giovedì 30 dicembre 2010

Quando la cultura diviene un peso

La riforma dell'università del ministro Mariastella Gelmini è passata anche al Senato, due giorni prima di Natale, in attesa del pronunciamento del Presidente della Repubblica (che ancora può rifiutarsi di firmare la riforma) nel frattempo si discute ancora su quali prospettive apra questa riforma per chi un domani si vuole iscrivere all'università con l'obiettivo di fare ricerca, di produrre sapere, apportando un contributo intellettuale al Paese. Sono rimasto colpito dalle parole dette dalla Gelmini alla discussione del documento al Senato "finalmente abbiamo eliminato il Sessantotto". Quelle parole possono essere intesi in tanti, forse troppi modi. Il Sessantotto era stato il momento in cui le università si erano trasformati da luoghi per famiglie di benestanti a luoghi liberi di sapere per tutti. Si trattava di costruire un nuovo modello di università e di società, un modello in cui il figlio dell'operaio fosse uguale a quello del politico o dell'avvocato, una società in cui l'università pubblica e libera fosse accessibile a tutti quelli che volevano accrescere la propria cultura. Ovviamente un modello universitario simile avrebbe dovuto anche prevedere un sistema di meritocrazia che invece pare non aver funzionato, o aver funzionato solo in parte. Eppure il modello universitario che si vuole imporre con questa riforma è un modello arcaico, in cui solo i ricchi possono permettersi il lusso di fare ricerca e di pagarsi le rate delle università. L'ingresso dei privati all'interno dei Consigli di amministrazione di fatto, limita la libertà di ricerca. Non si tratta di singoli finanziamenti a progetti di ricerca come avvenuto sinora, ma si tratta di privati che dovrebbero avere potere decisionali all'interno dei Consigli di amministrazione, non solo aumentando tasse ma anche e soprattutto bloccando progetti di ricerca "scomodi". Questa, che ovviamente (si spera almeno) è un'esagerazione, deve far riflettere coloro che in qualche modo sostengono questa riforma. Se un intero popolo, quello degli studenti si mobilita contro questa riforma evidentemente qualcosa di vero ci dovrà pur essere. Una riforma dell'università è necessaria, perché il sistema non andava bene, ma una riforma non deve dimenticare quello che è l'articolo 9 della Costituzione italiana "La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica". A meno che non si tratti della vecchia idea che il popolo si governa con l'ignoranza, e fino a prova contraria noi siamo ancora una democrazia.

lunedì 20 dicembre 2010

La deriva

Quello che sta succedendo in Italia, soprattutto nelle ultime settimane, testimonia come il nostro sia ormai un Paese alla deriva, che sempre più sprofonda in un baratro di pessimismo e fastidio verso qualunque forma di istituzione politica e verso un ampliamento del conflitto sociale. Quindici lunghi anni di berlusconismo hanno di fatto svilito il dibattito politico in Italia, riducendo tutto alla semplice e pura compravendita di qualche voto per ottenere la fiducia e poter campare ancora qualche mese senza problemi nelle aule parlamentari. La sfiducia delle persone nelle istituzioni, culminata poi negli scontri di Piazza del Popolo il 14 dicembre, sono il sintomo di una situazione generale che tende sempre più ad esplodere, perché mancano alternative politiche in grado di rispondere ai bisogni di una popolazione che si sente sempre meno rappresentata e sempre più umiliata, offesa e presa in giro da una classe politica che prima nega l'esistenza della crisi e poi tenta di risolverla tagliando tutto il tagliabile nella speranza di evitare il tracollo. Eppure, quando in tempi non sospetti si diceva che Berlusconi avrebbe di fatto eliminato la classe media, nessuno prendeva sul serio quelle sirene, fino a che quello che quelle poche persone che all'epoca venivano chiamate Cassandre non si è avverato: la classe media è scomparsa, con un disegno preciso di annichilire in consenso che nasce dal pensiero. Per questo ci si oppone alla riforma universitaria, che taglia indiscriminatamente alla ricerca, senza tenere conto che la ricerca potrebbe essere la reale salvezza del Paese, e si cerca di ammutolire il dissenso di coloro che pensano, dicendo che sono solamente dei facinorosi che difendono privilegi per pochi. La considerazione che viene da fare è che l'ignoranza sia la migliore alleata dei regimi, che pensare non possa essere concesso in un momento in cui il pensiero potrebbe portare davvero sull'orlo della rivoluzione. Un Paese ormai in ginocchio, senza più intellettuali, con una classe politica incapace di vedere al di là del proprio naso e dei propri privilegi, che preferisce le offese al vero dibattito parlamentare, che non sa che cosa dire e quindi sputa veleno sull'avversario, ma senza un criterio logico, non contestazioni sui programmi ma sulla persona, sic et simpliciter. In questo va detto che ha vinto Berlusconi, e che per superare questo modo di vivere la politica ci vorranno due o forse tre generazioni; la rinuncia a qualunque forma di ideologia (o per meglio dire di ideale) ha di fatto annichilito la possibilità di costruire un dibattito politico, confondendo le carte tra destra e sinistra rendendo tutto lontano ed inestinguibile, rendendo di fatto impossibile intavolare una qualche discussione politica di qualsiasi genere. Quello che di certo appare chiaro è come questo sistema abbia preso piede anche per colpa della sinistra, che spesso e volentieri è rimasta chiusa nel suo ideologismo e nella sua voglia di rinnovamento (che ha portato alla fine alla rinuncia delle sue stesse radici) in nome di un rinnovamento che di fatto non è mai avvenuto. Preferendo seguire Berlusconi sulla sua stessa strada, quella della politica spettacolo, hanno perso di vista quelle che erano le radici del pensiero non tanto comunista, ma socialista e social-democratico. Portando avanti la tesi che la social democrazia in Italia non avrebbe mai funzionato hanno cercato di portare avanti la costruzione di un partito prendendo a modello la realtà americana, lontana sia dalla nostra concezione politica sia dal modo in cui influisce sulla popolazione. è venuta a mancare la presenza sul territorio, dicendo che tanto abbiamo Facebook e Twitter, si è pensato di poter essere autosufficienti portando avanti la linea politica dello spettacolarizzazione e della politica. Va detto, che se allarghiamo il campo della nostra analisi anche la sinistra ha contribuito allo svilimento di un'intera generazione, quella di trent'anni che ha perso ogni punto di riferimento sia in Parlamento che nella vita. Perché chi era stato ed è ancora di sinistra si trova a dover scegliere tra votare un partito (Partito Democratico) che tende sempre di più al centro in nome del dato elettorale ed una sinistra extra parlamentare che sarebbe eufemistico e riduttivo definire frammentata. Trovare una situazione a questo stato di cose, deve essere una necessità per evitare il tracollo dell'intero sistema, attraverso l'allargamento di un conflitto di classe che molti consideravano concluso con il crollo del muro di Berlino, o per meglio dire che molti consideravano solo come una semplice ideologia dettata dalla moda, ma che invece si sta pericolosamente allargando a quelle classi sociali che prima ne erano esenti, quella media borghesia che una volta che vede intaccati i propri privilegi scende in piazza per difenderli, estendendo poi la sua lotta a tutti quelli che hanno voglia di lottare. Iniziano così le rivoluzioni, è così che si sviluppano le tragedie ed i totalitarismi, una classe politica responsabile avrebbe il dovere di capire che questi sono rischi che una moderna democrazia non può correre, una moderna e responsabile classe politica è quella che dice "scusate, ho fatto una cazzata" e si mette da parte, ma qui ormai pare che la responsabilità non esista, che l'individuo venga prima della collettività, che la divisioni per classe si debba ampliare, che la spirale discendente di questo nostro Stato sia giunta alla fine, se così fosse che Dio ci salvi, perché forse rimane appellarsi solo a Dio...

domenica 5 dicembre 2010

Requiem per un paese defunto

Usare la parafrasi del libro di Fejto, Requiem per un impero defunto, mi pare essere la giusta spiegazione per quello che avviene in Italia in questi mesi. Gli ultimi eventi della storia della politica italiana confermano il fatto che ormai siamo a quella che è la fine di un'era, fatta di mala politica, di squallidi personaggi che sono attaccati alla loro idea di potere e che non sono stati in grado di governare l'Italia dal 1994 in poi. L'esplosione dei conflitti sociali, che sono sfociati nei tentativi da parte degli studenti di invadere la Camera ed il Senato sono solo alcune delle situazioni che si sono venute a creare in Italia in questo momento. La crisi ormai, generalizzata a qualunque settore della politica italiana, non deve essere sottovalutata, come non deve essere sottovalutato nessuno degli effetti deleteri che questa crisi avrebbe nel nostro modello sistemico e nel nostro modello di Paese. Non ci sono politici in grado, in questo governo almeno, che sono in grado di spiegare che cosa sia successo e che sono in grado, come logica conseguenza, di uscire dalla crisi etica, economica, morale e politica che ha colpito l'Italia in questi ultimi anni. Non possiamo di certo dire che siamo messi bene, se il nostro governo, si trova a difendere un premier che in qualunque altra parte del mondo sarebbe impresentabile e se ci troviamo nella situazione piuttosto anomala in cui Governo ed opposizione sono dalla stessa parte. La nostra sinistra, incapace di intercettare quelli che sono i malcontenti della massa, sembra anche essere incapace di uscire da quella crisi atavica che la colpisce da ormai troppi anni e che la allontana sempre più da quelli che sono i reali bisogni del Paese e le sue necessità. Siamo ormai tutti prede e vittime di una classe dirigente vecchia, completamente incapace di stare al passo con i tempi e che non sa fare altro che parlarsi addosso e sputare veleno sul proprio avversario per avviare una deleteria caccia a chi dice più insulti nel tentativo di demonizzare piuttosto che di affrontare. Da questo schema non sono esenti né la maggioranza né alcuni partiti di opposizione, incapaci di articolare un discorso politico coerente senza sfociare nell'offesa per l'avversario. La situazione, oggettivamente grave, si potrebbe risolvere solo attraverso un accordo tra tutti i partiti che decidessero per un anno o due di mettere da parte gli odi per arrivare alla costruzione di un governo di emergenza, anche particolarmente lungo che fosse capace di risolvere quelle che sono le cose più impellenti per il Paese, a partire per esempio proprio dalla situazione economica e la legge elettorale. Allo stesso modo dei Padri, che nel 1945 si erano riuniti per firmare la Costituzione, oggi si deve essere uniti per fare in modo che si possa risollevare il paese da un quindicennio di Berlusconi, deleterio per il Paese e per la morale delle persone. Se è vero, come si dice in questi mesi, che il berlusconismo ha fatto del male non solo al Paese, ma anche alla nostra moralità; cambiare modo di fare politica e modo di agire potrebbe per noi essere la sola speranza per uscire dal conflitto che si è instaurato in questi anni in Italia, è quella di sedersi ad un tavolo e rivedere tutti i rapporti politici e l'idea stessa che noi abbiamo di politica. Non possiamo rinascere se non facciamo come i Padri Costituenti che, mettendo da parte i loro odi e le loro questioni interne, hanno deciso di unire le forze per rendere l'Italia moderna e competitiva, uscire dalla crisi vuol dire anche questo: ripensare a tutto quello che siamo e che siamo stati, ripensare al nostro modo di vedere la vita e la politica, rivedere tutti i nostri rapporti di forza, perché non ci sia un domani un altro berlusconismo, un altro fascismo, ed un altro pericolo per la democrazia. La sola via che abbiamo dovrebbe essere questa. Dopo il requiem per un impero è necessario per la storia, iniziare la rinascita della nazione, con i valori che ci siamo dati sin dalla nostra nascita e che ancora oggi dobbiamo dire di difendere e di fare nostri per la sopravvivenza di un'idea di Italia.

venerdì 24 settembre 2010

Il tracollo della sinistra

Nel pieno della crisi del governo Berlusconi e del suo modello politico, appare chiaro che la sinistra è ancora più in crisi; senza idee, senza progetti e senza prospettive davanti a quello che avviene nel panorama politico italiano.
In questi mesi abbiamo assistito alla fuoriuscita di Fini dal Pdl, alla costruzione di un nuovo partito di centro democristiano che abbia come fulcro Casini con l'Udc e Rutelli, mentre il Partito Democratico annaspa nelle sue contraddizioni interne portando avanti progetti fallimentari che non hanno capo né coda.
La proposta di Bersani, di costruire un nuovo Ulivo appare l'ennesimo tentativo di costruire una nuova armata Brancaleone che ha come unico progetto quello di contrastare Berlusconi non tanto sui contenuti politici ma su un a priori basato sul nulla ideologico e sul non progetto come era avvenuto con l'ultimo disperato tentativo del Governo Prodi. L'adesione della Federazione della Sinistra a questo progetto dimostra ancora una volta la cecità pressoché totale dei dirigenti di Rifondazione Comunista e del Partito dei Comunisti Italiani, preoccupati pare più di tornare in Parlamento che lavorare alla costruzione di un progetto. Dopo aver cercato di analizzare quelle che sono le cause della crisi del PD e della sinistra in generale (leggi post precedenti) vorrei parlare un attimo di quel soggetto ibrido e senza progetti concreti che si chiama appunto Federazione della Sinistra. Negli ultimi tempi abbiamo sentito spesso dire che il programma politico della Federazione (e del PDCI in particolare) era contenuto nello statuto de l partito: la realizzazione del socialismo in Italia attraverso il processo democratico. Una linea a cui aveva rinunciato lo stesso Togliatti nel momento stesso in cui la aveva pensata, quando il Pci era diventato il maggior partito di opposizione in Italia ed il maggior partito comunista dell'Europa Occidentale. La storia ha dimostrato che le teorie marxiste, per quanto possano essere affascinanti, non solo non possono essere applicabili ad un società a capitalismo avanzato, ma sono anche teorie che se applicate alla lettera conducono quasi naturalmente alla costruzione non di una democrazia intesa in senso ampio ma alla costruzione di un governo in mano a pochi che impediscono lo sviluppo di molti. Il sistema marxista di società, così come la natura del determinismo storico che di Marx è uno dei caratteri fondamentali, viene contestata da Popper nella sua opera La società aperta ed i suoi nemici, in cui si analizza a fondo quelle che sono le teorie economiche e soprattutto politiche del marxismo, trovando le pecche tanto del determinismo storico della dottrina marxista quanto della prospettiva politica che questi vorrebbe applicare alla società per eliminare la disuguaglianza: eliminare il problema alla radice. Sintetizzando la dottrina marxista ai minimi termini: se il problema è il fatto che le ricchezze non sono distribuite equamente basta eliminare il concetto di ricchezza e si elimineranno in questo modo anche le differenze. La società marxista tende a costruire una società di uguali indubbiamente ma in cui tutti sono poveri e non in cui i poveri si possono arricchire. Per assurdo, questo modello di società, è ancora più desolante di quello che abbiamo davanti oggi.
Inoltre le parole d'ordine della Federazione della Sinistra sono le stesse dei movimenti comunisti degli anni Settanta, movimenti che sono falliti per la loro natura utopistica e lontana dalla realtà. Ho detto più volte che la via per costruire una sinistra nuova in Italia dovrebbe essere quella di guardare come modello al Partito Laburista britannico, un partito che affonda le sue radici nel socialismo ma che nello stesso tempo è stato capace di aggiornare sé stesso attraverso il processo di costruzione del New Labour di Tony Blair. Adesso come adesso siamo un paese di destra, in cui il governo si può permettere di fare insieme governo ed opposizione. Una situazione pessima insomma, da cui non pare si possa uscire a meno che non si avvi quel famoso rinnovamento necessario per la sinistra e per società italiana. Che ci possano essere partiti che si fanno promotori di questo rinnovamento ed attorno a cui si possa compattare la sinistra è una necessità non solo politica ma anche storica, perché si rischia di far scomparire dall'arco costituzionale una sinistra che nel bene e nel male aveva fatto la storia di questo paese.

mercoledì 15 settembre 2010

L'ennesima prova

La vita politica italiana sta cambiando ancora una volta, con la fuoriuscita di Fini dal Pdl si prepara la nascita di una nuova destra, forse maggiormente europea e sicuramente meno populista di quella a cui siamo stati abituati sino adesso. Il berlusconismo ormai sta per tramontare e la sinistra italiana pare essere ancora una volta in madornale ritardo rispetto alle evoluzioni politiche che si preparano. Mentre Fini cerca di organizzare una destra sul modello liberale di quella britannica o al massimo come la destra francese, nella sinistra si discute ancora se sia il caso di fare le Primarie, decidere nelle segreterie chi debba essere il candidato a premier oppure se riproporre un nuovo Ulivo. La sensazione è che si arriverà quasi a ridosso delle elezioni senza una leader sostenuto da quasi nessuno, che alla prima sconfitta verrà messo da parte perché sarà utilizzato come capro espiatorio per spiegare la sconfitta. Eppure sono anni che si parla della costruzione di una nuova sinistra, di un modello laburista anche in Italia e che si discute se sia il caso di abbandonare il marxismo ortodosso perché non funziona come dovrebbe. Sono anni che si assiste sempre agli stessi litigi degli stessi personaggi che non trovano un accordo su nulla e che si sputano veleno contro ogni volta che si presenta una pubblica occasione in cui si dovrebbe avviare una discussione. Da anni a sinistra si assiste a scissioni di qualcuno che dice di essere più di sinistra o più comunista di altri, senza mai riuscire ad arrivare ad una sintesi delle posizioni e delle conclusioni. Eppure le premesse storiche per una simile svolta ci sono state tutte, dalla Bolognina in poi, ma alla fine la sinistra italiana è sempre rimasta un procedimento incompiuto spesso e volentieri senza capo né coda. Se da un lato abbiamo le spinte del Partito Democratico, eterno indeciso tra le spinte americane di Veltroni e quelle social democratico di d'Alema, non possiamo certo dire che la Federazione della Sinistra sia migliore. Parlare ancora di marxismo, non come critica filosofico dialettica, ma come prospettiva storica appare come qualcosa di stranamente antico che fa somigliare le sezioni di Rifondazione e Pdci più al set di un film di Camillo e Peppone che ad un luogo in cui si discute di politica reale ed attiva. Il fatto che le persone percepiscano come antichi ed antistorici simili slogan e simili persone viene confermato dal fatto che ormai da tre tornate elettorali a questa parte, la Federazione della Sinistra si trova ad oscillare tra l'1 ed il 2 %, e presto sono destinati a sparire del tutto. Alla fine quello che sta avvenendo è la conseguenza di scelte spesso deliranti, fatte senza una concreta analisi politica ma semplicemente sulle onde dell'emozione di determinati eventi che hanno segnato la storia del PCI.Mancando una vera analisi di quelle che sono state le cause del crollo del socialismo in URSS sono mancate anche le soluzioni. Forse sarebbe il momento di affrontare questo discorso, per non sparire del tutto e consegnare alla fine per sempre il Paese nelle mani della destra, meno populista di quella di Berlusconi forse, ma comunque destinata a portare avanti una politica meno sociale, più legata alle banche e alle idee della Confindustria e delle grandi industrie piuttosto che delle piccole e medie imprese. Forse è giunto il momento di smetterla di parlare di "socialismo e di realizzazione del socialismo", dobbiamo iniziare a costruire un progetto nuovo di sinistra, plurale e moderno. Una sinistra che guardi non al modello antico della sinistra sovietica o a quelle populistiche del Sud America, ma a quella europea del New Labour di Blair, in questo modo possiamo finalmente proiettarci nel III Millennio, sebbene con dieci anni di ritardo.

lunedì 28 giugno 2010

La sinistra in Italia, analisi di una crisi in atto...

La sinistra italiana è in crisi.
Non servono analisti politici di rilievo o grandi esperti per rendersi conto di questo semplice fatto.
Per cercare le cause di questa crisi è necessario risalire indietro nel tempo al 1991, appena due anni dopo il crollo del muro di Berlino e a qualche mese dal crollo dell'Unione Sovietica. Possono sembrare due eventi che non hanno nessun collegamento con la crisi atavica della sinistra italiana, eppure sono ad essa strettamente collegati, perchè da quel momento è iniziato un percorso di declino dei valori e dei principi della sinistra che ha condotto fino alla situazione di oggi.
L'ultimo congresso, quello della Bolognina è stato il congresso della svolta di Occhetto, quello che avrebbe dovuto trasformare i comunisti in qualcosa di più moderno fece una svolta che non aveva alle spalle una motivazione politica, ma solo quella emozionale del crollo dell'URSS e del muro di Berlino. Questo ha causato un vuoto politico nella sinistra italiana che si è spaccata tra una sinistra nostalgica (prima riunita attorno a Rifondazione Comunista e poi spaccata ancora in due con Pdci e Rifondazione) e una sinitra che non era più comunista e che guardava con un occhio di particolare riguardo al partito democratico americano. La cosa avrebbe anche potuto avere un senso, vista la propensione al liberalismo che aveva sempre avuto il Pci soprattutto a partire da Berlinguer in poi. Il problema è che il Partito democratico di sinistra è rimasto per tutta la sua esistenza in bilico tra liberalismo americano e social democrazia tedesca senza essere in grado di trovare una soluzione di continuità alla sua svolta politica. Del resto non era possibile fare altro visto che si è voluto cambiare la linea politica senza cambiare i quadri dirigenti, errore che sarà ripetuto anche nei passaggi seguenti Pds-Ds-Pd. Nei passaggi che hanno portato al disperato tentativo di fondere la destra comunista con la sinistra democristiana che veniva dalla Margherita di fatto hanno creato un ibrido senza capo nè coda unito solo dal collante di battere Berlusconi in quanto tale senza un concreto progetto politico. Questo ha fatto in modo che il Partito Democratico fosse in costante svantaggio nei confronti del Pdl. La sinistra radicale è messa peggio: fuori dal parlamento, ancorata ancora su posizione che richiamano al movimentismo degli anni Settanta ha una linea politica indefinita ed incapace di aggiornare sè stessa in modo da poter essere competiva nelle elezioni. Si sono fatti soffiare tutte le tematiche ambientaliste e del lavoro da di Pietro, non comprendendo che il mondo dagli anni Settanta è andato avanti e che quelle cose che venivano proposte prima non sono più attuabili adesso.
Anche loro, piuttosto che guardare ad un modello di sinistra moderno come quello del Labour Party britannico sono andati a pescare nei movimenti pseudo socialisti e gauchisti della sinistra sudamericana. Prendendo a modello personaggi come Chavez, Morales ed altri non si sono resi conto che il loro modello di riferimento non solo non ha niente di sinistra, ma stringe alleanze con personaggi che sono lontanissimi dalle idee della sinistra liberale italiana.
La sinistra italiana, se davvero si volesse rinnovare, dovrebbe innanzi tutto sostituire i quadri dirigenti, mandare in pensione tutti quelli che in qualche modo sono legati alla Prima Repubblica e lasciare spazio a quelli che sono nati nel 1989 o che comunque non hanno vissuto il comunismo dell'URSS. Insomma, lasciare spazio alle generazione degli anni Ottanta per essere chiari.
Sino a quel momento, la sinistra italiana sarà costretta a vegetare tra liberismo americano alla Alberto Sordi, socialismo misto praghese, sovietico e sudamericano con una spruzzata di obamismo in salsa americana...

martedì 15 giugno 2010

La crisi greca, prospettive per l’Unione Europea

La crisi dell’economia greca apre di fatto, l’arrivo della crisi americana anche in Europa. Il sistema Europa che sembrava essere capace di reggere alla crisi dei mutui sub prime ed al tracollo del sistema economico iper liberista alla fine e tracollato come e piu di quanto avevano predetto gli economisti americani.
In realta la crisi europea era stata di fatto solo rimandata da misure economiche che nell’ultimo anno servivano solo a tamponare quella che sarebbe stata la logica conseguenza di un progetto che era sbagliato sin dal principio.
Diversi economisti americani, e su tutti Paul Krugman, avevano predetto che alla prima reale crisi del capitale la fragile Unione Europea non avrebbe retto, per il semplice fatto che, nonostante l’unione monetaria voluta principalmente dalla Germania, mancava una linea comune politica.
I criteri che erano stati chiesti per l’ingresso nell’euro non hanno fatto altro che indebolire le singole economie nazionali, che non sono riuscite a sopportare alla lunga le pesanti richieste della Banca Centrale Europea per poter essere parte dell’euro. Diverse economie nazionali per far fronte alle richieste si sono indebitate in maniera pesante con l’estero e si sono trovate di colpo a dover restituire soldi che non avevano o che non erano in grado di produrre. La mancanza di un organo centrale di controllo politico ha fatto si che ogni stato continuasse a fare le sue scelte economiche con una moneta unica che in alcuni stati era fortissima mentre in altri subiva un tracollo che ora rischia di essere senza precedenti. Il caso greco potrebbe essere emblematico per comprendere meglio cosa e avvenuto, ma assieme alla Grecia potremmo aggiungere altri paesi tra cui anche l’Italia che rischia come la Grecia un tracollo finanziario che porterebbe il Paese sull’orlo della bancarotta e della rivoluzione della massa stanca di sacrifici per pagare i debiti di una classe politica sempre piu corrotta e incapace di far fronte alla situazione drammatica dell’economia mondiale.
Cerchiamo di capire quello che succede utilizzando proprio l’Italia (di cui comunque analizzero quanto prima la situazione): iniziamo dicendo che l’economia italiana era quanto di piu lontano da quelli che erano i parametri richiesti dalla BCE ai paesi membri. Era un paese pesantamente indebitato con l’estero e privo di materie prime e di conseguenza di una forte economia di esportazione. I soli prodotti del cosiddetto made in Italy non potevano bastare per far in modo che la nostra economia crescesse in maniera proporzionale al resto dell’Europa ricca.
I governi che si sono succeduti dal 2001 ad oggi sono stati costretti a continui e pesanti tagli ai servizi per cercare di essere alla pari con le rischieste dell’Europa. Le conseguenze di questa politica economica sono state drammatiche per il nostro Paese e di conseguenza anche per il resto dell’Europa, costretta e portare con se una serie di zavorre che non facevano che indebolire l’euro e le prospettive economiche del Paese. Il fatto che a Grecia stiano a ruota seguendo Portogallo, Spagna e Irlanda e ultima proprio l’Italia non e un segnale da sottovalutare. Almeno tre di questi cinque paesi sono stati tra i fondatori dell’Unione Europea ed il fatto che le loro economie stiano tracollando rende necessari interventi economici da parte della BCE (per mantenere la moneta ovviamente) che hanno dei costi altissimi soprattutto sull’economia della Germania.
Il fatto e che la BCE non e in grado a far fronte ad un tale prestito, o se e in grado non ha nessuna intenzione di farvi fronte dato che l’economia ne uscirebbe distrutta. Possiamo dire che il sogno dell’unione monetaria di fatto e terminato con la crisi greca anche se a mio avviso il processo di degenerazione era iniziato anche prima.
L’Unione Europea non era che una sorta di unione di banche che si limitava a controllare i prezzi ed i PIL dei singoli stati piuttosto che dotarsi di un serio organo politico che stabilisse una linea politica comune e che fosse seguita da tutti gli Stati che ne facevano parte.
E particolarmente interessante notare, ad esempio, come si sia spaccata l’Europa sul sostegno alle guerre americane dell’era Bush: da una parte Inghilterra ed Italia in prima fila nel fronte della guerra e dall’altra Francia e Germania che non hanno mai preso parte alle operazioni militari se non nella fase di ricostruzione post conflitto. Sarebbe stato un po come se negli Stati Uniti la California non avesse mandato soldati mentre il Kansas inviava massicce dosi. Il fatto stesso che non esiste di fatto un Presidente dell’Unione Europea degno di questo nome ma che a turno venga nominato un reggente che di fatto non possiede nessun potere se non quello di portavoce del Parlamento Europeo spiega in maniera esaustiva per quale motivo il progetto sia fallito. Quando si era iniziato a parlare di Unione Europea (o di Stati Uniti d’Europa) con il manifesto di Ventotene si era iniziato a parlare di una unione che prima che monetaria doveva essere politica con un suo parlamento e con un suo presidente in grado di avere potere decisionale su diverse questioni. Quello che e avvenuto invece e stato lasciare l’economia ad una serie di banche al di sopra dei singoli interessi nazionali che hanno pensato principalmente ad arricchire se stesse e favorire quegli stati che possedevano una forte economia come appunto Francia e Germania. Va detto che sono proprio questi due i Paesi che avrebbero meno interesse alla costruzione di uno stato federale europeo sul modello americano. L’abbattimento delle frontiere in Europa ha fatto in modo che si riducessero i tassi di esportazione e di conseguenza le spese che i paesi industrializzati avrebbero dovuto sostenere per le loro esportazioni.
La costruzione di uno stato europeo reale avrebbe di fatto limitato il concentramento di potere nelle mani delle economie piu forti e avrebbe permesso a tutti i paesi membri di apportare contributi all’Unione Europea senza indebitamenti con le varie banche centrali e con i vari istituti di credito esteri che sono presenti su tutto il territorio europeo.
Ora, la domanda che ci si deve porre e come continuare? Facendo in modo che l’Unione sopravviva cosi come e, eliminando semplicemente i paesi zavorra oppure cercando di costruire una nuova Europa che si avvicini di piu a quelle che erano le ambizioni degli europeisti spinelliani e de gasperiani del secondo dopoguerra?
Una possibile soluzione, che al momento appare piu come una speranza e stata proposta da un bell’articolo di Jurgen Habermas uscito sulla Repubblica ( Jurgen Habermas, L’Europa al bivio in La Repubblica,giovedì 24 maggio 2010 pag. 33). Dopo una attenta analisi di quelle che sono le motivazioni che hanno portato al tracollo del sistema Europa l’articolo si chiude con le seguenti parole:

Con un po di coraggio politico, la crisi della moneta comune potrebbe dare vita a cio che molti avevano sperato da una politica estera comune europea: una coscienza che andasse oltre le frontiere nazionali per condividere un comune destino

venerdì 11 giugno 2010

Il New Deal della politica italiana

Sono anni che ormai si attende ad un rinnovamento della politica italiana, di un nostro New Deal che possa avvicinare il Paese non solo agli standard economici degli altri paesi del mondo occidentale ma anche e soprattutto a quelli che devono essere gli standard politici di un sistema per molti versi ancora arretrato e legato ad un vecchio schema bipolare ormai finito da vent’anni.

Il processo di rinnovamento italiano che sarebbe dovuto partire a seguito di Tangentopoli non e mai partito e se e partito si e arenato appena iniziato. La prima discesa in campo di Berlusconi e la nascita di Forza Italia aveva dato una speranza a molti elettori che stanchi di una serie di personaggi politicanti aveva dato la propria fiducia a chi non veniva dal mondo della politica (almeno non direttamente) ma appariva come se fosse un corpo estraneo alla politica che avrebbe potuto avviare, anche grazie alla sua mentalita imprenditoriale, un processo di rinnovamento che pero di fatto non e mai avvenuto. Nonostante la sua spinta rinnovatrice Forza Italia non e stata capace di rinnovare il Paese e se stessa e ne tantomeno il modo di fare politica in Italia. Gli esponenti di quelli che erano stati i partiti della Prima Repubblica si sono riciclati in nuove vesti nella seconda, andando come schegge impazziti a destra cosi come a sinistra e creando un amalgama di partiti, di idee e di modi di fare che non hanno fatto altro che perpetrare un vecchio modo di fare politica camuffandolo come nuovo. Il frutto di questo modo di ragionare e stato un progressivo allontamento non solo degli elettori ma anche un profondo disamore da parte dei giovani per quella che e la politica e quello che e il modo di pensare alle classe dirigenti e al bene della cosa pubblica come lo chiamava Adam Smith nel Settecento. I partiti politici italiani si sono solamente deidelogizzati ma hanno anche eliminato le differenze tra loro uniformandosi ad un sistema elettorale che chiede il voto solo per poter mantenere le proprie poltrone ed i propri privilegi. Non e un caso che uno dei libri piu venduti degli ultimi anni sia stato proprio la Casta di due giornalisti del Corriere della Sera – Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella – che hanno voluto mettere in evidenza quelli che sono i privilegi ed i vizi di quella che ormai agli occhi della gente appare come appunto una casta, lontana da quelli che sono i bisogni della gente e lontana da quelle che sono le esigenze di un paese che deve affrontare una delle piu pesanti crisi della storia dopo quella del Ventinove. Lentamente sono emersi in politica personaggi noti e meno noti (alcuni dei quali non avrebbero mai fatto carriera nemmeno del peggiore dei vecchi partiti) che hanno lentamente monopolizzato la vita politica italiana riprendendo e peggiorando lo stesso sistema di corruzione che si era cercato di debellare con Tangentopoli. Il fatto che da anni si parli di federalismo, riforme costituzionali e bipartismo e che non sia riuscito a realizzare nulla di tutto questo la dice lunga su quella che e la degenerazione del sistema politico italiano e di un modo di fare politica che mira solo ed esclusivamente ad interessi personali piuttosto che al bene della nazione e alla realizzazione delle riforme sociali per proteggere la cosa pubblica dagli attacchi del capitalismo selvaggio e dal rischio di dittatura in nome della democrazia e del diritto a governare. Con questo non voglio denunciare rischi di dittatura in Italia (che francamente sono piuttosto campati in aria vista la posizione dell’Italia nel resto del mondo e visto che ne l’Europa ne gli Stati Uniti accetterebbero una cosa simile sul territorio italiano), ma voglio semplicemente denunciare la deriva che sta prendendo la nostra politica ed i valori della nostra democrazia e Costituzione. Il fatto stesso che quest’ultima appaia come immutabile e non modificabile spiega bene come il Paese stia attraversando una crisi politico – culturale della nostra classe dirigente. Perche se da un lato e normale chiedere una modifica alla Costituzione per renderla piu moderna e piu consona ai tempi (del resto e stato fatto dai francesi piu volte senza che nessuno gridasse ogni volta allo scandalo a all’antifrancesismo o alle derive di dittatura), dall’altro viene quasi spontaneo chiedersi a chi debba essere affidato questo delicato lavoro di riforma che dovrebbe far fare all’Italia quel tanto auspicato scatto in avanti verso la modernita. Francamente non vedo a destra come a sinistra persone davvero capaci di mettersi a tavolino e discutere una cosa importante come una riforma costituzionale e soprattutto persone capaci di migliorare la Costituzione aggiornandola ai tempi che corrono. Il fatto e che i nuovi partiti politici piuttosto che puntare al rinnovamento dei quadri dirigenti secondo criteri meritocratici hanno preferito puntare su nomi ad effetto che potessero canalizzare voti, anche se questi nomi non hanno nessuna preparazione politica e istituzionale. Come spiegare altrimenti le candidature di personaggi come Mara Carfagna del Popolo delle Liberta o dello stesso Pietro Marrazzo nel Partito Democratico? Quando Marrazzo venne candidato si diceva che fosse pronto per scendere in politica e che avrebbe fatto bene perche il suo programma televisivo era un programma di denuncia che funzionava. Ma sono questi criteri con cui scegliere un amministratore della cosa pubblica? Perche faceva un programma di denuncia televisiva che funzionava? Lasciare la politica in mano a comici, giornalisti, giullari e saltimbanchi vari della televisione e dello spettacolo e tremendamente deleterio per la vita politica di un Paese e di una nazione. Con la chiusura dei vecchi partiti (che va detto non sono stati rimpiazzati da nessuno ancora) sono state chiuse anche il solo strumento che poteva essere capace di creare la classe dirigente del futuro: quelle scuole di partito che oggi vengono viste con diffidenza e con terrore da tutti i politici nostrani che non hanno interesse a creare nuove classi dirigenti e nuove leve perche temono di perdere i loro poteri ed il loro privilegio. Non si tratta di guardare indietro con nostalgia, perche anche la vecchia politica aveva i suoi difetti – e non erano pochi – ma si tratta di ragionare partendo dal passato per costruire il futuro. Dalla scuola di partito del Pci, giusto per dirne una, sono usciti dirigenti come Enrico Berlinguer e molti di coloro che oggi sono ai vertici della nostra politica, dimentichi di come loro stessi hanno fatto gavetta prima di arrivare alle posizioni politiche che ricoprono oggi e che tipo di preparazione hanno dovuto affrontare prima di poter arrivare dove sono. La stessa cosa varrebbe per la vecchia scuola di partito dell’allora Democrazia Cristiana. La mancanza di preparazione della nostra classe politica ad affrontare quello che sono state e che saranno le prossime sfide del nuovo millennio ha dato vita ad una serie di movimenti che si richiamano non solo alla correttezza istituzionale ma che chiedono un deciso cambio di passo alla nostra classe politica. Movimenti che sono stati spesso e volentieri bollati come “anti politica” dalla maggior parte dei nostri politici che hanno sottovalutato la spinta propulsiva e che ne hanno condannato le richieste e le parole d’ordine sperando che si spegnessero cosi come erano nati. Non e avvenuto. Anzi, alle ultime elezioni regionali (come ho gia segnalato in un altro articolo di questo blog e come non mi stanco mai di sottolineare nelle riunioni di partito a cui prendo parte) la Lista a Cinque Stelle di Beppe Grillo in alcune regioni ha preso piu voti dei partiti che si propongono di cambiare e che si fanno portavoce di un cambiamento che di fatto non e mai avvenuto. Non e antipolitica chiedere che non possano sedere in Parlamento persone che sono state non solo processate ma spesso e volentieri anche condannate per crimini che vanno dalla detenzione di armi alla corruzione e alla frode fiscale, come non e antipolitica chiedere che si possa mettere un freno ai privilegi di una classe politica che ormai non nutre nessun interesse particolare per il Paese ma che pensa solo ed esclusivamente al proprio arricchimento personale e a quello della propria famiglia. Con questo non voglio fare un discorso generalista e dire che un politico dovrebbe prendere quanto un operaio oppure che i politici non fanno niente dalla mattina alla sera. Mi rendo conto benissimo che il lavoro politico e molto piu difficile di altri, perche si tratta di fare delle scelte che spesso al popolo possono risultare impopolari e non sempre possono essere spiegate. Voglio solo dire che non si devono ripetere episodi come quello avvenuto a Roma in occasione dei funerali degli alpini morti in Afghanistan in cui il centro di Roma e stato invaso da 259 (!) macchine di servizio che portavano politici, ministri, portaborse e tutto quello che ruota attorno alla politica. La denuncia che viene dall’Espresso (Espresso, 3 giugno 2010 n. 22 anno LVI) non deve essere bollata, come al solito, come un attacco al Governo da parte dei soliti giornali di sinistra ma deve essere presa per quello che e: la denuncia di un mal costume che si porta avanti da troppi anni e che sta distruggendo lentamente ed inesorabilmente il Paese. Per questo dico che tutti, a destra come a sinistra, devono iniziare davvero a pensare a come costruire un New Deal italiano, che possa lasciare spazio ad una nuova visione della politica, ad un nuovo modo di intedere quello che non e solo un mestiere come oggi lo e per molti ma deve essere vissuto come una missione per migliorare sul serio il bene pubblico e fare in modo che ogni inviduo senza distinzione di razza, credo politico o religioso e sesso possa aspirare a quello che uno dei diritti naturali fondamentali della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo: la propria felicita.

mercoledì 19 maggio 2010

La fine della storia

Utilizzo un titolo di un libro di Francis Fukuyama intitolato, appunto, la Fine della storia per cercare di spiegare quello che sta avvenendo in Grecia e che presto potrebbe accadere anche nel resto d'Europa, e soprattutto in Italia (per quanto ne possano dire i nostri pompieri vari nel Governo che si ostinano a negare dati evidenti anche ad un cieco). Partiamo dall'inizio però, dall'acronimo Piigs (Portugal, Ireland, Italy, Spain, Greece): la BCE (Banca Centrale Europea) ha stilato una lista dei cinque paesi dell'Unione a rischio default, o bancarotta se preferite. La BCE chiede che i paesi si mettano in regola con i parametri economici di Maastricht per non essere espulsi dall'Unione stessa. La conseguenza ovvia di questa situazione è che i paesi richiamati iniziano ad operare tagli su tagli (sanità, scuola, welfare, pensioni, posti di lavoro) per cercare di risanare delle economie che sono in crisi nera anche a seguito della crisi di capitale che si è avuta negli Stati Uniti. La Grecia, che in questi anni ha aumentato il proprio tenore di vita con stipendi da super manager e pensioni di lusso, non ha retto alle misure economiche ed è tracollata. Per poter far fronte al pesante indebitamento estero è stata costretta alla sospensione di stipendi, pensioni e tutto quello che si poteva sospendere con una manovra economica che più che scatenare il malcontento popolare ha dato vita ad una vera e proprio rivoluzione di massa. Gli altri paesi a rischio stanno prendendo misure che vanno esattamente nella stessa direzione, magari non conseguenze tragiche come la Grecia ma comunque con un rischio di destabilizzazione politica molto alta. La sola Italia, per dire, deve trovare il modo per tagliare 28 milioni di euro entro il 2013 per poter risanare il proprio deficit e sperare in questo modo di poter uscire dal baratro in cui si trova in questo momento.
Va detto comunque, che non è per niente detto che nel 2013 ci arriveremo con l'euro, visto che la moneta unica si è rivelata un fallimento su tutta la linea. Paul Krugman, economista americano, aveva previsto che la moneta unica in Europa non sarebbe potuta durare per una motivazione molto semplice: nonostante esistesse all'apparenza una politica economica comune ogni stato facente parte dell'Unione era autonomo e spendeva i propri soldi come meglio credeva a patto che fosse in regola con i parametri che di volta in volta venivano presi dalle banche centrali. L'unione monetaria era di fatto destinanata a finire per un motivo semplice: non esiste unione monetaria senza unione politica. Non è un caso che quando si iniziò a parlare di Europa (e stiamo parlando degli anni della guerra periodo del manifesto di Ventotene) si parlava di Stati Uniti d'Europa. Il progetto originale doveva essere quello di creare una serie di stati federali, che avessero un progetto in comune non solo di unione monetaria ma anche e soprattutto di Unione politica. Quando Obama era venuto per la prima volta in Europa, durante la campagna elettorale, aveva chiesto la collaborazione dell'Unione Europea per la sua politica estera, un segno di apertura insomma che avrebbe fatto ben sperare. Se a questo si unisce il fatto che l'Europa aveva deciso proprio in quel periodo di dotarsi di un premier e di un ministro degli esteri proprio pareva proprio che si stesse imboccando la direzione giusta. Invece sono stati scelti due emeriti sconosciuti, il che non ha che peggiorato la strategia politica dell'Europa.
Forse il tracollo dell'Europa potrebbe essere il punto di partenza per un nuovo europeismo, per la costruzione di un'unione politica ancor prima che monetaria, per un'Europa che sia in mano ai propri cittadini, e non come e stato sinora nelle mani di qualche politico e tanti, forse troppi, banchieri.

domenica 18 aprile 2010

Le riforme possibili....

In questi ultimi giorni sentiamo di nuovo parlare spesso di "riforme". Riforma della giustizia, riforma della sanità, riforma del sistema elettorale. E come ogni volta che si parla di riforme il Parlamento si spacca in due: tra coloro che vogliono le riforme e coloro che accusano chi vuole le riforme di essere fascista, di voler distruggere la Costituzione di cui chi si oppone è il solo garante e altre cose che si possono sentire in questi giorni, basta aprire un qualunque telegiornale per sapere quello che si dice. La cosa particolare è che questi discorsi vengono fatti indipendentemente da chi propone le riforme, come se fossero qualcosa di insito nel sistema italiano.
Eppure sarebbe una cosa normale per un Paese come il nostro, arretrato politicamente rispetto al resto di Europa per non dire del mondo occidentale, volere una riforma per fare in modo che il nostro sistema funzioni al meglio.
I motivi per cui sono necessari le riforme sono molteplici: il fatto che il premier sia eccessivamente vincolato al Parlamento limita di molto l'azione del Governo, la funzione non compresibile ai più del Presidente della Repubblica, oppure il numero spropositato di parlamentari nelle nostre aule.
Bisogna dire per dovere storico che la nostra Costituzione è una delle migliori che sono mai state scritte, soprattutto per quello che riguarda i primi ventuno articoli basati interamente sulla Costituzione dei Diritti dell'Uomo e dell'Individuo. Va anche detto però la Costituzione italiana era anche stata scritta subito dopo la fine della guerra, da persone che avevano vissuto il fascismo sulla loro pelle. Proprio per questo è stato creato un sistema parlamentare che delegasse tutto il potere non nelle mani del Premier, semplice ratificatore del Parlamento che è il vero detentore del potere. Questo sistema per quanto possa essere considerato democratico è anche deleterio per un Paese. Se per ogni decisione da prendere sono necessarie mesi se non anni di dibattito che spesso si conclude in un nulla di fatto. Se vogliamo fare in modo che il Paese possa andare avanti sarebbe necessario che il Presidente del Consiglio fosse una persona che ha poteri decisionali. A chi di dovere discutere quale possa essere il sistema migliore anche in base a quella che è la cultura non solo della nostra tradizione politica ma anche quella del nostro popolo. Partendo da questo presupposto sarà necessario che tutte le forze in campo facciano in modo da poter avviare la discussione mettendo da parte per almeno un momento le differenze politiche ed ideologiche, è una di quelle cose che deve essere fatta non per tornaconto di qualche politico ma per il bene ed il progresso dell'Italia per non rimanere ancora più indietro di quanto non siamo già adesso.

giovedì 25 marzo 2010

Povera Italia...

Uso il titolo di una canzone di Franco Battiato per cercare di descrivere quello che mi passa nella testa a poco meno di due giorni dalle elezioni regionali in quasi tutta Italia. Sebbene manchi poco meno di una settimana non ho ancora idea (e credo con me anche diversi italiani) idea di quali siano i programmi elettorali e che cosa i candidati vogliano fare per migliorare le condizioni delle Regioni in cui sono candidati.
Mai come in queste elezioni infatti, la politica è stata solamente gossip, continue offese, ricorsi vari e accuse reciproche. Inoltre senza un programma di approfondimento politico che sia uno (grazie alla inutile legge sulla par condicio che invece che limitare il potere mediatico di Berlusconi per assurdo lo accresce) i cittadini non hanno nemmeno potuto sentire i candidati confrontarsi su programmi e idee. I pochi fortunati che sapevano ad esempio che Enrico Mentana aveva avviato una tribuna politica su web lo avrebbero potuto sapere solo leggendo il Corriere della Sera o magari digitando Mentana su google, ma quanti vanno a cercare Enrico Mentana su Google? Il divieto di trasmissione per i programmi di approfondimento politico, invece che migliorare la situazione, evitando scontri politici ha ottenuto per paradosso l'effetto opposto. Ci siamo trovati di fronte alla solita opposizione tra chi sostiene che Berlusconi sia un dittatore e difende Michele Santoro come paladino della libertà di stampa e di espressione, e chi invece sostiene (citando proprio Berlusconi) che Santoro è offensivo, fazioso e comunista. Questo è stato il tema dominante per quasi tutta la campagna elettorale: il fatto che non ci fossero i programmi politici e di approfondimento politico. Il Partito democratico, dato che non ha argomenti da presentare (perchè ad esempio nella Regione Lazio sostiene come candidato Emma Bonino perchè non aveva altri da presentare) ed in Puglia Nichi Vendola grazie ad una sorta di suicidio politico avvenuto con le primarie e con le deliranti proposte del candidato di Massimo D'Alema, il sindaco di Bari Emiliano, che non ha trovato niente di meglio da fare per vincere le primarie che chiedere di mantenere il suo posto di sindaco di Bari, così magari se avesse perso sarebbe rimasto comunque sindaco.
Non che il Pdl sia da meno, con la storia delle liste nel Lazio ed altre storie che riguardano altre regioni. Sarebbe opportuno fermarsi, cancellare tutto e creare finalmente una nuova classe dirigente, perchè l'Italia torni a contare davvero qualcosa e non sia più uno dei fanalini di coda dell'Unione Europea e torni ad essere un valido interolocutore per il mondo come era appena uscito dalla II Guerra Mondiale, ai tempi per dire di Alcide de Gasperi, quando la politica era ancora politica e non gossip e basta.

mercoledì 17 marzo 2010

La politica scomparsa (AAA leader politici cercasi)

Quello che sta avvenendo in Italia negli ultimi quindici anni è preoccupante.
Sta scomparendo una intera classe politica preparata e capace di analizzare la realtà ed interpretare il mondo in modo da poter governare il Paese al meglio per raggiungere e mantenere quello che la società liberale definisce il bene comune.
La natura dei politici italiani è sempre meno quella di amministratori e persone capaci e diviene sempre più quella della politica manifesto e del politico che viene candidato solo per prendere voti senza una adaguata preparazione a quella che è la cosa stato ed il modo in cui questa vada gestita. Spesso e volentieri (da quando sono spariti i grandi partiti di massa) ci siamo trovati ad essere governati da personaggi discutibili non tanto da un punto di vista morale, ma da un punto di vista meramente gestionale. Politici che hanno fatto campagne elettorali a slogan, senza comprendere quelle che erano le reali condizioni del Paese e senza comprendere come e dove si dovesse operare per migliorarle. Non parlo del solo Berlusconi, anche se il via a questa nuova idea politica la ha data proprio lui con la nascita di Forza Italia nel 1994, ma di tutti quelli che si sono succeduti ai governi italiani da quindici anni a questa parte. Tutti i leader politici, più o meno una volta, hanno detto che siamo ormai entrati in una fase post ideologica e che è necessario cambiare il modo di fare politica. Eppure, agli occhi di chi la studia, la politica appare la stessa da quindici anni a questa parte: una sterile contrapposizione tra coloro che amano e coloro che odiano Berlusconi. Non esiste un reale dibattito su come si vuole operare per il bene del paese, non esiste una seria analisi economica, morale e politica di quello che sta cambiando nel nostro paese.
I dibattiti sono spesso limitati a due o tre concetti chiavi che vengono ripetuti all'infinito:
1) difendi gli immigrati, sei comunista, non lo fai sei razzista o fascista.
2) sei per la difesa della vita, sei credente e fascista, non lo fai giustifichi la morte e sei comunista
e via dicendo di questo passo. Non esiste su nessuno di questi punti una chiara analisi di cosa vogliano dire realmente questi dibattiti che dovrebbero essere il sale della vita democratica di una nazione che si definisce democratica e spesso le decisioni vengono demandate al popolo in modo che la classe politica se ne possa lavare le mani (mi viene da pensare a tutta la questione della fecondazione assistita e tutto quello che ne è seguito o al nucleare, in cui gli italiani hanno dovuto votare non secondo una concezione logica e razionale, ma secondo l'emozione di Cernobyl).
Una classe politica che fosse davvero tale dovrebbe avere il coraggio di assumersi responsabilità, anche scomode e portare avanti quelle battaglie che ritiene giuste invece che appiattirsi su posizioni che non saranno più dottrinali ma che somigliano molto a posizioni da tifo allo stadio.
Fino a che questo non avverrà le condizioni del Paese non potranno certo migliorare ma, al contrario, continueranno a peggiorare sino all'avvento di un nuovo Mussolini che ripristinerà una nuova dittatura modello fascista.
Eh sì, perchè come amava dire Woody Allen, "la storia si ripete, nessuno comprende i propri errori la prima volta".

mercoledì 17 febbraio 2010

analisi della sinistra italiana

La situazione politica italiana non è decisamente delle migliori. Sempre più spesso si parla solo di scandali gossip, giullari, saltimbanchi e prostitute che cercano favori dai potenti quella che dovrebbe essere la morale del Paese va a farsi benedire.
La sinistra italiana, rappresentata dal Partito Democratico e dalla Federazione della Sinistra non è esente da questa deriva etica e morale.
Partiamo dalla nostra analisi dal Pd, quello che dovrebbe essere il partito che si spaccia come erede del Partito Comunista e di tutto il suo bagaglio etico e morale rappresentanto da Enrico Berlinguer e da tutti quelli che sono stati i segretari precedenti del Partito Comunista Italiana. Il Pd, alla vigilia delle elezioni europee, sembra essere un partito allo sbando che non sa come comportarsi e come agire in una situazione per il Paese che definire drammatica potrebbe essere anche limitativo. Da una parte cede alla tendenza giustizialista del partito di Di Pietro, che non avendo ancora una propria visione politica ed una propria reale alternativa al Governo sta portando avanti una battaglia personale contro Berlusconi e a favore della giustizia. Battaglia più che giusta, dato che nessuno può pensare di essere esente dalla giustizia, ma una battaglia che rischia di sfociare nel peggior giustizialismo se insieme ad essa non si riesce ad avere una visione di insieme di quelli che sono i problemi del Paese e del modo per affrontarli. Va detto che in questo contesto il Partito Democratico oscilla dalle tendenze più giustizialiste fino a quelle che vogliono dialogare con la maggioranza per portare avanti quelle riforme che sarebbero necessarie al Paese per rinascere dalle proprie ceneri e risollevare una situazione economica drammatica che rischia di peggiorare ulteriormente.
La sinistra cosidetta radicale, dal canto suo, fa fatica a rinascere dopo essere uscita dal Parlamento con le ultime elezioni politiche e con la sconfitta a tratti umiliante delle Europee. La tendenza suicida della sinistra a separarsi ha fatto in modo che in Italia ci fossero sei partiti che hanno nel proprio simbolo falce e martello o che si richiamano ai valori del comunismo ritenendosi vera erede del Partito Comunista e della morale da essi rappresentata. La nascita della Federazione della Sinistra, che per i militanti avrebbe dovuto essere una rinascita comunista per i dirigenti non è che un dire volemose bene per mantenere il posto alla Regione o al Comune senza una vera e propria analisi politica di quello che succede in Italia o di quelle che sono le necessità del Paese. Ho avuto modo di analizzare la Federazione della Sinistra, rendendomi conto che l'operazione rischia di essere la stessa che ha portato alla nascita del Pd con una proporzione più piccola e quindi destinata a sparire. Mi è capitato di sentire una discussione tra i due massimi partiti della Federazione (Pdci e Rc) in cui i rispettivi dirigenti si accusavano di "stalinismo" e "trozkismo". Ora, queste accuse sono rispettivamente del 1930 circa per quello che riguarda il trozkismo e del 1956 quelle di stalinismo. Forse, dei ragazzi che sono nati nel 1989 e che hanno letto dell'Unione Sovietica solo sui libri di storia giudicheranno queste discussioni come dei dibattiti tra pazzi, che non sanno fare altro che discutere di cose vecchie ed ideologicamente lontane da quelle che sono i bisogni del Paese. Allo stesso modo le accuse di "fascismo" o di "comunismo" che si muovono a vicenda esponenti nazionali del Pd e del Pdl fanno pensare ad un Paese che ancora deve superare un periodo storico che in ogni parte del mondo è terminato e che noi facciamo ancora fatica ad analizzare. La voglia di sinistra della gente, dei comunisti o di quelli che ancora si definiscono tali sta facendo prendere una strana deriva alla politica italiana: da una parte ci sono quelli che vorrebbero un'unione di tutte le forze di sinistra, dall'altra ci sono quelli che tendono ad un assurdo identitarismo di sinistra che lascia il tempo che trova in una fase in cui le identità si sono perse. Non dico che ci sono delle identità che si sono perse, ma credo che ci sono delle cose che si sono evolute, che la visione del mondo così come era prima dovrebbe essere analizzata forse secondo una chiave diversa e più moderna. Mi verrebbe da dire, quando sento le riunioni della sinistra radicale che il contenitore delle forze di sinistra esiste ed è il Pd. Il solo modo per poter vedere di nuovo la sinistra in Italia vincere sarebbe quella di unire tutte le forze, compreso il Partito Democratico, fare in modo che ci sia un solo contenitore politico così come è il Labour Party in Inghilterra che riunisce insieme riformisti e trozkisti sotto una sola bandiera che collaborano per il bene del Paese. Il giorno in cui arriveremo a questo forse saremo capaci di sconfiggere le destre. Forse in quel caso si supererà anche quella concezione di "destra fascista" e "sinistra comunista".
Fino a che questo non avverrà saremo costretti a vivere con un Paese che ha dieci opposizioni invece di una, costretto a dover tutelare i diritti non di soli due partiti (o massimo tre) ma di una ventina o trentina. Fino a che questa folle situazione di stallo non si supera la nostra sinistra sarà perennemente destinata a dividersi, a morire a perdersi.