Non condivido nulla di ciò che dici ma sono disposto a morire per difendere il tuo diritto a dirlo. Voltaire
giovedì 30 dicembre 2010
Quando la cultura diviene un peso
La riforma dell'università del ministro Mariastella Gelmini è passata anche al Senato, due giorni prima di Natale, in attesa del pronunciamento del Presidente della Repubblica (che ancora può rifiutarsi di firmare la riforma) nel frattempo si discute ancora su quali prospettive apra questa riforma per chi un domani si vuole iscrivere all'università con l'obiettivo di fare ricerca, di produrre sapere, apportando un contributo intellettuale al Paese. Sono rimasto colpito dalle parole dette dalla Gelmini alla discussione del documento al Senato "finalmente abbiamo eliminato il Sessantotto". Quelle parole possono essere intesi in tanti, forse troppi modi. Il Sessantotto era stato il momento in cui le università si erano trasformati da luoghi per famiglie di benestanti a luoghi liberi di sapere per tutti. Si trattava di costruire un nuovo modello di università e di società, un modello in cui il figlio dell'operaio fosse uguale a quello del politico o dell'avvocato, una società in cui l'università pubblica e libera fosse accessibile a tutti quelli che volevano accrescere la propria cultura. Ovviamente un modello universitario simile avrebbe dovuto anche prevedere un sistema di meritocrazia che invece pare non aver funzionato, o aver funzionato solo in parte. Eppure il modello universitario che si vuole imporre con questa riforma è un modello arcaico, in cui solo i ricchi possono permettersi il lusso di fare ricerca e di pagarsi le rate delle università. L'ingresso dei privati all'interno dei Consigli di amministrazione di fatto, limita la libertà di ricerca. Non si tratta di singoli finanziamenti a progetti di ricerca come avvenuto sinora, ma si tratta di privati che dovrebbero avere potere decisionali all'interno dei Consigli di amministrazione, non solo aumentando tasse ma anche e soprattutto bloccando progetti di ricerca "scomodi". Questa, che ovviamente (si spera almeno) è un'esagerazione, deve far riflettere coloro che in qualche modo sostengono questa riforma. Se un intero popolo, quello degli studenti si mobilita contro questa riforma evidentemente qualcosa di vero ci dovrà pur essere. Una riforma dell'università è necessaria, perché il sistema non andava bene, ma una riforma non deve dimenticare quello che è l'articolo 9 della Costituzione italiana "La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica". A meno che non si tratti della vecchia idea che il popolo si governa con l'ignoranza, e fino a prova contraria noi siamo ancora una democrazia.
lunedì 20 dicembre 2010
La deriva
Quello che sta succedendo in Italia, soprattutto nelle ultime settimane, testimonia come il nostro sia ormai un Paese alla deriva, che sempre più sprofonda in un baratro di pessimismo e fastidio verso qualunque forma di istituzione politica e verso un ampliamento del conflitto sociale. Quindici lunghi anni di berlusconismo hanno di fatto svilito il dibattito politico in Italia, riducendo tutto alla semplice e pura compravendita di qualche voto per ottenere la fiducia e poter campare ancora qualche mese senza problemi nelle aule parlamentari. La sfiducia delle persone nelle istituzioni, culminata poi negli scontri di Piazza del Popolo il 14 dicembre, sono il sintomo di una situazione generale che tende sempre più ad esplodere, perché mancano alternative politiche in grado di rispondere ai bisogni di una popolazione che si sente sempre meno rappresentata e sempre più umiliata, offesa e presa in giro da una classe politica che prima nega l'esistenza della crisi e poi tenta di risolverla tagliando tutto il tagliabile nella speranza di evitare il tracollo. Eppure, quando in tempi non sospetti si diceva che Berlusconi avrebbe di fatto eliminato la classe media, nessuno prendeva sul serio quelle sirene, fino a che quello che quelle poche persone che all'epoca venivano chiamate Cassandre non si è avverato: la classe media è scomparsa, con un disegno preciso di annichilire in consenso che nasce dal pensiero. Per questo ci si oppone alla riforma universitaria, che taglia indiscriminatamente alla ricerca, senza tenere conto che la ricerca potrebbe essere la reale salvezza del Paese, e si cerca di ammutolire il dissenso di coloro che pensano, dicendo che sono solamente dei facinorosi che difendono privilegi per pochi. La considerazione che viene da fare è che l'ignoranza sia la migliore alleata dei regimi, che pensare non possa essere concesso in un momento in cui il pensiero potrebbe portare davvero sull'orlo della rivoluzione. Un Paese ormai in ginocchio, senza più intellettuali, con una classe politica incapace di vedere al di là del proprio naso e dei propri privilegi, che preferisce le offese al vero dibattito parlamentare, che non sa che cosa dire e quindi sputa veleno sull'avversario, ma senza un criterio logico, non contestazioni sui programmi ma sulla persona, sic et simpliciter. In questo va detto che ha vinto Berlusconi, e che per superare questo modo di vivere la politica ci vorranno due o forse tre generazioni; la rinuncia a qualunque forma di ideologia (o per meglio dire di ideale) ha di fatto annichilito la possibilità di costruire un dibattito politico, confondendo le carte tra destra e sinistra rendendo tutto lontano ed inestinguibile, rendendo di fatto impossibile intavolare una qualche discussione politica di qualsiasi genere. Quello che di certo appare chiaro è come questo sistema abbia preso piede anche per colpa della sinistra, che spesso e volentieri è rimasta chiusa nel suo ideologismo e nella sua voglia di rinnovamento (che ha portato alla fine alla rinuncia delle sue stesse radici) in nome di un rinnovamento che di fatto non è mai avvenuto. Preferendo seguire Berlusconi sulla sua stessa strada, quella della politica spettacolo, hanno perso di vista quelle che erano le radici del pensiero non tanto comunista, ma socialista e social-democratico. Portando avanti la tesi che la social democrazia in Italia non avrebbe mai funzionato hanno cercato di portare avanti la costruzione di un partito prendendo a modello la realtà americana, lontana sia dalla nostra concezione politica sia dal modo in cui influisce sulla popolazione. è venuta a mancare la presenza sul territorio, dicendo che tanto abbiamo Facebook e Twitter, si è pensato di poter essere autosufficienti portando avanti la linea politica dello spettacolarizzazione e della politica. Va detto, che se allarghiamo il campo della nostra analisi anche la sinistra ha contribuito allo svilimento di un'intera generazione, quella di trent'anni che ha perso ogni punto di riferimento sia in Parlamento che nella vita. Perché chi era stato ed è ancora di sinistra si trova a dover scegliere tra votare un partito (Partito Democratico) che tende sempre di più al centro in nome del dato elettorale ed una sinistra extra parlamentare che sarebbe eufemistico e riduttivo definire frammentata. Trovare una situazione a questo stato di cose, deve essere una necessità per evitare il tracollo dell'intero sistema, attraverso l'allargamento di un conflitto di classe che molti consideravano concluso con il crollo del muro di Berlino, o per meglio dire che molti consideravano solo come una semplice ideologia dettata dalla moda, ma che invece si sta pericolosamente allargando a quelle classi sociali che prima ne erano esenti, quella media borghesia che una volta che vede intaccati i propri privilegi scende in piazza per difenderli, estendendo poi la sua lotta a tutti quelli che hanno voglia di lottare. Iniziano così le rivoluzioni, è così che si sviluppano le tragedie ed i totalitarismi, una classe politica responsabile avrebbe il dovere di capire che questi sono rischi che una moderna democrazia non può correre, una moderna e responsabile classe politica è quella che dice "scusate, ho fatto una cazzata" e si mette da parte, ma qui ormai pare che la responsabilità non esista, che l'individuo venga prima della collettività, che la divisioni per classe si debba ampliare, che la spirale discendente di questo nostro Stato sia giunta alla fine, se così fosse che Dio ci salvi, perché forse rimane appellarsi solo a Dio...
domenica 5 dicembre 2010
Requiem per un paese defunto
Usare la parafrasi del libro di Fejto, Requiem per un impero defunto, mi pare essere la giusta spiegazione per quello che avviene in Italia in questi mesi. Gli ultimi eventi della storia della politica italiana confermano il fatto che ormai siamo a quella che è la fine di un'era, fatta di mala politica, di squallidi personaggi che sono attaccati alla loro idea di potere e che non sono stati in grado di governare l'Italia dal 1994 in poi. L'esplosione dei conflitti sociali, che sono sfociati nei tentativi da parte degli studenti di invadere la Camera ed il Senato sono solo alcune delle situazioni che si sono venute a creare in Italia in questo momento. La crisi ormai, generalizzata a qualunque settore della politica italiana, non deve essere sottovalutata, come non deve essere sottovalutato nessuno degli effetti deleteri che questa crisi avrebbe nel nostro modello sistemico e nel nostro modello di Paese. Non ci sono politici in grado, in questo governo almeno, che sono in grado di spiegare che cosa sia successo e che sono in grado, come logica conseguenza, di uscire dalla crisi etica, economica, morale e politica che ha colpito l'Italia in questi ultimi anni. Non possiamo di certo dire che siamo messi bene, se il nostro governo, si trova a difendere un premier che in qualunque altra parte del mondo sarebbe impresentabile e se ci troviamo nella situazione piuttosto anomala in cui Governo ed opposizione sono dalla stessa parte. La nostra sinistra, incapace di intercettare quelli che sono i malcontenti della massa, sembra anche essere incapace di uscire da quella crisi atavica che la colpisce da ormai troppi anni e che la allontana sempre più da quelli che sono i reali bisogni del Paese e le sue necessità. Siamo ormai tutti prede e vittime di una classe dirigente vecchia, completamente incapace di stare al passo con i tempi e che non sa fare altro che parlarsi addosso e sputare veleno sul proprio avversario per avviare una deleteria caccia a chi dice più insulti nel tentativo di demonizzare piuttosto che di affrontare. Da questo schema non sono esenti né la maggioranza né alcuni partiti di opposizione, incapaci di articolare un discorso politico coerente senza sfociare nell'offesa per l'avversario. La situazione, oggettivamente grave, si potrebbe risolvere solo attraverso un accordo tra tutti i partiti che decidessero per un anno o due di mettere da parte gli odi per arrivare alla costruzione di un governo di emergenza, anche particolarmente lungo che fosse capace di risolvere quelle che sono le cose più impellenti per il Paese, a partire per esempio proprio dalla situazione economica e la legge elettorale. Allo stesso modo dei Padri, che nel 1945 si erano riuniti per firmare la Costituzione, oggi si deve essere uniti per fare in modo che si possa risollevare il paese da un quindicennio di Berlusconi, deleterio per il Paese e per la morale delle persone. Se è vero, come si dice in questi mesi, che il berlusconismo ha fatto del male non solo al Paese, ma anche alla nostra moralità; cambiare modo di fare politica e modo di agire potrebbe per noi essere la sola speranza per uscire dal conflitto che si è instaurato in questi anni in Italia, è quella di sedersi ad un tavolo e rivedere tutti i rapporti politici e l'idea stessa che noi abbiamo di politica. Non possiamo rinascere se non facciamo come i Padri Costituenti che, mettendo da parte i loro odi e le loro questioni interne, hanno deciso di unire le forze per rendere l'Italia moderna e competitiva, uscire dalla crisi vuol dire anche questo: ripensare a tutto quello che siamo e che siamo stati, ripensare al nostro modo di vedere la vita e la politica, rivedere tutti i nostri rapporti di forza, perché non ci sia un domani un altro berlusconismo, un altro fascismo, ed un altro pericolo per la democrazia. La sola via che abbiamo dovrebbe essere questa. Dopo il requiem per un impero è necessario per la storia, iniziare la rinascita della nazione, con i valori che ci siamo dati sin dalla nostra nascita e che ancora oggi dobbiamo dire di difendere e di fare nostri per la sopravvivenza di un'idea di Italia.
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