Ho appena lasciato il lavoro che avevo trovato perchè non ero pagato con uno stipendio fisso ma solo a provvigioni (un modo più p meno delicato per indicare che se non vendi non sei pagato)....Senza fare nomi del posto dove lavoravo posso solo dire che in Italia si fa speculazione su chi ha bisogno di un posto di lavoro che in Italia si va avanti solo per raccomandazioni, per essere figlio e amico di qualcuno....
Giorgio Gaber in una sua canzone diceva "io non mi sento italiano ma per fortuna o purtroppo lo sono"....io, come altre migliaia di italiani che sanno di valere qualcosa si sentono nella stessa condizione.
C'è chi sceglie di andare all'estero a cercare fortuna, come un tempo facevano i nostri connazionali che partivano per l'America e c'è chi decide di restare poichè la speranza che la situazione possa migliorare continua ad alimentare la nostra mente ed il nostro cuore non ci sentiamo italiani ma...Siamo italiani....per fortuna.......o purtroppo
Non condivido nulla di ciò che dici ma sono disposto a morire per difendere il tuo diritto a dirlo. Voltaire
martedì 24 luglio 2007
domenica 15 luglio 2007
Gli ultimi cinque capitoli....
CAPITOLO VENTISEI: ALTRE INDAGINI
Alice camminava per le strade di Stonehaeven, la mente annebbiata da mille pensieri; ciò che aveva visto al Comune era completamente assurdo, se unito a quello che le aveva detto il portiere: aveva parlato con un monaco morto più di cento anni fa su cui pendeva una condanna di magia e viveva con un pluri centenario che dimostrava meno di trenta anni.
È ridicolo, Alice, te ne rendi conto da sola?
Era la sua voce razionale. La razionalità di suo padre, che non credeva nelle streghe e che aveva tentato di dimostrare per tutta la sua vita che la magia e le streghe erano solo sciocche superstizioni. Ma non era così, Alice lo sapeva, lo aveva sempre saputo.
Le streghe esistono, papà, la magia è una cosa visibile, basta saper guardare con gli occhi giusti. Io credo nelle streghe. Io sono una strega. L’ultima frase divenne come una specie di certezza, Alice sorrise, una voce che veniva da molto lontano le aveva detto cosa doveva fare. Si diresse con passo spedito verso il giornale di Stonehaeven, giornale che esisteva dal 1856.
La sede del giornale si trovava in Milton Street (l’autore del Paradiso Perduto, pensò Alice con un sorriso).
Il palazzo era uno di quegli orrendi palazzi in stile liberty che ad Alice non piacevano nemmeno un po’. Dentro, odore di muffa e di vecchi giornali corrosi dal tempo. Immaginava pagine gialline che si sfaldavano tra le sue mani, e tarli che banchettavano tranquillamente con la carta del giornale.
Anche se le condizioni non erano così drammatiche l’archivio non era tenuto esattamente in ordine: Tutti gli Annali, dal 1857 ad oggi erano accatastati uno sull’altro, senza alcun criterio. Alice si presentò all’archivista come una studiosa della storia di Stonehaeven. L’archivista, un tipo di circa quaranta anni, la guardò come se non avesse mai visto un altro essere umano prima di allora. “Che tipo di riviste, signorina?” “su alcuni eventi accaduti a Stonehaeven alla fine dell’Ottocento, nel vecchio monastero” “al Picco del Cimitero” disse l’archivista soprappensiero. “Purtroppo temo che dovrà fare le ricerche a mano signorina, vede gli archivi elettronici si fermano al 1933, i numeri precedenti sono tutti impilati lì dietro, alla sua sinistra, faccia lei, se ha bisogno di qualcosa mi venga a chiamare”
“grazie, ma credo di potercela fare anche da sola”.
Alice si diresse verso la pila di giornali e venne investita da un odore di libri antichi, quello stesso odore che sentiva quando andava in giro per biblioteche con suo padre che cercava inutilmente (solo ora Alice capiva quanto inutilmente, anche se non fino in fondo) di spiegare perché le streghe non esistevano.
Quando iniziò la ricerca si rese conto che l’archivio iniziava dal mese di marzo 1877, mancavano tutti i numeri dei mesi di gennaio e febbraio. Poco importava, gli eventi che le interessavano dovevano essere avvenuti nei mesi di maggio – giugno.
Osservando i giornali il suo occhio cadde su un articolo datato ventisette maggio 1877.
STRANI EPISODI TRA LE MURA DEL MONASTERO SUL PICCO DEL CIMITERO
Alcuni preti accusano il becchino e un vecchio monaco di praticare arcani riti magici all’interno delle mura del cimitero dei monaci
Stonehaeven- Di nuovo al centro dell’attenzione il vecchio monastero dei cistercensi al Picco del Cimitero.
Dopo i misteriosi eventi avvenuti sessanta anni fa, quando quindici persone persero la vita misteriosamente nei pressi del monastero.
A quanto sembra sono molti i monaci a sostenere la tesi che padre Thomas, uno dei padri più vecchi del monastero, pratichi riti di magia occulta assieme ad un sedicente mago che risponde al nome di Darknight. Le voci sostengono che gli incontri tra i due avvengano nottetempo, e che si incontrino per studiare il testo di un negromante del Seicento di nome Aryuna, un testo dal titolo “Trattato sulla morte, la vita e la trasmigrazione”, un libro che sembra contenga la chiave per vivere in eterno.
Non sappiamo quanto ci sia di vero in queste voci, fatto sta che le autorità pontificie stanno indagando. Vi terremo aggiornati sugli ulteriori sviluppi delle indagini.
L’altro articolo che colpì Alice recava la data del venticinque agosto 1877.
CHIUSO IL MONASTERO AL PICCO DEL CIMITERO!
Il monastero dei cistercensi di Stonehaeven viene chiuso dopo le indagini delle autorità pontificie su ordine del vescovo.
Dopo tre mesi di accurate indagini, in cui sono stati ascoltati tutti i testimoni, le autorità ecclesiastiche hanno deciso di chiudere il monastero dei cistercensi di Stonehaeven, dove venivano praticati riti magici da alcuni monaci.
Il monaco incriminato, Padre Thomas, si è difeso sostenendo di non praticare niente di male, ma di voler solo capire. Il becchino del cimitero, suo compagno di riti è misteriosamente sparito (così come era misteriosamente apparso a seconda di quanto si dice).
Il giorno dopo la chiusura del monastero padre Thomas moriva e veniva seppellito al cimitero comunale di Stonehaeven, come da lui stesso richiesto.
Quando Alice uscì dalla sede del giornale si sentiva confusa. Sentiva la necessità di camminare, doveva parlare con qualcuno, ma non sapeva con chi. Non sapeva più cosa provava per Martin. Non sapeva più chi era lui. Non sapeva più chi era lei.
CAPITOLO VENTISETTE: MEMORIE DA UN MONDO LONTANO
Aryuna camminava da mesi senza una meta. Veniva da molto lontano, un paese che si chiamava Antanatlis. Aveva attraversato terre conosciute e terre che nessuno era in grado di dire dove si trovassero, non sapeva più che anno fosse, ma sapeva che il suo cammino non era ancora finito.
Aryuna era uno dei maghi che il continente di Lemuria aveva mai incontrato. Figlio della dinastia regnante dei Radwall aveva deciso di rinunciare al trono per seguire gli studi di magia all’Ordine dei Guerrieri della Luce.
Dopo aver terminato gli studi decise di mettersi in viaggio per ampliare le sue conoscenze e conoscere nuovi mondi. Giunse in Grecia, dove raccontò a Platone le meraviglie della sua terra. Conobbe molte persone, maghi da cui apprese molto e a cui insegnò molto.
Fino a che non si fermò in un piccolo paesino della Scozia di nome Stonehaeven. Andò ad abitare in cima a quello che la gente del paese chiamava Picco del Cimitero e dove sorgeva un antico monastero di cistercensi.
Aveva costruito vicino al monastero una piccola casa, dove continuare i suoi studi e dove mettere tutte le cose che aveva conosciuto e acquistato durante i suoi lunghi viaggi.
Aveva vissuto così per anni, nell’otium che gli avevano insegnato i filosofi latini, continuando i suoi studi sopra la morte e i flussi temporali per sconfiggerla.
Fino a che non avvenne ciò che non doveva accadere: si innamorò della figlia del re, promessa sposa ad un principe di un regno vicino. In paese iniziarono a mormorare che volesse sposare la principessa per usurpare il trono del sovrano e per questo venne esiliato a vita dal paese. Solo la principessa Maya che lo amava e il giullare Hans si recavano a trovarlo, erano le sole persone con cui parlasse, erano il suo solo contatto con il mondo dei vivi.
Ma questa è solo una piccola parentesi, per ricordarvi che questo è stato, non importa dove e quando.
CAPITOLO VENTOTTO: ALICE INCONTRA IL SINDACO
Camminare. Era divenuta per lei una specie di droga. Girare per le strade di Stonehaeven e cercare lei stessa tra quelle strade, tra quei mercati.
Stava camminando, quando una voce calda e suadente richiamò la sua attenzione.
“Buon pomeriggio signorina, lei deve essere l’ospite del nostro becchino, vero?”
“sì, e lei chi è?”
“sono il nuovo sindaco di Stonehaeven, il mio nome è Nathan Madder, sono arrivato qui solo da un paio di settimane. Fa piacere incontrare finalmente qualcuno che è straniero come me e che cerca di capire questa gente. Posso offrirle qualcosa da bere, magari un caffè?” “io veramente, credo di non avere molto tempo- disse Alice guardando il suo orologio- si sta facendo tardi” “beh, se questo è il problema posso farla riaccompagnare dalla mia macchina al Picco del Cimitero, mi farebbe piacere bere qualcosa prima di cena, soprattutto se è in compagnia di una bella donna…” “se accettassi, dove mi porterebbe?” “conosco un posto molto carino che si chiama la Taverna del Pino Torreggiante, dicono che si goda da lì la visuale più bella di tutta la Scozia”. Il sindaco fece un sorriso che ad Alice ricordò quello di una tagliola (lo hai già visto questo sorriso, Alice, lo ricordi? No. Sì, vagamente, non so).
La vista dalla taverna non era male, forse era esagerato dire che fosse la migliore di tutta la Scozia, ma non era niente male.
Dalla finestra dove erano seduti era possibile vedere le onde del mare rifrangersi sugli scogli e il cielo sembrava essere fuso con il mare in una sola cosa.
“Allora, mia cara Alice, come si trova a Stonehaeven?”
“come sa il mio nome?”
“il paese è piccolo e le voci corrono, mia cara” il sindaco fece, una pausa poi senza attendere risposta da Alice disse “Senta, posso invitarla ad un ballo? Sapete, ho visto di una vecchia tradizione del paese, un ballo che si tiene ogni estate, da queste parti lo chiamano il Ballo delle Streghe; mi farebbe molto piacere avere la sua presenza”. Di nuovo quel sorriso come una tagliola. Alice improvvisamente rabbrividì, senza sapere esattamente per quale motivo. Perché conosceva quel volto? Perché era così terrorizzata da quel sorriso, dove lo aveva già visto? “Chi sono io?” la sua stessa voce la fece trasalire. Alice, credi nelle streghe? Non lo so. Non so più niente. Non so chi sono né cosa sono. Voglio solo tornare a casa, mettermi sotto la doccia, mangiare e andare a dormire.
CAPITOLO VENTINOVE: ALICE CREDE NELLE STREGHE, LA RESURREZIONE DI UN SOGNO
Alice quella sera, durante la cena, non disse una parola. Troppe cose che si affollavano nella sua mente, troppi misteri che avvolgevano Martin, troppi misteri che avvolgevano lei. Proprio mentre Damien Drake si stava alzando per dirigersi verso la cucina, Alice parlò. “Voi conoscete un certo padre Thomas?”. Damon Deathman si lasciò sfuggire di mano i piatti e Drake rimase immobile sulla porta della cucina trattenendo il respiro; solo Martin sembrava essere calmo come sempre, come se sapesse che prima o poi quella domanda sarebbe arrivata.
“lo conosciamo, e lo conosci anche tu”
“e come lo conoscereste se è morto nel 1877?”
“la morte non sempre appare per tutti uguali Alice, se tu ricordassi lo dovresti sapere”
“volete dirmi una buona volta cosa devo ricordare? Per quale motivo mi avete portato qui?”
“tu non credi nelle streghe Alice”
“e basta con questa storia delle streghe!” era arrabbiata, era furiosa “ditemi cosa sta succedendo o giuro che prendo il primo aereo per Roma!”
“arrivederci” disse Martin accendendo una sigaretta “se vuoi andartene non sarò io a trattenerti, ma sappi che è la nostra ultima occasione per stare insieme”
“dimmi chi sei Martin Darknight, rispondi solo a questa semplice domanda. Poi dimmi perché utilizzi il nome di una persona morta più di cento anni fa spacciandoti per lui. Non esiste nessun Darknight all’anagrafe, nessuna famiglia, niente di niente”. Drake stava per aprire bocca, ma Martin lo zittì con un gesto della mano.
“Prima risposta. Martin Darknight è veramente il mio nome. Quel mago che hai visto in qualunque articolo di giornale di quel periodo sono io. Io sono anche il mago delle storie che circolano da queste parti, Aryuna, il mago che amava la figlia del re e che venne esiliato perennemente dalla città di Stonehaeven. Non posso dirti molto di più…perché il resto devi farlo da te”
“la principessa che amava Aryuna…è…ero…sono, io?”.
Martin abbassò gli occhi “era il solo modo per salvarti, farti attraversare il Varco e fare in modo che tu mi dimenticassi. Lui aveva giurato di uccidere tutto quello a cui io tenevo, dalla prima all’ultima cosa, non potevo permettere che ti facesse del male, così decisi di porti nella dimensione del Limbo, dove avresti vissuto fino a che non fossi stata al sicuro. Io rimasi in vita per controllare che lui non cercasse di nuovo di entrare nel Limbo, nella mia terra, Antanatlis…” “poi cosa accadde, perché ci siamo rincontrati?”
“un caso, un maledetto caso. Non appena ti vidi non potei fare a meno di farti ricordare, perché il nostro amore aveva travalicato il tempo e la morte, non potevo non restare con te”
“allora perché…?“
“non ricordavi? Purtroppo ho dovuto farti dimenticare tutto quando sei partita da Stonehaeven, non potevo rischiare che tu venissi presa da lui prima che avessi la forza necessaria per affrontarlo”
“chi sono io Martin?”
“sei una strega, Alice. È per questo che devi credere nelle streghe. È per questo che sei caduta in depressione, non credevi più in te stessa, sapevi che qualcosa non andava ma non riuscivi a capire esattamente cosa. Ogni tanto i tuoi ricordi tornavano in superficie, nonostante avessi fatto di tutto per farti dimenticare” “quindi era per questo che dovevo credere alle streghe, perché altrimenti non avrei potuto credere in me stessa” “esattamente, e dovevi farlo prima del Ballo delle Streghe, perché lui ti avrebbe invitato e se non lo avessi fatto ti avrebbe preso e ucciso”.
“Adesso capisco, ricordo. Voglio tornare al Varco, voglio ricordare tutto quello che devo ricordare” “sei sicura?” chiese Martin, la sua voce appariva ferma, ma i suoi occhi brillavano di una luce febbrile. “Sono sicura, Martin, voglio ricordare tutto quello che devo. Tutte le vite, tutte le mie esistenze e la prima volta. La mia prima vita, quando ci siamo incontrati la prima volta”.
“Va bene” disse Martin accendendo una sigaretta, “seguimi- poi si rivolse ai suoi due amici- Drake, Damon, venite anche voi, potrebbe farvi bene ricordare un paio di cosette sul vostro passato”.
Alice passò una mano sul volto “allora andiamo”. Si avvicinò a Martin e lo strinse a sé, indossava lo stesso vestito nero da strega che aveva nel suo sogno, lo aveva visto in una bancarella qualche giorno prima e lo aveva comprato, come se sentisse che in qualche modo le sarebbe servito. Premette il suo corpo contro quello di Martin, e le sue guance erano rigate di lacrime. “Aiutami a credere Martin, voglio credere di nuovo nelle streghe e in me stessa” “bene; allora credo che ci sia poco da dire. Andiamo”.
Martin (Aryuna) prese la mano di Alice e la condusse verso la Foresta Nera, dietro di loro Damon Deathman e Drake. Camminarono avvolti dalle tenebre e dal silenzio. Ognuno con i suoi incubi da combattere. Giunsero davanti al vecchio monastero in meno tempo del previsto, Martin osservò i suoi amici per un attimo. I suoi occhi erano verde acceso, come quelli di un gatto. “Ci siamo. Voi aspettateci qui, non ci metteremo molto” “tutto il tempo necessario, Aryuna” “preferisco Martin, mi ci sono affezionato” rispose lui con un sorriso.
Prese per mano Alice e la strinse. La condusse davanti alla tomba senza nome. La tomba dei sogni di Alice, quella dove aveva seppellito i suoi ricordi e quella che aveva visto una mattina nella Foresta Nera.
“Bentornata al Varco, Alice” “questo è…” “questa è la tomba della nostra utopia, Alice”. Alice poggiò una mano sulla tomba. Venne investita da una marea di pensieri, visioni, immagini, di vite vissute e mai ricordate, di sogni interrotti a metà, di desideri non realizzati di amori mai visti e di fantasie uccise.
Era una ragazzina di solo quindici anni quando aveva conosciuto Martin. Era una ragazzina strana, in continuo conflitto con i suoi genitori, che non voleva vedere mai nessuno e che passava le sue giornate nella sua stanza a sognare. Quando entrò con Martin nella Foresta Nera, al Varco, indossava un paio di pantaloni di tela estivi che teneva legati con un laccio e una camicetta legata alla vita.
“Benvenuta al Varco Alice. Spero che tu riesca a ricordare tutto quello che ci ha unito in passato e che tutto questo possa riunirci in futuro”. Alice sorrise, non capiva bene quelle parole ma sorrise. Avvicinò le sue labbra a quelle di Martin. Senza rendersene conto si baciarono. Senza rendersene conto si sdraiarono sull’erba e senza rendersene conto fecero l’amore. I loro corpi si intrecciarono, divennero una sola dimensione e insieme attraversarono il Varco. Insieme ricordarono l’immenso amore che sempre li aveva sempre legati e che ora li aveva ricondotti insieme.
Alice riaprì gli occhi. Lacrime di gioia le rigavano il volto lasciando dei solchi dove il suo viso era sporco di terra.
“Io credo nelle streghe- disse- e ti amo”.
Le loro labbra di nuovo come un tempo, il loro amore ancora come prima e più di prima. Il loro desiderio di stare insieme ancora più forte, anni di attesa, secoli di attese e di dolori e di amori non corrisposti, di secoli non vissuti, e.
Erano nudi nell’erba, Maya e Aryuna, erano uno nelle braccia dell’altra i loro corpi mischiati e uniti in uno solo.
“Sai che sono stato bandito dal villaggio?” disse lui
“io resterò qui con te”
“io ho un destino da compiere, e non posso chiederti di restare qui”
“lo compiremo insieme Aryuna, voglio restare accanto a te”
“sei sicura di voler correre il rischio?”
“sono sicura, lo sono perché ti amo”
“tu credi nelle streghe?”
“io credo nelle streghe” rispose la principessa.
“Io credo nelle streghe” disse Alice, stringendo il corpo di Martin ancora più forte.
CAPITOLO TRENTA: IL BALLO DELLE STREGHE
Mattina. Ora Alice sapeva. Credeva di nuovo nelle streghe e capiva. Adesso poteva dire di essere veramente innamorata, anche se ancora non capiva molte cose.
Mancavano poche ore al Ballo delle Streghe. Il ballo del solstizio d’estate, il ballo in cui tutto poteva avvenire.
Martin era seduto davanti la finestra senza parlare. Non faceva altro che guardare il mare, bere e fumare.
“Qualcosa che non va, Marty?” disse Alice. Martin si voltò verso di lei e cercò di sorridere “potremmo perdere tutti la nostra vita, lo sai?”
“lo so, ma voglio comunque correre il rischio”.
“Dimmi una cosa, chi è il sindaco di Stonehaeven?”
“Lothar, colui che io combatto da anni, colui che controlla il tempo, colui che nessuno può sconfiggere se non con l’inganno; Lothar è la morte, Alice, e vuole noi”
“perché?”
“perché nessuno può vivere in eterno Alice, se vinciamo avremo realizzato il sogno dei più grandi alchimisti di tutti i tempi, avremo sconfitto la morte, ma se dovessimo fallire…stavolta sarebbe la fine della nostra utopia”.
Il Comune era stato allestito nel migliore dei modi per ospitare il Ballo delle Streghe. Tra gli invitati tutte le personalità di Stonehaeven, pescatori, pastori e semplici cittadini, e, defilati sulla sinistra Drake, Deathman, Martin e Alice.
Il sindaco si avvicinò ad Alice e la prese per mano “mi concede questo ballo signorina?”. Alice lanciò un occhiata a Martin che fece un cenno di assenso con la testa.
Alice stava ballando con il sindaco un valzer, lui ballava dannatamente bene e lei non riusciva a stargli dietro.
Non devi guardarlo negli occhi per nessun motivo. La voce di Martin; quegli occhi di ghiaccio erano pericolosi, quegli occhi di ghiaccio potevano farti impazzire, come uccidere. Alice rabbrividì a questo pensiero, ma il sindaco non se ne accorse, poiché continuava a ballare, con quel sorriso di tagliola che tanto era rimasto impresso ad Alice.
La gente beveva e scherzava, i tre becchini, i tre maghi erano soli, attendendo il momento propizio per agire.
Mezzanotte meno due minuti…
“Manca poco”. Martin fece un cenno di assenso con la testa e i suoi occhi tornarono a fissare Alice che ballava con il sindaco.
Il valzer aveva fatto posto ad un tango argentino che Alice aveva rifiutato di ballare, dicendo di volersi riposare un po’. La gente invitata aveva preso coraggio e si era buttata in pista. Il sindaco era in piedi, accanto al tavolo del buffet, indossava un vestito nero elegante e una camicia grigia. Fissava Martin con i suoi occhi del colore del ghiaccio, occhi carichi di odio e di rancore per chi lo aveva sconfitto una volta.
Mezzanotte meno un minuto…
La luce saltò in tutta Stonehaeven. Nemmeno le stelle illuminavano le strade. Buio pesto. Solo una luce si poteva vedere osservando bene. Era una luce rotonda, una specie di vortice che girava per la città come uno sciame di mosche. Lothar, il sindaco, era con le mani protese verso il cielo, sapeva di poter controllare quel flusso di luce, il Varco, sapeva che ora poteva controllare il tempo.
Martin osservò in aria. Stava per arrivare, lo sentiva.
“Damien, Damon, voi bloccate il Varco prima che arriva da Lothar, io mi occuperò di lui” “certo Maestro” disse Damon “e non chiamarmi Maestro, lo sai che non lo sopporto”.
Damien e Damon si diressero verso il flusso di luce che stava entrando nella sala da ballo attraverso la finestra. Somigliava ad uno sciame di lucciole particolarmente luminose. Protesero le mani in avanti e riuscirono ad impedire al Varco di giungere a Lothar. “Non mi sconfiggerete questa volta” disse con un ringhio.
Ora aveva il suo reale aspetto: un volto pallido e cadaverico, gli occhi del colore del ghiaccio completamente inespressivi e i denti affilati come quelli di un lupo.
“Stavolta siamo giunti alla fine, Lothar, la mia magia è più forte di prima”. Dopo aver proferito queste parole Martin congiunse le mani a coppa e sputò sul palmo. Non appena disgiunse le mani un fascio di luce si levò dalle sue mani e si librava nell’aria sotto il controllo del suo palmo.
“Io credo nelle streghe” disse scagliando il fascio di luce contro il sindaco. “Io credo nelle streghe” disse Alice. Il fascio di luce, come se avesse sentito queste parole, si allargò e divenne molto più grande. Il sindaco cercò di evitare il colpo ma era troppo potente e venne scaraventato a terra. Quando si rialzò la sua camicia era bruciata e un rivolo di sangue gli colava dalla tempia sinistra.
Si scagliò verso Alice per prenderla, ma venne bloccato da un altro fascio di luce, questa volta scagliato da Drake. Il Vortice si stava muovendo verso Alice e la sollevò come un pacco postale, stava per assorbirla, Martin la spostò con un gesto della mano e venne colpito in pieno dal Varco. Rovinò a terra perdendo i sensi.
Era dentro il Varco. Una dimensione in cui tutto era tanto indistinto da apparire irreale. Si alzò vacillando per qualche istante. Aveva la camicia strappata sul braccio e jeans all’altezza del ginocchio. Si rese conto di avere un taglio sul braccio, ma il dolore appariva come una cosa indistinta, appartenente ad un altro mondo.
La sua vista si stava abituando alle tenebre, sapeva dove si trovava, anche se non aveva la certezza assoluta. Di fronte a sé aveva Lothar, che lo fissava con occhi gelidi.
“Ci ritroviamo Maestro” dice con una voce roca che sembrava proseguire da uno sprofondo.
“Avevi qualche dubbio che prima o poi sarebbe avvenuto?”
“se devo essere sincero no, lo sapevo. Aspettavo questo momento da secoli, tutto tempo passato a cercare di capire come è stato possibile che un essere umano mi abbia sottratto quello che mi spettava per diritto”
“non perdiamo tempo, dimmi cosa vuoi”
“Vendetta, nessuno può permettersi di ingannare la morte”
“quasi nessuno” disse Martin con un sorriso
“voglio il controllo del Varco, voglio che nessuno possa più attraversarlo impunemente senza il mio permesso. Se avrò il suo controllo diverrò il demone più potente e nessuno potrà impedirmi di controllare il mondo”
“povero illuso, tu il demone più potente? Proprio tu che non sei riuscito nemmeno a trovare tre miseri umani nel corso di tre secoli?”
“non ti permetto di parlarmi con questo tono Aryuna, non dovresti provocare la mia ira”
“è esattamente quello che voglio fare. Voglio che tu sprigioni il tuo reale potere, voglio combattere contro di te alla tua potenza massima”.
La terra iniziò a tremare. Martin rimase immobile nella sua posizione con le mani allargate, con i palmi rivolti verso l’alto.
“IO CREDO NELLE STREGHE!”.
Non si rese conto di quanto stava accadendo fino a che non sentì un’energia immensa fluirgli in tutto il corpo, passare per il braccio e raggiungere la sua mano. Alice. Lo teneva per mano, gli stava passando tutta la sua energia ed il suo potere. Sentiva la sua voce ripetere “io credo nelle streghe”.
Quando sentì che le sue braccia non riuscivano più a trattenere l’energia scaraventò il fascio di luce contro Lothar, che venne colpito in pieno volto.
La sua faccia, il suo corpo, vennero colpiti dalla luce e nella luce si dissolsero.
Martin perse i sensi e si ritrovò nella sala del Comune.
Era successo qualcosa, la gente stava fuggendo nel panico mentre la polizia cercava di mantenere il controllo della situazione con scarsi risultati.
Martin si alzò in piedi ancora barcollante e vide il Varco divenire sempre più grande.
“È tutto finito” disse Alice tenendo Martin per mano. Lui la osservò, osservò i suoi amici, che fissavano quel buco di luce aperto nell’infinito e la gente fuggire.
Avvicinò le sue labbra a quelle di Alice e la baciò delicatamente sulle labbra.
“Non è finita, è appena cominciata amore mio, di qualunque cosa si tratti è appena cominciata”.
FINE
Alice camminava per le strade di Stonehaeven, la mente annebbiata da mille pensieri; ciò che aveva visto al Comune era completamente assurdo, se unito a quello che le aveva detto il portiere: aveva parlato con un monaco morto più di cento anni fa su cui pendeva una condanna di magia e viveva con un pluri centenario che dimostrava meno di trenta anni.
È ridicolo, Alice, te ne rendi conto da sola?
Era la sua voce razionale. La razionalità di suo padre, che non credeva nelle streghe e che aveva tentato di dimostrare per tutta la sua vita che la magia e le streghe erano solo sciocche superstizioni. Ma non era così, Alice lo sapeva, lo aveva sempre saputo.
Le streghe esistono, papà, la magia è una cosa visibile, basta saper guardare con gli occhi giusti. Io credo nelle streghe. Io sono una strega. L’ultima frase divenne come una specie di certezza, Alice sorrise, una voce che veniva da molto lontano le aveva detto cosa doveva fare. Si diresse con passo spedito verso il giornale di Stonehaeven, giornale che esisteva dal 1856.
La sede del giornale si trovava in Milton Street (l’autore del Paradiso Perduto, pensò Alice con un sorriso).
Il palazzo era uno di quegli orrendi palazzi in stile liberty che ad Alice non piacevano nemmeno un po’. Dentro, odore di muffa e di vecchi giornali corrosi dal tempo. Immaginava pagine gialline che si sfaldavano tra le sue mani, e tarli che banchettavano tranquillamente con la carta del giornale.
Anche se le condizioni non erano così drammatiche l’archivio non era tenuto esattamente in ordine: Tutti gli Annali, dal 1857 ad oggi erano accatastati uno sull’altro, senza alcun criterio. Alice si presentò all’archivista come una studiosa della storia di Stonehaeven. L’archivista, un tipo di circa quaranta anni, la guardò come se non avesse mai visto un altro essere umano prima di allora. “Che tipo di riviste, signorina?” “su alcuni eventi accaduti a Stonehaeven alla fine dell’Ottocento, nel vecchio monastero” “al Picco del Cimitero” disse l’archivista soprappensiero. “Purtroppo temo che dovrà fare le ricerche a mano signorina, vede gli archivi elettronici si fermano al 1933, i numeri precedenti sono tutti impilati lì dietro, alla sua sinistra, faccia lei, se ha bisogno di qualcosa mi venga a chiamare”
“grazie, ma credo di potercela fare anche da sola”.
Alice si diresse verso la pila di giornali e venne investita da un odore di libri antichi, quello stesso odore che sentiva quando andava in giro per biblioteche con suo padre che cercava inutilmente (solo ora Alice capiva quanto inutilmente, anche se non fino in fondo) di spiegare perché le streghe non esistevano.
Quando iniziò la ricerca si rese conto che l’archivio iniziava dal mese di marzo 1877, mancavano tutti i numeri dei mesi di gennaio e febbraio. Poco importava, gli eventi che le interessavano dovevano essere avvenuti nei mesi di maggio – giugno.
Osservando i giornali il suo occhio cadde su un articolo datato ventisette maggio 1877.
STRANI EPISODI TRA LE MURA DEL MONASTERO SUL PICCO DEL CIMITERO
Alcuni preti accusano il becchino e un vecchio monaco di praticare arcani riti magici all’interno delle mura del cimitero dei monaci
Stonehaeven- Di nuovo al centro dell’attenzione il vecchio monastero dei cistercensi al Picco del Cimitero.
Dopo i misteriosi eventi avvenuti sessanta anni fa, quando quindici persone persero la vita misteriosamente nei pressi del monastero.
A quanto sembra sono molti i monaci a sostenere la tesi che padre Thomas, uno dei padri più vecchi del monastero, pratichi riti di magia occulta assieme ad un sedicente mago che risponde al nome di Darknight. Le voci sostengono che gli incontri tra i due avvengano nottetempo, e che si incontrino per studiare il testo di un negromante del Seicento di nome Aryuna, un testo dal titolo “Trattato sulla morte, la vita e la trasmigrazione”, un libro che sembra contenga la chiave per vivere in eterno.
Non sappiamo quanto ci sia di vero in queste voci, fatto sta che le autorità pontificie stanno indagando. Vi terremo aggiornati sugli ulteriori sviluppi delle indagini.
L’altro articolo che colpì Alice recava la data del venticinque agosto 1877.
CHIUSO IL MONASTERO AL PICCO DEL CIMITERO!
Il monastero dei cistercensi di Stonehaeven viene chiuso dopo le indagini delle autorità pontificie su ordine del vescovo.
Dopo tre mesi di accurate indagini, in cui sono stati ascoltati tutti i testimoni, le autorità ecclesiastiche hanno deciso di chiudere il monastero dei cistercensi di Stonehaeven, dove venivano praticati riti magici da alcuni monaci.
Il monaco incriminato, Padre Thomas, si è difeso sostenendo di non praticare niente di male, ma di voler solo capire. Il becchino del cimitero, suo compagno di riti è misteriosamente sparito (così come era misteriosamente apparso a seconda di quanto si dice).
Il giorno dopo la chiusura del monastero padre Thomas moriva e veniva seppellito al cimitero comunale di Stonehaeven, come da lui stesso richiesto.
Quando Alice uscì dalla sede del giornale si sentiva confusa. Sentiva la necessità di camminare, doveva parlare con qualcuno, ma non sapeva con chi. Non sapeva più cosa provava per Martin. Non sapeva più chi era lui. Non sapeva più chi era lei.
CAPITOLO VENTISETTE: MEMORIE DA UN MONDO LONTANO
Aryuna camminava da mesi senza una meta. Veniva da molto lontano, un paese che si chiamava Antanatlis. Aveva attraversato terre conosciute e terre che nessuno era in grado di dire dove si trovassero, non sapeva più che anno fosse, ma sapeva che il suo cammino non era ancora finito.
Aryuna era uno dei maghi che il continente di Lemuria aveva mai incontrato. Figlio della dinastia regnante dei Radwall aveva deciso di rinunciare al trono per seguire gli studi di magia all’Ordine dei Guerrieri della Luce.
Dopo aver terminato gli studi decise di mettersi in viaggio per ampliare le sue conoscenze e conoscere nuovi mondi. Giunse in Grecia, dove raccontò a Platone le meraviglie della sua terra. Conobbe molte persone, maghi da cui apprese molto e a cui insegnò molto.
Fino a che non si fermò in un piccolo paesino della Scozia di nome Stonehaeven. Andò ad abitare in cima a quello che la gente del paese chiamava Picco del Cimitero e dove sorgeva un antico monastero di cistercensi.
Aveva costruito vicino al monastero una piccola casa, dove continuare i suoi studi e dove mettere tutte le cose che aveva conosciuto e acquistato durante i suoi lunghi viaggi.
Aveva vissuto così per anni, nell’otium che gli avevano insegnato i filosofi latini, continuando i suoi studi sopra la morte e i flussi temporali per sconfiggerla.
Fino a che non avvenne ciò che non doveva accadere: si innamorò della figlia del re, promessa sposa ad un principe di un regno vicino. In paese iniziarono a mormorare che volesse sposare la principessa per usurpare il trono del sovrano e per questo venne esiliato a vita dal paese. Solo la principessa Maya che lo amava e il giullare Hans si recavano a trovarlo, erano le sole persone con cui parlasse, erano il suo solo contatto con il mondo dei vivi.
Ma questa è solo una piccola parentesi, per ricordarvi che questo è stato, non importa dove e quando.
CAPITOLO VENTOTTO: ALICE INCONTRA IL SINDACO
Camminare. Era divenuta per lei una specie di droga. Girare per le strade di Stonehaeven e cercare lei stessa tra quelle strade, tra quei mercati.
Stava camminando, quando una voce calda e suadente richiamò la sua attenzione.
“Buon pomeriggio signorina, lei deve essere l’ospite del nostro becchino, vero?”
“sì, e lei chi è?”
“sono il nuovo sindaco di Stonehaeven, il mio nome è Nathan Madder, sono arrivato qui solo da un paio di settimane. Fa piacere incontrare finalmente qualcuno che è straniero come me e che cerca di capire questa gente. Posso offrirle qualcosa da bere, magari un caffè?” “io veramente, credo di non avere molto tempo- disse Alice guardando il suo orologio- si sta facendo tardi” “beh, se questo è il problema posso farla riaccompagnare dalla mia macchina al Picco del Cimitero, mi farebbe piacere bere qualcosa prima di cena, soprattutto se è in compagnia di una bella donna…” “se accettassi, dove mi porterebbe?” “conosco un posto molto carino che si chiama la Taverna del Pino Torreggiante, dicono che si goda da lì la visuale più bella di tutta la Scozia”. Il sindaco fece un sorriso che ad Alice ricordò quello di una tagliola (lo hai già visto questo sorriso, Alice, lo ricordi? No. Sì, vagamente, non so).
La vista dalla taverna non era male, forse era esagerato dire che fosse la migliore di tutta la Scozia, ma non era niente male.
Dalla finestra dove erano seduti era possibile vedere le onde del mare rifrangersi sugli scogli e il cielo sembrava essere fuso con il mare in una sola cosa.
“Allora, mia cara Alice, come si trova a Stonehaeven?”
“come sa il mio nome?”
“il paese è piccolo e le voci corrono, mia cara” il sindaco fece, una pausa poi senza attendere risposta da Alice disse “Senta, posso invitarla ad un ballo? Sapete, ho visto di una vecchia tradizione del paese, un ballo che si tiene ogni estate, da queste parti lo chiamano il Ballo delle Streghe; mi farebbe molto piacere avere la sua presenza”. Di nuovo quel sorriso come una tagliola. Alice improvvisamente rabbrividì, senza sapere esattamente per quale motivo. Perché conosceva quel volto? Perché era così terrorizzata da quel sorriso, dove lo aveva già visto? “Chi sono io?” la sua stessa voce la fece trasalire. Alice, credi nelle streghe? Non lo so. Non so più niente. Non so chi sono né cosa sono. Voglio solo tornare a casa, mettermi sotto la doccia, mangiare e andare a dormire.
CAPITOLO VENTINOVE: ALICE CREDE NELLE STREGHE, LA RESURREZIONE DI UN SOGNO
Alice quella sera, durante la cena, non disse una parola. Troppe cose che si affollavano nella sua mente, troppi misteri che avvolgevano Martin, troppi misteri che avvolgevano lei. Proprio mentre Damien Drake si stava alzando per dirigersi verso la cucina, Alice parlò. “Voi conoscete un certo padre Thomas?”. Damon Deathman si lasciò sfuggire di mano i piatti e Drake rimase immobile sulla porta della cucina trattenendo il respiro; solo Martin sembrava essere calmo come sempre, come se sapesse che prima o poi quella domanda sarebbe arrivata.
“lo conosciamo, e lo conosci anche tu”
“e come lo conoscereste se è morto nel 1877?”
“la morte non sempre appare per tutti uguali Alice, se tu ricordassi lo dovresti sapere”
“volete dirmi una buona volta cosa devo ricordare? Per quale motivo mi avete portato qui?”
“tu non credi nelle streghe Alice”
“e basta con questa storia delle streghe!” era arrabbiata, era furiosa “ditemi cosa sta succedendo o giuro che prendo il primo aereo per Roma!”
“arrivederci” disse Martin accendendo una sigaretta “se vuoi andartene non sarò io a trattenerti, ma sappi che è la nostra ultima occasione per stare insieme”
“dimmi chi sei Martin Darknight, rispondi solo a questa semplice domanda. Poi dimmi perché utilizzi il nome di una persona morta più di cento anni fa spacciandoti per lui. Non esiste nessun Darknight all’anagrafe, nessuna famiglia, niente di niente”. Drake stava per aprire bocca, ma Martin lo zittì con un gesto della mano.
“Prima risposta. Martin Darknight è veramente il mio nome. Quel mago che hai visto in qualunque articolo di giornale di quel periodo sono io. Io sono anche il mago delle storie che circolano da queste parti, Aryuna, il mago che amava la figlia del re e che venne esiliato perennemente dalla città di Stonehaeven. Non posso dirti molto di più…perché il resto devi farlo da te”
“la principessa che amava Aryuna…è…ero…sono, io?”.
Martin abbassò gli occhi “era il solo modo per salvarti, farti attraversare il Varco e fare in modo che tu mi dimenticassi. Lui aveva giurato di uccidere tutto quello a cui io tenevo, dalla prima all’ultima cosa, non potevo permettere che ti facesse del male, così decisi di porti nella dimensione del Limbo, dove avresti vissuto fino a che non fossi stata al sicuro. Io rimasi in vita per controllare che lui non cercasse di nuovo di entrare nel Limbo, nella mia terra, Antanatlis…” “poi cosa accadde, perché ci siamo rincontrati?”
“un caso, un maledetto caso. Non appena ti vidi non potei fare a meno di farti ricordare, perché il nostro amore aveva travalicato il tempo e la morte, non potevo non restare con te”
“allora perché…?“
“non ricordavi? Purtroppo ho dovuto farti dimenticare tutto quando sei partita da Stonehaeven, non potevo rischiare che tu venissi presa da lui prima che avessi la forza necessaria per affrontarlo”
“chi sono io Martin?”
“sei una strega, Alice. È per questo che devi credere nelle streghe. È per questo che sei caduta in depressione, non credevi più in te stessa, sapevi che qualcosa non andava ma non riuscivi a capire esattamente cosa. Ogni tanto i tuoi ricordi tornavano in superficie, nonostante avessi fatto di tutto per farti dimenticare” “quindi era per questo che dovevo credere alle streghe, perché altrimenti non avrei potuto credere in me stessa” “esattamente, e dovevi farlo prima del Ballo delle Streghe, perché lui ti avrebbe invitato e se non lo avessi fatto ti avrebbe preso e ucciso”.
“Adesso capisco, ricordo. Voglio tornare al Varco, voglio ricordare tutto quello che devo ricordare” “sei sicura?” chiese Martin, la sua voce appariva ferma, ma i suoi occhi brillavano di una luce febbrile. “Sono sicura, Martin, voglio ricordare tutto quello che devo. Tutte le vite, tutte le mie esistenze e la prima volta. La mia prima vita, quando ci siamo incontrati la prima volta”.
“Va bene” disse Martin accendendo una sigaretta, “seguimi- poi si rivolse ai suoi due amici- Drake, Damon, venite anche voi, potrebbe farvi bene ricordare un paio di cosette sul vostro passato”.
Alice passò una mano sul volto “allora andiamo”. Si avvicinò a Martin e lo strinse a sé, indossava lo stesso vestito nero da strega che aveva nel suo sogno, lo aveva visto in una bancarella qualche giorno prima e lo aveva comprato, come se sentisse che in qualche modo le sarebbe servito. Premette il suo corpo contro quello di Martin, e le sue guance erano rigate di lacrime. “Aiutami a credere Martin, voglio credere di nuovo nelle streghe e in me stessa” “bene; allora credo che ci sia poco da dire. Andiamo”.
Martin (Aryuna) prese la mano di Alice e la condusse verso la Foresta Nera, dietro di loro Damon Deathman e Drake. Camminarono avvolti dalle tenebre e dal silenzio. Ognuno con i suoi incubi da combattere. Giunsero davanti al vecchio monastero in meno tempo del previsto, Martin osservò i suoi amici per un attimo. I suoi occhi erano verde acceso, come quelli di un gatto. “Ci siamo. Voi aspettateci qui, non ci metteremo molto” “tutto il tempo necessario, Aryuna” “preferisco Martin, mi ci sono affezionato” rispose lui con un sorriso.
Prese per mano Alice e la strinse. La condusse davanti alla tomba senza nome. La tomba dei sogni di Alice, quella dove aveva seppellito i suoi ricordi e quella che aveva visto una mattina nella Foresta Nera.
“Bentornata al Varco, Alice” “questo è…” “questa è la tomba della nostra utopia, Alice”. Alice poggiò una mano sulla tomba. Venne investita da una marea di pensieri, visioni, immagini, di vite vissute e mai ricordate, di sogni interrotti a metà, di desideri non realizzati di amori mai visti e di fantasie uccise.
Era una ragazzina di solo quindici anni quando aveva conosciuto Martin. Era una ragazzina strana, in continuo conflitto con i suoi genitori, che non voleva vedere mai nessuno e che passava le sue giornate nella sua stanza a sognare. Quando entrò con Martin nella Foresta Nera, al Varco, indossava un paio di pantaloni di tela estivi che teneva legati con un laccio e una camicetta legata alla vita.
“Benvenuta al Varco Alice. Spero che tu riesca a ricordare tutto quello che ci ha unito in passato e che tutto questo possa riunirci in futuro”. Alice sorrise, non capiva bene quelle parole ma sorrise. Avvicinò le sue labbra a quelle di Martin. Senza rendersene conto si baciarono. Senza rendersene conto si sdraiarono sull’erba e senza rendersene conto fecero l’amore. I loro corpi si intrecciarono, divennero una sola dimensione e insieme attraversarono il Varco. Insieme ricordarono l’immenso amore che sempre li aveva sempre legati e che ora li aveva ricondotti insieme.
Alice riaprì gli occhi. Lacrime di gioia le rigavano il volto lasciando dei solchi dove il suo viso era sporco di terra.
“Io credo nelle streghe- disse- e ti amo”.
Le loro labbra di nuovo come un tempo, il loro amore ancora come prima e più di prima. Il loro desiderio di stare insieme ancora più forte, anni di attesa, secoli di attese e di dolori e di amori non corrisposti, di secoli non vissuti, e.
Erano nudi nell’erba, Maya e Aryuna, erano uno nelle braccia dell’altra i loro corpi mischiati e uniti in uno solo.
“Sai che sono stato bandito dal villaggio?” disse lui
“io resterò qui con te”
“io ho un destino da compiere, e non posso chiederti di restare qui”
“lo compiremo insieme Aryuna, voglio restare accanto a te”
“sei sicura di voler correre il rischio?”
“sono sicura, lo sono perché ti amo”
“tu credi nelle streghe?”
“io credo nelle streghe” rispose la principessa.
“Io credo nelle streghe” disse Alice, stringendo il corpo di Martin ancora più forte.
CAPITOLO TRENTA: IL BALLO DELLE STREGHE
Mattina. Ora Alice sapeva. Credeva di nuovo nelle streghe e capiva. Adesso poteva dire di essere veramente innamorata, anche se ancora non capiva molte cose.
Mancavano poche ore al Ballo delle Streghe. Il ballo del solstizio d’estate, il ballo in cui tutto poteva avvenire.
Martin era seduto davanti la finestra senza parlare. Non faceva altro che guardare il mare, bere e fumare.
“Qualcosa che non va, Marty?” disse Alice. Martin si voltò verso di lei e cercò di sorridere “potremmo perdere tutti la nostra vita, lo sai?”
“lo so, ma voglio comunque correre il rischio”.
“Dimmi una cosa, chi è il sindaco di Stonehaeven?”
“Lothar, colui che io combatto da anni, colui che controlla il tempo, colui che nessuno può sconfiggere se non con l’inganno; Lothar è la morte, Alice, e vuole noi”
“perché?”
“perché nessuno può vivere in eterno Alice, se vinciamo avremo realizzato il sogno dei più grandi alchimisti di tutti i tempi, avremo sconfitto la morte, ma se dovessimo fallire…stavolta sarebbe la fine della nostra utopia”.
Il Comune era stato allestito nel migliore dei modi per ospitare il Ballo delle Streghe. Tra gli invitati tutte le personalità di Stonehaeven, pescatori, pastori e semplici cittadini, e, defilati sulla sinistra Drake, Deathman, Martin e Alice.
Il sindaco si avvicinò ad Alice e la prese per mano “mi concede questo ballo signorina?”. Alice lanciò un occhiata a Martin che fece un cenno di assenso con la testa.
Alice stava ballando con il sindaco un valzer, lui ballava dannatamente bene e lei non riusciva a stargli dietro.
Non devi guardarlo negli occhi per nessun motivo. La voce di Martin; quegli occhi di ghiaccio erano pericolosi, quegli occhi di ghiaccio potevano farti impazzire, come uccidere. Alice rabbrividì a questo pensiero, ma il sindaco non se ne accorse, poiché continuava a ballare, con quel sorriso di tagliola che tanto era rimasto impresso ad Alice.
La gente beveva e scherzava, i tre becchini, i tre maghi erano soli, attendendo il momento propizio per agire.
Mezzanotte meno due minuti…
“Manca poco”. Martin fece un cenno di assenso con la testa e i suoi occhi tornarono a fissare Alice che ballava con il sindaco.
Il valzer aveva fatto posto ad un tango argentino che Alice aveva rifiutato di ballare, dicendo di volersi riposare un po’. La gente invitata aveva preso coraggio e si era buttata in pista. Il sindaco era in piedi, accanto al tavolo del buffet, indossava un vestito nero elegante e una camicia grigia. Fissava Martin con i suoi occhi del colore del ghiaccio, occhi carichi di odio e di rancore per chi lo aveva sconfitto una volta.
Mezzanotte meno un minuto…
La luce saltò in tutta Stonehaeven. Nemmeno le stelle illuminavano le strade. Buio pesto. Solo una luce si poteva vedere osservando bene. Era una luce rotonda, una specie di vortice che girava per la città come uno sciame di mosche. Lothar, il sindaco, era con le mani protese verso il cielo, sapeva di poter controllare quel flusso di luce, il Varco, sapeva che ora poteva controllare il tempo.
Martin osservò in aria. Stava per arrivare, lo sentiva.
“Damien, Damon, voi bloccate il Varco prima che arriva da Lothar, io mi occuperò di lui” “certo Maestro” disse Damon “e non chiamarmi Maestro, lo sai che non lo sopporto”.
Damien e Damon si diressero verso il flusso di luce che stava entrando nella sala da ballo attraverso la finestra. Somigliava ad uno sciame di lucciole particolarmente luminose. Protesero le mani in avanti e riuscirono ad impedire al Varco di giungere a Lothar. “Non mi sconfiggerete questa volta” disse con un ringhio.
Ora aveva il suo reale aspetto: un volto pallido e cadaverico, gli occhi del colore del ghiaccio completamente inespressivi e i denti affilati come quelli di un lupo.
“Stavolta siamo giunti alla fine, Lothar, la mia magia è più forte di prima”. Dopo aver proferito queste parole Martin congiunse le mani a coppa e sputò sul palmo. Non appena disgiunse le mani un fascio di luce si levò dalle sue mani e si librava nell’aria sotto il controllo del suo palmo.
“Io credo nelle streghe” disse scagliando il fascio di luce contro il sindaco. “Io credo nelle streghe” disse Alice. Il fascio di luce, come se avesse sentito queste parole, si allargò e divenne molto più grande. Il sindaco cercò di evitare il colpo ma era troppo potente e venne scaraventato a terra. Quando si rialzò la sua camicia era bruciata e un rivolo di sangue gli colava dalla tempia sinistra.
Si scagliò verso Alice per prenderla, ma venne bloccato da un altro fascio di luce, questa volta scagliato da Drake. Il Vortice si stava muovendo verso Alice e la sollevò come un pacco postale, stava per assorbirla, Martin la spostò con un gesto della mano e venne colpito in pieno dal Varco. Rovinò a terra perdendo i sensi.
Era dentro il Varco. Una dimensione in cui tutto era tanto indistinto da apparire irreale. Si alzò vacillando per qualche istante. Aveva la camicia strappata sul braccio e jeans all’altezza del ginocchio. Si rese conto di avere un taglio sul braccio, ma il dolore appariva come una cosa indistinta, appartenente ad un altro mondo.
La sua vista si stava abituando alle tenebre, sapeva dove si trovava, anche se non aveva la certezza assoluta. Di fronte a sé aveva Lothar, che lo fissava con occhi gelidi.
“Ci ritroviamo Maestro” dice con una voce roca che sembrava proseguire da uno sprofondo.
“Avevi qualche dubbio che prima o poi sarebbe avvenuto?”
“se devo essere sincero no, lo sapevo. Aspettavo questo momento da secoli, tutto tempo passato a cercare di capire come è stato possibile che un essere umano mi abbia sottratto quello che mi spettava per diritto”
“non perdiamo tempo, dimmi cosa vuoi”
“Vendetta, nessuno può permettersi di ingannare la morte”
“quasi nessuno” disse Martin con un sorriso
“voglio il controllo del Varco, voglio che nessuno possa più attraversarlo impunemente senza il mio permesso. Se avrò il suo controllo diverrò il demone più potente e nessuno potrà impedirmi di controllare il mondo”
“povero illuso, tu il demone più potente? Proprio tu che non sei riuscito nemmeno a trovare tre miseri umani nel corso di tre secoli?”
“non ti permetto di parlarmi con questo tono Aryuna, non dovresti provocare la mia ira”
“è esattamente quello che voglio fare. Voglio che tu sprigioni il tuo reale potere, voglio combattere contro di te alla tua potenza massima”.
La terra iniziò a tremare. Martin rimase immobile nella sua posizione con le mani allargate, con i palmi rivolti verso l’alto.
“IO CREDO NELLE STREGHE!”.
Non si rese conto di quanto stava accadendo fino a che non sentì un’energia immensa fluirgli in tutto il corpo, passare per il braccio e raggiungere la sua mano. Alice. Lo teneva per mano, gli stava passando tutta la sua energia ed il suo potere. Sentiva la sua voce ripetere “io credo nelle streghe”.
Quando sentì che le sue braccia non riuscivano più a trattenere l’energia scaraventò il fascio di luce contro Lothar, che venne colpito in pieno volto.
La sua faccia, il suo corpo, vennero colpiti dalla luce e nella luce si dissolsero.
Martin perse i sensi e si ritrovò nella sala del Comune.
Era successo qualcosa, la gente stava fuggendo nel panico mentre la polizia cercava di mantenere il controllo della situazione con scarsi risultati.
Martin si alzò in piedi ancora barcollante e vide il Varco divenire sempre più grande.
“È tutto finito” disse Alice tenendo Martin per mano. Lui la osservò, osservò i suoi amici, che fissavano quel buco di luce aperto nell’infinito e la gente fuggire.
Avvicinò le sue labbra a quelle di Alice e la baciò delicatamente sulle labbra.
“Non è finita, è appena cominciata amore mio, di qualunque cosa si tratti è appena cominciata”.
FINE
Siamo giunti alla fine....
E l'avventura giunse alla fine (forse....) tra poco chiunque passerà da queste parti leggerà gli ultimi cinque capitoli del libro che da gennaio ha accompagnato una volta al mese (impegni dell'autore permettendo) le notti e i giorni dei pellegrini.....
Grazie per avermi seguito e a presto, da qualche parte in qualche luogo.
Grazie per avermi seguito e a presto, da qualche parte in qualche luogo.
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