Non condivido nulla di ciò che dici ma sono disposto a morire per difendere il tuo diritto a dirlo. Voltaire
venerdì 16 dicembre 2011
Quell'Italia che non si vuol sacrificare
Alla prima manovra del suo Governo Mario Monti si è subito accorto di una cosa, semmai gli fosse sfuggita: gli italiani non hanno nessuna intenzione di sacrificarsi per il bene del Paese.
Ogni cittadino si lamenta delle caste (quelle di cui non fa parte), si lamenta della classe politica incompetente, si lamenta dei costi eccessivi della politica, dei medicinali, dei taxi e dei mezzi pubblici e di qualunque altra cosa di cui si potrebbe lamentare lo scibile umano. Si chiede che la politica risponda al problema dei rifiuti a Napoli, ai problemi dei costi eccessivi dell’energia e di tutte le altre cose che non vanno nel Paese, eppure quando si tratta di sacrificarsi non hanno nessuna intenzione di farlo. Negli Stati Uniti d’America esiste un acronimo per definire questa tendenza: NIMBY, not in my back yard – che si potrebbe tradurre con “non nel giardino di casa mia” – ragionamento che alla fine risulta essere deleterio per la sopravvivenza stessa del Paese.
Si chiede di risolvere il problema dei rifiuti, ma non si vogliono discariche o termovalorizzatori che deturperebbero il panorama della nostra casa che vedrebbero la mattina affacciandosi alla finestra. Si chiede alla politica di ridurre i costi dello Stato, lottando contro la casta, ma non appena si vanno a toccare le altre caste, a partire per dirne una di quella dei tassisti, iniziano le ribellioni, le manifestazioni di dissenso e le logiche della casta contro casta.
Farmacisti contro parafarmacisti, tassisti contro politici e contro altri tassisti, avvocati contro magistrati e magistrati contro calciatori, che a loro volta sono contro tutti gli altri.
Tutto questo mentre i cittadini sono sempre più costretti a pagare una crisi che non sono stati loro a scatenare e che a loro volta – spesso anche giustamente va sottolineato – sostengono di essere già stati tassati abbastanza, di aver pagato anche troppo per salvare le banche, mantenere i privilegi della politica, della casta sempre disposta a tassare gli altri e chiedere sacrifici ma che sempre meno sembra essere interessata lei stessa a fare sacrifici. Siamo alle prese con la crisi nera del consenso popolare, di un crollo di fiducia nei mezzi della politica e di conseguenza tutti sono sempre meno disposti a sacrificarsi per il bene del Paese.
Il Governo Monti non viene dalla politica, ma è un governo tecnico imposto dall’alto perché la politica non è stata in grado di rispondere alla crisi. Già dal suo primo discorso Monti era stato sincero: saranno anni duri, un periodo in cui si chiederanno a tutti pesanti sacrifici sotto ogni punto di vista, un momento in cui tutti gli italiani si dovranno sacrificare.
È vero, Monti sotto molti punti di vista è stato molto timido, ad esempio nel non imporre una tassa patrimoniale degna di questo nome, oppure nel non colpire la casta sino in fondo ma segnali di apertura e di modifiche della logica della politica interessi di pochi, si sono visti. La possibilità che venga reintrodotta la Tobin tax (tassa sulle transazioni finanziarie, dal nome di colui che la propose per prima) è una di queste apertura. L’altro segnale interessante è la volontà di Mario Monti di accelerare il più possibile sull’adeguamento degli stipendi dei politici alla media europea, misura necessaria più che altro per dare un segnale. I politici gravano meno di tanti altri esponenti di tante altre caste sul bilancio dello Stato, ma tuttavia sono quelli mediaticamente più esposti e quindi quelli che per primi dovrebbero dare il buon esempio ai cittadini, intanto accettando anche loro i sacrifici che vengono imposti adeguandosi a prendere “solamente” cinquemila euro al mese invece degli undicimila attuali e accettando di andare in pensione come tutti a sessant’anni – se non proprio a sessantacinque – e andarci solo con i contributi che hanno versato e non con un vitalizio che spesso appare come ingiustificato ai cittadini che prendono cinquecento o seicento euro di pensione.
È un errore chiedere ai pensionati che prendono più della pensione minima (al di sotto dei cinquecento euro) di aprire un conto corrente per avere la pensione, perché è una misura che andrebbe solo a favore delle banche. Si potrebbero pensare – come sono stati pensati del resto – degli alleggerimenti per gli anziani che aprono un conto, magari riducendo il costo delle commissioni o abbassando i tassi di interesse sui conti corrente. Le cose da fare sono tante e sono diverse, ma ci vuole pazienza. Dopo il risanamento, come avvenne alla fine della II Guerra Mondiale, arriva la crescita, si tratta solo di portare pazienza, attendere e cooperare tutti, senza escludere nessuno, al bene del Paese.
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