I fatto avvenuti in Norvegia una settimana fa nemmeno ci riportano indietro negli anni, a quando ancora il mondo pensava di essere innocente, prima dell'Olocausto. Dopo la fine della II Guerra Mondiale, quando tutti sono venuti a conoscenza della orrida realtà dei campi di sterminio, tutto per la natura umana sembra essere cambiato: abbiamo scoperto che dentro ognuno di noi è nascosta una parte di orrore, una parte che ancora oggi fa dire a qualcuno (e a quanto pare dai fatti norvegesi non sono pochi) "beh, però questi ebrei qualcosa lo avranno pur fatto per essere sterminati", basta cambiare alla parola ebrei quella di musulmani, cinesi, indiani o qualunque altra etnia che ci viene in mente e abbiamo riassunto quello che è alla base del pensiero nazista: l'odio verso il prossimo in quanto tale.
Il caso norvegese non è un caso isolato, gli Stati Uniti, giusto per dirne una, sono un continuo proliferare di gruppi sulla supremazia della razza bianca, di gruppi che si ispirano al nazismo, di gruppi che propongono come soluzione finale quello del ritorno alla razza ariana, una sorta di WASP (White Anglosaxon Protestant) all'ennesima potenza, alimentando l'odio contro il nemico islamico, comunista (ma non erano finiti con la Guerra Fredda?), negro, frocio, ebreo e qualunque altra cosa. La povertà che è stata generata dalla crisi non ha fatto che alimentare i sentimenti di odio verso il diverso, verso chi ci ruba il lavoro, verso chi non la pensa come noi. Prendiamo il caso della politica italiana: mentre il Paese sta andando lentamente al tracollo e tutti i giornali cercano di spiegare in parole povere termini come default, spread, tassi di interesse, debito pubblico alla stelle, prestiti dalle Banche estere, e mentre i nostri ministeri si affannano a demolire quel poco di stato sociale che ancora esiste nel Paese, qualcuno ha ben pensato di dire che il nemico è alle porte, che il colpevole di tutto sono gli immigrati, i musulmani, i negher, i comunisti (anche qui a quanto pare è una sana ossessione della politica) ma mai del Governo, cioè di quelli che negli ultimi vent'anni se ne sono allegramente fregati del debito pubblico, del welfare, occupati solo ad arricchire le loro tasche e mantenere i loro privilegi, dibattendo su cose apparentemente inutili che di colpo diventano utili se si tratta di distogliere la gente da quelli che sono i problemi reali della nazione. Allora, è quasi normale che un pazzo norvegese abbia la bella idea di andare a sterminare i giovani laburisti in quello che forse è il Paese più tollerante d'Europa la Norvegia, pensando che se avesse messo una bomba al Parlamento e ucciso tutti i giovani laburisti e avesse incolpato l'integralismo islamico ci sarebbe stata una nuova Guerra Santa, la nuova Crociata contro l'infedele che vuole colonizzare l'Europa. E infatti, tutti i telegiornali la prima cosa che hanno detto è che erano stati gli integralisti islamici, perché è più facile concepire che il nemico venga da fuori, perché è meno concepibile che il nemico venga da dentro, che siamo noi stessi il nostro peggior nemico. Quando è venuto fuori che il musulmano non era un musulmano ma un norvegese alto e biondo che rispondeva al nome di Anders Breivik ci siamo di colpo resi conto che l'odio è ancora con noi e cammina al nostro fianco. Lo scopo di Breivik, mano mano che le indagini proseguivano, non era più quello di far ricadere la colpa sui musulmani, no, era quello di punire i giovani laburisti che con i musulmani erano tolleranti. Ecco allora le solite note di solidarietà della politica, degli americani - gli stessi che con Bush avevano definito l'Islam "il Male Assoluto" e dei politici italiani, che la cosa più gentile che hanno detto agli immigrati negli ultimi mesi è che puzzano. Mario Borghezio, infatti, sempre coerente con le sue idee, ha fatto notare che non ci vede nulla di strano se qualcuno faccia proprie le idee del Mein Kampf e vada in giro a sterminare le persone in nome della purezza della razza, salvo poi rettificare e dire che lui non la pensa assolutamente in quel modo. Infatti, Mario Borghezio non era quello che è stato condannato per essere andato con il Vetril e la spugna a pulire i vagoni dove passavano gli immigrati perché erano stati contaminati, e non è quello che ha detto che la secessione della Padania è una necessità storica perché quelli del Sud sono inferiori. Forse non lo ha mai detto direttamente, forse ha usato parole diverse ma i concetti sono quelli. Del resto, il capo del suo partito è uno talmente tanto nazionalista che si pulirebbe il didietro con il tricolore e che sarebbe disposto a prendere il fucile per la sua campagna per la secessione, e ogni volta che lui ha queste sparate il Presidente del Consiglio lo difende dicendo che le sue sono semplici sparate goliardiche, pressappoco la stessa cosa che Giolitti diceva dei Fasci di Combattimento di Mussolini e infatti abbiamo visto come è finita. Ora, da qui a dire che la Lega Nord possa essere il nuovo PNF ce ne vuole, ne sono convinto anche io, ma le assonanze anche pericolose ci sono tutte. Anche in Italia assistiamo ad un ritorno di fiamma dei miti della razza e dei rituali celtici, in un pericoloso mix di estremismo esoterico nazista e rivendicazioni fasciste, fatte da deficienti che non sanno nemmeno di cosa stanno parlando, che non hanno una grande cultura, ma che pensano che "faccia fico essere di destra". Dietro di loro però si muove un mondo che diventa ogni giorno più intollerante, di un mondo che smania dalla voglia di fare nuove guerre, perché la guerra si dice è la via più veloce e sicura per uscire dalla crisi incrementando i mezzi di produzione. Ma come sarebbe una guerra oggi? Tanto tempo fa, Albert Einstein diceva "non so con quali armi combatteremo la Terza Guerra Mondiale, ma so con quale combatteremo la Quarta: la clava".
Non condivido nulla di ciò che dici ma sono disposto a morire per difendere il tuo diritto a dirlo. Voltaire
venerdì 29 luglio 2011
lunedì 18 luglio 2011
E se i candidati premier non fossero i segretari di partito?
In questi ultimi tempi si dibatte molto sull'idea di convocare le primarie anche nel centro destra. Il cambio di segretario ai vertici del PDL, che ha visto la nomina di quello che sino a qualche settimana fa era il ministro della Giustizia Angelino Alfano ha riaperto il dibattito sulla successione di Berlusconi alla guida del Paese e non solo del PDL. Molti, anche nel centro destra, sono tentati di intraprendere la strada delle primarie per nominare il prossimo candidato premier, strada già intrapresa con alterne fortune anche dal Partito Democratico e dalla coalizione di centro sinistra. L'Italia tende sempre più ad uniformarsi al modello americano, ma come al solito lo stiamo facendo in un modo tutto italiano. Si dice da più parti che ai partiti politici di oggi manchi completamente la partecipazione dal basso dei cittadini e che la scelta del candidato spesso risponde a dei giochi di potere dall'alto possibili attraverso la pratica assurda dei listini bloccati - vedi ad esempio il caso della Minetti a Milano -. Attraverso le primarie, si dice, che i candidati saranno per forza di cose costretti a dover andare incontro a quelle che sono le esigenze dei cittadini per poter sperare sia di essere eletti come candidati premier, come avviene negli USA, sia per poter correre alle elezioni per poter diventare premier della nazione. Eppure, così come sono impostate in Italia le primarie sono una vera e propria farsa, che non solo non avvicina i cittadini alla politica, ma in molti casi tende ad allontanarli ancora di più, dando la percezione di essere anche questo un gioco al massacro interno ai soliti regolamenti di conti dei partiti. Prendiamo ad esempio le primarie del PD che hanno visto l'elezione di Bersani a segretario del Partito Democratico, una pratica piuttosto usuale per chi le primarie, che servono solo per nominare i candidati alle presidenziali e non i candidati alle segreterie del partito, che di norma devono essere nominati dal congresso degli eletti. Prendiamo ancora una volta il caso del PD: alle ultime elezioni primarie, per la nomina del segretario erano in campo Dario Franceschini (segretario uscente) e, per l'appunto, Pierluigi Bersani. Le primarie hanno stabilito che il segretario doveva essere Bersani, ma cosa sarebbe successo se l'assemblea degli iscritti e quindi il congresso del Partito avesse stabilito il contrario? Dire che la pratica dei congressi degli iscritti sia una pratica "vecchia" è un palese caso di miopia politica: chi se non gli iscritti al partito hanno diritto a nominare il segretario del partito stesso? La pratica di nominare i segretari attraverso i congressi nasce dalla necessità di permettere a tutti gli elettori di quel partito - almeno quelli che si impegnano attivamente in politica - a prendere parte alla democrazia interna del partito e scegliere la figura che deve rappresentare quella stessa assemblea nelle uscite pubbliche. Altra cosa è invece il candidato Premier ed il Presidente del Consiglio: quelle devono essere figure elette da tutti i cittadini, che devono rappresentare non gli interessi di una minoranza ma di una maggioranza. Se il candidato premier fosse anche segretario di partito ci troveremmo in una situazione per così dire di conflitto di interesse, dove gli interessi del partito dovrebbero coincidere o almeno riflettersi su quelli di Stato, una cosa che farebbe sfociare la politica in una serie di dittature mono partitiche in nome dell'alternanza. Nel sistema americano Obama non era segretario del Partito Democratico così come McCain non era segretario del Partito Repubblicano, questo perché le necessità di un partito non coincidono con quelle della nazione. Si tratta d una questione di coerenza e di opportunismo politico: un Presidente del Consiglio, anche se come in Italia con poteri limitati, deve avere le mani libere di poter operare, al di là dei partiti perché deve essere Presidente di tutti gli italiani e non solo di una parte politica.
Le vittorie di Pisapia a Milano e di De Magistris a Napoli hanno dimostrato, più di altre vittorie come la politica possa tornare ad essere dei cittadini attraverso lo strumento delle primarie. Vero è che nel caso di Pisapia sono stati molti gli elettori del centro destra ad andare a votare per il candidato di SEL nella speranza che questi perdesse contro la Moratti, altra cosa che deve essere sistemata nelle primarie: a votare devono essere solo gli iscritti al partito di riferimento del candidato, o almeno gli iscritti ai partiti che prendono parte alla coalizione di governo. Le primarie sono il primo passo per quelle riforme costituzionali che da anni sono in programma nella politica italiana che non sono mai state non dico terminate, ma sotto molti aspetti nemmeno iniziate. La classe politica deve iniziare a fare le riforme dagli aspetti minori della politica, non possiamo partire dalle grandi riforme e poi passare alle piccole, perché ci sarebbe la percezione che sono modifiche che vengono dall'alto, invece, per quello che serve al Paese le riforme vanno fatte dal basso, la cittadinanza deve in qualche modo poterne prenderne parte, decidendo da chi deve essere rappresentata, e a rappresentare il Paese non deve essere un esponente di partito nominato da un Congresso, ma deve essere anche un pubblico cittadino che con quella parte politica condivide obiettivi, politiche e strategie. Che la politica esca dal bunker delle nomine dall'alto, ne va della salvezza e della morale del Paese, ne va della partecipazione alla politica dei cittadini e ne va della sopravvivenza della politica stessa. Insomma, per farla breve: che il candidato premier sia eletto per democrazia diretta dal basso e non dall'alto come si vuole fare oggi.
Le vittorie di Pisapia a Milano e di De Magistris a Napoli hanno dimostrato, più di altre vittorie come la politica possa tornare ad essere dei cittadini attraverso lo strumento delle primarie. Vero è che nel caso di Pisapia sono stati molti gli elettori del centro destra ad andare a votare per il candidato di SEL nella speranza che questi perdesse contro la Moratti, altra cosa che deve essere sistemata nelle primarie: a votare devono essere solo gli iscritti al partito di riferimento del candidato, o almeno gli iscritti ai partiti che prendono parte alla coalizione di governo. Le primarie sono il primo passo per quelle riforme costituzionali che da anni sono in programma nella politica italiana che non sono mai state non dico terminate, ma sotto molti aspetti nemmeno iniziate. La classe politica deve iniziare a fare le riforme dagli aspetti minori della politica, non possiamo partire dalle grandi riforme e poi passare alle piccole, perché ci sarebbe la percezione che sono modifiche che vengono dall'alto, invece, per quello che serve al Paese le riforme vanno fatte dal basso, la cittadinanza deve in qualche modo poterne prenderne parte, decidendo da chi deve essere rappresentata, e a rappresentare il Paese non deve essere un esponente di partito nominato da un Congresso, ma deve essere anche un pubblico cittadino che con quella parte politica condivide obiettivi, politiche e strategie. Che la politica esca dal bunker delle nomine dall'alto, ne va della salvezza e della morale del Paese, ne va della partecipazione alla politica dei cittadini e ne va della sopravvivenza della politica stessa. Insomma, per farla breve: che il candidato premier sia eletto per democrazia diretta dal basso e non dall'alto come si vuole fare oggi.
Se la protesta in Italia chiede più Stato...
La manovra finanziaria approvata recentemente in Italia, come sempre, ha suscitato dibattiti aspri su quelle che sono le misure che sono state prese. I cittadini, indignati, hanno protestato - anche a ragione - che non solo non sono stati diminuiti i costi eccessivi della politica, ma che sono anche aumentate le tasse soprattutto per i ceti meno abbienti.
Da anni si parla in Italia della necessità di abbattere i costi della politica, che sono particolarmente gravosi per i bilanci del Paese. Un articolo del Corriere della Sera di lunedì luglio, a firma di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, riporta come in Italia i costi della politica siano tra i più alti al mondo, anche degli Stati Uniti d'America, dove tutti gli stipendi ed i costi della politica sono visibili a tutti i cittadini on line in nome della chiarezza. Da noi, non solo non sono pubblici gli stipendi dei politici, ma non sono nemmeno chiari a tutti i privilegi di quella che ormai viene chiamata la casta. La battaglia per la riduzione dei costi della politica viene usata quasi sempre come grimaldello per vincere le elezioni o per convocare manifestazioni, non esiste governo che almeno una volta abbia proposto la riduzione dei costi della politica ed un ridimensionamento anche radicale del numero dei parlamentari. Eppure, nessuno in questi anni ha fatto nulla in questo senso, ma tutti hanno anzi aumentato il numero di parlamentari e di sottosegretari fino ad arrivare al punto da intasare la stazione Termini di Roma per il funerale di un alpino morto in Afghanistan. Si dice che ci sono troppe macchine di servizio, troppi politici costosi, troppi sottosegretari e portaborse che ruotano attorno ai politici, troppi parlamentari e che le Province andrebbero abolite. Eppure, il sistema clientelare su cui si basa la nostra politica impedisce, al di là della vuota retorica di abolire i costi della politica, anche perché ogni volta che si cerca di mettere mano al Welfare i cittadini si indignano chiedendo che nulla cambi. In Usa, quando si scende in piazza, lo si fa per chiedere "meno stato", in Italia lo si fa per chiedere "più stato". Alla riduzione dei costi della politica, deve andare di pari passo una riforma profonda delle istituzioni italiane in genere, per rendere il Paese più liberale e meno corporativo, come aveva cercato di proporre e di fare quello che è stato sinora il solo politico liberale in Italia che ha proposto una riforma in tal senso: era il 1948, ed il politico era Luigi Einaudi, da quel momento i liberali in Italia, tacciono...
Da anni si parla in Italia della necessità di abbattere i costi della politica, che sono particolarmente gravosi per i bilanci del Paese. Un articolo del Corriere della Sera di lunedì luglio, a firma di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, riporta come in Italia i costi della politica siano tra i più alti al mondo, anche degli Stati Uniti d'America, dove tutti gli stipendi ed i costi della politica sono visibili a tutti i cittadini on line in nome della chiarezza. Da noi, non solo non sono pubblici gli stipendi dei politici, ma non sono nemmeno chiari a tutti i privilegi di quella che ormai viene chiamata la casta. La battaglia per la riduzione dei costi della politica viene usata quasi sempre come grimaldello per vincere le elezioni o per convocare manifestazioni, non esiste governo che almeno una volta abbia proposto la riduzione dei costi della politica ed un ridimensionamento anche radicale del numero dei parlamentari. Eppure, nessuno in questi anni ha fatto nulla in questo senso, ma tutti hanno anzi aumentato il numero di parlamentari e di sottosegretari fino ad arrivare al punto da intasare la stazione Termini di Roma per il funerale di un alpino morto in Afghanistan. Si dice che ci sono troppe macchine di servizio, troppi politici costosi, troppi sottosegretari e portaborse che ruotano attorno ai politici, troppi parlamentari e che le Province andrebbero abolite. Eppure, il sistema clientelare su cui si basa la nostra politica impedisce, al di là della vuota retorica di abolire i costi della politica, anche perché ogni volta che si cerca di mettere mano al Welfare i cittadini si indignano chiedendo che nulla cambi. In Usa, quando si scende in piazza, lo si fa per chiedere "meno stato", in Italia lo si fa per chiedere "più stato". Alla riduzione dei costi della politica, deve andare di pari passo una riforma profonda delle istituzioni italiane in genere, per rendere il Paese più liberale e meno corporativo, come aveva cercato di proporre e di fare quello che è stato sinora il solo politico liberale in Italia che ha proposto una riforma in tal senso: era il 1948, ed il politico era Luigi Einaudi, da quel momento i liberali in Italia, tacciono...
giovedì 14 luglio 2011
Ma perché nessuna si occupa della Siria?
Quando sono scoppiate le rivoluzioni in Medio Oriente, abbiamo tutti pensato che l'era del terrorismo islamico e delle dittature religiose fosse in qualche modo finito. Paesi come l'Egitto o la Tunisia si sono liberate dei tiranni che le governavano per aspirare ad un domani fatto di democrazia e di libere elezioni. La stessa Libia ha cercato di emanciparsi dalla dittatura di Gheddafi, che come risposta ha bombardato la sua stessa popolazione accusandola di tradimento nei confronti della Rivoluzione. Questa reazione è bastata a suscitare la reazione indignata dell'Occidente che ha risposto inviando un contingente militare ad aiutare il popolo libico a liberarsi del tiranno. Tutti si sono affannati a difendere in qualche modo la libertà del popolo libico, a dire che avevano tutto il diritto di ribellarsi e che, vista la reazione e la situazione che si era venuta a creare non era possibile restare a guardare.
Ora, la stessa cosa, con proporzioni anche maggiori, sta avvenendo in Libia. La popolazione si è ribellata ad Assad, che come reazione sta massacrando giorno per giorno i manifestanti, fino al punto di posizionare i cecchini sui tetti con l'ordine non solo di sparare a vista sui manifestanti, ma anche di impedire che la televisione, internet, e anche singolo cittadini possano trasmettere quello che sta avvenendo a Damasco come in tutta la Siria.
Perché l'Occidente non dice niente? Perché non si propone in intervento militare, sotto il cappello ONU o NATO anche in Siria?
Le ipotesi che si possono avanzare sono tante, eppure, basta vedere i paesi confinanti della Siria per capire che forse gli interessi in gioco ed i rischi per un intervento sono troppo grandi. La Siria, infatti, confina da Ovest con Libano e Israele a Nord con l'Iraq e la Turchia. Che cosa succederebbe se si ipotizzasse un intervento militare in Siria? Credo che, quella che a ragione viene definita la polveriera del Medio Oriente rischierebbe di esplodere, trascinando il mondo in un conflitto di cui sarebbe anche difficile immaginare l'esito e la durata. Tuttavia, e questo va detto, non si può basare la possibilità di intervento solo su un mero calcolo politico e di convenienza, tutte le forze in campo in Occidente si devono impegnare perché la strage in Siria abbia termine il prima possibile, perché anche il popolo siriano come quello tunisino, quello egiziano e si spera presto anche quello libico possano avere la loro democrazia, dal basso, dal popolo.
Ora, la stessa cosa, con proporzioni anche maggiori, sta avvenendo in Libia. La popolazione si è ribellata ad Assad, che come reazione sta massacrando giorno per giorno i manifestanti, fino al punto di posizionare i cecchini sui tetti con l'ordine non solo di sparare a vista sui manifestanti, ma anche di impedire che la televisione, internet, e anche singolo cittadini possano trasmettere quello che sta avvenendo a Damasco come in tutta la Siria.
Perché l'Occidente non dice niente? Perché non si propone in intervento militare, sotto il cappello ONU o NATO anche in Siria?
Le ipotesi che si possono avanzare sono tante, eppure, basta vedere i paesi confinanti della Siria per capire che forse gli interessi in gioco ed i rischi per un intervento sono troppo grandi. La Siria, infatti, confina da Ovest con Libano e Israele a Nord con l'Iraq e la Turchia. Che cosa succederebbe se si ipotizzasse un intervento militare in Siria? Credo che, quella che a ragione viene definita la polveriera del Medio Oriente rischierebbe di esplodere, trascinando il mondo in un conflitto di cui sarebbe anche difficile immaginare l'esito e la durata. Tuttavia, e questo va detto, non si può basare la possibilità di intervento solo su un mero calcolo politico e di convenienza, tutte le forze in campo in Occidente si devono impegnare perché la strage in Siria abbia termine il prima possibile, perché anche il popolo siriano come quello tunisino, quello egiziano e si spera presto anche quello libico possano avere la loro democrazia, dal basso, dal popolo.
Iscriviti a:
Post (Atom)