Non condivido nulla di ciò che dici ma sono disposto a morire per difendere il tuo diritto a dirlo. Voltaire
lunedì 21 novembre 2011
Rischi e vantaggi di un governo tecnico
La fase attuale della Repubblica italiana, se vogliamo, è una delle fasi più drammatiche che abbia mai vissuto la politica italiana. Se andiamo ad analizzare quelli che sono stati i provvedimenti del Governo soprattutto dell’ultimo anno e mezzo ci rendiamo conto che c’è stato un vero e proprio vuoto istituzionale, che né maggioranza e né opposizione sono state in grado di colmare. Quelli che sono i partiti in Parlamento, che teoricamente dovrebbero essere espressione della società civile nel Paese in realtà sono diventati dei monoliti incapaci di analizzare la crisi e di conseguenza di trovare una soluzione. Era una cosa ovvia con un Parlamento bloccato tanto dai provvedimenti ad personam che si faceva approvare il premier e la contestazione che nasceva dai banchi dell’opposizione, tutto mentre l’Italia sprofondava lentamente nella crisi economica sempre più forte e sempre più violenta.
Non a caso è nato un Governo che, almeno per adesso, non ha nelle sue file nessun esponente politico di spicco, nessun nome noto al grande pubblico, ma solo nomi di professori e tecnici, almeno all’apparenza sconosciuto ai più, che sono la maggioranza del Paese che in questi anni si è spesso trovato a riconoscere nei telegiornali della sera facce note e meno note della politica che comunque erano diventate abitudinarie o quasi della nostra vita.
Al di là dell’entusiasmo per la fine del berlusconismo per adesso quello che si vede all’orizzonte nei partiti politici italiani, tuttavia è ancora un grande vuoto politico che un anno e mezzo di governo potrebbe anche far fatica a colmare. Ci sono troppi nodi ancora non risolti in quelli che sono i due partiti della maggioranza, dei nodi che ancora sono di difficile soluzione se si pensa solo ai dibattiti interni – anche a volte feroci – tra PD e PDL soprattutto nell’ultima settimana. Dai rottamatori di Renzi, arrivando sino alle scissioni interne al PDL e alla lotta fratricida tra gli stessi ministri del Governo – il caso Tremonti Brunetta rimane decisamente uno dei più eclatanti- dimostra come la nostra politica degli ultimi anni sia ormai giunta al capolinea. Quello che è avvenuto il 18 novembre del 2011, e se vogliamo ancora prima con il voto sul rendiconto alla Camera dell’8 dello stesso mese, dimostrano come ormai sia fallito un modello politico bipolare che di fatto è stato più dannoso che altro per il Paese. Un bipolarismo sano dovrebbe essere fondato sulla discussione di un progetto politico, che in molti punti potrebbe anche essere condiviso tra le parti in caso di emergenza, ma che in molti altri casi non è stato altro che un vuoto parlare addosso senza un minimo di realismo e di continuità con il passato. Gli ultimi diciassette anni sono stati interamente dominati, in positivo quando in negativo, dalla figura immensa di Silvio Berlusconi. L’Italia era suddivisa tra chi era a suo favore e chi gli era contro in un infinito gioco delle parti da cui nessuna delle due parti in campo sembrava di essere capace di uscire. Adesso che si parla di superare l’antiberlusconismo per tornare a fare politica sembra quasi che la classe dirigente sia rimasta spiazzata da quello che sta avvenendo.
Un paio di considerazioni su questo governo devono essere fatte: innanzi tutto credo che istituzionalmente questo sia il Governo più vecchio mai avuto dalla storia della nascita della Repubblica italiana, e forse dell’intera breve storia della Repubblica italiana. Un governo totalmente privo di esponenti politici, un governo che non di politica deve parlare ma di finanza e di risanamento del bilancio. Da qui la scelta di Monti di formare una squadra di governo formata interamente di tecnici e non di politici, per fare in modo che si evitassero non solo ogni forma di discussione in Parlamento, ma anche per impedire che potessero emergere ulteriori conflitti tra le parti, perché le decisioni da prendere sono piuttosto pesanti e sono dell’idea che molto presto inizieranno a scontare tutte le parti in causa che lentamente verranno chiamate da questo Governo a lavorare per la difesa e la tutela del bene comune. Sono iniziati già i distinguo, a nemmeno un giorno che il Governo si è insediato ottenendo una fiducia record alla Camera quanto al Senato. Si è parlato di questo governo di Governo dei “poteri forti”, termine vago per indicare un governo fatto comunque di persone che in qualche modo sono collegate al mondo della grande finanza internazionale, attraverso soprattutto le banche di capitalizzazione americana – lo stesso Mario Monti era stato consulente, prima di avere l’incarico del Governo della banca americana di Goldman Sachs – o di non meglio specificati occulti poteri che non sono identificabili almeno ad una prima occhiata. Si è parlato di governo della finanza, e forse questa dicitura è più corretta in questo momento. Si è anche detto che dietro il Governo ci fosse il Vaticano oppure lo stesso Berlusconi, che ha spinto per una soluzione Monti per poter meglio controllare il suo stesso partito, il Parlamento ed il Paese.
Al di là di tutte queste considerazioni, questo governo apre una possibilità senza precedenti nella politica italiana: ricominciare da zero, riprendere le fila di una discussione che spesso negli ultimi anni non ha fatto altro che suscitare indignazione nei cittadini che lentamente affondavano nella crisi e che vedevano davanti ai loro occhi spettacoli desolanti di un Governo incapace di trovare accordi per gestire la crisi, quella stessa crisi che tutti indistintamente hanno per un lungo periodo cercato di negare, anche di fronte all’evidenza. Non è stato solo il PDL di Berlusconi a negare l’esistenza della crisi, anche la stessa opposizione – impegnata nella logica dell’anti Berlusconi – non ha compreso a fondo andando a cercarne le conseguenze. La mancanza pressoché totale di un programma politico deve essere una colpa ammessa da tutti, non solo da Berlusconi: gli stessi di Pietro e Bersani tendenzialmente hanno cercato in questi anni il consenso attraverso una politica contro il Governo, politica che alla fine si è rivelata essere una carta vincente fino ad un certo punto. Se è vero, come è vero, che si è arrivati alla caduta del Governo Berlusconi è anche vero che quella delle opposizioni in realtà è stata una sorta di vittoria di Pirro dove di certo PD e IDV non sono usciti vincitori assoluti, ma ridimensionati nella loro stessa natura. Gli ultimi sondaggi danno ancora il PD al 28%, ovvero ancora sotto la soglia del 33% che si era riusciti a raggiungere con Veltroni alla prima uscita pubblica del Partito Democratico, nonostante lo stesso PDL sia sceso nei sondaggi e mentre la fiducia nel premier Silvio Berlusconi continua ad essere ormai in calo costante senza che nessuno sia in grado di intercettare quei voti. Si rischia, semmai si dovesse arrivare alle elezioni anticipate, intanto un sostanziale calo dell’affluenza al voto, e una vittoria dell’astensionismo modello Grillo, ma si rischia anche e soprattutto di consegnare il Paese a qualche forza populista, di destra come di sinistra che prenderebbe in consegna il Paese per una nuova dittatura di modello fascista come quelle che si trovano in alcuni Paesi del Sud America, dove il potere è detenuto da una vera e propria oligarchia. Ovviamente il mio riferimento non è a questo governo, ma a quello che ne potrebbe conseguire se le classi politiche tutte non sono in grado di recuperare senso dello stato, contatto con la propria base elettorale ed un coerente e serio progetto di governo, sia esso di destra sia esso di sinistra.
Le possibilità che si esca da un crisi non attraverso una via democratica, ma con una sorta di via autarchica non è un’idea in fondo particolarmente remota: è già accaduto per dire in Italia, ad esempio con Mussolini, oppure in alcuni Paesi del Sud e Centro America soprattutto negli anni Settanta.
Eppure le possibilità che vengono offerte alla attuale classe politica, da un Governo che in ogni modo è comunque la si voglia mettere espressione delle banche, è un’opportunità che nessun politico, né di destra né di sinistra si può permettere di sprecare.
Negli ultimi diciassette anni abbiamo assistito ad uno spettacolo per certi versi desolante, con politici sempre più legati alle proprie poltrone e sempre più legati agli umori del solo Berlusconi, una classe politica intera che ha messo da parte ideali e valori per lasciare il posto ad una sorta di nulla ideologico che sempre meno ha fatto bene al Paese. Abbiamo inoltre assistito alla costruzione di un modello partitico, ispirato molto alla lontana al modello americano, che però è stato fatto in modo dozzinale dai nostri politici che hanno pensato che il partito liquido fosse la soluzione ottimale in risposta ad una società liquida. Molti hanno tendenzialmente citato il filosofo polacco trapiantato in USA Zygmunt Baumann, citando i suoi studi sulla formazione di una società liquida ed offrendo come soluzione quella di un modello partitico altrettanto liquido. Se invece letto in ogni sua parte la soluzione offerta da Baumann è esattamente opposta a quella che viene proposta: alla deriva della società liquida – perché di deriva si tratta – si risponde con un recupero di valori della società solida. Per usare una terminologia puramente filosofica, potremmo dire che la soluzione ad un pensiero debole non è la costruzione di un pensiero altrettanto debole, ma il recupero di un pensiero forte.
Chi pensasse di usare questo Governo per restare al suo posto, non ha ben capito l’opportunità che ci viene offerta dalla crisi internazionale, almeno per quello che riguarda l’Italia: ripensare l’intera società ed il modo di fare politica, ripensare le nostre stesse parole d’ordine, superare difficoltà ideologiche in nome della difesa dei beni comuni come ambiente, acqua, diritti. Tutte cose che in qualche modo sono alla base della democrazia e tutte cose che sono alla base della discussione politica.
Questo governo, sotto molti punti di vista potrebbe essere per la nostra classe politica una sorta di governo di ricostruzione nazionale, facciamo in modo che non venga tristemente ricordato come il primo Governo Facta del Terzo Millennio.
Lo sconfitto della globalizzazione
Lo sconfitto della globalizzazione
Silvio Berlusconi è stato sconfitto dallo stesso mercato che aveva usato per mantenere il potere. Imprenditore prestato alla politica aveva scambiato il Parlamento per un mercato dove si potessero comprare voti per avere la maggioranza ed il suo stesso partito per un’azienda da cui si potessero licenziare persone non gradite, anche senza giusta causa. Era successo con Casini, che era stato “licenziato” dalla maggioranza e la stessa cosa è successa nell’ormai famoso vertice del PDL quando Fini venne cacciato dal partito per aver sollevato alcuni problemi relative alle politiche del PDL. Quando i mercati hanno iniziato a guardare con diffidenza Berlusconi il suo declino è diventato da lento ed inesorabile una vera e propria valanga che ha travolto tutto il partito e tutta l’Italia. Una fine ingloriosa per chi voleva essere ricordato come l’uomo della rivoluzione liberale in Italia, l’uomo che avrebbe abbattuto la vecchia politica per dare vita a qualcosa di nuovo. Invece, sotto Berlusconi, il sistema è diventato se possibile ancora più corporativo di prima ed il sano dibattito parlamentare è stato interamente cancellato tramutando la politica in uno squallidissimo dibattito pro o contro Berlusconi. Quando nel 2001 mi dissero che si doveva lasciarlo governare, avevo fatto una promessa: che se Berlusconi avesse fatto almeno la metà di quello che aveva promesso nel suo programma elettorale lo avrei anche potuto votare. Non sono mai stato un personalista della politica, ma ho sempre pensato che si debbano votare i programmi e non le persone. Invece il voto in Italia andava più che altro per simpatia, una personalizzazione della politica che ha portato alla costruzione di un bipolarismo malsano, costruito su singole figure invece che su singoli programmi. La personalizzazione della politica ha portato ad una lotta tra chi era a favore di Berlusconi e chi era contro di lui, bloccando di fatto ogni proposta di rinnovamento del Paese che si voleva portare avanti; ciò che era proposto dal governo era buono a priori, ciò che veniva proposto dall’opposizione era malvagio a priori. In questo modo il dibattito politico veniva bloccato su discussioni organiche che non erano altro che un vuoto parlarsi addosso, accuse reciproche, offese e spettacoli desolanti di risse in Parlamento, di quella classe politica che per i bambini e le generazioni di domani avrebbe dovuto essere da esempio. Il sistema di favori e contro favori si è rivoltato contro chi lo aveva creato, ecco il modo più facile per spiegare la fine di Berlusconi, una fine ingloriosa per chi si era vantato sino a pochi mesi fa di essere il premier più longevo della storia della Repubblica, il solo che era riuscito a portare a compimento cinque anni di mandato dalla nascita della Repubblica sino a noi.
È vero, Berlusconi è stato capace di governare per cinque anni, ma è riuscito a farlo mandando via tutti quelli che potevano oscurare il suo potere. La lista di personaggi che Berlusconi ha fatto andare nel dimenticatoio per non oscurare la sua figura sono tante e sono diverse tra loro per formazione: Gianfranco Fini, Pierferdinando Casini, Marcello Pera, Renato Ruggero, e non ultimo Giulio Tremonti – che adesso pare andare a bussare alla Lega Nord per avere la tessera – scegliendo invece di circondarsi di personaggi mediocri che osannavano il premier come truppe cammellate ogni volta che lui apriva bocca. Un personaggio che ha bisogno di consenso perenne, in ogni campo in cui si impegna; dalle donne alla politica. Per bocca del suo unico biografo, Paolo Guzzanti, ha ammesso lui stesso che non ama essere contraddetto e che di solito chi lo contraddice non rimane molto nella sua squadra. Una logica che va ben al di là della concezione della normale prassi politica, una logica che nel corso degli anni ha ridotto la politica a pura propaganda pubblicitaria vuota di ogni contenuto politico, come non era mai stato prima. Berlusconi e l’enigma del consenso, potrebbe essere un libro per riassumere questi ultimi diciassette anni. Come sia stato possibile che un personaggio mediocre, un borghese arricchito, sia riuscito a far passare sé stesso per grande statista senza aver fatto assolutamente nulla per esserlo? E come è stato possibile che personaggi anche con esperienza politica notevole si siano lasciati trarre in inganno da un piazzista della politica, considerandolo come controparte autorevole per il dibattito nella politica? Se partiamo dalla prima domanda la risposta appare piuttosto ovvia: Berlusconi nel corso degli anni in cui è stato in politica non ha fatto altro che dire esattamente quello che gli italiani volevano sentirsi dire: che avrebbe ridotto le tasse, aumentato le pensioni, reso a tutti la vita di tutti più felice, permettendo a tutti di evadere le tasse che un paese di merda come l’Italia aveva sempre imposto agli onesti lavoratori siano essi imprenditori che avevano capitali all’estero siano lavoratori a contratto presso qualche azienda. Ha conquistato le vecchiette e le casalinghe ponendosi come vittima del sistema, dicendo che erano i giudici, Fini, Casini e i comunisti che gli impedivano di governare e di fare le riforme che in altre circostanze lui avrebbe sicuramente fatto. Sono anni bui per la Repubblica gli ultimi diciassette – venti non appena arriveremo alla fine del mercato – anni cui tutti i “poteri forti” dell’Italia hanno concesso credito ad un personaggio che all’estero godeva della stima solo di George Bush Jr. che comunque considerava B. un “utile idiota” che appoggiava qualunque guerra degli Stati Uniti per far piacere al suo alleato e amico Presidente degli USA. Bush ha perso, dovendo riconoscere che le armi di distruzione di massa Saddam Hussein non le aveva e costringendo il suo stesso partito, il Repubblicano ad ammettere che fosse stata un errore la guerra in USA. In Italia Confindustria, Vaticano e personaggi che si richiamavano alle liberalizzazioni per risollevare il Paese si sono ostinati a credere in quello che altro non era che un personaggio da operetta, millantatore di cose che non poteva fare. Marco Travaglio scrive nel suo ultimo editoriale all’Espresso dal titolo Quelli delle rivoluzioni liberali spiega piuttosto bene come Berlusconi non abbia mai fatto nulla per la rivoluzione liberale e come in realtà sia stato sempre più interessato al corporativismo piuttosto che alla rivoluzione liberale. Eppure di tempo ne avrebbe avuto e anche parecchio, come durante i suoi cinque anni di governo, se non si fosse perlopiù interessato a leggi e leggine che non avevano nessuna utilità per il Paese ma solo al mantenimento della casta.
Un sistema che con la crisi dei mercati e miseramente tracollato, perché non era vero che l’Italia era sempre stata bene e che i ristoranti erano sempre pieni. Lentamente l’Italia e gli italiani hanno preso coscienza che la crisi non era individuale ma globale, hanno iniziato ad informarsi e non credere più alle menzogne del Governo. Berlusconi è stato sconfitto dagli stessi mercati e dalle stesse industrie che lo avevano creato: ha perso nel suo stesso campo della propaganda e non è stato capace di comprendere che il suo tempo era finito, come molti dei suoi colonnelli e generali avevano capito da un pezzo. La nascita del Governo tecnico a guida di Mario Monti ha messo in luce quello che molti sapevano ma non avevano il coraggio di dire: il sistema aveva abbandonato Berlusconi da almeno un anno, percependo il suo governo come anello debole della politica europea e di conseguenza di quella mondiale, che sta faticosamente cercando di uscire dalla crisi in cui è sprofondata nel 2008. Una crisi che non era senza dubbio colpa di Berlusconi – come si sono affannati a dire tutti i suoi giornali – ma che di certo il Presidente del Consiglio in Italia non ha fatto nulla non dico per risolvere ma almeno per arginarla. L’ossessione di fondo dell’ultimo anno è stato che se solo si fossero aumentate le tasse o toccato le pensioni, lui avrebbe perso consensi tra i suoi elettori ed era una cosa che non si poteva permettere. Alla fine è diventato una sorta di cane che si morde la coda: lui non voleva perdere consensi e non faceva niente per arginare la crisi, mentre la gente che lo aveva votato continuava ad impoverirsi e togliere a lui ed al suo partito quel consenso tanto faticosamente costruito. L’ossessione di Berlusconi non era tanto quella di risanare il bilancio del Paese, come chiedevano all’Unione Europea, quanto quella di essere ancora percepito come eroe del suo popolo, quel popolo che aveva richiamato anche nel suo partito, definito appunto Popolo delle Libertà. Se andiamo a vedere la storia delle evoluzioni del Centro – Destra in Italia B. ha sempre avuto una sorta di idiosincrasia per la parola partito: Forza Italia, Casa delle Libertà, Popolo delle Libertà. La parola libertà – tranne che nel primo caso – è stata la costante di questi ultimi quindici anni, parola magica che doveva portare consensi alla sua figura ancora prima che alla sua coalizione ed al suo partito. È stato lui il primo a mettere il proprio nome sulla lista, divenendo marchio di sé stesso cavalcando l’onda della globalizzazione che tramutava anche le persone in marchi. Questo è stato per quindici anni Berlusconi: un marchio di sé stesso, un po’ come lo è stato per le Nike Michael Jordan e anche un po’ come lo era stato per la Pepsi negli anni Novanta Michael Jackson. I marchi però non hanno durata eterna, le figure sono passeggere e la globalizzazione non garantisce vita eterna alle persone che utilizza per i suoi scopi di propaganda. Questo alla fine è quello che è successo: la globalizzazione si è rivoltata contro il suo figlio italiano più prodigo che non è stato capace di evolvere e di cambiare il suo modo di essere, non si è tramutato in statista, ma è rimasto il solito venditore di sogni a basso costo, pensando che fosse ancora quello che voleva il suo popolo, quello che volevano gli italiani.
Alla fine, quando il giocattolo in qualche modo si è rotto, Berlusconi è ritornato ad essere un uomo medio, con un’onta gravissima che peserà sul suo ricordo, perché la globalizzazione non dimentica, perché quello che di buono era stato fatto dal suo Governo – poco a dire il vero, almeno per come la possa vedere io – è stato cancellato dalle notti brave con nani e ballerine nelle sue ville, come un comandante che vista la sconfitta si ritira a vita privata senza lasciare il suo posto, incolpando non sé stesso ma il popolo che non lo segue per i suoi insuccessi. Alla fine B. ha perso contro il suo stesso sistema. Per questo un modo per ricordarlo potrebbe davvero essere: “Silvio Berlusconi, lo sconfitto della globalizzazione”.
giovedì 10 novembre 2011
Una nuova veste
Una sola comunicazione di servizio: la veste del blog è stata modificata - come possono vedere quelli che ogni tanto sono di passaggio da queste parti più di una volta. La scelta di apportare delle modifiche è stata fatta per poter rendere più funzionale e ordinato il blog, rendendo più facile tanto l'accesso ai link esterni quanto la possibilità di consultare i post più vecchi in maniera più rapida e veloce. Sperando di aver fatto cosa gradita, alla prossima.
Smirnov
giovedì 3 novembre 2011
Le proposte di Renzi ed il ritorno agli anni Ottanta
Domenica scorsa si è chiusa alla stazione Leopolda di Firenze la convention dei “Rottamatori”, nome poco felice dato alla corrente del Partito Democratico che fa capo al sindaco di Firenze Matteo Renzi, che si propone come il nuovo che avanza nella politica italiana. Parto da una considerazione: il Partito Democratico, tutti i suoi organi dirigenti a partire dal Segretario, non possono non tenere conto delle posizioni che sono uscite dalla Leopolda, bollandole semplicemente come idee vecchie. Al di là delle provocazioni lanciate dal sindaco di Firenze, la posizione uscita dalla convention fiorentina sono un pericoloso segnale per il Partito Democratico, se ancora il partito si richiama alla politica di una sinistra liberale, sul modello democratico americano. Le proposte di Renzi sono state bollate come dal segretario del PD Pierluigi Bersani, come “posizioni antiche sul modello degli yuppie anni Ottanta”. È vero, la stessa struttura della convention di Renzi, mediatica fino all’eccesso, con interventi brevi, domande a bruciapelo e parole d’ordine pronunciate come se fossero via web e non ad un convegno sono in parte le posizioni e le richieste che sono alla base di una parte della popolazione italiana. Quello che viene proposto – svecchiamento della classe politica, soluzioni alternative alla crisi, uscita dal sistema pro o contro Berlusconi – sono le stesse considerazioni che molti italiani di sinistra, che non sono sindaco di Firenze, stanno facendo e non da adesso. Eppure, la posizione di Renzi è pericolosa: all’interno del panorama politico italiano, Matteo Renzi è il solo a dire cose sensate, di destra, ma sensate. Bollarlo semplicemente con epiteti negativi vuol dire non comprendere la portata del suo messaggio: la stessa portata che nel 1994 aveva portato alla nascita e poi al potere Forza Italia, il partito di Silvio Berlusconi, che oggi è tramutato nel PDL. Un partito azienda, con la cultura del fare, che pensa che l’Italia non sia un Paese o una nazione da governare ma sia semplicemente un’azienda pubblica da tenere in piedi in modo da incrementare i guadagni. Perché alla Leopolda, non si è parlato di politica, non si è parlato di fare una analisi sulle cause della crisi per trovarne una soluzione, perché tutto questo appare come vecchia politica: si è fatta una suddivisione tra “italiani coraggiosi e non”, tra la CGIL e Marchionne (ed indovinate Renzi da che parte stava?), si sono fatti parlare personaggi per il loro potere mediatico, perché potessero traghettare un messaggio vuoto in modo che questo diventasse pieno. Alla convention sono stati avvistati Giorgio Gori (produttore Mediaset tra le altre cose anche del Grande Fratello), Alessandro Costacurta (ex calciatore del Milan notoriamente berlusconiano) ed altre figure che avevano il ruolo di colpire l’immaginario collettivo di una politica nuova. La scelta del palco, fare una casa con un frigorifero e libri finti alle spalle, sembra essere la stessa scelta mediatica di rassicurazione che venne fatta per la discesa in campo di Silvio Berlusconi, una discesa in campo che rassicurasse le masse, che mandasse il messaggio “vota per me, sarà come essere a casa tua”. La deriva anni Ottanta del messaggio di Renzi, del governo del fare e del self mad man è alla base della crisi del sistema attuale, rappresenta il fallimento del sogno americano così come lo aveva concepito Reagan, di una società perfetta all’apparenza che però nasconde le sue malefatte nella notte, nell’ipocrisia del lavoro in banca del successo e della bellezza esteriore (un libro che mette bene in mostra questa ipocrisia se letto con attenzione è il romanzo di Bret Easton Ellis American Psycho), ma dietro cui si nasconde il nulla. Renzi rappresenta l’egoismo della società dei profitti, dove devono riuscire solo i migliori a costo di scavalcare tutti gli altri, a costo di essere spietati con i deboli, così come è stato Marchionne con gli operai della FIAT, mettendoli di fronte alla scelta “o scegli il referendum o vieni licenziato”. Sarebbe forse il caso che il PD iniziasse ad analizzare queste posizioni, che vanno in direzione del peggior populismo di destra, che sono stati alla base del successo di Berlusconi, la politica del “ghe pens mi” sostituita dal “ghe pens noi”, dove noi non rappresenta l’intera struttura sociale del Paese, ma una casta di pochi eletti, giovani e senza rispetto per gli altri, per le esperienze di chi viene dalla prima Repubblica, visto solo con un elemento da rottamare, perché ormai vecchio ed in disuso, perché non produttivo, per utilizzare un termine meramente economico. Forse a Renzi non lo hanno detto i vecchi che lui vuol combattere, ma le questioni che lui solleva sono le stesse che nel corso degli anni avevano sollevato altri giovani prima di lui nel corso di quelle segreterie politiche che lui reputa essere inutili, con una differenza: che allora per gli anziani c’era rispetto, quel rispetto che a lui è mancato alla Leopolda.
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