mercoledì 9 marzo 2011

Analisi e prospettive della crisi della sinistra

Nella situazione attuale della crisi politica del sistema politico italiano, il Paese avrebbe bisogno di un forte partito di opposizione, in grado di essere voce di tutte quel malcontento popolare che negli ultimi mesi è esploso nelle strade e nelle piazze. Gli studenti, le donne, la società civile, tutti chiedono alla politica un cambio di passo e un nuovo modello politico. Eppure, quello che dovrebbe essere il maggior partito di opposizione, vegeta in una condizione di atavica incertezza su quelle che sono le prospettive, i progetti ed i programmi. Complice anche il fatto che manca completamente di una prospettiva politica al di fuori della contestazione a Berlusconi, non sono in grado di elaborare un programma ed un progetto politico che si poggi su una solida base ideologica ed ideale diversa da quella del berlusconismo, che in questi anni non ha fatto che occuparsi dei propri affari privati e delle proprie questioni senza elaborare nulla per il bene dell'Italia. La colpa maggiore della sinistra è stata quella di seguire la deriva politica non ponendosi come alternativa del sistema, ma costruendo una politica essa stessa basata sullo slogan, sui personalismi e sulla mera immagine dei candidati. Il passaggio PCI-PDS-DS-PD, al di là della fantasia dei nomi non ha condotto a nulla se non ad una progressiva regressione del messaggio politico che la sinistra era in grado di elaborare. Perso tra le velleità libertarie del Partito Democratico e le pulsioni rivoluzionarie della Federazione della Sinistra, in Italia la voce dell'opposizione in Parlamento non esiste. La frammentazione seguita all'ultimo congresso del PCI, quello che vide lo scioglimento a Rimini, e che vide la nascita del Partito della Rifondazione Comunista, ha di fatto distrutto quello che sino a quel momento era stato il più grande partito di opposizione comunista d'Occidente. Il patrimonio del 33% di Berlinguer è stato dilapidato in nome della volontà di andare al potere e sull'altare dell'alternanza politica. Il fatto che oggi, tutti i partiti della sinistra italiana - sia dentro che fuori del Parlamento - non riescono a raggiungere il numero di iscritti che aveva il Partito Comunista negli anni Settanta -.
Per un periodo si pensò che la svolta di Bertinotti nel 2001 potesse essere la chiave di lettura di un ritorno di una sinistra in grado di vincere non nelle aule parlamentari, ma nei consensi degli strati più bassi della popolazione, ma anche tra gli studenti ed i lavoratori, eppure anche quella interessante esperienza è stata vanificata dalla scelta sciagurata della Sinistra l'Arcobaleno, un cartello elettorale senza capo né coda che, giustamente per come la possa vedere io oggi, venne massacrato alle elezioni. In sé l'idea della Sinistra l'Arcobaleno non era nemmeno una pessima idea, la costruzione di una sinistra nuova che potesse essere introdursi nella modernità come un nuovo partito, ma anche questa volta ci si è messi alle spalle quelle che erano le prerogative della lotta politica e sociale dei comunisti. La Sinistra ha pagato il fatto di essere stata, nell'ultimo governo Prodi, complice di una serie di nefandezze e di errori grossolani, non ultimo quello di aver accettato con Bertinotti il posto di Presidente della Camera. Non pochi hanno visto in quella scelta la sete di potere di una persona piuttosto che la volontà di modificare la politica, il suo modo di concepirla ed il suo modo di farla. Come conseguenza della Sinistra l'Arcobaleno, la sinistra italiana si è ancora di più spaccata in tante altre schegge impazzite, piuttosto che iniziare a pensare seriamente ad una riunificazione sotto la stessa bandiera, magari con un altro simbolo e con un nome che ne ricordasse la natura non liberale, ma socialista e social democratica. Vero che i nomi non fanno le idee di un partito ma magari, se invece che Partito democratico della sinistra la sigla PDS avesse voluto dire Partito Democratico Socialista, forse tutti questi problemi la sinistra non li avrebbe avuti. La prospettiva su cui si deve lavorare adesso come adesso non è quella di costruire una grande coalizione che possa sconfiggere Berlusconi, non una nuova accozzaglia di partiti uniti solo dal collante dell'anti berlusconismo.
La sinistra dovrebbe invece unirsi attorno ad un tavolo e discutere seriamente della sola prospettiva possibile per battere non solo Berlusconi, ma anche il modello politico liberista della direzione del PDL: la riunificazione. Solo in questo modo, mettendo tutti sotto una sola bandiera sarà possibile tornare ad essere un grande e forte partito di massa come lo era stato il PCI, un partito che riprenda la storia comunista per compiere la sua transizione più logica: quella dal comunismo alla socialdemocrazia e non una vaga quanto mai inutile e pericolosa transizione dal comunismo ad una sorta di liberismo di destra venuto male.

giovedì 3 marzo 2011

Se i partiti nascono in Parlamento...

Quello che sta avvenendo all'interno del neonato partito di Fini, Futuro e Libertà, consente di fare una seria analisi di quelle che sono le derive di un partito nato non dal basso, ma all'interno delle aule del Parlamento. Una premessa: la scelta di Fini di abbandonare il Popolo delle Libertà era una scelta pressoché obbligata visto quanto accaduto nell'aprile dello scorso anno, necessaria tuttavia che si è rivelata deleteria per le ambizioni politiche di Gianfranco Fini. Molti avevano paragonato la svolta di FLI ed il discorso di Mirabello a quello di Fiuggi che portò alla nascita di Alleanza Nazionale. Sebbene la portata del discorso e la svolta sia epocale, come all'epoca ci sono delle sostanziali differenze tra le due operazioni: quando ci fu la svolta di Fiuggi, Alleanza Nazionale, aveva dalla sua il corpo elettorale e le sezioni del vecchio MSI, con un forte radicamento sul territorio. Futuro e Libertà nasce invece da un operazione portata avanti da alcuni dirigenti, seppure lodevoli, e soprattutto è un operazione nata in Parlamento, dall'alto e non dal basso come di solito avviene per simili svolte. Per quanto la svolta di Fini sia stata apprezzata dalla base elettorale -soprattutto per le cose dette nel discorso di Mirabello - il consenso di FLI è andato lentamente scemando a seguito delle ultime vicende particolari. Fondamentalmente molti avevano riposto la fiducia in Fini in occasione del voto sulla fiducia al Governo, raccogliendo entusiasmi accanto alla sua persona e quella del suo movimento. Eppure quella sorta di entusiasmo attorno alla figura di Fini si è esaurita nel momento stesso in cui la fiducia è passata sia alla Camera che al Senato: è stata, per molti, la conferma che le parole di sicumera di Fini di avere la maggioranza erano esagerate, sono state la conferma che il Governo di Berlusconi fosse saldo e che la sola Futuro e Libertà non fosse in grado di battere Berlusconi in un contesto parlamentare. Questo ha fatto perdere fiducia non degli elettori (che elettori non erano nei fatti ma solo in potenza) ma dei simpatizzanti iniziali dell'operazione tentata da Fini. A molti, inoltre - e parlo anche si singoli elettori di FLI - non piace il costante avvicinamento alle posizioni di Casini, che vanno in netto contrasto con l'idea di costruire una destra "laica, moderna e europea" come era nelle intenzioni di Fini quando aveva pensato la nascita di Futuro e Libertà. Su molte posizioni, soprattutto in materia etica, Unione di Centro e Futuro e Libertà, la pensano in maniera radicalmente diversa (si veda ad esempio sulla questione delle coppie di fatto oppure sulla fecondazione assistita)e lo stesso discorso vale per l'API (Alleanza per l'Italia) che è uscita dal Partito Democratico proprio perché lo considerava troppo a sinistra (!). La forza di Futuro e Libertà si è progressivamente ritirata nel momento stesso che Futuro e Libertà ha perso la sua spinta di novità e di opposizione radicale al berlusconismo. Se a questo ci si aggiungono le continue fughe di parlamentari che tornano o nelle file del PDL o nel gruppo dei Responsabili, ma comunque in sostegno al Governo, si comprende benissimo per quale motivo FLI perda nei sondaggi. La prova di FLI saranno le elezioni, dove si vedrà veramente quanto conta il movimento di Fini, anche se alla fine dei conti si conferma vera una delle teorie base della politica: non nascono in Parlamento i partiti, ma dal basso, dal radicamento nel territorio, e dire che Fini lo dovrebbe sapere bene, visto che probabilmente è stato segretario dell'ultimo grande partito di massa italiano.

martedì 1 marzo 2011

Errata corrige

"La degenerazione del pensiero di Hobbes e "natura intrinsecamente buona dell'individuo"

Il Leviatano

Il Ventennio di Berlusconi, come ormai conviene chiamarlo ha segnato per sempre la politica e la morale italiana. Dal 1994 in poi abbiamo sempre più assistito al totale scollamento della politica non tanto dalla questione morale sollevata da Berlinguer nel 1980, ma dal concetto stesso di morale. La visione berlusconiana del potere è andata fatalmente a coincidere con una visione distorta della politica in cui tutto diviene legittimo nel momento stesso in cui si viene eletti dal "popolo sovrano".
Siamo davanti alla degenerazione del concetto di Leviatano di cui parlava Thomas Hobbes nell'opera dallo stesso titolo. Berlusconi, sin dalla sua discesa in campo - con una violenta impennata negli ultimi anni va detto - ha sempre più concepito il mandato degli elettori come un contratto che gli consentiva di governare indipendentemente da quello che sostiene l'articolo 1 della Costituzione:
"La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione".
La concezione del potere secondo Berlusconi invece, da un punto di vista di speculazione filosofica appare decisamente diverso: la Costituzione non è che un contratto sancito da individui, che nello stesso tempo investono una persona, il Leviatano, che nel momento stesso in cui viene eletto si pone al di sopra della legge stessa, sia essa legge degli uomini o legge di Dio, che nella politica di Hobbes ovviamente non viene sostituito. Hobbes, nel Leviatano, sostiene un giusnaturalismo negativo, che parla di uomini non buoni (come ad esempio era nel giusnaturalismo positivo di Locke o di Rousseau che sostenevano la natura intrinseca dell'individuo) ma corrotti dall'idea di potere che, per risolvere una situazione di eterno conflitto delegano il potere attraverso un contratto (nello specifico rappresentato dalle elezioni) e che delegano il potere nelle mani del Leviatano che, e questo è fondamentale sottolineare, non è la soluzione al problema della natura umana, ma è il male minore. Il fatto che il sistema berlusconiano sia andato oltre, prendendo tutte le degenerazioni che sono derivate dall'interpretazione in chiave autoritaria e totalitaria del pensiero di Locke è rappresentato da quelle che sono le ultime uscite di questo Governo: il tentativo di creare una sorta di conflitto perenne tra le istituzioni, in cui non solo pone il Leviatano al di sopra della legge ma fa anche in modo che dopo di lui la situazione sia destinata al tracollo. Si tratta evidentemente della concezione assolutistica del "dopo di me il diluvio", che nasce dalla condizione di calma apparente e di caos latente della condizione politica italiana dove, alla fine inesorabile di Berlusconi si trascinerà anche inesorabile la fine del Paese; per Hobbes il Leviatano poteva essere deposto dal popolo nel momento in cui non avrebbe rispettato i termini del contratto. Nella concezione berlusconiana il Leviatano diviene il contratto nel momento stesso in cui viene delegato di rappresentare il contratto stesso, diviene sovrano al di sopra della legge, poiché esso stesso diviene la legge per volontà del popolo. In questo sta la degenerazione del pensiero hobbesiano, ed in questo sta la degenerazione del giusnaturalismo che conduce alla deriva totalitaria, come avvenne nella Francia post rivoluzionaria con un certo Napoleone...primo dittatore per contratto con il suo stesso popolo.