venerdì 28 ottobre 2011

Ressa a Roma davanti ad un negozio di Trony, quando il consumismo diventa status simbol

Ieri, sin dalla mattina Roma è stata di nuovo bloccata: traffico in tilt, macchine che non riuscivano a passare, autobus fermi. Stavolta però non si è trattato di una calamità naturale, nessuna emergenza di carattere ambientale, nessuna emergenza terrorismo: Roma era bloccata perché Trony, la nota catena di elettrodomestici aveva aperto un negozio nella zona di Ponte Milvio ed aveva promesso sconti eccezionali sui prodotti il giorno della sua apertura: televisori al plasma a 99 euro, I Phone a 399 euro invece che cinquecento e passa, ed altre promesse che sono state alla base del caos di Roma. La città è completamente impazzita: migliaia di persone sono andate sin dalla mattina presto – qualcuno anche dalla sera prima – per comprare il loro pezzo di tecnologia che lo facesse entrare nel gota di coloro che hanno un televisore LCD o un I Phone da mostrare ai propri amici. Una follia? Non proprio, una logica conseguenza delle derive prese dal capitalismo selvaggio negli ultimi anni. Una sorta di senso di appartenenza al mondo del consumismo che è diventato il solo metro di paragone per valutare una persona. Ormai non si valuta più in base a quello che sei ma a quello che hai, allora tutti devono essere forniti delle ultime novità tecnologiche pena la vita. Nel suo ultimo libro il filosofo Zygmunt Baumann parlava di vite che non ci possiamo permettere, di persone che pur di essere considerati benestanti sono anche capaci di indebitarsi per un televisore al plasma, per un telefonino di ultima generazione, per un oggetto qualunque che sia però iper tecnologico e che hanno solo loro o almeno pochi di loro. Un modo per sentirsi borghesi, per essere qualcosa che non sono, un modo per poter dire anche io consumo. Ora, partendo dal presupposto che se sono senza soldi non mi posso nemmeno permettere un televisore al plasma a 99 euro, sarebbe utile cercare di capire che cosa sta succedendo al mondo ed al sistema italiano. Da sempre la tecnologia è stata uno status, sin da quando negli anni Cinquanta gli italiani che si potevano permettere un frigorifero, una lavatrice, un televisore, erano considerati ricchi o almeno benestanti. Quelli erano gli anni del boom, gli anni delle Cinquecento, delle gite al mare, della crescita esponenziale del PIL italiano. Ora le condizioni economiche sono opposte, la crisi che morde anche le famiglie di quella che un tempo era la piccola e media borghesia, il Paese che è improduttivo, le banche in crisi, le piccole aziende che chiudono, eppure la sete di consumo sembra essere rimasta lo stesso. Quello che con la crisi avrebbe dovuto scemare, per quanto possa sembrare assurdo, si è ampliato a dismisura: la voglia di avere cose inutili al posto delle cose utili. Tra le persone in fila c’era chi aveva effettivamente bisogno, che so di una lavatrice nuova e magari non se la poteva permettere a seicento euro, ma c’era anche chi, sapendo che le offerte erano finite ha detto “non è vero, Io DEVO comprare qualcosa”. Qualunque cosa, sia esso un telefonino, un telecomando universale che mi accende anche le luci di casa,un televisore LCD che mi faccia fare bella figura con gli amici, una cosa insomma utile nella sua totale inutilità. Perché che senso ha avere un televisore LCD se non ho nemmeno i soldi per poter comprare da mangiare? Che senso ha l’I Phone se non sono in ritardo con il pagamento delle bollette del telefono? È un modo per sentirsi ricchi, per vantarsi, per essere felici nell’epoca in cui la felicità è data dall’effimero dalle certezze che vengono offerte dal mercato invece che dal nostro Io interiore, una cosa da cui aveva messo in guardia anche Benedetto XVI nella sua ultima enciclica, Caritas in Veritate il consumismo diviene pericoloso quando arriva alla sua degenerazione, la sete dei consumi che scatena la corsa all’ultimo prodotto,quella sete che conduce gli individui ad indebitarsi pur di avere quel prodotto inutile che serve solo a mostrare il proprio benessere. Viene da chiedersi allora se la deriva che sta prendendo il mondo non ce la siamo in fondo meritata, noi che abbiamo costruito la nostra immagine sulle apparenze, sul nulla cosmico dei consumi e sulla teoria della non cultura. Perché alla fine, come insegna Herbert Marcuse, l’arma migliore del capitalismo selvaggio è questa: comprarti.

Se la CGIL diventa il sindacato dei pensionati

Confederazione Generale Italiana del Lavoro, questa è la denominazione ufficiale della CGIL, eppure andando a leggere le percentuali degli iscritti ci si rende conto che la maggior parte sono pensionati iscritti allo SPI. In proporzione i pensionati all’interno della CGIL sono il 52, 1 %, contro il 48,5% della CISL, il 26,4% della UIL e appena il 21,9% dell’UGL. Una maggioranza assoluta di pensionati che sono iscritti alla CGIL e che almeno da dieci anni a questa parte sono la vera forza del maggior sindacato di sinistra. Gli occupati che sono iscritti alla CGIL sono il 47, 8%, poco più del 5% rispetto ai pensionati. Una condizione anomala per un sindacato che tutela i diritti del lavoratore e che invece ha come maggioranza di iscritti persone che non lavorano. La scusa che viene addotta è che i pensionati sono i “finanziatori massimi” della CGIL che senza di loro sarebbe molto più debole da un punto di vista tanto politico quanto economico. In questo dato ed in questo discorso sta tutta l’anomalia italiana: l’Italia è un paese per vecchi. L’anomalia non è solo al livello sindacale, basta andare a vedere la classe politica che ci governa. Al di là delle differenze ideologiche e di programma che contraddistingue le parti politiche, l’età media degli onorevoli presenti in Parlamento è di cinquant’anni e lo stesso Presidente del Consiglio ne ha settantacinque. Alle elezioni del 2006 erano stati presentati due candidati: Romano Prodi di settantadue anni e Silvio Berlusconi di settantacinque, appunto. Gli stessi candidati presentati nel 1996, cioè esattamente dieci anni prima. All’ultimo G8 a rappresentare l’Italia c’era Silvio Berlusconi; Presidente degli Stati Uniti era Barack Obama, Primo Ministro Inglese Gordon Brown e per la Spagna Zapatero (che si è ritirato facendo un passo indietro e dicendo di aver ormai fatto il suo tempo a nemmeno cinquant’anni); nel 2001, andando a riprendere le foto di Genova, c’erano Bush negli Stati Uniti (appena eletto dopo i dieci anni di mandato Clinton), Aznar in Spagna e Blair in Gran Bretagna. Tutti e tre si sono fatti da parte per lasciare spazio alle generazioni più giovani. Attualmente in Gran Bretagna il Segretario del Partito Laburista Ed Milliband ha quarantadue anni, il capo del Governo, David Cameron ne ha quarantatre. Non si tratta del discorso di Grillo sulla Giovinezza, che tanto ricorda la canzone di Mussolini oppure il Fronte dell’Uomo Qualunque di Giannini alla fine della II Guerra Mondiale, quando si accusava che la classe politica fosse vecchia ed antiquata ma si tratta semplicemente di un dato di cui prendere coscienza per spiegare almeno in parte la crisi dell’Italia: chi dovrebbe essere in pensione non vuole lasciare il proprio posto, vuoi per un motivo vuoi per un altro sono tutti ben attaccati alla loro poltrona, ai loro privilegi, ma non si tratta di qualcosa relativo solo alla classe politica, è un sistema generalizzato nel sistema Italia, che affonda le sue radici in periodi lontani, quando il posto fisso era una lottizzazione per raccomandati o cose del genere. Quello che voglio dire, è che manca l’accettazione della fine del ciclo produttivo dell’individuo, che da un lato per paura dall’altro per le difficoltà economiche – in molti casi soprattutto ultimamente si tratta dell’ultimo motivo – si rifiuta di abbandonare il proprio posto di potere per lasciare spazio ai giovani. Nelle ultime due settimane, sulla rivista di satira il male, sono comparse le date di nascita e le età delle personalità che ricoprono incarichi di spicco nella vita pubblica italiana: è raro trovare qualcuno al di sotto dei settant’anni. E tutti che stanno lì a pontificare che si deve dare spazio ai giovani. Se un giovane appena laureato si reca ad un colloquio di lavoro per un posto fisso e per fare esperienza, come dovrebbe essere ovvio, la risposta che viene data è sempre la stessa: cerchiamo gente di provata esperienza, eppure qui si crea allora il primo di una serie di circoli viziosi che sono alla base dell’alto tasso di disoccupazione giovanile: come si può fare esperienza se mi viene negata la possibilità di farla? Come può andare avanti un Paese incapace di investire nei suoi giovani che decidono di andare all’estero e fare la fortuna delle università francesi, inglesi ed americane? Se da una parte è necessaria l’esperienza degli anziani per la crescita del Paese, sia nella classe politica sia nella classe dirigente, dall’altra è necessario lasciare spazio ai giovani, che hanno maturato abbastanza esperienza per poter ambire a diventare la classe dirigente di domani, perché in questo modo quei quarantenni che sono considerati giovani oggi saranno la classe di domani, che non lascerà il proprio posto ai giovani di oggi, perché arrivata tardi a ricoprire incarichi di responsabilità. È quel circolo vizioso che deve essere spezzato per impedire che l’intero sistema Italia muoia di vecchiaia.

giovedì 27 ottobre 2011

Non basta una lettera di buoni propositi per uscire dalla crisi

Non basta una lettera di buoni propositi per risolvere la crisi Tornato da Bruxelles, Silvio Berlusconi telefona a Porta a Porta per dire che l’Europa ha approvato il piano di rifinanziamento proposto dal governo: due sono i punti della lettera e dei buoni propositi del Governo destinati a suscitare il dibattito politico sia al livello partitico che al livello sindacale: pensionamenti a 67 anni entro il 2026 e licenziamenti più facili per le aziende. Per la prima volta dopo anni di divisioni sono uniti i tre sindacati confederali (CGIL, CISL e UIL) che sostengono che i licenziamenti non necessariamente sono legati alla possibilità di nuove assunzioni. Da un lato questo discorso è vero: la disoccupazione non si risolve di certo licenziando coloro che hanno un lavoro o rendendo più facili i licenziamenti, come allo stesso modo non si risolve il problema dello sviluppo con una lettera di intenti. Quello che è necessario al Paese per uscire dalla crisi, non è una politica di tagli senza discrimine a qualunque cosa risulta essere possibile tagliare – come fatto ad esempio dal Ministero delle Finanze negli ultimi tre anni – ma bisogna avere il coraggio di scommettere sul futuro, sulle piccole imprese, sui giovani che vogliono rimanere per investire in Italia, nonostante tutti i limiti che questo Paese comporta per i suoi giovani investitori. Quello che va detto è che il Governo cerca di rispondere alle richieste dell’UE dimostrando tutti i suoi limiti decisionali, dovuti ad una maggioranza che ormai non è più in grado di governare e di un Presidente del Consiglio che viene sbeffeggiato pubblicamente dal duetto Merkel – Sarkozy. Premesso che non è bello che due leader internazionali si possano permettere di sbeffeggiare in modo simile il premier di un Paese terzo, che per di più è in crisi, va detto che la situazione e la reazione dei due nasce da lontano; magari, quando si sono scambiati quel sorriso hanno tutti e due ricordato la politica del cucù di Berlusconi alla Merkel, hanno ricordato che si è presentato in ritardo ad un vertice istituzionale dell’ONU perché era al telefono con Erdogan, o magari hanno ricordato il commento sulla Merkel “nemmeno lentamente scopabile”. La lettera alla BCE è un modo per iniziare le riforme, ma la lettera ha soddisfatto con riserve l’UE, il che vuol dire che l’Unione Europea accoglie con favore gli intenti italiani ma comunque continua a monitorare il Paese per vedere in quanto tempo verranno varate le riforme promesse. L’Italia, costretta a sottostare alle richieste della UE e scrivere una lettera sotto dettatura, paga la sua posizione di minoranza in seno al Consiglio d’Europa. Una condizione che si è venuta a creare nel corso di dieci anni di politiche scellerate, che non sono state in grado di far entrare l’economia italiana nel novero delle grandi economie dell’UE. Adagiata sugli allori per essere la terza economia dell’Unione Europea, i governi negli ultimi anni non hanno mai lavorato ad un seria e concreta politica di rinnovamento delle imprese o ad una politica di rinnovamento anche e soprattutto da un punto di vista politico. Non è stato solo il governo di Berlusconi – anzi i governi contando anche quello del quinquennio 2001-2006 – a seguire la politica del non fare, ma in parte sono stati anche il governo di centro sinistra dell’Unione, perso nel cercare un programma che potesse essere condiviso da forze troppo eterogenee per poter pensare di governare insieme. Mettiamo tre punti fondamentali, che sono stati al centro delle politiche di altri stati entrati nella zona euro prima della crisi dei mercati del 2008: 1) Calmieramento dei prezzi dell’euro. I prezzi del mercato in Italia sono aumentati del doppio con l’ingresso dell’euro, perché colpevolmente è mancato un controllo del Ministero delle Finanze quando è entrato in vigore l’euro. Troppo poco il famoso “Mister Prezzi” del governo Prodi, che sembrava essere una sorta di supereroe modello Superman che andava in giro per i mercati a controllare che i prezzi non fossero troppo alti. 2) Avvio di un serio e concreto processo di liberalizzazioni. Le liberalizzazioni sono al centro della politica di tutti i Governi, almeno dal 2001 a questa parte. Non solo, quando era disceso in campo – nel famoso discorso del 1994 – Silvio Berlusconi si era impegnato ad avviare nel Paese una “rivoluzione liberale” che in realtà non è stata mai avviata concretamente. Anzi, se si vuol proprio rimproverare qualcosa di politico a Berlusconi possiamo dire che nel corso dei suoi mandati invece che lavorare alla rivoluzione liberale è stato costruito un sistema ancora più corporativistico di prima. Le corporazioni sono servite al Presidente del Consiglio per mantenere attivo il suo sistema di favori e contro favori per ottenere la fiducia per il suo Governo e per alimentare la conclamata compravendita di parlamentari. Le piazze che si sono mobilitate nell’ultimo anno dal Popolo Viola alla protesta degli Indignados – seppur con sostanziali differenze di carattere politico ed ideologico – sono la base per la comprensione di una situazione che ormai in Italia diventa insostenibile. Nel regime e nel sistema di una crisi che costringe la Grecia a dichiarare bancarotta in tempi brevi, e l’Italia ad azzerare l’intero suo sistema sociale, tanto il Governo quanto le opposizioni appaiono impotenti a prendere misure per fronteggiare la crisi. Da una parte il Governo, che continua a sostenere che la priorità della discussione della legge in Parlamento sia la discussione sulle intercettazioni oppure quelle sulle dimissioni del Presidente della Camera Gianfranco Fini, che aveva denunciato a Ballarò la moglie di Umberto Bossi come baby pensionata; le opposizioni, dal canto loro, si sono chiuse nella richiesta di dimissioni del Governo, senza essere in grado di elaborare una concreta strategia per il dopo Berlusconi. Perché la lettera di propositi è stata accolta con riserve, le premesse per le riforme ci sono, ora si tratta di rifondare.

giovedì 20 ottobre 2011

La questione di Bankitalia, l'ennesimo scacco della politica del ricatto

La tragicommedia quasi farsesca a cui stiamo assistendo per la nomina del Direttore della Banca d’Italia sta iniziando ad assumere contorni, soprattutto da un punto di vista internazionale, a dir poco ridicoli. La farsa inizia quest’estate, quando inizia il toto nomi per il Direttore successore di Mario Draghi, che proprio oggi ha preso la guida della Banca Centrale Europea – tra le altre cose una delle poche notizie positive che arrivano dallo scenario internazionale ed europeo per l’Italia . La questione sembra, già a partire da quest’estate ridotta ad una pura questione personale e di risoluzione di conti di una maggioranza che di fatto non esiste più da almeno un anno. Da una parte il candidato di Giulio Tremonti, superministro delle Finanze e plenipotenziario che tiene tra le mani il Governo in questo momento, Vittorio Grilli, già Direttore Generale del Ministro del Tesoro e gradito anche a Umberto Bossi con la convincente tesi politica che si tratta di un ministro di Milano e che quindi antropologicamente più preparato a dirigere la Banca d’Italia. Dall’altro lato Fabrizio Saccomanni, nome indicato dallo stesso Draghi, in nome della continuità interna alla Banca d’Italia, necessaria a mantenere l’autonomia di un organo che di norma dovrebbe essere al di sopra delle parti (un po’ per fare un parallelo improprio come la Corte Costituzionale). Il terzo nome, iniziato a circolare nelle ultime ore è quello di Lorenzo Bini Smaghi, membro del comitato esecutivo della BCE che dovrebbe lasciare il suo posto perché la nomina di Mario Draghi lascerebbe la Francia senza membri nella BCE. Il direttore uscente, infatti, Jean Claude Trichet, lascia scoperto un posto nell’organo delle decisioni economiche europee che deve garantire presenza e trasparenza per tutti gli stati dell’Unione. Bini Smaghi, il cui mandato sarebbe alla BCE per altri due anni, non ha nessuna intenzione di lasciare il suo posto alla BCE a meno che non ci sia una adeguata contropartita al suo addio al posto nella BCE. E quale occasione migliore della direzione della Banca d’Italia? Deve essere la stessa cosa che ha pensato il Presidente del Consiglio, quando ha iniziato a pensare a lui per la nomina a direttore della Banca d’Italia. Di tutti i nomi che sono stati fatti quello di Bini Smaghi e forse quello che suscita più polemica: da una parte sarebbe una nomina di fatto che cede al ricatto internazionale del governo francese, dall’altro sarebbe l’ennesimo scandalo del governo dei ricatti e della compravendita di voti che ormai sembra essere una prassi continua del Governo Berlusconi a partire dal 14 dicembre di quest’anno, quando ottenne la fiducia “comprando” i voti in maniera piuttosto palese. Ancora una volta si palesa non solo la totale indifferenza di questo Governo per quelle che sono le normali prassi stabilite dalla Costituzione, ma è anche palese la totale incompetenza di ministri e sotto ministri interessati più al mantenimento del loro posto e dei loro sistemi di potere piuttosto che la tutela del bene pubblico e quello che dovrebbe essere meglio per il Paese. Perché se è vero che la nomina di Bini Smaghi sembra quasi essere un do ut des degno del peggior sistema clientelare, la messa di traverso di Tremonti alla nomina di Saccomanni sembra quasi essere un’ostinazione dovuta al rischio di perdere potere all’interno del Consiglio dei Ministri e del Paese. Una sorta di spartizione delle cariche maggiori che di certo non dà una bella immagine del Paese all’estero. Se servivano ulteriori conferme che il Presidente del Consiglio non ha più in mano la sua stessa maggioranza, la conferma è proprio la vexata quaestio sulla nomina del Direttore della Banca d’Italia. La tentazione di cedere ai ricatti della sua stessa maggioranza, o di offrire la nomina per garantirsi una “onorevole via di fuga” alla questione diplomatica della BCE è una delle tante ulteriori conferme di come ormai questo governo sia completamente inadeguato a gestire la difficile facile economico – politica dell’Italia. La conferma che ormai B. non abbia più in mano il suo Governo, per assurdo, viene proprio dalla pressante richiesta fatta al Presidente della Repubblica di indicare un nome per la nomina del vertice di Palazzo Kock. Una richiesta quanto mai assurda, visto che la nomina spetta al Presidente del Consiglio, che deve indicare il nome in concordia con il suo stesso Consiglio dei Ministri. Il fatto che il Consiglio dei Ministri sia oggi composto per la maggior parte di malpancisti e scissionisti vari spiega per quale motivo la questione non si sia ancora conclusa, e perché la conclusione, in qualunque modo vada sarà l’ennesimo fallimento di questo Governo.

lunedì 17 ottobre 2011

La violenza di sistema

Sabato 15 ottobre 2011, quella che doveva essere una manifestazione pacifica si è trasformata in guerriglia urbana da parte di un gruppo di circa ottocento persone che hanno messo Roma a ferro e fuoco incendiando cassonetti, macchine di comuni cittadini, palazzine dove vivevano civili che probabilmente erano anche solidali con le motivazioni della protesta. Gruppi organizzati per la guerriglia urbana, in grado di tenere sotto scacco forze di polizia e servizio d'ordine della manifestazione (tra l'altro colpevolmente assente come a Genova nel 2001). Stesse modalità di Genova, stessa volontà di trasformare un corteo pacifico ed una città intera in zona di guerra permanente. Violenza contro il sistema la ha chiamata qualcuno dei manifestanti, cercando una giustificazione per quelli che per me non sono altro che episodi di violenza e vandalismo gratuiti senza senso. Il deliberato attacco al sistema attaccando vetrine di persone che lavorano e che magari hanno anche fatto sacrifici per comprare la macchina che questi sedicenti "combattenti del sistema" hanno devastato, non può essere considerato un attacco al sistema, ma è paradossalmente un favore al sistema stesso, come ogni atto di violenza fine e sé stesso. Qui non si tratta di stabilire di chi sono le colpe, ma di analizzare a fondo quelle che sono le ragioni di una violenza che molti hanno tentato di giustificare come disagio sociale. La guerriglia a "obiettivi strategici non legati al potere" non è espressione di un disagio sociale o una forma di resistenza, per paradosso sono gli stessi sistemi che negli anni Venti vennero usati da Mussolini per andare al potere, legittimando l'uso della forza per sopprimere la violenza di piazza. Dalla violenza deliberata alla dittatura il passo è breve, e la violenza deliberata ecco che tramuta coloro che si definiscono - per loro stessa ammissione - resistenti divengono i peggiori servi del sistema che si sono proposti di combattere.

domenica 16 ottobre 2011

Indignati & Black block

Bisogna essere concordi nel dire che ieri a Roma sono andate in scena due manifestazioni: una pacifica, che chiedeva diritti, che sosteneva che un altro mondo è possibile, che un altro mondo è necessario, ed un'altra, che parla un linguaggio di violenza, che scriveva A.C.A.B. sui muri delle città di Roma (All Cops are bastards), slogan degli hooligans inglesi dello stadio, che ha cercato di monopolizzare il corteo facendo passare un messaggio sbagliato nei giornali in edicola oggi o nei tg di ieri sera che mandavano la diretta. Fortunatamente ormai le piazze sono abbastanza mature da sapere come mandare via i facinorosi dal corteo, sono in grado di distinguere tra violenza gratuita e contestazione di sistema. Black Block, volti coperti che non hanno nemmeno il coraggio di farsi vedere in faccia quando incendiano, bruciano le macchine degli stessi lavoratori che dicono di voler difendere, degli stessi operai che dicono essere "vittime del sistema". Ma le vittime del sistema sono loro, loro che pensano che la violenza gratuita possa risolvere le cose, loro che prestano il fianco a un presidente del Consiglio che poi si sente legittimato ad dare le colpe all'opposizione che fa opposizione (cioè quello che dovrebbe fare), ovvero, quando la violenza diventa gioco del potere. Quello che non si capisce è come sia possibile, con i mezzi di intercettazione di cui si dispone oggi, che nessuno abbia pensato di fermare questi gruppi che a quanto pare si erano messi d'accordo via internet per rendere la giornata di ieri una giornata di battaglia senza quartiere per le zone di Roma. La stessa cosa che hanno fatto a Genova, la stessa cosa che spesso nelle ultime settimane hanno fatto in Val di Susa: lasciare che non si parli della protesta, che non si parli delle richieste legittime di un popolo, che non si parli di famiglie scese in piazza con i figli, ma che si parli solo della violenza gratuita ed ingiustificata. E chissà che cosa pensavano mentre tiravano sampietrini contro chi manifestava perché l'acqua è un diritto di tutti, perché la democrazia non è in vendita e perché la crisi la debbano pagare quelli che la hanno scatenata. Di solito, si dice che quando il potere ha paura dei movimenti infiltra la violenza, non passano i messaggi delle manifestazioni, non passano le idee e non passano le proposte solo la violenza, gratuita ed ingiustificata. Del resto, era stato Cossiga a lasciare intendere che per ammazzare un movimento basta che si verifichino episodi di violenza (anzi se ci scappa il morto è meglio), e come insegna Giulio Andreotti "pensar male è peccato ma raramente si sbaglia". E noi, vorremmo tanto che qualcuno ci dicesse che stiamo sbagliando, perché il nostro governo non può aver paura della cosa che i loro stessi padri hanno lottato per avere: la libertà.