mercoledì 8 febbraio 2012

Italia: vietato sognare

Tra i Paesi sviluppati l’Italia è quello con il più alto tasso di disoccupazione tra i giovani tra i venticinque e i trentadue anni. Tutta quella fascia di popolazione che in qualche modo si immette nel mondo del lavoro o a seguito di un percorso di studi o avendo deciso di andare a lavorare per avere una propria indipendenza economica. La stessa situazione, che per molti versi negli anni Settanta hanno preso i loro genitori, con una sostanziale differenza: ai loro genitori era stato garantito quel futuro che alle generazioni attuali è stato precluso. Ci sono una serie di condizioni che hanno portato al tracollo del mercato del lavoro in Italia, e non sono condizioni che affondano le loro radici solo nella Legge 30 o nel pacchetto Treu, alla base del contratto di precarietà dell’attuale mercato del lavoro. Le radici della crisi sono alla base del modello lavorativo in Italia, dove per anni ha prevalso tanto la logica del “posto fisso” quanto la logica che quel posto fisso dovesse essere assicurato solo agli amici ed agli amici degli amici, a scapito della maggioranza della popolazione anche giovanile. Quando Mario Monti sostiene che il posto fisso sia “noioso”, dovrebbe andare a vedere la sua vita, che del posto fisso di certo non ha fatto a meno. Ordinario della Bocconi a ventisei anni con il nome del padre, membro di uno dei club più esclusivi al mondo (tanto che le riunioni vengono tenute segrete) e che percepisce la pensione di senatore a vita dopo aver rinunciato con grande enfasi allo stipendio di parlamentare. Una rinuncia che lascia il tempo che trova, dato che Mario Monti ha già una larga pensione come docente della Bocconi e adesso anche come senatore a vita, nonché come consulente della Morgan Stanley, banca di investimento americana uscita miracolosamente indenne dalla crisi dei mutui del 2008. Invece che sparare su chi ha un posto fisso, o su chi lo chiede, come fa Monti sarebbe necessario iniziare a pensare non solo e non tanto ad un rinnovamento del concetto stesso di mercato del lavoro in Italia, ma anche una politica che sia orientata all’incentivare i giovani e meno giovani ad avviare imprese e tentare almeno di arricchirsi. Nessun sogno, per quanto grande possa essere deve essere irrealizzabile. Questo è uno dei concetti cardine alla base del successo economico degli Stati Uniti che, ancora oggi e nonostante la crisi, sono ancora la prima potenza economica al mondo. Tempo fa, quando si celebravano i funerali per la morte di Steve Jobs, visionario creatore della Apple, uscì un articolo su Repubblica che sosteneva che se Jobs fosse vissuto in Italia avrebbe fatto il programmatore precario presso qualche società informatica. Veniva preso Jobs come esempio, ma come lui si potrebbero prendere tanti altri esempi che nel loro campo e in altre parti del mondo hanno avuto successo mentre in Italia sarebbero stati destinati ad una vita di stenti e di precariato prima di avere una posizione economica in grado di favorire le condizioni per una stabilità economica alla base della costruzione di una famiglia come si deve. Lo stipendio medio per un giovane al di sotto dei venticinque anni è di ottocento euro al mese, sufficiente al massimo per il mantenimento di una casa ed in molti casi nemmeno per quello. Diversi sono i giovani costretti a vivere con i propri genitori perché non trovano un lavoro che possa essere in grado di dare loro un’indipendenza tale da poter andare a vivere da soli. A differenza di altri sistemi di welfare, come quello scandinavo o quello francese, il sistema italiano garantisce tutele solo in caso di perdita del lavoro e non, come sarebbe più che mai ovvio, in caso di una crescita professionale adeguata alle proprie competenze ed ai propri studi. Semmai si andassero a confrontare i modelli sociali di altri Paesi con l’Italia ci si renderebbe immediatamente conto che l’Italia è il paese meno adatto a sognare di avviare un’impresa, di qualunque genere essa sia. Partiamo dal sistema di istruzione, che dovrebbe essere in grado di fornire le competenze necessarie proprio nel caso qualcuno volesse pensare di avviare una propria impresa. Le università italiane, anche quelle maggiori, sono diventati dei semplici esamifici piuttosto che luoghi di formazione vera e propria e non sono capaci di relazionare i propri studenti con il mercato del lavoro, come ad esempio accade nelle università anglosassoni. La giustificazione che viene offerta è che il mondo contemporaneo non offre lavoro per determinati cicli di studi e che quindi non vanno fatti. La giustificazione può essere vera, ma sino ad un certo punto: la Facoltà di Lettere e Filosofia potrebbe, per esempio, essere una fucina di idee dato che il nostro è un Paese che fonda (o almeno dovrebbe fondare) la gran parte della sua economia nel mercato del turismo. Invece, i nostri laureati in Lettere non fanno che ingrossare le fila dei lavoratori precari dei call center se sono fortunati oppure ingrossare le file dei disoccupati alla ricerca di un posto di lavoro che serve a mantenere non una famiglia ma quelle che sono le piccole spese di mantenimento per un giovane che non vuole pesare sulle spalle dei propri genitori. Non solo, ci sono delle altre considerazioni oggettive che vanno fatte sul mercato del lavoro: i piccoli lavori di mantenimento in realtà sono dei grandi lavori che occupano buona parte della giornata e che tengono lo studente lontano dai libri e quindi costringendolo ad abbassare la propria media oppure a dover rinunciare all’essere in corso con gli esami ed entrare tardi nel mercato del lavoro. La generazione precaria di oggi è la prima generazione costretta a vivere peggio dei propri genitori, che nella maggior parte dei casi devono sacrificare le loro (misere) pensioni per far fronte alle necessità dei figli. La logica italiana dell’accontentarsi ha fatto tutto il resto: il desiderio di anonimato nel nostro Paese è sempre stato fortissimo, lasciando che l’Italia rimanesse per la maggior parte della sua storia un Paese comunque provinciale e di seconda linea tra le potenze industriali, che non fosse in grado di produrre granché all’estero. La moda, si potrebbe obiettare, ma le grandi case di moda ormai si sono tutte trasferite all’estero dove i costi di produzione e la pressione fiscale è indubbiamente più bassa che in Italia. L’altro elemento che disincentiva qualunque tentativo di avvio di impresa in Italia è stato adesso solamente accennato, ma forse sarebbe il caso di approfondire un attimo: l’eccessiva pressione fiscale che schiaccia qualunque tentativo di emancipazione da parte del singolo cittadino. Qualunque trattato di economia, da Marx ad Adam Smith, sostiene che a dar forza all’economia non sia la grande industria, o almeno non solo quella, ma anche e soprattutto la piccola e media industria e l’imprenditoria personale. Sono le persone che hanno voglia di mettersi in gioco quelle che tengono in piedi l’economia di un Paese e non coloro che in qualche modo si accontentano di quello che hanno. Le rivoluzioni, soprattutto quelle industriali, sono state portate avanti dalla media borghesia da sempre desiderosa di emancipare sé stessa. Era così dai tempi della nascita delle prime banche nel Medioevo e nel Rinascimento e dell’affermarsi delle grandi famiglie nobiliari, ed è stato così anche nelle due rivoluzioni industriali; il sistema fiscale italiano ha schiacciato ogni volontà di affermazione della media borghesia, che ormai è andata ad ingrossare le file dei poveri in Italia, aumentando il divario tra i ceti medio alti (adesso quasi tutti impiegati in politica e nella grande finanza) ed i ceti inferiori sempre più poveri. Le conseguenze di questa dottrina economica suicida, portata avanti non solo da Berlusconi ma anche da Monti, è un impoverimento non solo delle classi meno abbienti della scala sociale, ma anche e soprattutto una diminuzione dei consumi che non farà altro che impoverire ulteriormente l’economia del Paese, relegandolo inevitabilmente tra i Paesi del Terzo Mondo. Negli ultimi tempi sognare in Italia non è più consentito, nemmeno con due master ed un laurea con il massimo dei voti a meno che non si disponga di qualche raccomandazione eccellente o di qualche santo particolarmente influente nel gotha delle divinità politiche del nostro paese. Allora, inutile lamentarsi che i nostri giovani vadano a studiare e lavorare all’estero se qui non trovano nulla di meglio che stare dentro casa a girarsi i pollici e sentirsi anche dare dei bamboccioni e dei fannulloni dal ministro del Lavoro e dell’Economia di turno, se non dal Presidente del Consiglio stesso, che ricorda quanto, appunto possa essere noioso il posto fisso. L’Italia oggi appare come il Paese con il minor numero di imprese avviate nell’ultimo anno, con il maggior numero di imprese chiuse per mancanza di fonti, e con il maggior numero di occupati del mondo civile. Costretta ad elemosinare prestiti dalla BCE e dal FMI per far fronte alla pressante urgenza di evitare la bancarotta, non ha alcuna possibilità di entrare nel mondo competitivo delle potenze emergenti, rischiando di rimanere ancora una volta ai margini dello sviluppo del nuovo paradigma economico e finanziario del mondo. L’asse dell’economia che si sposta verso l’asse Cina – Brasile – India, sarà destinato ad essere la colonna portante del mondo di domani, con buona pace della nostra classe dirigente che ancora pensa che l’India sia un Paese di morti di fame, che la Cina sia un paese comunista e che il Brasile produca solo belle modelle e calciatori. Tutto questo ha un senso logico se vediamo l’intero sistema Italia: i nostri analisti finanziari non sono stati capaci di prevedere la crisi (o se lo hanno fatto hanno preferito tacere per non allarmare la popolazione) non sono stati capaci di trovare una soluzione alla crisi, prendendo provvedimenti che non hanno fatto altro che accelerare il processo di decadenza del sistema italiano, e non sono ancora in grado fino in fondo di capire quella che è l’emergenza del Paese. Le soluzioni che sono state proposte dal Governo Monti per salvare il Paese sono tardive ed inadeguate per far fronte ad una vera e propria crisi sistemica del sistema economico italiane. Se del fatto che siano tardive la colpa non la possiamo di certo attribuire a Monti, sull’inadeguatezza non si possono che dare le colpe al professore della Bocconi. Sono stati colpiti ancora di più i ceti medi, che erano riusciti a sopravvivere, pur tirando la cinghia, con il Governo Berlusconi e prima ancora con il Governo Prodi. Sono stati lasciati pressoché invariati quelli che sono i grandi capitalisti italiani non solo non intaccati dalla crisi ma che in alcuni casi ne sono usciti persino rafforzati. I privilegi della Chiesa cattolica (e non parlo solo di ICI ma anche di privilegi sulla copertura delle transazioni finanziarie tanto dello IOR quanto delle banche legate al Vaticano) non sono stati nemmeno toccati e non basta rispondere come ha fatto Monti in maniera ironica “non ci avevamo pensato”. Seppure nelle parole del premier ci sia una velata quanto malcelata ironia, dimostra come Monti via lontano anni luce da quelle che sono le condizioni reali del Paese, convinto che si possano applicare simili misure per risanare il nostro Paese. Un Paese che non è in grado di garantire il futuro ai propri giovani, che non è in grado di fa crescere i loro sogni e permettere che si possano trasformare in progetti è un Paese destinato alla rovina. Che la nostra classe dirigente (e non solo Monti), faccia qualcosa invece che riempirsi la bocca di parole sul ruolo dei giovani nella società.

venerdì 3 febbraio 2012

Il liberismo è di destra o di sinistra?

Ci si continua a chiedere ancora oggi, nel Partito Democratico, se essere liberali sia una cosa di destra oppure di sinistra. Per quanto Alesina, autore del testo Il liberismo è di sinistra non abbia dubbi in proposito, il Partito Democratico ancora oggi appare diviso sulla linea politica da avere e di conseguenza su cosa pensare del liberismo. Nelle settimane precedenti alla caduta del Governo Berlusconi sembrava quasi che il Partito Democratico avesse trovato una sua personale linea da seguire: opposizione al Governo Berlusconi, difesa dei diritti dei lavoratori dagli attacchi dei “poteri forti” e tutela dei più deboli. Poi, con la caduta di Berlusconi è l’arrivo del Governo Monti si sono trovati quasi tutti spiazzati: che fare adesso che non è Berlusconi a proporre le riforme, ma qualcuno che noi stessi abbiamo definito un esempio di moralità politica? Possiamo noi, come partito che si richiama al mondo del lavoro e che ha come punto di riferimento la CGIL essere un partito che sostiene un governo che va in direzione contraria a quello che noi stessi abbiamo detto nelle ultime settimane e negli ultimi anni? Possiamo essere sostenitori di un governo che esplicitamente si richiama ai valori liberisti, che attacca i lavoratori, che in qualche modo nel conflitto marxista tra Capitale e lavoro sta nettamente dalla parte del capitale? Possiamo in questo modo rinunciare alla nostra formazione marxista e di sinistra continuando a dire che si tratta del bene del Paese, oppure bene hanno fatto Vendola e di Pietro nel dire che questo governo non è altro che una prosecuzione del Governo Berlusconi? L’indecisione del Partito Democratico in merito ad alcuni temi che sono stati sollevati dal Governo Monti sono lo specchio di una confusione che regna sovrana in quello che dovrebbe essere il maggior partito riformista in Italia e che aveva in mente, nel corso della sua storia e della sua esistenza di formare un sistema bipolare e bipartitico che cercasse di imitare in maniera pressoché perfetta il sistema americano. Questo era stato il sogno di Walter Veltroni e di altri che lo avevano seguito, apprezzando la sua decisione di correre da solo, rispettando quella che Veltroni stesso aveva definito “la vocazione maggioritaria del PD”. Salvo che poi quella vocazione maggioritaria era stata abbandonata con l’alleanza con l’IDV che era diventato in Parlamento il vero partito di opposizione alle politiche personalistiche di Berlusconi, sempre perché il PD temeva che essere considerato come “antiberlusconiano” sarebbe potuto essere un problema in sede di elezioni. In realtà il problema non era solamente relativo al modo di gestire la politica elettorale seguendo il modello americano, ma era un problema relativo alla figura di Berlusconi, che ormai non era più nemmeno rappresentativo del centro – destra. La sconfitta elettorale della Moratti a Milano dimostra che è stata proprio la figura di Berlusconi a rovinare la campagna elettorale del candidato sindaco Letizia Moratti, consigliata ad una campagna elettorale piuttosto aggressiva nei confronti del suo avversario che ha scoraggiato gli stessi milanesi moderati della “Milano da bere”, termine anni Ottanta per indicare la media e alta borghesia milanese, a votare per lei. La perdita di consenso tra i moderati della Moratti è stata alla base della sua sconfitta elettorale, e di conseguenza della vittoria di Giuliano Pisapia candidato sindaco di SEL (acronimo per Sinistra Ecologia e Libertà). La conquista di voti al centro, tanto cara al PD, non si raggiunge di certo facendo alleanze con il centro di Casini, ma scegliendo una serie di politiche di centro che hanno comunque una base almeno socialdemocratica. Al Partito Democratico si dovrebbe almeno ricordare che almeno due dei tre partiti del centro destra (UDC e FLI) in passato sono stati fedeli alleati di Berlusconi, come per esempio Fini, che lo era sino a qualche mese fa, e Casini lo è stato per almeno tutto il governo 2001-2006. Il Partito Democratico sembra essere piuttosto confuso tra liberalismo e liberismo, due termini tra loro molto simili ma che comunque sono da comprendere se si vuole avere una chiara idea di come procedere nel lavoro di costruzione politica di una sinistra moderna. Una delle definizioni più chiare per spiegare i due termini è la seguente: “un liberale non deve necessariamente essere un liberista, ma un liberista non può che essere liberale”. La definizione, che potrebbe anche sembrare un puro stile di esercizio retorico, in realtà tende a spiegare quella che è una realtà oggettiva dei fatti ovvero: negli Stati Uniti, con il termine liberal, si tende ad identificare un personaggio politico che di norma in Italia classificheremmo come di sinistra, non socialista ma social democratico. Personaggi come Paul Krugman, Joseph Stieglitz e, sotto molti aspetti anche lo stesso presidente Barack Obama, in Italia (come del resto in gran parte dell’Europa) sarebbero classificati non come destra ma come socialdemocratici appunto. Questo perché nella loro elaborazione politica e sociale di un modello societario alternativo si richiamano a Keynes, economista social democratico, ispiratore dell’FMI (che tra le altre cose ha letteralmente tradito il suo spirito originale) e primo a tentare una sintesi tra libero mercato e marxismo. Lo stesso Obama si è formato studiando testi di economia tanto di Marx, quanto di altri esponenti del marxismo, non fosse altro perché la sua formazione politica è stata fatta nella città (Chicago) e nello Stato (Illinois) di norma considerati come i più a sinistra degli USA. La confusione in Italia probabilmente nasce da una sorta di ignoranza atavica dei nostri politici che altro non hanno fatto che tradurre alla lettera il termine “liberal” intendendo con esso sia essere liberale che essere liberista. È un errore che viene commesso spesso, se andiamo a rileggere alcune dichiarazioni che sono state rilasciate dai nostri politici a seguito della crisi dei mutui americani: una su tutte, Walter Veltroni disse “la crisi americana dimostra il fallimento delle politiche liberali”, e sarebbe stato da aggiungere che Stalin e Hitler ringraziano questi brillanti assist del centro sinistra italiani, se fossero stati ancora vivi. La difficoltà del PD di capire se il liberismo sia di destra o di sinistra nasce, dunque, da una errata convinzione di una parte della sua classe dirigente, la stessa che si era formata nei quadri del PCI e dalla difficoltà delle nuove generazioni ad avere una formazione sociale e politica adeguata per far fronte alla crisi sistemica dei partiti italiani. Lo stesso sostegno che viene dato al Governo Monti, di fatto dimostra che manca completamente la capacità di analisi alla nostra sinistra: le politiche di Monti non sono liberali ma prettamente liberiste, molto simile alle politiche di shock economy che i Chicago Boys hanno applicato in Cile, Russia e Polonia con alterne fortune. A seguito dei processi di crisi economica del concetto di “meno Stato” tutti i Paesi industrializzati (in primis gli USA nei limiti dei poteri concessi al Presidente) hanno deciso di andare in direzione opposta, in Italia stiamo percorrendo lentamente e con vent’anni di ritardo il tunnel che ha portato al fallimento Usa. La sola differenza: gli Usa si riprenderanno, noi no.

giovedì 2 febbraio 2012

Il futuro bruciato di una generazione

In Italia esiste una generazione, quella dei ventenni e trentenni di oggi, destinata a non avere futuro. Destinata ad una vita fatta non di soddisfazioni e di nuovi stimoli e di benessere proporzionale a quello avuto dai genitori, destinata ad un precariato eterno e continuo in uno Stato che sempre più precipita nella spirale della bancarotta e della crisi di sistema. Abbiamo parlato più volte della attuale crisi del capitalismo finanziario intendendo con la fine delle grandi banche e delle grandi agenzie di rating la fine del modello di finanza aggressiva importato dagli Stati Uniti nel Ventennio di Reagan, ma abbiamo anche più volte ricordato come il resto del mondo sia corso ai ripari per evitare che le generazioni future (e non quelle presenti) possano essere tutelate ed avere garantiti perlomeno gli stessi diritti che sono stati concessi ai loro padri. Se limitiamo la nostra analisi alla sola Italia i diritti, che da almeno cinque anni sta chiedendo questa generazione di perduti sono: diritto alla studio, al lavoro, alla casa e ad una vita dignitosa, pari a quella dei loro genitori, in modo che loro stessi possano essere dei buoni genitori domani in grado di garantire lo stesso futuro ai figli. Non esiste nulla di tutto questo in Italia: non solo i giovani non vengono tutelati in alcun modo, ma anzi di volta in volta vengono ribattezzati bamboccioni, falliti, nullafacenti, e altre definizioni che di certo non sono messe lì per rendere giustizia a chi sta passando un pessimo momento per il proprio futuro. Chi pronuncia queste parole, nella maggior parte dei casi, è una persona di almeno sessant’anni, con alle spalle “qualche” anno di lavoro in politica, che nella sua vita non ha mai lavorato nemmeno un giorno, perché ben protetto alle spalle da un partito solido che in qualche modo gli garantiva uno stipendio ed uno stile di vita ben al di sopra dello standard del cittadino medio. Non stiamo di certo parlando di super ricchi, ma di certo di qualcuno che ha tenuto stretto il suo posto impedendo proprio a quei giovani che oggi vengono considerati privi di iniziativa di poter prendere in qualunque modo iniziativa. I dati che arrivano dall’estero sull’Italia dicono una cosa molto semplice: è vero che il Governo Monti sta riducendo il debito pubblico, ma è anche vero che l’introduzione di nuove tasse sta di fatto anche abbassando il PIL e per quante liberalizzazioni si possano fare non è di certo questo il modo per risanare il debito pubblico del Paese. Mettiamo che uno di quei giovani, quelli che abbiamo sinora definito in modo tanto poco carino, abbia intenzione di aprire una propria azienda, perché crede in un progetto. Intanto ci sono i tempi biblici della burocrazia italiana solo per ottenere i permessi vari perché la sua società possa essere avviata. Essendo poi un libero professionista, come nella maggior parte dei casi succede a chi vuole avviare una propria impresa, deve poi aprire una partita IVA, i primi soldi che se ne vanno in pagamento di tasse, seppure in una tassa sul consumo. Perché, con l’Iva più alta io per poter almeno guadagnare un minimo da quello che produco, devo almeno cercare di rientrare dei costi della spesa per produrre e quindi sono costretto a vendere la mia merce a costo maggiore,con il rischio di perdere i miei stessi clienti che non si possono permettere il mio prodotto perché, appunto costa troppo. Mettiamo poi, che per qualche caso del destino, io riesca a fare fortuna, faccio crescere la mia azienda, ed entro in competizione con quelli che sono i pochi magnati del mercato italiano. Improvvisamente, nella mia azienda iniziano ad emergere una marea di problemi, si iniziano a trovare ogni forma di cavillo legale non solo e non tanto per farmi chiudere ma per non garantirmi la sopravvivenza o per fare in modo che la mia azienda non sia competitiva con nessuno dei “grandi”. Lo stesso discorso, se lo allarghiamo ai partiti assume connotazioni se vogliamo ancora più grottesche: i personaggi che dibattono da anni ormai e che parlano di rinnovamento, sono esattamente le stesse facce di vent’anni fa se escludiamo qualche elemento di novità, che però di certo non ha il merito di accrescere il dibattito politico e culturale del Paese, ma non fa altro che abbassare il tasso di alfabetismo dei nostri parlamentari. I “soliti noti”, come ormai sarebbe modo più opportuno di parlare della nostra classe politica, non fa altro che pontificare tanto sui giovani che non vogliono lavorare (e bada bene non sui giovani che non trovano lavoro ma sui giovani che non vogliono lavorare) e del fatto che si debba lasciare “spazio ai giovani” anche in politica. La abbiamo sentita talmente tante volte questa frase che ormai non fa più nemmeno effetto, nessuno applaude quando la si sente e nessuno dice che quei politici che lo dicono hanno ragione, anche perché proprio loro, che dovrebbero essere i primi a farsi da parte sono i primi a rimanere ai loro posti in modo che i giovani non possano entrare in politica o possano in qualche modo contribuire al nostro dibattito civile. I volti noti della politica ormai non sono nemmeno più in grado di fare la politica, ma sono solo degli orpelli di uno stato passato che si ostinano come cariatidi che non sanno che il loro tempo è finito a parlare di cose che non sanno. È successo per dire, che mentre si discuteva di tobin tax (la tassa sulle transazioni finanziarie) i nostri giovani non avevano idea di che cosa discutessero, pensando che la tobin tax fosse qualche misteriosa tassa che devono pagare gli italiani non si sa bene per che cosa o perché. Sebbene la tobin tax non sia di certo un argomento nuovo – della sua introduzione ne aveva parlato per la prima volta il movimento contro la globalizzazione nel 1999 e uno dei massimi sostenitori è l’economista americano Joseph E. Stiglitz – nessuno si è premurato di andare a controllare che cosa fosse questa tassa misteriosa che da mesi viene discussa in Europa, e soprattutto nessuno si è andato a controllare il motivo per cui le banche siano tanto scontente che se ne discuta. La tobin tax sarebbe l’unica tassa per i poteri forti, ma vallo a spiegare. Tutto questo per dire che magari qualcuno di più giovane avrebbe anche la voglia di andarsi a controllare che cosa sia questa benedetta tassa, come magari qualche giovane avrebbe qualche brillante idea su come risollevare le sorti di questo Paese, senza magari vessare il ceto medio già distrutto. Invece, perché i soliti di cui sopra rimangono al loro posto, sono sempre più i giovani che decidono di emigrare all’estero e sono sempre di più i giovani che preferiscono fare in condizioni orribili i lavapiatti in Germania piuttosto che fare la fame in Italia. Lo so, sembrano essere racconti appena usciti da una storia italiana della fine della Guerra, ma ormai questa è la cruda realtà della gioventù in Italia, per quanto si possa tentare di nasconderla agli occhi dei più. Siamo destinati in questo modo a morire di vecchiaia, oltre che dichiarare bancarotta secondo le stime più ottimistiche alla fine del 2013. Chi oggi ha 25-30 anni ha un solo modo per sopravvivere a questo stato di cose: andarsene. Che amarezza.