venerdì 16 dicembre 2011

Quell'Italia che non si vuol sacrificare

Alla prima manovra del suo Governo Mario Monti si è subito accorto di una cosa, semmai gli fosse sfuggita: gli italiani non hanno nessuna intenzione di sacrificarsi per il bene del Paese. Ogni cittadino si lamenta delle caste (quelle di cui non fa parte), si lamenta della classe politica incompetente, si lamenta dei costi eccessivi della politica, dei medicinali, dei taxi e dei mezzi pubblici e di qualunque altra cosa di cui si potrebbe lamentare lo scibile umano. Si chiede che la politica risponda al problema dei rifiuti a Napoli, ai problemi dei costi eccessivi dell’energia e di tutte le altre cose che non vanno nel Paese, eppure quando si tratta di sacrificarsi non hanno nessuna intenzione di farlo. Negli Stati Uniti d’America esiste un acronimo per definire questa tendenza: NIMBY, not in my back yard – che si potrebbe tradurre con “non nel giardino di casa mia” – ragionamento che alla fine risulta essere deleterio per la sopravvivenza stessa del Paese. Si chiede di risolvere il problema dei rifiuti, ma non si vogliono discariche o termovalorizzatori che deturperebbero il panorama della nostra casa che vedrebbero la mattina affacciandosi alla finestra. Si chiede alla politica di ridurre i costi dello Stato, lottando contro la casta, ma non appena si vanno a toccare le altre caste, a partire per dirne una di quella dei tassisti, iniziano le ribellioni, le manifestazioni di dissenso e le logiche della casta contro casta. Farmacisti contro parafarmacisti, tassisti contro politici e contro altri tassisti, avvocati contro magistrati e magistrati contro calciatori, che a loro volta sono contro tutti gli altri. Tutto questo mentre i cittadini sono sempre più costretti a pagare una crisi che non sono stati loro a scatenare e che a loro volta – spesso anche giustamente va sottolineato – sostengono di essere già stati tassati abbastanza, di aver pagato anche troppo per salvare le banche, mantenere i privilegi della politica, della casta sempre disposta a tassare gli altri e chiedere sacrifici ma che sempre meno sembra essere interessata lei stessa a fare sacrifici. Siamo alle prese con la crisi nera del consenso popolare, di un crollo di fiducia nei mezzi della politica e di conseguenza tutti sono sempre meno disposti a sacrificarsi per il bene del Paese. Il Governo Monti non viene dalla politica, ma è un governo tecnico imposto dall’alto perché la politica non è stata in grado di rispondere alla crisi. Già dal suo primo discorso Monti era stato sincero: saranno anni duri, un periodo in cui si chiederanno a tutti pesanti sacrifici sotto ogni punto di vista, un momento in cui tutti gli italiani si dovranno sacrificare. È vero, Monti sotto molti punti di vista è stato molto timido, ad esempio nel non imporre una tassa patrimoniale degna di questo nome, oppure nel non colpire la casta sino in fondo ma segnali di apertura e di modifiche della logica della politica interessi di pochi, si sono visti. La possibilità che venga reintrodotta la Tobin tax (tassa sulle transazioni finanziarie, dal nome di colui che la propose per prima) è una di queste apertura. L’altro segnale interessante è la volontà di Mario Monti di accelerare il più possibile sull’adeguamento degli stipendi dei politici alla media europea, misura necessaria più che altro per dare un segnale. I politici gravano meno di tanti altri esponenti di tante altre caste sul bilancio dello Stato, ma tuttavia sono quelli mediaticamente più esposti e quindi quelli che per primi dovrebbero dare il buon esempio ai cittadini, intanto accettando anche loro i sacrifici che vengono imposti adeguandosi a prendere “solamente” cinquemila euro al mese invece degli undicimila attuali e accettando di andare in pensione come tutti a sessant’anni – se non proprio a sessantacinque – e andarci solo con i contributi che hanno versato e non con un vitalizio che spesso appare come ingiustificato ai cittadini che prendono cinquecento o seicento euro di pensione. È un errore chiedere ai pensionati che prendono più della pensione minima (al di sotto dei cinquecento euro) di aprire un conto corrente per avere la pensione, perché è una misura che andrebbe solo a favore delle banche. Si potrebbero pensare – come sono stati pensati del resto – degli alleggerimenti per gli anziani che aprono un conto, magari riducendo il costo delle commissioni o abbassando i tassi di interesse sui conti corrente. Le cose da fare sono tante e sono diverse, ma ci vuole pazienza. Dopo il risanamento, come avvenne alla fine della II Guerra Mondiale, arriva la crescita, si tratta solo di portare pazienza, attendere e cooperare tutti, senza escludere nessuno, al bene del Paese.

lunedì 21 novembre 2011

Rischi e vantaggi di un governo tecnico

La fase attuale della Repubblica italiana, se vogliamo, è una delle fasi più drammatiche che abbia mai vissuto la politica italiana. Se andiamo ad analizzare quelli che sono stati i provvedimenti del Governo soprattutto dell’ultimo anno e mezzo ci rendiamo conto che c’è stato un vero e proprio vuoto istituzionale, che né maggioranza e né opposizione sono state in grado di colmare. Quelli che sono i partiti in Parlamento, che teoricamente dovrebbero essere espressione della società civile nel Paese in realtà sono diventati dei monoliti incapaci di analizzare la crisi e di conseguenza di trovare una soluzione. Era una cosa ovvia con un Parlamento bloccato tanto dai provvedimenti ad personam che si faceva approvare il premier e la contestazione che nasceva dai banchi dell’opposizione, tutto mentre l’Italia sprofondava lentamente nella crisi economica sempre più forte e sempre più violenta. Non a caso è nato un Governo che, almeno per adesso, non ha nelle sue file nessun esponente politico di spicco, nessun nome noto al grande pubblico, ma solo nomi di professori e tecnici, almeno all’apparenza sconosciuto ai più, che sono la maggioranza del Paese che in questi anni si è spesso trovato a riconoscere nei telegiornali della sera facce note e meno note della politica che comunque erano diventate abitudinarie o quasi della nostra vita. Al di là dell’entusiasmo per la fine del berlusconismo per adesso quello che si vede all’orizzonte nei partiti politici italiani, tuttavia è ancora un grande vuoto politico che un anno e mezzo di governo potrebbe anche far fatica a colmare. Ci sono troppi nodi ancora non risolti in quelli che sono i due partiti della maggioranza, dei nodi che ancora sono di difficile soluzione se si pensa solo ai dibattiti interni – anche a volte feroci – tra PD e PDL soprattutto nell’ultima settimana. Dai rottamatori di Renzi, arrivando sino alle scissioni interne al PDL e alla lotta fratricida tra gli stessi ministri del Governo – il caso Tremonti Brunetta rimane decisamente uno dei più eclatanti- dimostra come la nostra politica degli ultimi anni sia ormai giunta al capolinea. Quello che è avvenuto il 18 novembre del 2011, e se vogliamo ancora prima con il voto sul rendiconto alla Camera dell’8 dello stesso mese, dimostrano come ormai sia fallito un modello politico bipolare che di fatto è stato più dannoso che altro per il Paese. Un bipolarismo sano dovrebbe essere fondato sulla discussione di un progetto politico, che in molti punti potrebbe anche essere condiviso tra le parti in caso di emergenza, ma che in molti altri casi non è stato altro che un vuoto parlare addosso senza un minimo di realismo e di continuità con il passato. Gli ultimi diciassette anni sono stati interamente dominati, in positivo quando in negativo, dalla figura immensa di Silvio Berlusconi. L’Italia era suddivisa tra chi era a suo favore e chi gli era contro in un infinito gioco delle parti da cui nessuna delle due parti in campo sembrava di essere capace di uscire. Adesso che si parla di superare l’antiberlusconismo per tornare a fare politica sembra quasi che la classe dirigente sia rimasta spiazzata da quello che sta avvenendo. Un paio di considerazioni su questo governo devono essere fatte: innanzi tutto credo che istituzionalmente questo sia il Governo più vecchio mai avuto dalla storia della nascita della Repubblica italiana, e forse dell’intera breve storia della Repubblica italiana. Un governo totalmente privo di esponenti politici, un governo che non di politica deve parlare ma di finanza e di risanamento del bilancio. Da qui la scelta di Monti di formare una squadra di governo formata interamente di tecnici e non di politici, per fare in modo che si evitassero non solo ogni forma di discussione in Parlamento, ma anche per impedire che potessero emergere ulteriori conflitti tra le parti, perché le decisioni da prendere sono piuttosto pesanti e sono dell’idea che molto presto inizieranno a scontare tutte le parti in causa che lentamente verranno chiamate da questo Governo a lavorare per la difesa e la tutela del bene comune. Sono iniziati già i distinguo, a nemmeno un giorno che il Governo si è insediato ottenendo una fiducia record alla Camera quanto al Senato. Si è parlato di questo governo di Governo dei “poteri forti”, termine vago per indicare un governo fatto comunque di persone che in qualche modo sono collegate al mondo della grande finanza internazionale, attraverso soprattutto le banche di capitalizzazione americana – lo stesso Mario Monti era stato consulente, prima di avere l’incarico del Governo della banca americana di Goldman Sachs – o di non meglio specificati occulti poteri che non sono identificabili almeno ad una prima occhiata. Si è parlato di governo della finanza, e forse questa dicitura è più corretta in questo momento. Si è anche detto che dietro il Governo ci fosse il Vaticano oppure lo stesso Berlusconi, che ha spinto per una soluzione Monti per poter meglio controllare il suo stesso partito, il Parlamento ed il Paese. Al di là di tutte queste considerazioni, questo governo apre una possibilità senza precedenti nella politica italiana: ricominciare da zero, riprendere le fila di una discussione che spesso negli ultimi anni non ha fatto altro che suscitare indignazione nei cittadini che lentamente affondavano nella crisi e che vedevano davanti ai loro occhi spettacoli desolanti di un Governo incapace di trovare accordi per gestire la crisi, quella stessa crisi che tutti indistintamente hanno per un lungo periodo cercato di negare, anche di fronte all’evidenza. Non è stato solo il PDL di Berlusconi a negare l’esistenza della crisi, anche la stessa opposizione – impegnata nella logica dell’anti Berlusconi – non ha compreso a fondo andando a cercarne le conseguenze. La mancanza pressoché totale di un programma politico deve essere una colpa ammessa da tutti, non solo da Berlusconi: gli stessi di Pietro e Bersani tendenzialmente hanno cercato in questi anni il consenso attraverso una politica contro il Governo, politica che alla fine si è rivelata essere una carta vincente fino ad un certo punto. Se è vero, come è vero, che si è arrivati alla caduta del Governo Berlusconi è anche vero che quella delle opposizioni in realtà è stata una sorta di vittoria di Pirro dove di certo PD e IDV non sono usciti vincitori assoluti, ma ridimensionati nella loro stessa natura. Gli ultimi sondaggi danno ancora il PD al 28%, ovvero ancora sotto la soglia del 33% che si era riusciti a raggiungere con Veltroni alla prima uscita pubblica del Partito Democratico, nonostante lo stesso PDL sia sceso nei sondaggi e mentre la fiducia nel premier Silvio Berlusconi continua ad essere ormai in calo costante senza che nessuno sia in grado di intercettare quei voti. Si rischia, semmai si dovesse arrivare alle elezioni anticipate, intanto un sostanziale calo dell’affluenza al voto, e una vittoria dell’astensionismo modello Grillo, ma si rischia anche e soprattutto di consegnare il Paese a qualche forza populista, di destra come di sinistra che prenderebbe in consegna il Paese per una nuova dittatura di modello fascista come quelle che si trovano in alcuni Paesi del Sud America, dove il potere è detenuto da una vera e propria oligarchia. Ovviamente il mio riferimento non è a questo governo, ma a quello che ne potrebbe conseguire se le classi politiche tutte non sono in grado di recuperare senso dello stato, contatto con la propria base elettorale ed un coerente e serio progetto di governo, sia esso di destra sia esso di sinistra. Le possibilità che si esca da un crisi non attraverso una via democratica, ma con una sorta di via autarchica non è un’idea in fondo particolarmente remota: è già accaduto per dire in Italia, ad esempio con Mussolini, oppure in alcuni Paesi del Sud e Centro America soprattutto negli anni Settanta. Eppure le possibilità che vengono offerte alla attuale classe politica, da un Governo che in ogni modo è comunque la si voglia mettere espressione delle banche, è un’opportunità che nessun politico, né di destra né di sinistra si può permettere di sprecare. Negli ultimi diciassette anni abbiamo assistito ad uno spettacolo per certi versi desolante, con politici sempre più legati alle proprie poltrone e sempre più legati agli umori del solo Berlusconi, una classe politica intera che ha messo da parte ideali e valori per lasciare il posto ad una sorta di nulla ideologico che sempre meno ha fatto bene al Paese. Abbiamo inoltre assistito alla costruzione di un modello partitico, ispirato molto alla lontana al modello americano, che però è stato fatto in modo dozzinale dai nostri politici che hanno pensato che il partito liquido fosse la soluzione ottimale in risposta ad una società liquida. Molti hanno tendenzialmente citato il filosofo polacco trapiantato in USA Zygmunt Baumann, citando i suoi studi sulla formazione di una società liquida ed offrendo come soluzione quella di un modello partitico altrettanto liquido. Se invece letto in ogni sua parte la soluzione offerta da Baumann è esattamente opposta a quella che viene proposta: alla deriva della società liquida – perché di deriva si tratta – si risponde con un recupero di valori della società solida. Per usare una terminologia puramente filosofica, potremmo dire che la soluzione ad un pensiero debole non è la costruzione di un pensiero altrettanto debole, ma il recupero di un pensiero forte. Chi pensasse di usare questo Governo per restare al suo posto, non ha ben capito l’opportunità che ci viene offerta dalla crisi internazionale, almeno per quello che riguarda l’Italia: ripensare l’intera società ed il modo di fare politica, ripensare le nostre stesse parole d’ordine, superare difficoltà ideologiche in nome della difesa dei beni comuni come ambiente, acqua, diritti. Tutte cose che in qualche modo sono alla base della democrazia e tutte cose che sono alla base della discussione politica. Questo governo, sotto molti punti di vista potrebbe essere per la nostra classe politica una sorta di governo di ricostruzione nazionale, facciamo in modo che non venga tristemente ricordato come il primo Governo Facta del Terzo Millennio.

Lo sconfitto della globalizzazione

Lo sconfitto della globalizzazione Silvio Berlusconi è stato sconfitto dallo stesso mercato che aveva usato per mantenere il potere. Imprenditore prestato alla politica aveva scambiato il Parlamento per un mercato dove si potessero comprare voti per avere la maggioranza ed il suo stesso partito per un’azienda da cui si potessero licenziare persone non gradite, anche senza giusta causa. Era successo con Casini, che era stato “licenziato” dalla maggioranza e la stessa cosa è successa nell’ormai famoso vertice del PDL quando Fini venne cacciato dal partito per aver sollevato alcuni problemi relative alle politiche del PDL. Quando i mercati hanno iniziato a guardare con diffidenza Berlusconi il suo declino è diventato da lento ed inesorabile una vera e propria valanga che ha travolto tutto il partito e tutta l’Italia. Una fine ingloriosa per chi voleva essere ricordato come l’uomo della rivoluzione liberale in Italia, l’uomo che avrebbe abbattuto la vecchia politica per dare vita a qualcosa di nuovo. Invece, sotto Berlusconi, il sistema è diventato se possibile ancora più corporativo di prima ed il sano dibattito parlamentare è stato interamente cancellato tramutando la politica in uno squallidissimo dibattito pro o contro Berlusconi. Quando nel 2001 mi dissero che si doveva lasciarlo governare, avevo fatto una promessa: che se Berlusconi avesse fatto almeno la metà di quello che aveva promesso nel suo programma elettorale lo avrei anche potuto votare. Non sono mai stato un personalista della politica, ma ho sempre pensato che si debbano votare i programmi e non le persone. Invece il voto in Italia andava più che altro per simpatia, una personalizzazione della politica che ha portato alla costruzione di un bipolarismo malsano, costruito su singole figure invece che su singoli programmi. La personalizzazione della politica ha portato ad una lotta tra chi era a favore di Berlusconi e chi era contro di lui, bloccando di fatto ogni proposta di rinnovamento del Paese che si voleva portare avanti; ciò che era proposto dal governo era buono a priori, ciò che veniva proposto dall’opposizione era malvagio a priori. In questo modo il dibattito politico veniva bloccato su discussioni organiche che non erano altro che un vuoto parlarsi addosso, accuse reciproche, offese e spettacoli desolanti di risse in Parlamento, di quella classe politica che per i bambini e le generazioni di domani avrebbe dovuto essere da esempio. Il sistema di favori e contro favori si è rivoltato contro chi lo aveva creato, ecco il modo più facile per spiegare la fine di Berlusconi, una fine ingloriosa per chi si era vantato sino a pochi mesi fa di essere il premier più longevo della storia della Repubblica, il solo che era riuscito a portare a compimento cinque anni di mandato dalla nascita della Repubblica sino a noi. È vero, Berlusconi è stato capace di governare per cinque anni, ma è riuscito a farlo mandando via tutti quelli che potevano oscurare il suo potere. La lista di personaggi che Berlusconi ha fatto andare nel dimenticatoio per non oscurare la sua figura sono tante e sono diverse tra loro per formazione: Gianfranco Fini, Pierferdinando Casini, Marcello Pera, Renato Ruggero, e non ultimo Giulio Tremonti – che adesso pare andare a bussare alla Lega Nord per avere la tessera – scegliendo invece di circondarsi di personaggi mediocri che osannavano il premier come truppe cammellate ogni volta che lui apriva bocca. Un personaggio che ha bisogno di consenso perenne, in ogni campo in cui si impegna; dalle donne alla politica. Per bocca del suo unico biografo, Paolo Guzzanti, ha ammesso lui stesso che non ama essere contraddetto e che di solito chi lo contraddice non rimane molto nella sua squadra. Una logica che va ben al di là della concezione della normale prassi politica, una logica che nel corso degli anni ha ridotto la politica a pura propaganda pubblicitaria vuota di ogni contenuto politico, come non era mai stato prima. Berlusconi e l’enigma del consenso, potrebbe essere un libro per riassumere questi ultimi diciassette anni. Come sia stato possibile che un personaggio mediocre, un borghese arricchito, sia riuscito a far passare sé stesso per grande statista senza aver fatto assolutamente nulla per esserlo? E come è stato possibile che personaggi anche con esperienza politica notevole si siano lasciati trarre in inganno da un piazzista della politica, considerandolo come controparte autorevole per il dibattito nella politica? Se partiamo dalla prima domanda la risposta appare piuttosto ovvia: Berlusconi nel corso degli anni in cui è stato in politica non ha fatto altro che dire esattamente quello che gli italiani volevano sentirsi dire: che avrebbe ridotto le tasse, aumentato le pensioni, reso a tutti la vita di tutti più felice, permettendo a tutti di evadere le tasse che un paese di merda come l’Italia aveva sempre imposto agli onesti lavoratori siano essi imprenditori che avevano capitali all’estero siano lavoratori a contratto presso qualche azienda. Ha conquistato le vecchiette e le casalinghe ponendosi come vittima del sistema, dicendo che erano i giudici, Fini, Casini e i comunisti che gli impedivano di governare e di fare le riforme che in altre circostanze lui avrebbe sicuramente fatto. Sono anni bui per la Repubblica gli ultimi diciassette – venti non appena arriveremo alla fine del mercato – anni cui tutti i “poteri forti” dell’Italia hanno concesso credito ad un personaggio che all’estero godeva della stima solo di George Bush Jr. che comunque considerava B. un “utile idiota” che appoggiava qualunque guerra degli Stati Uniti per far piacere al suo alleato e amico Presidente degli USA. Bush ha perso, dovendo riconoscere che le armi di distruzione di massa Saddam Hussein non le aveva e costringendo il suo stesso partito, il Repubblicano ad ammettere che fosse stata un errore la guerra in USA. In Italia Confindustria, Vaticano e personaggi che si richiamavano alle liberalizzazioni per risollevare il Paese si sono ostinati a credere in quello che altro non era che un personaggio da operetta, millantatore di cose che non poteva fare. Marco Travaglio scrive nel suo ultimo editoriale all’Espresso dal titolo Quelli delle rivoluzioni liberali spiega piuttosto bene come Berlusconi non abbia mai fatto nulla per la rivoluzione liberale e come in realtà sia stato sempre più interessato al corporativismo piuttosto che alla rivoluzione liberale. Eppure di tempo ne avrebbe avuto e anche parecchio, come durante i suoi cinque anni di governo, se non si fosse perlopiù interessato a leggi e leggine che non avevano nessuna utilità per il Paese ma solo al mantenimento della casta. Un sistema che con la crisi dei mercati e miseramente tracollato, perché non era vero che l’Italia era sempre stata bene e che i ristoranti erano sempre pieni. Lentamente l’Italia e gli italiani hanno preso coscienza che la crisi non era individuale ma globale, hanno iniziato ad informarsi e non credere più alle menzogne del Governo. Berlusconi è stato sconfitto dagli stessi mercati e dalle stesse industrie che lo avevano creato: ha perso nel suo stesso campo della propaganda e non è stato capace di comprendere che il suo tempo era finito, come molti dei suoi colonnelli e generali avevano capito da un pezzo. La nascita del Governo tecnico a guida di Mario Monti ha messo in luce quello che molti sapevano ma non avevano il coraggio di dire: il sistema aveva abbandonato Berlusconi da almeno un anno, percependo il suo governo come anello debole della politica europea e di conseguenza di quella mondiale, che sta faticosamente cercando di uscire dalla crisi in cui è sprofondata nel 2008. Una crisi che non era senza dubbio colpa di Berlusconi – come si sono affannati a dire tutti i suoi giornali – ma che di certo il Presidente del Consiglio in Italia non ha fatto nulla non dico per risolvere ma almeno per arginarla. L’ossessione di fondo dell’ultimo anno è stato che se solo si fossero aumentate le tasse o toccato le pensioni, lui avrebbe perso consensi tra i suoi elettori ed era una cosa che non si poteva permettere. Alla fine è diventato una sorta di cane che si morde la coda: lui non voleva perdere consensi e non faceva niente per arginare la crisi, mentre la gente che lo aveva votato continuava ad impoverirsi e togliere a lui ed al suo partito quel consenso tanto faticosamente costruito. L’ossessione di Berlusconi non era tanto quella di risanare il bilancio del Paese, come chiedevano all’Unione Europea, quanto quella di essere ancora percepito come eroe del suo popolo, quel popolo che aveva richiamato anche nel suo partito, definito appunto Popolo delle Libertà. Se andiamo a vedere la storia delle evoluzioni del Centro – Destra in Italia B. ha sempre avuto una sorta di idiosincrasia per la parola partito: Forza Italia, Casa delle Libertà, Popolo delle Libertà. La parola libertà – tranne che nel primo caso – è stata la costante di questi ultimi quindici anni, parola magica che doveva portare consensi alla sua figura ancora prima che alla sua coalizione ed al suo partito. È stato lui il primo a mettere il proprio nome sulla lista, divenendo marchio di sé stesso cavalcando l’onda della globalizzazione che tramutava anche le persone in marchi. Questo è stato per quindici anni Berlusconi: un marchio di sé stesso, un po’ come lo è stato per le Nike Michael Jordan e anche un po’ come lo era stato per la Pepsi negli anni Novanta Michael Jackson. I marchi però non hanno durata eterna, le figure sono passeggere e la globalizzazione non garantisce vita eterna alle persone che utilizza per i suoi scopi di propaganda. Questo alla fine è quello che è successo: la globalizzazione si è rivoltata contro il suo figlio italiano più prodigo che non è stato capace di evolvere e di cambiare il suo modo di essere, non si è tramutato in statista, ma è rimasto il solito venditore di sogni a basso costo, pensando che fosse ancora quello che voleva il suo popolo, quello che volevano gli italiani. Alla fine, quando il giocattolo in qualche modo si è rotto, Berlusconi è ritornato ad essere un uomo medio, con un’onta gravissima che peserà sul suo ricordo, perché la globalizzazione non dimentica, perché quello che di buono era stato fatto dal suo Governo – poco a dire il vero, almeno per come la possa vedere io – è stato cancellato dalle notti brave con nani e ballerine nelle sue ville, come un comandante che vista la sconfitta si ritira a vita privata senza lasciare il suo posto, incolpando non sé stesso ma il popolo che non lo segue per i suoi insuccessi. Alla fine B. ha perso contro il suo stesso sistema. Per questo un modo per ricordarlo potrebbe davvero essere: “Silvio Berlusconi, lo sconfitto della globalizzazione”.

giovedì 10 novembre 2011

Una nuova veste

Una sola comunicazione di servizio: la veste del blog è stata modificata - come possono vedere quelli che ogni tanto sono di passaggio da queste parti più di una volta. La scelta di apportare delle modifiche è stata fatta per poter rendere più funzionale e ordinato il blog, rendendo più facile tanto l'accesso ai link esterni quanto la possibilità di consultare i post più vecchi in maniera più rapida e veloce. Sperando di aver fatto cosa gradita, alla prossima. Smirnov

giovedì 3 novembre 2011

Le proposte di Renzi ed il ritorno agli anni Ottanta

Domenica scorsa si è chiusa alla stazione Leopolda di Firenze la convention dei “Rottamatori”, nome poco felice dato alla corrente del Partito Democratico che fa capo al sindaco di Firenze Matteo Renzi, che si propone come il nuovo che avanza nella politica italiana. Parto da una considerazione: il Partito Democratico, tutti i suoi organi dirigenti a partire dal Segretario, non possono non tenere conto delle posizioni che sono uscite dalla Leopolda, bollandole semplicemente come idee vecchie. Al di là delle provocazioni lanciate dal sindaco di Firenze, la posizione uscita dalla convention fiorentina sono un pericoloso segnale per il Partito Democratico, se ancora il partito si richiama alla politica di una sinistra liberale, sul modello democratico americano. Le proposte di Renzi sono state bollate come dal segretario del PD Pierluigi Bersani, come “posizioni antiche sul modello degli yuppie anni Ottanta”. È vero, la stessa struttura della convention di Renzi, mediatica fino all’eccesso, con interventi brevi, domande a bruciapelo e parole d’ordine pronunciate come se fossero via web e non ad un convegno sono in parte le posizioni e le richieste che sono alla base di una parte della popolazione italiana. Quello che viene proposto – svecchiamento della classe politica, soluzioni alternative alla crisi, uscita dal sistema pro o contro Berlusconi – sono le stesse considerazioni che molti italiani di sinistra, che non sono sindaco di Firenze, stanno facendo e non da adesso. Eppure, la posizione di Renzi è pericolosa: all’interno del panorama politico italiano, Matteo Renzi è il solo a dire cose sensate, di destra, ma sensate. Bollarlo semplicemente con epiteti negativi vuol dire non comprendere la portata del suo messaggio: la stessa portata che nel 1994 aveva portato alla nascita e poi al potere Forza Italia, il partito di Silvio Berlusconi, che oggi è tramutato nel PDL. Un partito azienda, con la cultura del fare, che pensa che l’Italia non sia un Paese o una nazione da governare ma sia semplicemente un’azienda pubblica da tenere in piedi in modo da incrementare i guadagni. Perché alla Leopolda, non si è parlato di politica, non si è parlato di fare una analisi sulle cause della crisi per trovarne una soluzione, perché tutto questo appare come vecchia politica: si è fatta una suddivisione tra “italiani coraggiosi e non”, tra la CGIL e Marchionne (ed indovinate Renzi da che parte stava?), si sono fatti parlare personaggi per il loro potere mediatico, perché potessero traghettare un messaggio vuoto in modo che questo diventasse pieno. Alla convention sono stati avvistati Giorgio Gori (produttore Mediaset tra le altre cose anche del Grande Fratello), Alessandro Costacurta (ex calciatore del Milan notoriamente berlusconiano) ed altre figure che avevano il ruolo di colpire l’immaginario collettivo di una politica nuova. La scelta del palco, fare una casa con un frigorifero e libri finti alle spalle, sembra essere la stessa scelta mediatica di rassicurazione che venne fatta per la discesa in campo di Silvio Berlusconi, una discesa in campo che rassicurasse le masse, che mandasse il messaggio “vota per me, sarà come essere a casa tua”. La deriva anni Ottanta del messaggio di Renzi, del governo del fare e del self mad man è alla base della crisi del sistema attuale, rappresenta il fallimento del sogno americano così come lo aveva concepito Reagan, di una società perfetta all’apparenza che però nasconde le sue malefatte nella notte, nell’ipocrisia del lavoro in banca del successo e della bellezza esteriore (un libro che mette bene in mostra questa ipocrisia se letto con attenzione è il romanzo di Bret Easton Ellis American Psycho), ma dietro cui si nasconde il nulla. Renzi rappresenta l’egoismo della società dei profitti, dove devono riuscire solo i migliori a costo di scavalcare tutti gli altri, a costo di essere spietati con i deboli, così come è stato Marchionne con gli operai della FIAT, mettendoli di fronte alla scelta “o scegli il referendum o vieni licenziato”. Sarebbe forse il caso che il PD iniziasse ad analizzare queste posizioni, che vanno in direzione del peggior populismo di destra, che sono stati alla base del successo di Berlusconi, la politica del “ghe pens mi” sostituita dal “ghe pens noi”, dove noi non rappresenta l’intera struttura sociale del Paese, ma una casta di pochi eletti, giovani e senza rispetto per gli altri, per le esperienze di chi viene dalla prima Repubblica, visto solo con un elemento da rottamare, perché ormai vecchio ed in disuso, perché non produttivo, per utilizzare un termine meramente economico. Forse a Renzi non lo hanno detto i vecchi che lui vuol combattere, ma le questioni che lui solleva sono le stesse che nel corso degli anni avevano sollevato altri giovani prima di lui nel corso di quelle segreterie politiche che lui reputa essere inutili, con una differenza: che allora per gli anziani c’era rispetto, quel rispetto che a lui è mancato alla Leopolda.

venerdì 28 ottobre 2011

Ressa a Roma davanti ad un negozio di Trony, quando il consumismo diventa status simbol

Ieri, sin dalla mattina Roma è stata di nuovo bloccata: traffico in tilt, macchine che non riuscivano a passare, autobus fermi. Stavolta però non si è trattato di una calamità naturale, nessuna emergenza di carattere ambientale, nessuna emergenza terrorismo: Roma era bloccata perché Trony, la nota catena di elettrodomestici aveva aperto un negozio nella zona di Ponte Milvio ed aveva promesso sconti eccezionali sui prodotti il giorno della sua apertura: televisori al plasma a 99 euro, I Phone a 399 euro invece che cinquecento e passa, ed altre promesse che sono state alla base del caos di Roma. La città è completamente impazzita: migliaia di persone sono andate sin dalla mattina presto – qualcuno anche dalla sera prima – per comprare il loro pezzo di tecnologia che lo facesse entrare nel gota di coloro che hanno un televisore LCD o un I Phone da mostrare ai propri amici. Una follia? Non proprio, una logica conseguenza delle derive prese dal capitalismo selvaggio negli ultimi anni. Una sorta di senso di appartenenza al mondo del consumismo che è diventato il solo metro di paragone per valutare una persona. Ormai non si valuta più in base a quello che sei ma a quello che hai, allora tutti devono essere forniti delle ultime novità tecnologiche pena la vita. Nel suo ultimo libro il filosofo Zygmunt Baumann parlava di vite che non ci possiamo permettere, di persone che pur di essere considerati benestanti sono anche capaci di indebitarsi per un televisore al plasma, per un telefonino di ultima generazione, per un oggetto qualunque che sia però iper tecnologico e che hanno solo loro o almeno pochi di loro. Un modo per sentirsi borghesi, per essere qualcosa che non sono, un modo per poter dire anche io consumo. Ora, partendo dal presupposto che se sono senza soldi non mi posso nemmeno permettere un televisore al plasma a 99 euro, sarebbe utile cercare di capire che cosa sta succedendo al mondo ed al sistema italiano. Da sempre la tecnologia è stata uno status, sin da quando negli anni Cinquanta gli italiani che si potevano permettere un frigorifero, una lavatrice, un televisore, erano considerati ricchi o almeno benestanti. Quelli erano gli anni del boom, gli anni delle Cinquecento, delle gite al mare, della crescita esponenziale del PIL italiano. Ora le condizioni economiche sono opposte, la crisi che morde anche le famiglie di quella che un tempo era la piccola e media borghesia, il Paese che è improduttivo, le banche in crisi, le piccole aziende che chiudono, eppure la sete di consumo sembra essere rimasta lo stesso. Quello che con la crisi avrebbe dovuto scemare, per quanto possa sembrare assurdo, si è ampliato a dismisura: la voglia di avere cose inutili al posto delle cose utili. Tra le persone in fila c’era chi aveva effettivamente bisogno, che so di una lavatrice nuova e magari non se la poteva permettere a seicento euro, ma c’era anche chi, sapendo che le offerte erano finite ha detto “non è vero, Io DEVO comprare qualcosa”. Qualunque cosa, sia esso un telefonino, un telecomando universale che mi accende anche le luci di casa,un televisore LCD che mi faccia fare bella figura con gli amici, una cosa insomma utile nella sua totale inutilità. Perché che senso ha avere un televisore LCD se non ho nemmeno i soldi per poter comprare da mangiare? Che senso ha l’I Phone se non sono in ritardo con il pagamento delle bollette del telefono? È un modo per sentirsi ricchi, per vantarsi, per essere felici nell’epoca in cui la felicità è data dall’effimero dalle certezze che vengono offerte dal mercato invece che dal nostro Io interiore, una cosa da cui aveva messo in guardia anche Benedetto XVI nella sua ultima enciclica, Caritas in Veritate il consumismo diviene pericoloso quando arriva alla sua degenerazione, la sete dei consumi che scatena la corsa all’ultimo prodotto,quella sete che conduce gli individui ad indebitarsi pur di avere quel prodotto inutile che serve solo a mostrare il proprio benessere. Viene da chiedersi allora se la deriva che sta prendendo il mondo non ce la siamo in fondo meritata, noi che abbiamo costruito la nostra immagine sulle apparenze, sul nulla cosmico dei consumi e sulla teoria della non cultura. Perché alla fine, come insegna Herbert Marcuse, l’arma migliore del capitalismo selvaggio è questa: comprarti.

Se la CGIL diventa il sindacato dei pensionati

Confederazione Generale Italiana del Lavoro, questa è la denominazione ufficiale della CGIL, eppure andando a leggere le percentuali degli iscritti ci si rende conto che la maggior parte sono pensionati iscritti allo SPI. In proporzione i pensionati all’interno della CGIL sono il 52, 1 %, contro il 48,5% della CISL, il 26,4% della UIL e appena il 21,9% dell’UGL. Una maggioranza assoluta di pensionati che sono iscritti alla CGIL e che almeno da dieci anni a questa parte sono la vera forza del maggior sindacato di sinistra. Gli occupati che sono iscritti alla CGIL sono il 47, 8%, poco più del 5% rispetto ai pensionati. Una condizione anomala per un sindacato che tutela i diritti del lavoratore e che invece ha come maggioranza di iscritti persone che non lavorano. La scusa che viene addotta è che i pensionati sono i “finanziatori massimi” della CGIL che senza di loro sarebbe molto più debole da un punto di vista tanto politico quanto economico. In questo dato ed in questo discorso sta tutta l’anomalia italiana: l’Italia è un paese per vecchi. L’anomalia non è solo al livello sindacale, basta andare a vedere la classe politica che ci governa. Al di là delle differenze ideologiche e di programma che contraddistingue le parti politiche, l’età media degli onorevoli presenti in Parlamento è di cinquant’anni e lo stesso Presidente del Consiglio ne ha settantacinque. Alle elezioni del 2006 erano stati presentati due candidati: Romano Prodi di settantadue anni e Silvio Berlusconi di settantacinque, appunto. Gli stessi candidati presentati nel 1996, cioè esattamente dieci anni prima. All’ultimo G8 a rappresentare l’Italia c’era Silvio Berlusconi; Presidente degli Stati Uniti era Barack Obama, Primo Ministro Inglese Gordon Brown e per la Spagna Zapatero (che si è ritirato facendo un passo indietro e dicendo di aver ormai fatto il suo tempo a nemmeno cinquant’anni); nel 2001, andando a riprendere le foto di Genova, c’erano Bush negli Stati Uniti (appena eletto dopo i dieci anni di mandato Clinton), Aznar in Spagna e Blair in Gran Bretagna. Tutti e tre si sono fatti da parte per lasciare spazio alle generazioni più giovani. Attualmente in Gran Bretagna il Segretario del Partito Laburista Ed Milliband ha quarantadue anni, il capo del Governo, David Cameron ne ha quarantatre. Non si tratta del discorso di Grillo sulla Giovinezza, che tanto ricorda la canzone di Mussolini oppure il Fronte dell’Uomo Qualunque di Giannini alla fine della II Guerra Mondiale, quando si accusava che la classe politica fosse vecchia ed antiquata ma si tratta semplicemente di un dato di cui prendere coscienza per spiegare almeno in parte la crisi dell’Italia: chi dovrebbe essere in pensione non vuole lasciare il proprio posto, vuoi per un motivo vuoi per un altro sono tutti ben attaccati alla loro poltrona, ai loro privilegi, ma non si tratta di qualcosa relativo solo alla classe politica, è un sistema generalizzato nel sistema Italia, che affonda le sue radici in periodi lontani, quando il posto fisso era una lottizzazione per raccomandati o cose del genere. Quello che voglio dire, è che manca l’accettazione della fine del ciclo produttivo dell’individuo, che da un lato per paura dall’altro per le difficoltà economiche – in molti casi soprattutto ultimamente si tratta dell’ultimo motivo – si rifiuta di abbandonare il proprio posto di potere per lasciare spazio ai giovani. Nelle ultime due settimane, sulla rivista di satira il male, sono comparse le date di nascita e le età delle personalità che ricoprono incarichi di spicco nella vita pubblica italiana: è raro trovare qualcuno al di sotto dei settant’anni. E tutti che stanno lì a pontificare che si deve dare spazio ai giovani. Se un giovane appena laureato si reca ad un colloquio di lavoro per un posto fisso e per fare esperienza, come dovrebbe essere ovvio, la risposta che viene data è sempre la stessa: cerchiamo gente di provata esperienza, eppure qui si crea allora il primo di una serie di circoli viziosi che sono alla base dell’alto tasso di disoccupazione giovanile: come si può fare esperienza se mi viene negata la possibilità di farla? Come può andare avanti un Paese incapace di investire nei suoi giovani che decidono di andare all’estero e fare la fortuna delle università francesi, inglesi ed americane? Se da una parte è necessaria l’esperienza degli anziani per la crescita del Paese, sia nella classe politica sia nella classe dirigente, dall’altra è necessario lasciare spazio ai giovani, che hanno maturato abbastanza esperienza per poter ambire a diventare la classe dirigente di domani, perché in questo modo quei quarantenni che sono considerati giovani oggi saranno la classe di domani, che non lascerà il proprio posto ai giovani di oggi, perché arrivata tardi a ricoprire incarichi di responsabilità. È quel circolo vizioso che deve essere spezzato per impedire che l’intero sistema Italia muoia di vecchiaia.

giovedì 27 ottobre 2011

Non basta una lettera di buoni propositi per uscire dalla crisi

Non basta una lettera di buoni propositi per risolvere la crisi Tornato da Bruxelles, Silvio Berlusconi telefona a Porta a Porta per dire che l’Europa ha approvato il piano di rifinanziamento proposto dal governo: due sono i punti della lettera e dei buoni propositi del Governo destinati a suscitare il dibattito politico sia al livello partitico che al livello sindacale: pensionamenti a 67 anni entro il 2026 e licenziamenti più facili per le aziende. Per la prima volta dopo anni di divisioni sono uniti i tre sindacati confederali (CGIL, CISL e UIL) che sostengono che i licenziamenti non necessariamente sono legati alla possibilità di nuove assunzioni. Da un lato questo discorso è vero: la disoccupazione non si risolve di certo licenziando coloro che hanno un lavoro o rendendo più facili i licenziamenti, come allo stesso modo non si risolve il problema dello sviluppo con una lettera di intenti. Quello che è necessario al Paese per uscire dalla crisi, non è una politica di tagli senza discrimine a qualunque cosa risulta essere possibile tagliare – come fatto ad esempio dal Ministero delle Finanze negli ultimi tre anni – ma bisogna avere il coraggio di scommettere sul futuro, sulle piccole imprese, sui giovani che vogliono rimanere per investire in Italia, nonostante tutti i limiti che questo Paese comporta per i suoi giovani investitori. Quello che va detto è che il Governo cerca di rispondere alle richieste dell’UE dimostrando tutti i suoi limiti decisionali, dovuti ad una maggioranza che ormai non è più in grado di governare e di un Presidente del Consiglio che viene sbeffeggiato pubblicamente dal duetto Merkel – Sarkozy. Premesso che non è bello che due leader internazionali si possano permettere di sbeffeggiare in modo simile il premier di un Paese terzo, che per di più è in crisi, va detto che la situazione e la reazione dei due nasce da lontano; magari, quando si sono scambiati quel sorriso hanno tutti e due ricordato la politica del cucù di Berlusconi alla Merkel, hanno ricordato che si è presentato in ritardo ad un vertice istituzionale dell’ONU perché era al telefono con Erdogan, o magari hanno ricordato il commento sulla Merkel “nemmeno lentamente scopabile”. La lettera alla BCE è un modo per iniziare le riforme, ma la lettera ha soddisfatto con riserve l’UE, il che vuol dire che l’Unione Europea accoglie con favore gli intenti italiani ma comunque continua a monitorare il Paese per vedere in quanto tempo verranno varate le riforme promesse. L’Italia, costretta a sottostare alle richieste della UE e scrivere una lettera sotto dettatura, paga la sua posizione di minoranza in seno al Consiglio d’Europa. Una condizione che si è venuta a creare nel corso di dieci anni di politiche scellerate, che non sono state in grado di far entrare l’economia italiana nel novero delle grandi economie dell’UE. Adagiata sugli allori per essere la terza economia dell’Unione Europea, i governi negli ultimi anni non hanno mai lavorato ad un seria e concreta politica di rinnovamento delle imprese o ad una politica di rinnovamento anche e soprattutto da un punto di vista politico. Non è stato solo il governo di Berlusconi – anzi i governi contando anche quello del quinquennio 2001-2006 – a seguire la politica del non fare, ma in parte sono stati anche il governo di centro sinistra dell’Unione, perso nel cercare un programma che potesse essere condiviso da forze troppo eterogenee per poter pensare di governare insieme. Mettiamo tre punti fondamentali, che sono stati al centro delle politiche di altri stati entrati nella zona euro prima della crisi dei mercati del 2008: 1) Calmieramento dei prezzi dell’euro. I prezzi del mercato in Italia sono aumentati del doppio con l’ingresso dell’euro, perché colpevolmente è mancato un controllo del Ministero delle Finanze quando è entrato in vigore l’euro. Troppo poco il famoso “Mister Prezzi” del governo Prodi, che sembrava essere una sorta di supereroe modello Superman che andava in giro per i mercati a controllare che i prezzi non fossero troppo alti. 2) Avvio di un serio e concreto processo di liberalizzazioni. Le liberalizzazioni sono al centro della politica di tutti i Governi, almeno dal 2001 a questa parte. Non solo, quando era disceso in campo – nel famoso discorso del 1994 – Silvio Berlusconi si era impegnato ad avviare nel Paese una “rivoluzione liberale” che in realtà non è stata mai avviata concretamente. Anzi, se si vuol proprio rimproverare qualcosa di politico a Berlusconi possiamo dire che nel corso dei suoi mandati invece che lavorare alla rivoluzione liberale è stato costruito un sistema ancora più corporativistico di prima. Le corporazioni sono servite al Presidente del Consiglio per mantenere attivo il suo sistema di favori e contro favori per ottenere la fiducia per il suo Governo e per alimentare la conclamata compravendita di parlamentari. Le piazze che si sono mobilitate nell’ultimo anno dal Popolo Viola alla protesta degli Indignados – seppur con sostanziali differenze di carattere politico ed ideologico – sono la base per la comprensione di una situazione che ormai in Italia diventa insostenibile. Nel regime e nel sistema di una crisi che costringe la Grecia a dichiarare bancarotta in tempi brevi, e l’Italia ad azzerare l’intero suo sistema sociale, tanto il Governo quanto le opposizioni appaiono impotenti a prendere misure per fronteggiare la crisi. Da una parte il Governo, che continua a sostenere che la priorità della discussione della legge in Parlamento sia la discussione sulle intercettazioni oppure quelle sulle dimissioni del Presidente della Camera Gianfranco Fini, che aveva denunciato a Ballarò la moglie di Umberto Bossi come baby pensionata; le opposizioni, dal canto loro, si sono chiuse nella richiesta di dimissioni del Governo, senza essere in grado di elaborare una concreta strategia per il dopo Berlusconi. Perché la lettera di propositi è stata accolta con riserve, le premesse per le riforme ci sono, ora si tratta di rifondare.

giovedì 20 ottobre 2011

La questione di Bankitalia, l'ennesimo scacco della politica del ricatto

La tragicommedia quasi farsesca a cui stiamo assistendo per la nomina del Direttore della Banca d’Italia sta iniziando ad assumere contorni, soprattutto da un punto di vista internazionale, a dir poco ridicoli. La farsa inizia quest’estate, quando inizia il toto nomi per il Direttore successore di Mario Draghi, che proprio oggi ha preso la guida della Banca Centrale Europea – tra le altre cose una delle poche notizie positive che arrivano dallo scenario internazionale ed europeo per l’Italia . La questione sembra, già a partire da quest’estate ridotta ad una pura questione personale e di risoluzione di conti di una maggioranza che di fatto non esiste più da almeno un anno. Da una parte il candidato di Giulio Tremonti, superministro delle Finanze e plenipotenziario che tiene tra le mani il Governo in questo momento, Vittorio Grilli, già Direttore Generale del Ministro del Tesoro e gradito anche a Umberto Bossi con la convincente tesi politica che si tratta di un ministro di Milano e che quindi antropologicamente più preparato a dirigere la Banca d’Italia. Dall’altro lato Fabrizio Saccomanni, nome indicato dallo stesso Draghi, in nome della continuità interna alla Banca d’Italia, necessaria a mantenere l’autonomia di un organo che di norma dovrebbe essere al di sopra delle parti (un po’ per fare un parallelo improprio come la Corte Costituzionale). Il terzo nome, iniziato a circolare nelle ultime ore è quello di Lorenzo Bini Smaghi, membro del comitato esecutivo della BCE che dovrebbe lasciare il suo posto perché la nomina di Mario Draghi lascerebbe la Francia senza membri nella BCE. Il direttore uscente, infatti, Jean Claude Trichet, lascia scoperto un posto nell’organo delle decisioni economiche europee che deve garantire presenza e trasparenza per tutti gli stati dell’Unione. Bini Smaghi, il cui mandato sarebbe alla BCE per altri due anni, non ha nessuna intenzione di lasciare il suo posto alla BCE a meno che non ci sia una adeguata contropartita al suo addio al posto nella BCE. E quale occasione migliore della direzione della Banca d’Italia? Deve essere la stessa cosa che ha pensato il Presidente del Consiglio, quando ha iniziato a pensare a lui per la nomina a direttore della Banca d’Italia. Di tutti i nomi che sono stati fatti quello di Bini Smaghi e forse quello che suscita più polemica: da una parte sarebbe una nomina di fatto che cede al ricatto internazionale del governo francese, dall’altro sarebbe l’ennesimo scandalo del governo dei ricatti e della compravendita di voti che ormai sembra essere una prassi continua del Governo Berlusconi a partire dal 14 dicembre di quest’anno, quando ottenne la fiducia “comprando” i voti in maniera piuttosto palese. Ancora una volta si palesa non solo la totale indifferenza di questo Governo per quelle che sono le normali prassi stabilite dalla Costituzione, ma è anche palese la totale incompetenza di ministri e sotto ministri interessati più al mantenimento del loro posto e dei loro sistemi di potere piuttosto che la tutela del bene pubblico e quello che dovrebbe essere meglio per il Paese. Perché se è vero che la nomina di Bini Smaghi sembra quasi essere un do ut des degno del peggior sistema clientelare, la messa di traverso di Tremonti alla nomina di Saccomanni sembra quasi essere un’ostinazione dovuta al rischio di perdere potere all’interno del Consiglio dei Ministri e del Paese. Una sorta di spartizione delle cariche maggiori che di certo non dà una bella immagine del Paese all’estero. Se servivano ulteriori conferme che il Presidente del Consiglio non ha più in mano la sua stessa maggioranza, la conferma è proprio la vexata quaestio sulla nomina del Direttore della Banca d’Italia. La tentazione di cedere ai ricatti della sua stessa maggioranza, o di offrire la nomina per garantirsi una “onorevole via di fuga” alla questione diplomatica della BCE è una delle tante ulteriori conferme di come ormai questo governo sia completamente inadeguato a gestire la difficile facile economico – politica dell’Italia. La conferma che ormai B. non abbia più in mano il suo Governo, per assurdo, viene proprio dalla pressante richiesta fatta al Presidente della Repubblica di indicare un nome per la nomina del vertice di Palazzo Kock. Una richiesta quanto mai assurda, visto che la nomina spetta al Presidente del Consiglio, che deve indicare il nome in concordia con il suo stesso Consiglio dei Ministri. Il fatto che il Consiglio dei Ministri sia oggi composto per la maggior parte di malpancisti e scissionisti vari spiega per quale motivo la questione non si sia ancora conclusa, e perché la conclusione, in qualunque modo vada sarà l’ennesimo fallimento di questo Governo.

lunedì 17 ottobre 2011

La violenza di sistema

Sabato 15 ottobre 2011, quella che doveva essere una manifestazione pacifica si è trasformata in guerriglia urbana da parte di un gruppo di circa ottocento persone che hanno messo Roma a ferro e fuoco incendiando cassonetti, macchine di comuni cittadini, palazzine dove vivevano civili che probabilmente erano anche solidali con le motivazioni della protesta. Gruppi organizzati per la guerriglia urbana, in grado di tenere sotto scacco forze di polizia e servizio d'ordine della manifestazione (tra l'altro colpevolmente assente come a Genova nel 2001). Stesse modalità di Genova, stessa volontà di trasformare un corteo pacifico ed una città intera in zona di guerra permanente. Violenza contro il sistema la ha chiamata qualcuno dei manifestanti, cercando una giustificazione per quelli che per me non sono altro che episodi di violenza e vandalismo gratuiti senza senso. Il deliberato attacco al sistema attaccando vetrine di persone che lavorano e che magari hanno anche fatto sacrifici per comprare la macchina che questi sedicenti "combattenti del sistema" hanno devastato, non può essere considerato un attacco al sistema, ma è paradossalmente un favore al sistema stesso, come ogni atto di violenza fine e sé stesso. Qui non si tratta di stabilire di chi sono le colpe, ma di analizzare a fondo quelle che sono le ragioni di una violenza che molti hanno tentato di giustificare come disagio sociale. La guerriglia a "obiettivi strategici non legati al potere" non è espressione di un disagio sociale o una forma di resistenza, per paradosso sono gli stessi sistemi che negli anni Venti vennero usati da Mussolini per andare al potere, legittimando l'uso della forza per sopprimere la violenza di piazza. Dalla violenza deliberata alla dittatura il passo è breve, e la violenza deliberata ecco che tramuta coloro che si definiscono - per loro stessa ammissione - resistenti divengono i peggiori servi del sistema che si sono proposti di combattere.

domenica 16 ottobre 2011

Indignati & Black block

Bisogna essere concordi nel dire che ieri a Roma sono andate in scena due manifestazioni: una pacifica, che chiedeva diritti, che sosteneva che un altro mondo è possibile, che un altro mondo è necessario, ed un'altra, che parla un linguaggio di violenza, che scriveva A.C.A.B. sui muri delle città di Roma (All Cops are bastards), slogan degli hooligans inglesi dello stadio, che ha cercato di monopolizzare il corteo facendo passare un messaggio sbagliato nei giornali in edicola oggi o nei tg di ieri sera che mandavano la diretta. Fortunatamente ormai le piazze sono abbastanza mature da sapere come mandare via i facinorosi dal corteo, sono in grado di distinguere tra violenza gratuita e contestazione di sistema. Black Block, volti coperti che non hanno nemmeno il coraggio di farsi vedere in faccia quando incendiano, bruciano le macchine degli stessi lavoratori che dicono di voler difendere, degli stessi operai che dicono essere "vittime del sistema". Ma le vittime del sistema sono loro, loro che pensano che la violenza gratuita possa risolvere le cose, loro che prestano il fianco a un presidente del Consiglio che poi si sente legittimato ad dare le colpe all'opposizione che fa opposizione (cioè quello che dovrebbe fare), ovvero, quando la violenza diventa gioco del potere. Quello che non si capisce è come sia possibile, con i mezzi di intercettazione di cui si dispone oggi, che nessuno abbia pensato di fermare questi gruppi che a quanto pare si erano messi d'accordo via internet per rendere la giornata di ieri una giornata di battaglia senza quartiere per le zone di Roma. La stessa cosa che hanno fatto a Genova, la stessa cosa che spesso nelle ultime settimane hanno fatto in Val di Susa: lasciare che non si parli della protesta, che non si parli delle richieste legittime di un popolo, che non si parli di famiglie scese in piazza con i figli, ma che si parli solo della violenza gratuita ed ingiustificata. E chissà che cosa pensavano mentre tiravano sampietrini contro chi manifestava perché l'acqua è un diritto di tutti, perché la democrazia non è in vendita e perché la crisi la debbano pagare quelli che la hanno scatenata. Di solito, si dice che quando il potere ha paura dei movimenti infiltra la violenza, non passano i messaggi delle manifestazioni, non passano le idee e non passano le proposte solo la violenza, gratuita ed ingiustificata. Del resto, era stato Cossiga a lasciare intendere che per ammazzare un movimento basta che si verifichino episodi di violenza (anzi se ci scappa il morto è meglio), e come insegna Giulio Andreotti "pensar male è peccato ma raramente si sbaglia". E noi, vorremmo tanto che qualcuno ci dicesse che stiamo sbagliando, perché il nostro governo non può aver paura della cosa che i loro stessi padri hanno lottato per avere: la libertà.

giovedì 22 settembre 2011

La crisi dell'Europa, la fine di un sogno

La crisi che ormai dal 2008 segna in maniera pesante i paesi dell'area euro conferma quello che qualunque analista politico aveva sostenuto sin dalla nascita del progetto della moneta unica: un'unione monetaria senza un coerente progetto politico è destinata a tracollare su sé stessa alla prima vera crisi di sistema. Prima la Grecia, poi l'Irlanda, Spagna e Portogallo e adesso anche l'Italia sono crollate sotto i colpi delle banche e delle loro speculazioni. Alla Grecia, primo paese a dichiarare bancarotta sotto i colpi della crisi, è stata proposta come soluzione per uscire dalla crisi la possibilità di uscire dall'UE, avere una dracma povera e senza alcun potere di acquisto sull'euro e sul dollaro e sperare in una lenta risalita che comunque relegherà il Paese tra i peggiori in Occidente, almeno se ci vogliamo attenere a quelli che sono i criteri di valutazione di un ente come Standards & Poor. La fine del sistema Europa arriva dopo la crisi delle banche americane, dopo il tracollo delle banche europee e dopo il primo default della Grecia, seguita a ruota prima dal Portogallo e poi dalla Spagna. La politica europea, tenuta in mano dalla grosse finanziarie e dalle banche ha dimostrato, alla prova dei fatti, tutta la sua gracilità e la sua difficoltà a proporsi come polo economico alternativo al sistema americano, e una volta crollato quello l'Europa ha seguito a ruota. Sono mesi ormai che non ci sono segnali di ripresa delle banche, che i titoli di Stato di Paesi come la Grecia, il Portogallo, la Spagna e l'Italia vengono classificati come "spazzatura" dalle agenzie internazionali di rating e sono mesi che la Germania sta ventilando l'ipotesi di staccare la spina ad un'ente ormai agonizzante e senza risorse. Se dovesse tracollare anche l'Italia come la Grecia allora l'esperimento europeo sarebbe davvero finito: tra i Paesi dell'UE quella italiana è la terza economia per debito pubblico e la possibilità che una simile economia vada in default può solo voler dire che l'Europa non avrebbe fondi necessari per ripianare il debito italiano e allora sarebbe costretta a scegliere tra l'espellere l'Italia dalla zona euro oppure, cosa molto più probabile, a staccare la spina all'intero sistema. Questa necessità si presenta proprio nel momento di maggior espansione dell'economia turca, che se prima aveva qualche interesse all'Europa adesso guarda con estrema attenzione quelle che sono le situazioni che si stanno venendo a creare nel Medio Oriente ed in Africa Centrale a seguito delle rivoluzioni che hanno visto le cadute dei tiranni. Semmai ci dovesse essere la fine dell'Europa ed un ritorno alla moneta unica di tutti i singoli Stati aumenterebbe ancora di più il divario tra quelli che sono i Paesi poveri della zona euro e quelli che in questi anni si sono arricchiti speculando spesso e volentieri sulla pelle delle persone che credevano in quel progetto. La necessità di ripartire, costruendo qualcosa di diverso da una semplice unione monetaria in mano alle banche dovrebbe essere la prospettiva ed il compito che si pongono i governi che fanno parte dell'Europa, ma a quanto pare di capire dell'unione politica non interessa a nessuno.

giovedì 15 settembre 2011

La manovra che non serve al Paese

La manovra finanziaria che si è discussa praticamente per tutto il mese di agosto era l'ultima cosa che serviva all'Italia. Non solo e non tanto per la patetica e inutile discussione che ha ridotto l'Italia al fanalino di coda dell'Europa dimostrando la pressoché totale assenza di una classe dirigente di questo nome. Le modifiche alla manovra, infatti, non sono venute dall'opposizione come sarebbe stato piuttosto logico, ma dalle varie correnti della maggioranza che è stata incapace da luglio in poi a trovare un accordo per salvare l'economia dissestata del Paese. Le misure che sono state prese non solo sono insufficienti per risanare il bilancio, ma sono anche dannose per quel poco di consumi che ancora erano alla base dell'economia del Paese. Prendiamo solo uno dei provvedimenti: l'aumento dell'IVA, che di fatto strozza quel poco di consumi che gli italiani del ceto medio ancora facevano. Per fare un esempio piuttosto concreto - sebbene portato all'eccesso . possiamo dire che se un caffè prima costava settanta centesimi, con l'aumento dell'IVA andrebbe a costare 92 centesimi e arrotondato per eccesso arriverebbe ad un euro. Questo perché nessun commerciante sarebbe mai disposto a far pagare 95 centesimi in caffè o 92 visto che i centesimi sono di difficile se non impossibile smaltimento. Non solo, la manovra suicida di eliminare dalla piazza il solo capace in questo momento di non farci fare pessime figure da parte dell'Europa sembra essere andata in porto, Tremonti è stato praticamente sfiduciato dal suo stesso Governo ed ha perso quel minimo di credibilità che ancora potevamo avere al livello europeo. Per quanto Tremonti fosse un consulente della maggior banca tedesca e fosse la figura di spicco dell'economia tedesca in Italia, tutta la questione Milanese, sollevata con la famosa macchina del fango che ormai ha lentamente eliminato tutti quelli che nel corso dell'ultimo anno erano gli avversari di Berlusconi, tattica per eccellenza per potersi tenere il potere ed azzittire le opposizioni dentro il suo stesso partito. La tattica usata soprattutto negli ultimi tre anni di eliminare progressivamente tutte le menti pensanti che in qualche modo denunciavano il Premier di incompetenza e di incompatibilità con la carica che ha assunto e ha gestito nel peggiore dei modi possibili, ha stroncato qualunque possibilità di governare il Paese in modo decente. Inoltre, la costante e continua corruzione di un'intera classe dirigente, corruzione in questo caso generalizzata a destra quanto a sinistra, ha portato all'emergere di quella che appare essere la classe dirigente più corrotta degli ultimi cinquant'anni. Nemmeno Tangentopoli aveva raggiunto tali livelli di corruzione, e basti dire che Tangentopoli era partita per una tassa di sette milioni di lire, tremila cinquecento euro oggi, una cifra piuttosto irrisoria se si pensa ai milioni di euro che sono in ballo nella corruzione di oggi. Effetto della politica economica nei confronti dell'euro possiamo dire, effetto di politiche economiche errate che non hanno applicato nessuna forma di controllo sulla crescita esponenziale dei prezzi quando è entrata la moneta unica e che non hanno permesso ai salari di salire in maniera esponenziale con l'aumento del costo della vita. La conclusione logica di questa politica è che la diminuzione dei consumi, dovuti soprattutto all'impoverimento della classe media, ha portato alla crisi del sistema economico che si è trovato prima in inflazione, poi con una stagflazione galoppante ed infine in una tragica recessione che sta lentamente strozzando l'economia del Paese. In questi ultimi anni nessuno si è preoccupato di tutelare i consumi, di stabilire un controllo sui prezzi, di tutelare i consumatori per quelle che erano le spese ed i costi medi dell'euro. La colpa della crisi è stata data interamente all'euro, dimenticando che negli altri paesi che hanno aderito alla moneta unica i Governi si sono preoccupati prima di tutto di tutelare quelle che erano le esponenziali crescite del prezzo del potere di acquisto della moneta. Gli italiani hanno vissuto relativamente bene per gli ultimi diciotto anni, credendo alle promesse di Berlusconi che ha vinto promettendo a tutti vita facile: meno tasse, ricchezza per tutti, meno lavoro. Gli italiani hanno creduto che fosse la soluzione per risolvere tutti i loro problemi, che chi prometteva di tutelare gli evasori potesse essere il solo non a salvare il Paese, ma tutelare gli interessi del singolo. Una sorta di applicazione ampia del NIRBY (not in my back yard), dove tutti chiedevano miglioramenti per il Paese a meno che non si toccassero le loro tasche. Quello che è successo a Napoli con la questione dei rifiuti, quello che è successo con la attuale crisi economica e quello che è successo con la ricostruzione dell'Aquila dopo il terremoto. Gli italiani non si sono solamente turati il naso per votare il meno peggio, ma si sono anche turati occhi ed orecchie per non sentire che quello che loro avevano votato come Presidente del Consiglio altri non era che un imprenditore corrotto che aveva collusioni con la mafia e con le forme più degenerate di potere. Lo hanno osannato, amato e sostenuto fino a che le loro tasche erano piene, allo stesso modo di come avevano lodato, osannato e amato Mussolini fino al 1943, senza vedere quelle che erano le conseguenze della dittatura e dicendo che con lui in fondo si stava bene. Il passaggio che porta da Piazza Venezia a Piazzale Loreto per gli italiani è piuttosto labile, adesso che sta crollando un intero sistema di controllo, adesso che un'intera nazione sta tracollando sotto i colpi della sua classe dirigente corrotta ed incapace, gli italiani si sono finalmente accorti che chi li ha governati negli ultimi quindici anni non era quello che aveva detto di essere, non era un pensatore liberale, ma un imprenditore che aveva convinto gli italiani che con i soldi si potesse comprare qualunque cosa, anche la fiducia. Adesso che tutto sta per finire si deve necessariamente ripartire da zero, con un Paese al tracollo e con una classe dirigente ben pasciuta che non ha idea di come affrontare simili emergenze. La sola speranza è che emerga dal basso, da quei giovani che per mesi hanno occupato le piazze contro una riforma giudicata iniqua e contraria alla logica della Costituzione, di quei giovani che per un anno intero sono riusciti a smuovere la coscienza pubblica ricevendo applausi quando passavano per strada, la nuova classe dirigente insomma, non deve guardare al passato ma guardare al futuro, del resto era Alcide De Gasperi che diceva "un politico guarda alle prossime elezioni, uno statista guarda alla prossima generazione"

giovedì 1 settembre 2011

Fine regime

Ormai sembra sempre più imminente la fine del regime di Berlusconi. Sembra una storia vecchia, detta e ridetta, visto che alla fine si è sempre ripreso in qualche modo, ma stavolta sembra essere oggettivamente difficile una ripresa anche solo per arrivare alla fine del mandato. Nei tre anni di governo, dal 2008 al 2011 è stato un disastro dopo l'altro: abbiamo perso ogni credibilità internazionale, ha perso pezzi di maggioranza che sono passati all'opposizione, ha fondato un partito che è sfaldato in mille pezzi dopo la prima sconfitta elettorale, ha perso uno dopo l'altro tutti quei voti che sino a questo momento aveva conquistato ingannando gli italiani. Non che gli italiani si sono resi conto della sua incompetenza, non che agli italiani glieni freghi qualcosa che ruba o che va con le minorenni (anzi qualcuno per quello lo invidia pure) ma semplicemente non hanno più soldi in tasca. Semplicemente il Governo in carica si è ostinato a negare che ci fosse una crisi economica internazionale in corso, che la crisi americana non solo non era passata ma che addirittura si stesse aggravando - sino ad arrivare al declassamento di qualche settimana fa del rating americano da parte di Standars & Poor -, e si ostinato a non voler prendere misure fino a che la situazione non è divenuta insostenibile. Ora, visto che sino ad una settimana fa non solo i conti erano a posto, ma la crisi non aveva sfiorato l'Italia, come mai che di colpo siamo costretti a far passare una finanziaria di sangue tagliando il tagliabile e cercando di recuperare soldi che non ci sono per evitare di fare la fine della Grecia? Come mai siamo sotto costante osservazione non solo dell'UE ma anche dei grandi mercati internazionali che osservano terrorizzati quello che sta succedendo nel Belpaese? Come mai nei telegiornali non si parla altro che di omicidi o di cronaca internazionale, magari nella speranza di dare uno spessore internazionale a questo governo che altrimenti sarebbe ricordato per il suo completo anonimato e come mai nessuno e dico nessuno fa notare che se deve passare una simile manovra finanziaria vuol dire che le cose non vanno come dovrebbero andare? Le critiche che vengono mosse al Governo, sono le stesse cose che rimprovero personalmente all'opposizione: inettitudine, attaccamento alla poltrona, totale incapacità di prendere decisioni nei momenti critici. Durante l'estate abbiamo assistito, come al solito ormai, al solito ridicolo balletto di dichiarazioni di politici indignati che però poi non hanno fatto altro che ratificare le decisioni del Governo stesso. Vero è che era il mese di agosto, che le città erano vuote e le sedi di partito pure, ma la sinistra è riuscita in pochi mesi a bruciare una vittoria schiacciante alle ultime amministrative abbandonando i sindaci che avevano vinto a loro stessi. Complici anche alcuni errori di forma, come ad esempio il caso di Penati, che il una dirigenza del PD sempre più imbarazzata a cercato di mollare al suo destinato parlando di una non meglio precisata diversità (fino a dire che rubare a sinistra è diverso che rubare a destra, perché a sinistra sono casi isolati), oppure un partito del lavoro o almeno che dovrebbe avere il lavoro nei suoi richiami ideologici ed ideali che sostiene a spada tratta la dirigenza industriale - come avvenuto nei casi di Termini Imerese e di Mirafiori - consigliando ai lavoratori di firmare un accordo non solo suicida ma che li poneva davanti alla condizione di firmare per non essere licenziati. Parliamo di un partito che in piazza ci va solo con le piattaforme che esso stesso lancia, non comprendendo che le rivoluzioni nascono dal basso, anche quelle non violente, anche quelle che con la forza del pensiero possono abbattere un regime. Ovvio che in questo contesto gli italiani si sentano disillusi, privi di speranze, lontani dalla politica mentre i giovani vegetano in una condizione di perenne incertezza che non trova soluzione di continuità. Ovvio allora che si torna a pensare all'emigrazione, quella forzata, quella che non le valigie di cartone dei giovani che partono in cerca di fortuna, come si faceva negli anni Venti o negli anni Trenta, perché una condizione di povertà all'estero è preferibile di una condizione di povertà in Italia. La colpa della classe politica è stata quella di non lasciare spazio ai giovani - non nel senso grilliano del termine, di giovani che si sono svegliati e hanno deciso di fare politica - ma di giovani che si sono formati nelle segreterie di partito, nelle strade e nelle piazze. Ad andare avanti sono stati i soliti noti, quelli che erano vicini a qualche potente, o amici di qualcuno di potente, quelli che sono telegenici o che sono amici del potere in qualche modo. Ovvio che in queste condizioni la politica non possa andare avanti, ovvio che la politica in queste condizioni non possa che condurre alla deriva, alla fine del regime, al requiem per un impero più che defunto ed al crollo di un modello politico basato non sul bene della nazione ma solo sul proprio tornaconto personale più ancora che elettorale. Normale allora che la gente dica basta, indignandosi, che la gente si indigni come successo in Spagna o in Grecia dove non si fermano le manifestazioni di piazza. Forse fare un passo indietro sarebbe la soluzione migliore per uscire dalla crisi, sarebbe la cosa necessaria da fare, che l'intera classe politica dicesse "scusate abbiamo sbagliato", ma non lo faranno mai e adesso, forse è anche troppo tardi.

lunedì 29 agosto 2011

Il capolinea

Era anni che si diceva che la crisi in Italia sarebbe prima o poi esplosa con conseguenze drammatiche per tutti, eppure quando anni fa qualcuno lo diceva, veniva additato come una Cassandra che predicava solo sventure e spargeva di pessimismo la sana economia del Paese. Ora che quelle Cassandre a quanto pare hanno avuto ragione ecco tutti affannarsi a trovare una soluzione alla crisi che pare essere esplosa solo adesso, e solo per colpa delle crisi internazionale. A dire il vero la crisi internazionale ha contribuito alla fine del sistema Italia, che però si era già dato una bella zappata sui piedi da solo. Andiamo con ordine: quando era sceso in campo nel 1994 Berlusconi aveva promesso una rivoluzione liberale, che avrebbe reso l'Italia un Paese moderno e competitivo al livello internazionale, sia in politica che in economia. Conclusione dopo quasi vent'anni? Non solo non ci sono state liberalizzazioni, se non cose marginali ed inutili, ma l'Italia è diventata ancora più corporativa di prima, chiudendosi in caste per pochi eletti, in cui sono i soliti noti ad andare avanti. Ormai si ragiona solo per caste una contro l'altra: ed ecco che si parla di casta dei politici, casta degli avvocati, dei giornalisti,e di qualunque altra cosa vi venga in mente. Ma questo sarebbe il minimo: gli stipendi italiani non crescono da almeno quindici anni, e del resto non potrebbero crescere visto che a quanto pare il Paese non produce. Il Fondo Monetario Internazionale stima che nel 2011 il PIL italiano crescere appena dello 0,7% e che il prossimo anno dovrebbe scendere allo 0,6%, ovvero quasi nulla. Vero è che il FMI ha tagliato anche le stime che aveva fatto sulla crescita USA, ma il fatto è che l'Italia ha perso dal 2000 3 punti percentuali, arrivando addirittura a valori negativi nel 2008 e 2009 (rispettivamente -1,4% nel 2008 e -5,1% nel 2009, ovvero nei due anni in cui il governo in carica ha negato la crisi, dicendo che in Italia andava tutto bene. Ora stiamo pagando tutti le conseguenze di quelle scelte nefaste, con l'aggiunta del tracollo di un'intera classe politica, sempre più incapace di fronteggiare la crisi, e sempre più lontana dalle più elementari misure di economia per uno stato in crisi. Insomma, pare che il Ventennio di Berlusconi, amato o no, stia volgendo al termine e che in qualche modo stia trascinando con sé tutta l'Italia. La corruzione dilagante di un'intera classe politica che ormai non si preoccupa nemmeno di nascondere le sue malefatte di certo non fa bene alla credibilità del Paese all'estero e non fa bene a quegli italiani onesti che da sempre pagano le tasse che di colpo non solo si ritrova impoverita, ma come si dice a Napoli, "cornuta e mazziata". Come dire, il requiem per un impero defunto, come diceva Fejto nella sua omonima opera. Alla fine dell'impero austriaco nacquero gli Stati nazionali in Ungheria ed in Austria, sia mai che dalla disgregazione dei partiti italiani degli ultimi venti anni nasca la democrazia?

venerdì 29 luglio 2011

Se ritornano le derive di destra...

I fatto avvenuti in Norvegia una settimana fa nemmeno ci riportano indietro negli anni, a quando ancora il mondo pensava di essere innocente, prima dell'Olocausto. Dopo la fine della II Guerra Mondiale, quando tutti sono venuti a conoscenza della orrida realtà dei campi di sterminio, tutto per la natura umana sembra essere cambiato: abbiamo scoperto che dentro ognuno di noi è nascosta una parte di orrore, una parte che ancora oggi fa dire a qualcuno (e a quanto pare dai fatti norvegesi non sono pochi) "beh, però questi ebrei qualcosa lo avranno pur fatto per essere sterminati", basta cambiare alla parola ebrei quella di musulmani, cinesi, indiani o qualunque altra etnia che ci viene in mente e abbiamo riassunto quello che è alla base del pensiero nazista: l'odio verso il prossimo in quanto tale.
Il caso norvegese non è un caso isolato, gli Stati Uniti, giusto per dirne una, sono un continuo proliferare di gruppi sulla supremazia della razza bianca, di gruppi che si ispirano al nazismo, di gruppi che propongono come soluzione finale quello del ritorno alla razza ariana, una sorta di WASP (White Anglosaxon Protestant) all'ennesima potenza, alimentando l'odio contro il nemico islamico, comunista (ma non erano finiti con la Guerra Fredda?), negro, frocio, ebreo e qualunque altra cosa. La povertà che è stata generata dalla crisi non ha fatto che alimentare i sentimenti di odio verso il diverso, verso chi ci ruba il lavoro, verso chi non la pensa come noi. Prendiamo il caso della politica italiana: mentre il Paese sta andando lentamente al tracollo e tutti i giornali cercano di spiegare in parole povere termini come default, spread, tassi di interesse, debito pubblico alla stelle, prestiti dalle Banche estere, e mentre i nostri ministeri si affannano a demolire quel poco di stato sociale che ancora esiste nel Paese, qualcuno ha ben pensato di dire che il nemico è alle porte, che il colpevole di tutto sono gli immigrati, i musulmani, i negher, i comunisti (anche qui a quanto pare è una sana ossessione della politica) ma mai del Governo, cioè di quelli che negli ultimi vent'anni se ne sono allegramente fregati del debito pubblico, del welfare, occupati solo ad arricchire le loro tasche e mantenere i loro privilegi, dibattendo su cose apparentemente inutili che di colpo diventano utili se si tratta di distogliere la gente da quelli che sono i problemi reali della nazione. Allora, è quasi normale che un pazzo norvegese abbia la bella idea di andare a sterminare i giovani laburisti in quello che forse è il Paese più tollerante d'Europa la Norvegia, pensando che se avesse messo una bomba al Parlamento e ucciso tutti i giovani laburisti e avesse incolpato l'integralismo islamico ci sarebbe stata una nuova Guerra Santa, la nuova Crociata contro l'infedele che vuole colonizzare l'Europa. E infatti, tutti i telegiornali la prima cosa che hanno detto è che erano stati gli integralisti islamici, perché è più facile concepire che il nemico venga da fuori, perché è meno concepibile che il nemico venga da dentro, che siamo noi stessi il nostro peggior nemico. Quando è venuto fuori che il musulmano non era un musulmano ma un norvegese alto e biondo che rispondeva al nome di Anders Breivik ci siamo di colpo resi conto che l'odio è ancora con noi e cammina al nostro fianco. Lo scopo di Breivik, mano mano che le indagini proseguivano, non era più quello di far ricadere la colpa sui musulmani, no, era quello di punire i giovani laburisti che con i musulmani erano tolleranti. Ecco allora le solite note di solidarietà della politica, degli americani - gli stessi che con Bush avevano definito l'Islam "il Male Assoluto" e dei politici italiani, che la cosa più gentile che hanno detto agli immigrati negli ultimi mesi è che puzzano. Mario Borghezio, infatti, sempre coerente con le sue idee, ha fatto notare che non ci vede nulla di strano se qualcuno faccia proprie le idee del Mein Kampf e vada in giro a sterminare le persone in nome della purezza della razza, salvo poi rettificare e dire che lui non la pensa assolutamente in quel modo. Infatti, Mario Borghezio non era quello che è stato condannato per essere andato con il Vetril e la spugna a pulire i vagoni dove passavano gli immigrati perché erano stati contaminati, e non è quello che ha detto che la secessione della Padania è una necessità storica perché quelli del Sud sono inferiori. Forse non lo ha mai detto direttamente, forse ha usato parole diverse ma i concetti sono quelli. Del resto, il capo del suo partito è uno talmente tanto nazionalista che si pulirebbe il didietro con il tricolore e che sarebbe disposto a prendere il fucile per la sua campagna per la secessione, e ogni volta che lui ha queste sparate il Presidente del Consiglio lo difende dicendo che le sue sono semplici sparate goliardiche, pressappoco la stessa cosa che Giolitti diceva dei Fasci di Combattimento di Mussolini e infatti abbiamo visto come è finita. Ora, da qui a dire che la Lega Nord possa essere il nuovo PNF ce ne vuole, ne sono convinto anche io, ma le assonanze anche pericolose ci sono tutte. Anche in Italia assistiamo ad un ritorno di fiamma dei miti della razza e dei rituali celtici, in un pericoloso mix di estremismo esoterico nazista e rivendicazioni fasciste, fatte da deficienti che non sanno nemmeno di cosa stanno parlando, che non hanno una grande cultura, ma che pensano che "faccia fico essere di destra". Dietro di loro però si muove un mondo che diventa ogni giorno più intollerante, di un mondo che smania dalla voglia di fare nuove guerre, perché la guerra si dice è la via più veloce e sicura per uscire dalla crisi incrementando i mezzi di produzione. Ma come sarebbe una guerra oggi? Tanto tempo fa, Albert Einstein diceva "non so con quali armi combatteremo la Terza Guerra Mondiale, ma so con quale combatteremo la Quarta: la clava".

lunedì 18 luglio 2011

E se i candidati premier non fossero i segretari di partito?

In questi ultimi tempi si dibatte molto sull'idea di convocare le primarie anche nel centro destra. Il cambio di segretario ai vertici del PDL, che ha visto la nomina di quello che sino a qualche settimana fa era il ministro della Giustizia Angelino Alfano ha riaperto il dibattito sulla successione di Berlusconi alla guida del Paese e non solo del PDL. Molti, anche nel centro destra, sono tentati di intraprendere la strada delle primarie per nominare il prossimo candidato premier, strada già intrapresa con alterne fortune anche dal Partito Democratico e dalla coalizione di centro sinistra. L'Italia tende sempre più ad uniformarsi al modello americano, ma come al solito lo stiamo facendo in un modo tutto italiano. Si dice da più parti che ai partiti politici di oggi manchi completamente la partecipazione dal basso dei cittadini e che la scelta del candidato spesso risponde a dei giochi di potere dall'alto possibili attraverso la pratica assurda dei listini bloccati - vedi ad esempio il caso della Minetti a Milano -. Attraverso le primarie, si dice, che i candidati saranno per forza di cose costretti a dover andare incontro a quelle che sono le esigenze dei cittadini per poter sperare sia di essere eletti come candidati premier, come avviene negli USA, sia per poter correre alle elezioni per poter diventare premier della nazione. Eppure, così come sono impostate in Italia le primarie sono una vera e propria farsa, che non solo non avvicina i cittadini alla politica, ma in molti casi tende ad allontanarli ancora di più, dando la percezione di essere anche questo un gioco al massacro interno ai soliti regolamenti di conti dei partiti. Prendiamo ad esempio le primarie del PD che hanno visto l'elezione di Bersani a segretario del Partito Democratico, una pratica piuttosto usuale per chi le primarie, che servono solo per nominare i candidati alle presidenziali e non i candidati alle segreterie del partito, che di norma devono essere nominati dal congresso degli eletti. Prendiamo ancora una volta il caso del PD: alle ultime elezioni primarie, per la nomina del segretario erano in campo Dario Franceschini (segretario uscente) e, per l'appunto, Pierluigi Bersani. Le primarie hanno stabilito che il segretario doveva essere Bersani, ma cosa sarebbe successo se l'assemblea degli iscritti e quindi il congresso del Partito avesse stabilito il contrario? Dire che la pratica dei congressi degli iscritti sia una pratica "vecchia" è un palese caso di miopia politica: chi se non gli iscritti al partito hanno diritto a nominare il segretario del partito stesso? La pratica di nominare i segretari attraverso i congressi nasce dalla necessità di permettere a tutti gli elettori di quel partito - almeno quelli che si impegnano attivamente in politica - a prendere parte alla democrazia interna del partito e scegliere la figura che deve rappresentare quella stessa assemblea nelle uscite pubbliche. Altra cosa è invece il candidato Premier ed il Presidente del Consiglio: quelle devono essere figure elette da tutti i cittadini, che devono rappresentare non gli interessi di una minoranza ma di una maggioranza. Se il candidato premier fosse anche segretario di partito ci troveremmo in una situazione per così dire di conflitto di interesse, dove gli interessi del partito dovrebbero coincidere o almeno riflettersi su quelli di Stato, una cosa che farebbe sfociare la politica in una serie di dittature mono partitiche in nome dell'alternanza. Nel sistema americano Obama non era segretario del Partito Democratico così come McCain non era segretario del Partito Repubblicano, questo perché le necessità di un partito non coincidono con quelle della nazione. Si tratta d una questione di coerenza e di opportunismo politico: un Presidente del Consiglio, anche se come in Italia con poteri limitati, deve avere le mani libere di poter operare, al di là dei partiti perché deve essere Presidente di tutti gli italiani e non solo di una parte politica.
Le vittorie di Pisapia a Milano e di De Magistris a Napoli hanno dimostrato, più di altre vittorie come la politica possa tornare ad essere dei cittadini attraverso lo strumento delle primarie. Vero è che nel caso di Pisapia sono stati molti gli elettori del centro destra ad andare a votare per il candidato di SEL nella speranza che questi perdesse contro la Moratti, altra cosa che deve essere sistemata nelle primarie: a votare devono essere solo gli iscritti al partito di riferimento del candidato, o almeno gli iscritti ai partiti che prendono parte alla coalizione di governo. Le primarie sono il primo passo per quelle riforme costituzionali che da anni sono in programma nella politica italiana che non sono mai state non dico terminate, ma sotto molti aspetti nemmeno iniziate. La classe politica deve iniziare a fare le riforme dagli aspetti minori della politica, non possiamo partire dalle grandi riforme e poi passare alle piccole, perché ci sarebbe la percezione che sono modifiche che vengono dall'alto, invece, per quello che serve al Paese le riforme vanno fatte dal basso, la cittadinanza deve in qualche modo poterne prenderne parte, decidendo da chi deve essere rappresentata, e a rappresentare il Paese non deve essere un esponente di partito nominato da un Congresso, ma deve essere anche un pubblico cittadino che con quella parte politica condivide obiettivi, politiche e strategie. Che la politica esca dal bunker delle nomine dall'alto, ne va della salvezza e della morale del Paese, ne va della partecipazione alla politica dei cittadini e ne va della sopravvivenza della politica stessa. Insomma, per farla breve: che il candidato premier sia eletto per democrazia diretta dal basso e non dall'alto come si vuole fare oggi.

Se la protesta in Italia chiede più Stato...

La manovra finanziaria approvata recentemente in Italia, come sempre, ha suscitato dibattiti aspri su quelle che sono le misure che sono state prese. I cittadini, indignati, hanno protestato - anche a ragione - che non solo non sono stati diminuiti i costi eccessivi della politica, ma che sono anche aumentate le tasse soprattutto per i ceti meno abbienti.
Da anni si parla in Italia della necessità di abbattere i costi della politica, che sono particolarmente gravosi per i bilanci del Paese. Un articolo del Corriere della Sera di lunedì luglio, a firma di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, riporta come in Italia i costi della politica siano tra i più alti al mondo, anche degli Stati Uniti d'America, dove tutti gli stipendi ed i costi della politica sono visibili a tutti i cittadini on line in nome della chiarezza. Da noi, non solo non sono pubblici gli stipendi dei politici, ma non sono nemmeno chiari a tutti i privilegi di quella che ormai viene chiamata la casta. La battaglia per la riduzione dei costi della politica viene usata quasi sempre come grimaldello per vincere le elezioni o per convocare manifestazioni, non esiste governo che almeno una volta abbia proposto la riduzione dei costi della politica ed un ridimensionamento anche radicale del numero dei parlamentari. Eppure, nessuno in questi anni ha fatto nulla in questo senso, ma tutti hanno anzi aumentato il numero di parlamentari e di sottosegretari fino ad arrivare al punto da intasare la stazione Termini di Roma per il funerale di un alpino morto in Afghanistan. Si dice che ci sono troppe macchine di servizio, troppi politici costosi, troppi sottosegretari e portaborse che ruotano attorno ai politici, troppi parlamentari e che le Province andrebbero abolite. Eppure, il sistema clientelare su cui si basa la nostra politica impedisce, al di là della vuota retorica di abolire i costi della politica, anche perché ogni volta che si cerca di mettere mano al Welfare i cittadini si indignano chiedendo che nulla cambi. In Usa, quando si scende in piazza, lo si fa per chiedere "meno stato", in Italia lo si fa per chiedere "più stato". Alla riduzione dei costi della politica, deve andare di pari passo una riforma profonda delle istituzioni italiane in genere, per rendere il Paese più liberale e meno corporativo, come aveva cercato di proporre e di fare quello che è stato sinora il solo politico liberale in Italia che ha proposto una riforma in tal senso: era il 1948, ed il politico era Luigi Einaudi, da quel momento i liberali in Italia, tacciono...

giovedì 14 luglio 2011

Ma perché nessuna si occupa della Siria?

Quando sono scoppiate le rivoluzioni in Medio Oriente, abbiamo tutti pensato che l'era del terrorismo islamico e delle dittature religiose fosse in qualche modo finito. Paesi come l'Egitto o la Tunisia si sono liberate dei tiranni che le governavano per aspirare ad un domani fatto di democrazia e di libere elezioni. La stessa Libia ha cercato di emanciparsi dalla dittatura di Gheddafi, che come risposta ha bombardato la sua stessa popolazione accusandola di tradimento nei confronti della Rivoluzione. Questa reazione è bastata a suscitare la reazione indignata dell'Occidente che ha risposto inviando un contingente militare ad aiutare il popolo libico a liberarsi del tiranno. Tutti si sono affannati a difendere in qualche modo la libertà del popolo libico, a dire che avevano tutto il diritto di ribellarsi e che, vista la reazione e la situazione che si era venuta a creare non era possibile restare a guardare.
Ora, la stessa cosa, con proporzioni anche maggiori, sta avvenendo in Libia. La popolazione si è ribellata ad Assad, che come reazione sta massacrando giorno per giorno i manifestanti, fino al punto di posizionare i cecchini sui tetti con l'ordine non solo di sparare a vista sui manifestanti, ma anche di impedire che la televisione, internet, e anche singolo cittadini possano trasmettere quello che sta avvenendo a Damasco come in tutta la Siria.
Perché l'Occidente non dice niente? Perché non si propone in intervento militare, sotto il cappello ONU o NATO anche in Siria?
Le ipotesi che si possono avanzare sono tante, eppure, basta vedere i paesi confinanti della Siria per capire che forse gli interessi in gioco ed i rischi per un intervento sono troppo grandi. La Siria, infatti, confina da Ovest con Libano e Israele a Nord con l'Iraq e la Turchia. Che cosa succederebbe se si ipotizzasse un intervento militare in Siria? Credo che, quella che a ragione viene definita la polveriera del Medio Oriente rischierebbe di esplodere, trascinando il mondo in un conflitto di cui sarebbe anche difficile immaginare l'esito e la durata. Tuttavia, e questo va detto, non si può basare la possibilità di intervento solo su un mero calcolo politico e di convenienza, tutte le forze in campo in Occidente si devono impegnare perché la strage in Siria abbia termine il prima possibile, perché anche il popolo siriano come quello tunisino, quello egiziano e si spera presto anche quello libico possano avere la loro democrazia, dal basso, dal popolo.

giovedì 7 aprile 2011

La crisi libica e la totale inconsistenza della politica estera italiana

La crisi in Libia conferma come la politica estera italiana degli ultimi anni manchi completamente di una strategia precisa: una gestione della crisi iniziata male e proseguita peggio.
Il governo italiano è stato uno degli ultimi a condannare la politica di repressione del Governo Gheddafi - fino a sostenere che non si potessero bloccare i fondi sovrani del Governo Libico fino a che non fosse stato appurato che appartenessero a Gheddafi (un pò come chiedersi se i fondi del Terzo Reich venissero o meno gestiti dal partito nazista) - poi si sono lasciati soffiare il riconoscimento del governo ribelle di Bengasi da Francia ed Inghilterra che hanno costretto praticamente Obama alla no fly zone e prendere parte attiva ai bombardamenti. L'Italia, colta completamente impreparata da questi scenari, ha iniziato il solito balletto tra maggioranza ed opposizione per stabilire se era meglio essere parte attiva al processo di ricostruzione libica,se fosse il caso di partecipare ai bombardamenti, se mandare gli aerei e non sparare (cosa piuttosto ridicola per una no fly zone) oppure se era meglio continuare a stare dalla parte di Gheddafi almeno fino a che non si aveva la certezza che era finito - posizione altrettanto ridicola -. Il nostro problema era e rimane soprattutto quello legato alla gestione di un flusso di 2000 immigrati al mese - quando la Germania nel 1989 ne aveva gestiti almeno 200 mila provenienti dai Paesi dell'Est Europa -. Ancora oggi non siamo in grado di elaborare una strategia autonoma, ma siamo nelle mani di Francia, Germania e USA che hanno "caldamente consigliato a l'Italia di riconoscere il Governo di Bengasi", pena l'esclusione futura dalle forniture di petrolio e gas libico da cui l'Italia dipende. Il fatto è che ormai, comunque vada quest'operazione, sarà un fallimento perché l'Italia diventerà da maggiore alleato della Libia quale era a Paese terzo dopo Francia e Gran Bretagna, il tutto per la pressoché totale mancanza della nostra classe dirigente non dico e non tanto delle realtà complesse del Medio Oriente e del Mahreb, ma anche e soprattutto delle più elementari e banali nozioni di geopolitica e di strategie in politica estera.

mercoledì 9 marzo 2011

Analisi e prospettive della crisi della sinistra

Nella situazione attuale della crisi politica del sistema politico italiano, il Paese avrebbe bisogno di un forte partito di opposizione, in grado di essere voce di tutte quel malcontento popolare che negli ultimi mesi è esploso nelle strade e nelle piazze. Gli studenti, le donne, la società civile, tutti chiedono alla politica un cambio di passo e un nuovo modello politico. Eppure, quello che dovrebbe essere il maggior partito di opposizione, vegeta in una condizione di atavica incertezza su quelle che sono le prospettive, i progetti ed i programmi. Complice anche il fatto che manca completamente di una prospettiva politica al di fuori della contestazione a Berlusconi, non sono in grado di elaborare un programma ed un progetto politico che si poggi su una solida base ideologica ed ideale diversa da quella del berlusconismo, che in questi anni non ha fatto che occuparsi dei propri affari privati e delle proprie questioni senza elaborare nulla per il bene dell'Italia. La colpa maggiore della sinistra è stata quella di seguire la deriva politica non ponendosi come alternativa del sistema, ma costruendo una politica essa stessa basata sullo slogan, sui personalismi e sulla mera immagine dei candidati. Il passaggio PCI-PDS-DS-PD, al di là della fantasia dei nomi non ha condotto a nulla se non ad una progressiva regressione del messaggio politico che la sinistra era in grado di elaborare. Perso tra le velleità libertarie del Partito Democratico e le pulsioni rivoluzionarie della Federazione della Sinistra, in Italia la voce dell'opposizione in Parlamento non esiste. La frammentazione seguita all'ultimo congresso del PCI, quello che vide lo scioglimento a Rimini, e che vide la nascita del Partito della Rifondazione Comunista, ha di fatto distrutto quello che sino a quel momento era stato il più grande partito di opposizione comunista d'Occidente. Il patrimonio del 33% di Berlinguer è stato dilapidato in nome della volontà di andare al potere e sull'altare dell'alternanza politica. Il fatto che oggi, tutti i partiti della sinistra italiana - sia dentro che fuori del Parlamento - non riescono a raggiungere il numero di iscritti che aveva il Partito Comunista negli anni Settanta -.
Per un periodo si pensò che la svolta di Bertinotti nel 2001 potesse essere la chiave di lettura di un ritorno di una sinistra in grado di vincere non nelle aule parlamentari, ma nei consensi degli strati più bassi della popolazione, ma anche tra gli studenti ed i lavoratori, eppure anche quella interessante esperienza è stata vanificata dalla scelta sciagurata della Sinistra l'Arcobaleno, un cartello elettorale senza capo né coda che, giustamente per come la possa vedere io oggi, venne massacrato alle elezioni. In sé l'idea della Sinistra l'Arcobaleno non era nemmeno una pessima idea, la costruzione di una sinistra nuova che potesse essere introdursi nella modernità come un nuovo partito, ma anche questa volta ci si è messi alle spalle quelle che erano le prerogative della lotta politica e sociale dei comunisti. La Sinistra ha pagato il fatto di essere stata, nell'ultimo governo Prodi, complice di una serie di nefandezze e di errori grossolani, non ultimo quello di aver accettato con Bertinotti il posto di Presidente della Camera. Non pochi hanno visto in quella scelta la sete di potere di una persona piuttosto che la volontà di modificare la politica, il suo modo di concepirla ed il suo modo di farla. Come conseguenza della Sinistra l'Arcobaleno, la sinistra italiana si è ancora di più spaccata in tante altre schegge impazzite, piuttosto che iniziare a pensare seriamente ad una riunificazione sotto la stessa bandiera, magari con un altro simbolo e con un nome che ne ricordasse la natura non liberale, ma socialista e social democratica. Vero che i nomi non fanno le idee di un partito ma magari, se invece che Partito democratico della sinistra la sigla PDS avesse voluto dire Partito Democratico Socialista, forse tutti questi problemi la sinistra non li avrebbe avuti. La prospettiva su cui si deve lavorare adesso come adesso non è quella di costruire una grande coalizione che possa sconfiggere Berlusconi, non una nuova accozzaglia di partiti uniti solo dal collante dell'anti berlusconismo.
La sinistra dovrebbe invece unirsi attorno ad un tavolo e discutere seriamente della sola prospettiva possibile per battere non solo Berlusconi, ma anche il modello politico liberista della direzione del PDL: la riunificazione. Solo in questo modo, mettendo tutti sotto una sola bandiera sarà possibile tornare ad essere un grande e forte partito di massa come lo era stato il PCI, un partito che riprenda la storia comunista per compiere la sua transizione più logica: quella dal comunismo alla socialdemocrazia e non una vaga quanto mai inutile e pericolosa transizione dal comunismo ad una sorta di liberismo di destra venuto male.

giovedì 3 marzo 2011

Se i partiti nascono in Parlamento...

Quello che sta avvenendo all'interno del neonato partito di Fini, Futuro e Libertà, consente di fare una seria analisi di quelle che sono le derive di un partito nato non dal basso, ma all'interno delle aule del Parlamento. Una premessa: la scelta di Fini di abbandonare il Popolo delle Libertà era una scelta pressoché obbligata visto quanto accaduto nell'aprile dello scorso anno, necessaria tuttavia che si è rivelata deleteria per le ambizioni politiche di Gianfranco Fini. Molti avevano paragonato la svolta di FLI ed il discorso di Mirabello a quello di Fiuggi che portò alla nascita di Alleanza Nazionale. Sebbene la portata del discorso e la svolta sia epocale, come all'epoca ci sono delle sostanziali differenze tra le due operazioni: quando ci fu la svolta di Fiuggi, Alleanza Nazionale, aveva dalla sua il corpo elettorale e le sezioni del vecchio MSI, con un forte radicamento sul territorio. Futuro e Libertà nasce invece da un operazione portata avanti da alcuni dirigenti, seppure lodevoli, e soprattutto è un operazione nata in Parlamento, dall'alto e non dal basso come di solito avviene per simili svolte. Per quanto la svolta di Fini sia stata apprezzata dalla base elettorale -soprattutto per le cose dette nel discorso di Mirabello - il consenso di FLI è andato lentamente scemando a seguito delle ultime vicende particolari. Fondamentalmente molti avevano riposto la fiducia in Fini in occasione del voto sulla fiducia al Governo, raccogliendo entusiasmi accanto alla sua persona e quella del suo movimento. Eppure quella sorta di entusiasmo attorno alla figura di Fini si è esaurita nel momento stesso in cui la fiducia è passata sia alla Camera che al Senato: è stata, per molti, la conferma che le parole di sicumera di Fini di avere la maggioranza erano esagerate, sono state la conferma che il Governo di Berlusconi fosse saldo e che la sola Futuro e Libertà non fosse in grado di battere Berlusconi in un contesto parlamentare. Questo ha fatto perdere fiducia non degli elettori (che elettori non erano nei fatti ma solo in potenza) ma dei simpatizzanti iniziali dell'operazione tentata da Fini. A molti, inoltre - e parlo anche si singoli elettori di FLI - non piace il costante avvicinamento alle posizioni di Casini, che vanno in netto contrasto con l'idea di costruire una destra "laica, moderna e europea" come era nelle intenzioni di Fini quando aveva pensato la nascita di Futuro e Libertà. Su molte posizioni, soprattutto in materia etica, Unione di Centro e Futuro e Libertà, la pensano in maniera radicalmente diversa (si veda ad esempio sulla questione delle coppie di fatto oppure sulla fecondazione assistita)e lo stesso discorso vale per l'API (Alleanza per l'Italia) che è uscita dal Partito Democratico proprio perché lo considerava troppo a sinistra (!). La forza di Futuro e Libertà si è progressivamente ritirata nel momento stesso che Futuro e Libertà ha perso la sua spinta di novità e di opposizione radicale al berlusconismo. Se a questo ci si aggiungono le continue fughe di parlamentari che tornano o nelle file del PDL o nel gruppo dei Responsabili, ma comunque in sostegno al Governo, si comprende benissimo per quale motivo FLI perda nei sondaggi. La prova di FLI saranno le elezioni, dove si vedrà veramente quanto conta il movimento di Fini, anche se alla fine dei conti si conferma vera una delle teorie base della politica: non nascono in Parlamento i partiti, ma dal basso, dal radicamento nel territorio, e dire che Fini lo dovrebbe sapere bene, visto che probabilmente è stato segretario dell'ultimo grande partito di massa italiano.