Utilizzo un titolo di un libro di Francis Fukuyama intitolato, appunto, la Fine della storia per cercare di spiegare quello che sta avvenendo in Grecia e che presto potrebbe accadere anche nel resto d'Europa, e soprattutto in Italia (per quanto ne possano dire i nostri pompieri vari nel Governo che si ostinano a negare dati evidenti anche ad un cieco). Partiamo dall'inizio però, dall'acronimo Piigs (Portugal, Ireland, Italy, Spain, Greece): la BCE (Banca Centrale Europea) ha stilato una lista dei cinque paesi dell'Unione a rischio default, o bancarotta se preferite. La BCE chiede che i paesi si mettano in regola con i parametri economici di Maastricht per non essere espulsi dall'Unione stessa. La conseguenza ovvia di questa situazione è che i paesi richiamati iniziano ad operare tagli su tagli (sanità, scuola, welfare, pensioni, posti di lavoro) per cercare di risanare delle economie che sono in crisi nera anche a seguito della crisi di capitale che si è avuta negli Stati Uniti. La Grecia, che in questi anni ha aumentato il proprio tenore di vita con stipendi da super manager e pensioni di lusso, non ha retto alle misure economiche ed è tracollata. Per poter far fronte al pesante indebitamento estero è stata costretta alla sospensione di stipendi, pensioni e tutto quello che si poteva sospendere con una manovra economica che più che scatenare il malcontento popolare ha dato vita ad una vera e proprio rivoluzione di massa. Gli altri paesi a rischio stanno prendendo misure che vanno esattamente nella stessa direzione, magari non conseguenze tragiche come la Grecia ma comunque con un rischio di destabilizzazione politica molto alta. La sola Italia, per dire, deve trovare il modo per tagliare 28 milioni di euro entro il 2013 per poter risanare il proprio deficit e sperare in questo modo di poter uscire dal baratro in cui si trova in questo momento.
Va detto comunque, che non è per niente detto che nel 2013 ci arriveremo con l'euro, visto che la moneta unica si è rivelata un fallimento su tutta la linea. Paul Krugman, economista americano, aveva previsto che la moneta unica in Europa non sarebbe potuta durare per una motivazione molto semplice: nonostante esistesse all'apparenza una politica economica comune ogni stato facente parte dell'Unione era autonomo e spendeva i propri soldi come meglio credeva a patto che fosse in regola con i parametri che di volta in volta venivano presi dalle banche centrali. L'unione monetaria era di fatto destinanata a finire per un motivo semplice: non esiste unione monetaria senza unione politica. Non è un caso che quando si iniziò a parlare di Europa (e stiamo parlando degli anni della guerra periodo del manifesto di Ventotene) si parlava di Stati Uniti d'Europa. Il progetto originale doveva essere quello di creare una serie di stati federali, che avessero un progetto in comune non solo di unione monetaria ma anche e soprattutto di Unione politica. Quando Obama era venuto per la prima volta in Europa, durante la campagna elettorale, aveva chiesto la collaborazione dell'Unione Europea per la sua politica estera, un segno di apertura insomma che avrebbe fatto ben sperare. Se a questo si unisce il fatto che l'Europa aveva deciso proprio in quel periodo di dotarsi di un premier e di un ministro degli esteri proprio pareva proprio che si stesse imboccando la direzione giusta. Invece sono stati scelti due emeriti sconosciuti, il che non ha che peggiorato la strategia politica dell'Europa.
Forse il tracollo dell'Europa potrebbe essere il punto di partenza per un nuovo europeismo, per la costruzione di un'unione politica ancor prima che monetaria, per un'Europa che sia in mano ai propri cittadini, e non come e stato sinora nelle mani di qualche politico e tanti, forse troppi, banchieri.