sabato 21 gennaio 2012

La nascita imperfetta della Terza Repubblica

Finito il berlusconismo si inizia a discutere anche del futuro che aspetta l'Italia. Alla luce di quello che si legge nelle pubbliche interviste dei politici di ogni schieramento appare un futuro quantomai incerto e quantomai difficile da decifrare. Con Berlusconi sembra essere anche tramontato il progetto di bipolarismo di cui fino adesso tutti i politici italiano sembravano essere piuttosto convinti e di cui tutti erano stati ferventi sostenitori. Ricordiamo ad esempio la Bicamerale di d'Alema nel 1998 o l'entusiasmo con cui si parlava del superamento delle alleanze tra mille partiti che non garantivano governabilità all'Italia nella fase della prima Repubblica. Adesso si propone il ritorno al proporzionale, dopo che si era accolta come grande notizia quella della nascita del maggioritario e dopo che si era deciso a prendere a modello la politica americana per l'evoluzione della politica italiana. Lo stesso Partito Democratico, che era stato un fervente sostenitore del bipolarismo e del bipartitismo all'americana (tanto che alle ultime elezioni Veltroni aveva addirittura annunciato di correre da solo) adesso ne è diventato il suo peggior nemico. La raccolta firme per abrogare il maggioritario e tornare al proporzionale, magari con qualche revisione, viene proprio dalle fila del Partito Democratico, visto che uno dei suoi promotori è stato quel Franco Marini già presidente del Senato nell'ultimo Governo Prodi. Forse si deve fare chiarezza su che cosa si intenda per sistema bipolare e che cosa si intende per bipartitismo visto che, nonostante la chiarezza dei due termini, esiste una grande confusione sotto il cielo. Confusione voluta, perché la gran parte della nostra classe politica non è interessata all'alternanza, alla democrazia diretta e all'elezione dei propri rappresentanti, ma solo ed esclusivamente al discorso dei rimborsi elettorali, del mantenimento delle proprie poltrone e di quelli che nel corso degli anni sono diventati i veri e propri privilegi di casta denunciati da più di un libro e da più di un giornalista. Il Movimento a Cinque Stelle di Grillo, accusato di togliere voti alla sinistra e bollato come antipolitica, in realtà ha una radice ben più profonda che la classe politica non riesce o non vuole capire. Le richieste che vengono portate avanti dal movimento sono quelle di una concezione politica diversa, non più basato sull'alternanza dei soliti noti ma sulla politica reale che nasce dal basso, dalle strade, come avviene per dire proprio nel sistema americano. La macchina elettorale che si mette in moto ogni elezione presidenziale e non in USA è mastodontica rispetto a quello che avviene in Italia (e in questo caso anche nel resto del mondo). I Partiti americani sono interamente o quasi finanziati da privati, e ogni campagna elettorale l'enorme macchina dei piccoli e grandi finanziatori si mobilita per sostenere il proprio candidato. Pensare che l'intero sistema elettorale americano sia nelle mani di questo o quel lobbista non solo è stupido ma è anche superficiale. I partiti italiani non sono esenti da finanziamenti privati, ma a differenza di quelli americani lo fanno di nascosto. Non sappiamo a quanto ammonta il capitale dei nostri partiti, come non sappiamo a quanto ammonti il capitale dei nostri singoli parlamentari. Non si tratta solo di sapere quanto prendono al mese, ma di quanto dispongono, il che sono due cose ben diverse. Non solo, il nostro era un sistema bipolare che possiamo definire senza ombra di dubbio come imperfetto: il bipolarismo dentro cui confluivano almeno tre se non più partiti che si trovava poi nelle stesse identiche condizioni dei vecchi regimi. La legge elettorale italiana, definita "Porcata" dallo stesso ministro Calderoli che la aveva proposto, serviva solo per impedire che governasse il centro sinistra, ma che si è rivoltata come arma anche contro il centro destra, nonostante la mastodontica maggioranza del Governo Berlusconi. Va detto, l'Unione più che una coalizione era una accozzaglia di partiti tenuti insieme dalla colla dell'antiberlusconismo ma senza un coerente progetto politico (non si è mai sentito di un programma di 140 pagine per tenere unita una coalizione) come va detto che il patto firmato dal Popolo delle Libertà alle ultime elezioni con la Lega Nord e l'Autonomia per il Sud (prima che tutto si spaccasse ovvio) era destinato al fallimento ancora prima di iniziare. Le due maggiori forze della politica italiana non sono altro che delle sacche elettorali, che hanno messo insieme esperienze diverse di politica nella speranza di mixare tutto e di arrivare alla costruzione di un solo partito. Se vogliamo andare a guardare nel dettaglio: il Partito Democratico altro non è che la fusione di socialisti e comunisti con una realtà liberale come quella della Margherita (Che in molti casi è anche piuttosto liberista, come in campo di politiche del lavoro), unione difficile se andiamo a vedere nel dettaglio le cose. Perchè, al di là dei personaggi folcloristici come la Binetti, è difficile conciliare le posizioni di Renzi con quelle di Bersani o quelle di Ichino con quelle di un Fassina. Qui non si tratta di stabilire chi ha ragione e chi torto, ma semplicemente chi, alla luce delle considerazioni che sono state fatte sul PD sino a questo momento condivide quella che è un'esperienza possibile o meno. Le divisioni che sono emerse sulla revisione del contratto di lavoro nell'ultimo mese sono lo specchio di un partito molto meno unito di quello che vuole dare a vedere e con una linea molto meno marcata di quella che sostiene di avere. Lo stesso sostegno al governo Monti non è poi tanto scontato, date le politiche che sta seguendo il Governo come non è scontato che il PD sia presente alle prossime elezioni nel modo in cui lo conosciamo oggi. Lo stesso discorso, sebbene per motivazioni completamente diverse va fatto per il PDL, che a rigor di logica non dovremmo nemmeno considerare un partito. Ricordo ancora i dibattiti quando era nato il partito - dibattiti che avevano riguardato soprattutto la fusione delle due giovanili - quella dell'allora Forza Italia e quella di Alleanza Nazionale - un dibattito che verteva soprattutto su una questione ideologica legata alla simbologia: per quanto Fini avesse cercato di trasformare il suo partito in una destra moderna, rimaneva (e rimane per molti aspetti tuttora) una forte componente fascista nel suo partito. Componente fascista che non sembrave e non sembra essere nemmeno adesso disposta a cedere le armi al liberismo rappresentato da Forza Italia ma che anzi tende a mantenere il PDL su posizioni fortemente populistiche, corporativiste e lontane da quella che era l'idea all'origine del PDL di Berlusconi. Per quanto possa essere difficile comprendere quale fosse l'idea all'origine il PDL che oggi difende i tassisti appare essere agli antipodi di quel partito della rivoluzione liberale che doveva essere agli inizi. Il sisema bipolare italiano, inoltre, negli ultimi anni è stato basato non sulla diversificazione dei programmi, ma sulla demonizzazione dell'avversario in quanto tale, fatto beninteso da una parte e dall'altra dello schieramento, e spesso e volentieri i programmi del PD erano difficilmente distinguibili da quelli del PDL. Superare la logica del muro contro muro è alla base della ricostruzione della Terza Repubblica sulle macerie della Seconda, per arrivare ad un bipolarismo che se non è perfetto poco ci manca, evitando la deriva delle troppe sigle che hanno caratterizzato la Prima Repubblica. Perchè, se una cosa buona ha fatto il berlusconismo era stato proprio questo: eliminare le troppe sigle della nostra politica.

venerdì 20 gennaio 2012

L'Italia, tra liberalizzazioni e default

Le ultime settimane sono state di passione per la politica italiana. Come se non fossero bastati i mesi estivi, dove il Governo Berlusconi ha agonizzato per almeno due mesi, lasciando sprofondare il Paese nel rischio default e nell'espulsione dall'Unione Europea, adesso ci si mettono le proteste di tutte le categorie, tutelate sino a questo momento dai governi che si sono succeduti al potere e che adesso rischiano di vedersi togliere i propri privilegi ed i propri vantaggi a scapito della concorrenza, intesa come libera concorrenza. Che le licenze dei taxi, per dire solo una delle questioni in gioco, siano liberalizzate è una prassi piuttosto normale, solo da noi vengono vendute al miglior offerente e solo da noi i tassisti diventano una lobby da corrompere e da proteggere per vincere le elezioni. Posso parlare di tassisti, come potrei citare avvocati, farmacisti, notai e gli stessi giornalisti. L'Italia è un paese fondato sulle Caste, ed ogni casta vuole sopraffare l'altra per stare bene a scapito della collettività. Liberalizzazioni vorrebbe dire sbloccare posti di lavoro, creare opportunità e concedere ai giovani qualcosa che fino adesso non hanno avuto. Solo chi ha il terrore di perdere i propri introiti e vantaggi si potrebbe opporre alle liberalizzazioni, ma anche una classe politica in mala fede. Su una cosa ha ragione Alfano: che non basta liberalizzare le professioni ma che si debba anche andare a colpire quelli che sono i grandi monopoli di Stato: energia in primis, ma da qualche parte si deve pur iniziare. Se colpire i tassisti (e la vendita sconsiderata di licenze che vi ruota attorno) vuol dire arrivare ad avere un domani un sistema liberale, allora ben venga, basta che non si tratti dell'ennesimo fuoco di paglia della politica italiana. Senza liberalizzazioni il Paese rischia davvero il default, come ha più volte ribadito il Governo. L'Europa, che ha concesso un credito ulteriore all'Italia dovuto proprio alla presenza di Mario Monti, non è comunque disposta ad aspettare altro tempo per vedere un inizio di crescita in Italia, crescita che per adesso ancora non si è vista. Il PIL non cresce, la disoccupazione aumenta e il differenziale con i Bund tedeschi rimane ancora troppo alto, ben al di sopra di quello che è un rassicurante margine di sicurezza in grado di garantire stabilità alla nostra economia. Che l'Italia sia arrivata sull'orlo della bancarotta è una certezza ormai, come anche è una certezza xhe non siamo di certo fuori dal baratro, ma che anzi vi siamo ancora immersi fino al collo e sembra essere sempre più difficile uscirne. Se inoltre in parallelo alla pressione fiscale, aumentata alle fasce più basse, non segue un processo di crescita adeguato il Paese rischia di arenarsi in una spirale di decrescita che conduce dritta nelle braccia della bancarotta. Le assonanze con quanto avvenuto in Grecia pochi mesi fa non sono poi molto lontane, e l'incopetenza della nostra classe politica non farà che accellerare il processo se non vengono prese misure veloci e drastiche.