena costruito, le erbacce erano state sostituite da piante e fiori, soprattutto azalee e tulipani rossi e neri. Il prato retrostante al monastero, che sino a quel momento aveva l’erba giallognola, era ora tagliato con cura.
Dall’interno della chiesa giungeva il suono di un canto gregoriano che celebrava la gloria di Dio. Martin si alzò, incurante del fatto di essere completamente nudo, si diresse verso un pentacolo disegnato al centro del cimitero e si rimise seduto nell’esatto centro. Poi, come se sapesse a memoria il rituale magico da seguire recitò delle parole in una lingua che non aveva mai parlato prima e sentì una strana energia insinuarsi lungo ogni arto del suo corpo; allargò le braccia e allargò i palmi della mano e una sfera di energia cominciò a prendere forma. Martin scagliò la sfera contro una pietra scalfendola leggermente.
Tu credi nelle streghe Martin?
“Io credo nelle streghe” mormorò Martin tra sé. Quando riaprì gli occhi si trovava di nuovo al vecchio monastero, così come lo ricordava. Uscì dal monastero e si diresse verso la sua abitazione.
CAPITOLO QUINDICESIMO: ANCORA I SOGNI DI ALICE
Quando Alice tornò al Picco del Cimitero Damon Deathman era occupato a togliere le erbacce attorno alle lapidi e Drake stava spazzando il viale.
“Salve ragazzi! Guardate cosa ho comprato” disse Alice; si sentiva euforica come non si sentiva da anni.
Il quadro rappresentava una festa, con un gruppo di persone che danzavano attorno ad un fuoco. Nel vederlo Drake sorrise, mentre lanciò un’occhiata a Damon Deathman che sorrise a sua volta.
“Cosa avete da sorridere?” disse Alice. Drake, prima di rispondere, osservò Alice, come per capire se dovesse essere sicuro che era veramente lei.
“Hai osservato bene il quadro?”
“perché?”
“no, niente, così”
“cosa c’è che non va nel quadro?”
“niente. Volevi regalarlo a Martin?”
“per il suo studio”
“ci starà benissimo, non trovi Damon?”
“trovo”
“Dove lo hai comprato?”
“ad una bancarella, si chiamava Oggetti e trattati magici di tutte le epoche”
“E’ tornato il vecchio Syrus, Damon, ne sapevi qualcosa?”
“assolutamente no”
“scusate, dove si trova Martin adesso?”.
Interrompendo la loro discussione i due amici si guardarono come se non sapessero bene cosa rispondere.
“In giro” disse Damon come se volesse tagliare il discorso.
“Ho detto qualcosa che non va?” chiese Alice.
“No, tranquilla, è che Damon e le buone maniere non vanno molto d’accordo, soprattutto quando si tratta di donne”. La risposta poteva anche apparire convincente ma Alice sapeva bene che c’era qualcosa che le stavano tenendo nascosto.
“Comunque complimenti per il regalo, gli piacerà sicuramente”.
Alice sorrise. Era anni che non si sentiva così; era come se con lei sorridessero i suoi occhi, come se tutto il suo corpo partecipasse della sua gioia. Per la prima volta ascoltava il battito del suo cuore. “Credo alle streghe” mormorò sprofondando nel sonno.
Era con Martin, in una vecchia chiesa. Stavolta però non arrivano insieme, ma lei lo raggiungeva. Lei indossava un lungo vestito nero, come quello che aveva sempre visto indossare alle streghe, e aveva i capelli raccolti che brillavano sotto la luce della luna. Aveva i piedi scalzi, e aveva la sensazione che i suoi piedi camminassero da soli, verso la figura che sembrava essere Martin. L’uomo si voltava verso di lei. Alice riconobbe le fattezze di Martin, ma qualcosa non tornava, era come se fossero fuori dal tempo e dallo spazio. Anche la figura dell’uomo era a piedi scalzi. Indossava una specie di camicia bianca e un paio di pantaloni legati con una corda, come quelli che si portavano nel Medioevo. Aveva i capelli lunghi e il volto più abbronzato di quello di Martin, ma era sicuramente lui.
I suoi occhi brillavano febbrili e la osservavano in profondità, fino i recessi più profondi dell’anima. Si sentiva nuda davanti a quegli sguardi, voleva che la smettesse, ma nello stesso tempo si sarebbe fatta osservare e scrutare per tutti i secoli a venire. Improvvisamente la prese per mano e la condusse con sé. Lei non oppose nessuna resistenza, come se stesse aspettando quel momento da una vita, come se quel semplice istante le fosse stato promesso al momento della nascita. Lui la stringeva. Sentiva i suoi seni premergli contro il petto. Sentiva la sua anima fondersi con quella di Martin e il suo cuore battere ad un ritmo forsennato.
“Sta tranquilla, non può succedere niente di male se siamo insieme”.
Lei si sentiva protetta sotto il suo abbraccio. Una musica in sottofondo, come se nel paese ci fosse una festa.
“Perché non sei giù alla festa?” chiese lui
“volevo vederti” rispose la ragazza
“sai che non dovresti farlo, io sono stato bandito dal regno e tu sei la figlia del re”
“per quale motivo?” chiese lei; poteva sentire le lacrime affiorarle su volto, tentava di reprimerle ma con senza riuscirci. Alla fine, come se non potesse più resistere, come se tutte le lacrime che non aveva pianto dovessero esplodere in quell’istante scoppiò in lacrime.
“perché?” chiese di nuovo.
Lui la strinse a sé ancora più forte “non esiste un perché. Sono un mago, e i maghi sono sempre banditi…da sempre. Ma nessuno ne ha colpa, è il Grande Architetto ad aver stabilito il mio destino e io non posso fare molto per modificarlo”
“perché tu? Perché non puoi smettere di essere mago?”.
Lui sorrise, ma era un sorriso amaro, “perché non posso smettere di respirare? Perché è una parte della mia natura, come la magia, sono nato mago e non posso modificare il mio destino. Il Grande Architetto si diverte a giocare con il mio destino”
“Io non voglio perderti, Aryuna”
“non mi perderai” mormorò lui.
Le loro labbra si sfiorarono, i loro occhi si incontrarono in un solo istante, ma avevano già capito tutti e due cosa stesse accadendo.
Mentre erano nudi, nell’erba del cortile vicino il monastero, lontani dalle musiche della festa, lei sentì qualcosa. Una presenza oscura che li osservava da dietro gli alberi della Foresta Nera…
Alice si svegliò di soprassalto. Aveva nitida l’immagine del suo sogno. Chiara l’immagine del monastero, che sapeva di aver già visto senza esserci mai stata. Aryuna. Quel volto così simile a quello di Martin, chi era? Si alzò dal letto e infilò un vestito, rendendosi conto che era lo stesso del sogno. Sorrise all’idea di non essersi ancora svegliata e di essere precipitata in un nuovo sogno.
Uscì dalla stanza, aveva voglia di vedere Martin e raccontargli il suo sogno. Entrò prima in cucina, dove la pila di libri sul tavolo non faceva altro che ingrossarsi. Si diresse verso lo studio di Martin, sapeva di poterlo trovare lì, andava sempre lì quando (tornava dalla Foresta Nera) aveva voglia di stare da solo. Dalla stanza uscivano le note di una vecchia canzone gaelica. Quindi Martin era in casa.
Alice bussò alla porta delicatamente “posso entrare, Marty?”.
La sua voce era emozionata, come una sedicenne invitata al ballo delle debuttanti che doveva invitare il suo primo ragazzo a ballare.
Era la prima volta che metteva piede nello studio di Martin ma era esattamente come immaginava che fosse. Lo aveva visto così.
“Dormito bene?” chiese Martin
“Bene, e tu cosa hai fatto?”
“In giro per la Foresta, mi ha detto Drake che hai comprato qualcosa per lo studio di cosa si tratta?”
“Beh, ecco…veramente…sarebbe una sciocchezza”
Martin sorrise “facciamo così: portalo, magari sta benissimo nel mio studio”.
Alice andò nella sua stanza di corsa, sembrava stesse volando, e rischiando di cadere un paio di volte si diresse di nuovo verso la stanza di Martin.
“Ecco, disse lei, è questo quadro”.
Martin aprì il pacco che conteneva il quadro e, prendendolo tra le mani, lo osservò qualche minuto, sorridendo.
“Andrà benissimo, Alice, grazie”
“il tizio da cui l’ho comprato ha detto che si tratta di un quadro del Seicento, ma che non sapeva cosa rappresentava, tu lo sai?”
“un rito di magia bianca in onore della dea della Fertilità, ne facevano tanti nel Cinquecento di riti simili da queste parti”
“Ho incontrato, un prete oggi, e mi ha detto della storia dei libri proibiti ad Oxford, perché non ti sei difeso?”
“Perché i libri erano nella mia stanza e non avevo nessuna prova che confutasse la tesi che erano stati messi lì da qualcuno. Se hai incontrato padre Thomas, te lo avrà detto”
“come fai a sapere che…”
“era padre Thomas?- finì per lei Martin - è l’unico del monastero a parlare con gli estranei. A proposito, il vecchio della bancarella aveva per caso lunghe dita affusolate e la faccia oblunga?”
“sì, lo conosci?”
“Syrus, in paese dicono che sia solo un vecchio pazzo, invece è uno dei pochi personaggi interessanti che girano da queste parti. E poi, ha degli oggetti magici e dei libri niente male”
“Ti interessi di esoterismo?”
“sembra di sì” disse Martin con un sorriso.
“Senti, stasera ti andrebbe di andare in paese? C’è una festa, la vecchia tradizione della festa del raccolto, possiamo andare insieme se vuoi”
“mi piacerebbe molto. Martin, io credo nelle streghe. Forse”
“Anche io credo nelle streghe, Alice, e sono convinto che presto ricorderai” disse, ed uscì dallo studio, lasciandola sola con i suoi pensieri e con quell’ultima frase sibillina.
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